Le mani degli schiavi (seconda parte)

27 settembre 2007
Pubblicato da
di Marco Rovelli

(la prima parte è stata postata il 12 aprile) 

La stretta di mano di Marcus, invece, è più morbida. Non si esaurisce in un colpo secco, ma si prolunga quasi temendo la fine. Come a cercare un appiglio nell’altra mano. Come a chiedere conferma della propria esistenza, forse, e la chiede a una mano straniera. Ti stringe la mano e dice, My name is Marcus. Remember it! If you come another day ask for me… E’ come se ti chiedesse di custodire il suo nome, Marcus, di tenerlo con te, di conservarne la memoria, visto che l’esistenza così precaria di chi lo porta non garantisce alcuna permanenza.

Ho incontrato Marcus che era ubriaco di Tavernello, seduto sulla panca di plastica bianca nel bar di Marcella. Un bar fantasma nella sperduta campagna foggiana, vicino a Cerignola. C’è un villaggio, là. Una lunga strada diritta che apre in due un’ampia pianura, e ai lati della strada casolari abbandonati dai braccianti italiani decenni fa, e adesso ripopolate dai nuovi braccianti africani ed europei. Ma soprattutto africani, e soprattutto ghanesi.

Marcus è ghanese, e quando aveva scoperto che mi chiamavo come lui aveva festeggiato, un brindisi al futuro.

Marcella è ivoriana, e per sei mesi all’anno abita a Genova, con un compagno e due figli. Per gli altri sei mesi prende congedo da sé e dal mondo per gestire questo bar in un posto che i foggiani e i cerignolesi non conoscono. Solo quelli di Medici Senza Frontiere ci vanno, con la loro clinica mobile, gli hanno portato un serbatoio d’acqua. Qui l’acqua nelle case non c’è, come non c’è per oltre la metà delle persone curate da MSF in tutto il foggiano. Dalle domande fatte da MSF alle persone curate tra maggio e dicembre del 2004 nei propri presidi sanitari in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, risulta che il cinquanta per cento dei braccianti vive senza acqua corrente (e il quaranta per cento dorme in baracche, il quarantatre per cento non ha gabinetti, il trenta per cento non ha elettricità, e un altro trenta per cento ha subito violenze fisiche). Così, nel settembre del 2005, due ragazzi, provenienti da un luogo imprecisato a sud del Sahara, sono morte annegando in un invaso per l’irrigazione dei campi, mentre cercavano di recuperare un po’ d’acqua per lavarsi. Ma a morire avrebbero potuto essere anche i polacchi che incontriamo nel bar. Rumeni e polacchi sembrano bianchi, dice Marcella, Ma è Dio che ha sbagliato il colore della pelle.

I bianchi bianchi, qui, sono rari. Tanto che Marcus mi chiede, Ma tu sei proprio italiano? Ci sono anche altri bianchi, che arrivano qui, ma forse sono anche loro un po’ neri: Tutte le domeniche vengono i Testimoni di Geova, dice Marcella.

Lei è la queen mother del villaggio. Li conosce tutti e li tiene a bada, così quando qualcuno alza un po’ troppo la voce lo sbatte fuori dal suo locale. Oppure, per calmare gli animi, alza la musica a palla, musica ivoriana. Ma in un angolo, in alto, la tv è sempre accesa. Costanzo mi sta antipatico, dice Marcella. Non vuole andare mai in pensione, come Pippo Baudo. E mi sta antipatica anche sua moglie. E’ questa l’unica integrazione possibile per i ragazzi del villaggio.

Il bar di Marcella fa da centro di raccolta. E’ qui che vengono i padroni a cercare braccia. They come, dice Marcus, And they tell you, Andiamo al lavoro. Alcuni ti portano col furgone. Oppure ti dicono dov’è il campo, e allora nei giorni a venire i braccianti partono stipati sulle macchine di altri migranti che fanno da tassisti e vanno verso il campo indicato, dove lavoreranno fino al tramonto, spesso per quindici euro a giornata, e se incontri il padrone buono trenta.

Sono migliaia in Puglia quelli come Marcus, che cercano conferma del proprio esserci in una stretta di mano allo straniero. Ma queste migliaia non sono, nemmeno loro, sopravvivenze di un’altra epoca. Sono frutti maturi, anche loro, del capitalismo globalizzato. Un proprietario terriero foggiano si difende dicendo, Noi vendiamo il pomodoro all’industria di trasformazione dai quattro ai sei centesimi al chilo, E’ una miseria, I pomodori oggi arrivano da Cina e Turchia a prezzi stracciati, Noi come dobbiamo fare?

