Mio caro Josif

30 settembre 2007
Pubblicato da

di Linnio Accorroni

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Mio caro Josif,
dunque, ieri, t’ho sognato.
T’ho sognato perchè, magna cum voluptate, m’è accaduto di rileggere il tuo amato Orazio. È accaduto un po’ perché l’ininterrotta frequentazione del ‘novismo’, pur nella mutevolezza delle sue forme (film nuovi, dischi nuovi, libri nuovi), genera in me sempre più spesso sazietà e noia piuttosto che entusiasmo. E poi perché, riordinato lo scaffale dei Meridiani, ne è uscito fuori quel volumetto rosso delle opere di Orazio, ancora intonso nonostante l’avessi comperato qualche mese fa. Dire ‘rileggere’ significa voler autoemendarsi da un peccatuccio di gioventù, significa far rientrare una miserabile pratica di sopravvivenza scolastica in una categoria, quella della lettura, che, nonostante tutto, considero ancora non del tutto surrogatoria o vacua, anche se non gli attribuisco più la sovrana decisività di un tempo. Debbo confessarti, peraltro, che quella disdicevole condotta, ai tempi del liceo, riesce a farmi vergognare tuttora perché ero e sono consapevole di quanto essa fosse imperdonabilmente ladresca e menzognera. Voglio dirti insomma che Orazio l’ho ‘letto’, ai tempi del liceo, come ho ‘letto’ Virgilio, Lucrezio, Catullo e gli altri, ovverosia li ho manipolati con superficiale pressapochismo, consultati con foga cursoria, tra una sbirciatina e l’altra alle gambe e alle tette delle compagne, solo per raggiungere l’agognata sufficienza, attraverso uno sforzo minimo e cialtronesco.
Chissà come andavi tu a scuola e chissà come erano le scuole ai tempi tuoi nella fredda terra iperborea?
E qui, subito, per l’insorgenza di una di quelle scorie aneddotiche che ormai, quasi inevitabilmente, affastellano la mia mente e di cui, ti avviso, sarà piena questa lettera lunga e malinconica come un’influenza in pieno inverno, mi è venuto in mente ciò che scrivi a questo proposito. Parole che sono lì come un atto d’accusa, che evidenziano l’abissale differenza tra i miei e i tuoi comportamenti da studente ad aumentare quel senso postumo di vergogna di cui sopra: “Piantai la scuola a quindici anni, e per quel che ne ricordo non fu tanto una scelta cosciente quanto una reazione viscerale. Semplicemente non potevo sopportare certe facce della mia classe – facce di compagni, ma specialmente di insegnanti. E così una mattina d’inverno, senza un motivo apparente, mi alzai in piedi nel mezzo della lezione e feci la mia melodrammatica uscita dal cancello della scuola, sapendo chiaramente che indietro non tornavo. Delle emozioni che mi dominavano in quel momento ricordo soltanto un generico senso di disgusto verso me stesso, perché ero troppo giovane e mi lasciavo mettere i piedi addosso in tante occasioni. C’era anche quella vaga ma beata sensazione di fuga, di una strada senza fine e tutta in pieno sole.” (Fuga da Bisanzio)

Mi sono buttato sulle Epistole di Orazio, scartando le Satire, le Odi, gli Epodi perché pensavo che attraverso esse ci fosse modo di rinfrescare quelle vaghe informazioni sulla sua esistenza che, nonostante la dolosa diseducazione di cui ti ho riferito sopra, mi circolavano ancora in testa: la nascita a Venosa da un padre ex-liberto affrancato, tanto appassionato dalla cultura da spingere suo figlio a studiare in Grecia, a prezzo di enormi sacrifici (qualcosa che oggi pare incomprensibile e inaudito, ma che, invece, se penso a ciò che mio padre ha fatto per me, pochi decenni fa non era neppure tanto scandalosamente eccentrico), la sua amicizia con Mecenate. Ma la scelta delle Epistole è avvenuta anche perché, attraverso esse, potevo soddisfare quella morbosa curiosità, con sedimenti voyeuristici, che mi induce spesso a frugare tra le vicende biografiche degli autori che amo. Per amore della metafisica e dei pettegolezzi, come diresti tu. Perché penso che quelle illuminano di luce diffusa l’opera e viceversa, dico io, assai meno liricamente.