Dice una parte della verità, l’imprenditore. Anche loro sono parte di un meccanismo, di una sistema, di quella cascata che si rovescia su qualcuno che sta più valle. Non dice, però, che nella Capitanata foggiana è pieno di aziende fantasma. Proprietari terrieri che, tramite un prestanome, si autoassumono come braccianti stagionali, registrandosi al lavoro a giorni alterni così da prendersi pure il sussidio di disoccupazione, dai 7 ai 10mila euro, e chi mette le braccia sono quelli come Marcus.

E non dice, l’imprenditore, che l’industria di trasformazione del pomodoro è in mano alla camorra, che è lei a controllare il mercato, e a dettare i prezzi del pomodoro. E’ l’economia criminale, installata al cuore di quella legale, in un incessante meccanismo di accumulazione primitiva, che trae vantaggio dalla manodopera clandestina, ovvero illegale. Accade così per il pomodoro, ma accade così anche nei cantieri del nord, che sono una delle modalità favorite per riciclare denaro sporco.

Nella Capitanata foggiana, come nei cantieri del nord, è cosa ordinaria che la paga sia un rischio. Le braccia si vendono a poco prezzo, ed è come un tiro di dadi, e si sa che un tiro di dadi non abolisce il caso, e la vita di uno stagionale è totalmente, radicalmente affidata al caso. Può capitare, e capita regolarmente, che non ti paghino, che ti dicano di tornare l’indomani, e l’indomani al campo non c’è più nessuno. Oppure c’è qualcuno, ma è armato di pistola, e ti dice di andartene che è meglio, e di non tornare, e questo è successo a dei ragazzi eritrei che finita la stagione foggiana sono tornati a Roma.

A Michael invece è andata bene, lui non si è trovato di fronte a una pistola. Semplicemente ha trovato il campo deserto.

Siamo in aperta campagna, sulla statale 16 tra Foggia e San Severo, proprio dietro la stazioncina deserta di Rignano Garganico. Da una parte un agglomerato di case condominiali isolate tra i campi e debitamente recintate, dall’altra un grande impianto industriale, un ex zuccherificio abbandonato. Sono entrato da un buco nella rete, la porta d’entrata per l’area industriale, per accedere ai capannoni dove ci sono i materassi vecchi su cui dormono i ragazzi. E’ metà settembre e le raccolte sono finite, ma c’è ancora qualcuno. Un ragazzo con i rasta si sta facendo la doccia dietro un canniccio. L’acqua, almeno, c’è. Poi incontro Michael. Mi racconta che di solito prende trenta euro, e di solito bastano nove ore di lavoro chini sui pomodori. A volte però non si prende niente. Era venuto allo zuccherificio uno di Napoli, Ho bisogno di dieci persone per cinque giorni. Alla sera del quinto giorno, il campo lo avevamo ripulito, avevamo messo gli ultimi cassoni di pomodori sul camion, il padrone ci ha detto che non aveva i contanti dietro, Tornate domattina, ci ha detto. Noi siamo andati, e non c’era nessuno. Ci siamo riuniti, abbiamo deciso che dovevamo andare dalla polizia, va bene che noi siamo clandestini, ma questo ci ha rubato i soldi, dovranno fare qualcosa. Invece siamo andati dai carabinieri, ci hanno detto di andare dalla guardia di finanza. Alla guardia di finanza ci hanno detto, Eh, dovete aspettare, tornate al campo, piano piano ve li darà.

Ho rivisto la polizia stanotte. Sono venuti alle quattro e hanno preso cinque di noi. Li hanno portati via. Dove non so.

Gli chiedo da dove viene. Liberia, dice, e tira fuori dal portafoglio un permesso di soggiorno ormai scaduto, un foglietto sgualcito e infrollito, rilasciato dalla Questura di Lecce, sul cui retro sono scritti a penna le date in cui doveva presentarsi alla questura per rinnovarlo, e per ogni data un timbro. Gli inviti a presentarsi si interrompono a ottobre del 2005. Non capisco perché, né Michael sa spiegarmelo. Poi mi dà un tesserino in cartoncino giallo, scritto a penna, Casa d’accoglienza Cosma e Damiano, così è scritto, 11/5/2006-26/5/2006. Un cartoncino che a te non verrebbe mai in mente di mostrare a nessuno, che non ha alcun valore legale, se non indiziario. E la mano di Michael te lo offre proprio per quello: te lo dà da leggere come un indizio.

Il gesto con il quale li sfila dal portafoglio e te li consegna – è il gesto più disperato. Quel gesto non è a rispondere alla tua domanda circa la sua provenienza, è questo che avverti, con quel gesto non è lì a darti informazioni. E’ invece a darti tessere di un mosaico che chiede di essere ricombinato. Non è lui poterlo fare, a saperlo fare: dalla sua prospettiva, dal luogo dove è rinserrato, come in un pozzo artesiano, si vede una piccola fascia di mondo, e anzi tutto appare cielo senza figure né forme, senza possibilità di rintracciare le coordinate per orientarsi e uscire da quel pozzo. Michael non comprende il mondo, non sa dove sta lui rispetto al mondo, dunque non sa chi è. Quel gesto con cui ti consegna il permesso di soggiorno e il tesserino della casa d’accoglienza è un invito muto a tracciare una forma – la sua – che lui non conosce. E’ un invito a dare un senso a quel suo vagare in veste di fantasma, è un invito a restituirgli un’identità che gli è stata sottratta e che lui non ha alcuna idea su come potere riacquistare.

E’ per questo che quando ti dice che tra qualche mese andrà in Sicilia, e tu gli chiedi se andrà a Cassibile, allora la sua espressione distante, segnata dalla sfiducia, si rilascia in sorriso, come uno scoppio. Sì, Cassibile! – dice con un tono di voce forte, vitale. Hai condiviso un nome, e questo lo ha sottratto, seppure per un istante, all’invisibilità.

Il luogo dove Michael è rinserrato è, più propriamente, un circuito. Un loop. Michael è uno dei tanti braccianti che da anni ormai fanno il solito itinerario stagionale, e non sanno intravedere prospettive. Da dicembre a marzo c’è la piana di Gioia Tauro, in Calabria, per la raccolta delle arance – un altro punto di snodo decisivo tra economia criminale e clandestinità, poiché Rosarno, il centro più importante di quella zona, è una città con la più alta densità di famiglie della ‘ndrangheta di tutta la Calabria – e a maggio comincia la raccolta di patate a Cassibile. Poi, a luglio, nel leccese per il melone, e poi di nuovo Foggia – anzi, Rignano.

In questo circuito, ci sono presenze che ricorrono, e fanno quanto di più simile ci sia a una famiglia allargata: sono i ragazzi di MSF, e condividerne i nomi, declinarne le singolarità è un altro gesto di sottrazione all’invisibilità. Ci vediamo a Rosarno, è il saluto, Con Francesca.

Michael non se ne rende conto, ma lui è indispensabile all’intera economia italiana. L’economia italiana muterebbe forma, senza i Michael, i Marcus, i Mircea. Anche perché dietro di loro ci sono molti Hassan, immigrati regolari che però sono, anche loro, potenzialmente clandestini, e lo saranno sempre finché la legge prevederà la concessione del permesso di soggiorno legandola a un contratto di lavoro. Gli Hassan che popolano i cantieri del nord, ad esempio, quelli per le grandi opere, magnifiche e progressive. Costretti a lavorare in nero o in semi-nero, costretti a piegarsi a ogni forma di ricatto, a ogni salario, a ogni richiesta del padrone e del padroncino. Anzi, del Patrone.

Perché i Michael e gli Hassan sono indispensabili al sistema economico italiano lo sanno anche i bambini, la concorrenza globale la si affronta abbattendo i costi del lavoro e incrementando la flessibilità dei lavoratori. Chi meglio di un clandestino, allora? Michael e Hassan non conoscono la parola “postfordismo”, ma la conoscono sulla pelle, perché loro ne sono le mani. Il liberismo globale – e l’Italia, il paese industrializzato che fa più ampio ricorso al lavoro nero, e in cui l’economia sommersa cresce di anno in anno, ha di certo un ruolo d’avanguardia – ha bisogno di queste braccia; fatte salve le mani, però. I gesti delle mani, quelli non si devono vedere. E a sancire questa cecità ci sono le leggi sull’immigrazione che servono a produrre clandestini, e che dei clandestini hanno istituito i luoghi propri: i CPT.

Ho visto mani anche là, nei CPT. Ho visto mani strette in pugno nel CPT di Lamezia Terme, là dove la detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi può parlare. Ho visto Dragan, lui era stato il primo a chiamare, quando ancora ero fuori, ho visto le sue mani strette alle sbarre della finestra, e diceva di sé, e del mondo che gli è stato sottratto. Sto in Italia da diciassette anni, diceva Dragan, A Casoria ho moglie e quattro figli, tutti nati lì. Un mese fa sono andato in ospedale a trovare un parente operato di cuore, sono venute due pattuglie della polizia e mi hanno preso. Sono clandestino, diceva, e le sue mani si agitavano nell’aria e tornavano a stringere più forte le sbarre, Ma sono loro che mi hanno fatto restare clandestino. Io ho sempre lavorato, qui. Per tanti anni ho fatto il muratore, adesso facevo il meccanico. Al nero, certo. Se hanno deciso che io devo essere clandestino, come posso lavorare altrimenti? Lo hanno deciso loro, perché un anno dopo che ero arrivato dalla Serbia mi avevano messo in galera perché lavoravo al nero per un italiano che aveva una baracca dove vendeva gas per auto. Sono venuti per un controllo, a lui gli hanno fatto una multa, a me mi hanno messo in galera. E per quella galera adesso mi rimandano in Serbia, e io là non ho più nulla e nessuno.

Dragan, le sue mani strette alla sbarra, che dice sottovoce Non sto bene – è solo uno dei tanti.

Tutto finisce nel CPT: è lì che si compie il senso. Il CPT, alfa e omega del clandestino. La clandestinità viene alla luce solo in un campo di detenzione, in una terra di nessuno che sradica ed espropria, ma che enuncia il senso di una condizione senza voce, senza diritto di parola. E’ lì che emerge ciò che per definizione non può emergere. Questa è la condizione paradossale di un campo. Un serra di piante senza fiore né frutto, destinate al macero.

Il CPT annulla le persone, mi diceva Jihad, e io ripetevo. Ma questo è solo l’inizio (o la fine, che è lo stesso): è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone, e le rende disponibili alla soggezione. Sempre di soggetti si tratta, ma con la differenza di una preposizione: non più soggetti di (diritto), solo soggetti a (al diritto, a un padrone). Non più azione, solo passione. Il clandestino non ha voce, non ha parola, e chi non ha la parola pubblica è uno schiavo, scriveva Aristotele, e lui sapeva cosa si sta dicendo quando si dice “schiavo”.

La riduzione in schiavitù dei clandestini, allora, quella schiavitù che scandalizza e ripugna, e che perciò è facile trovare di questi tempi sulle pagine dei giornali, non è un fatto superficiale, che può risolversi facendo appello a ragioni umanitarie. Quello è solo uno scandalo per finta. La schiavitù è invece un attributo della clandestinità. Un clandestino è sempre, potenzialmente, schiavo. Lo schiavo si fa davvero scandalo solo quando diventa pietra d’inciampo, e intralcia il cammino.

L’espressione “il clandestino è una persona annullata” – trascendentale dell’espressione “il clandestino è uno schiavo” – smette di essere una metafora e ricomincia ad avere un senso concreto quando si considerano le mani. Sono le mani che si muovono e indicano un senso che costringono a vedere uomini là dove si figurano unicamente unità produttive, e fanno passare dallo stato di macchina muscolare a quello di macchina desiderante. Le mani di Michael che ti domandano l’identità, quelle di Mircea che si riparano dalle memorie, quelle di Marcus che chiedono di conservarne il nome, quelle di Dragan che fanno appello al fuori. Quelle mani che hanno da dire e non hanno parola, quelle stesse mani mute che sorreggono le mie mentre battono sui tasti del computer, le mie mani che parlano, e provano a forgiare una parola che sia in grado di poter far vedere quelle mani che soffrono ciò che gli altri dicono.

(pubblicato su Nuovi Argomenti – febbraio 2007)

 

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3 Responses to Le mani degli schiavi (seconda parte)

  1. valter binaghi il 28 settembre 2007 alle 11:31

    sei nel cuore, marco.
    all’origine dell’essere parlante.

  2. Chapuce il 28 settembre 2007 alle 12:18

    c’è tanto bisogno di testimonianze come la tua, caro Marco
    Bravo!
    Chapuce

  3. Ginevra il 28 settembre 2007 alle 20:33

    c’è bisogno di UOMINI.



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