Ieri l’altro era una dolcissima giornata di settembre: in quelle due ore passate fuori, sdraiato al sole, sembrava davvero di essere un beniamino degli dèi, unico a godere, oltre che di quel sole meraviglioso, delle corse cubiste del cane sull’erba ancora umida per cui le zampe separate dal resto del corpo si muovevano convulsamente vicino alla siepe di gelsomini, mentre la coda si abbassava, invece, dalle parti della cuccia e, con il muso, lo vedevo ancora annusare a fianco del gelso. Ma godevo soprattutto per la scrittura vivace e calibratissima di Quinto Orazio: per quel suo humour balzano e contagioso che si muoveva agilmente fra disincanto e cinismo, per la sua capacità di intessere un dialogo fitto di riferimenti e sottintesi con il destinatario, sapendo però, contemporaneamente, interessare altri ‘sconosciuti’ e potenziali lettori anche di secoli dopo, come il sottoscritto, per quella sequenza di apologhi e aneddoti, magari riassunti in una sola riga, sul filo di una colloquialità mai banale o sciatta. Tu, caro Josif, definendo il suo stile, voli ovviamente molto più alto di quanto faccia io: scrivi infatti che leggerlo è come “camminare sui vetri rotti, zoppicando e saltellando” riferendoti alla sorprendente imprevedibilità dei suoi versi che vanificano ogni tentativo di congetturarne esito e soluzione.

Ovvio che, fra le tante, vista la mia attuale condizione, non poteva non trafiggermi la quarta Epistola del I libro, quella dedicata ad Albio Tibullo, nonostante alcuni critici divergano su chi sia il reale destinatario. Di lui poche notizie: la morte in giovanissima età (nel 19 a.C., nato tra il 55 ed il 50) e quella voluptas dolendi che davvero è la cifra più autentica del suo elegiaco corpus poetico. Orazio usa per questo suo amico, che si è praticamente seppellito in campagna in sdegnosa solitudine misantropica e che non dà da tempo sue notizie, parole e suggerimenti che mi piacerebbe girare al mio amico F. Anche lui, come Tibullo, nonostante stiano dalla sua parte intelligenza, bellezza, ricchezza e arte di goderne, è appestato da una immarcescibile acedia (ma chiamala come vuoi: spleen, ennui, depressione…) da cui non riesce (non sa, non vuole, non può) risollevarsi. Orazio vorrebbe recidere questa specie di ‘tumore psichico’ che guasta la vita del suo amico, usando un bisturi filosofico a due lame. La prima è quello della saggezza epicurea, secondo la quale dovremmo saper muoverci “tra collere e timori, tra speranze ed affanni, fa’ conto/ che ogni nuova alba segni quello che è per te l’ultimo giorno:/ quanto meno attesa, tanto più gradita spunterà quell’ora”. L’altra lama poi Flacco la rivolge inopinatamente (ecco un pezzo di ‘vetro rotto’ su cui ci tagliamo volentieri, Josif…) contro se stesso quando così ironicamente si autoritrae: “Grassottello, con la pelle lucida, curata, sembro un porcellino del branco d’Epicuro”. Se il suo amico lo andasse a trovare sicuramente trarrà un qualche sollievo e conforto da quella ‘visione’ di gusto rabelaisiano. Assegnando a F. le vesti di Tibullo, ho anche pensato a come i ruoli, in questo caso, fossero intercambiabili: Ho pensato, cioè, che io ero contemporaneamente il mittente e il destinatario, che cioè L. poteva essere F., Orazio e Tibullo, il porcellino epicureo e il melanconico in riserbo misantropico.

Ma perché mi sei venuto così prepotentemente alla memoria, mentre leggevo Orazio e mi scaldavo al suono di quegli esametri ritmati e musicali, a quel dolcissimo scorcio settembrino? Perché, per quel gioco di casuali accostamenti che, spesso poi, si rivelano fatali, assopendomi al sole per pochi minuti, sono riuscito a sognarti. Eravamo in qualche albergo di lusso a Venezia e tu eri invischiato in qualche inestricabile affaire amoroso. Io che dovevo essere il tuo factotum, messaggero d’amore, portaborse (sai che in sogno riusciamo con somma disinvoltura ad assolvere più ruoli contemporaneamente) t’aspettavo fuori, un po’ scocciato e un po’ lusingato. In fondo ero il Leporello di Brodskij, mica il portaborse di un miserabile politicante qualsiasi. Mi sono svegliato di scatto forse ridestato dalle urla in dialetto veneto del padrone dell’albergo che ce l’aveva su con te, per motivi che mi rimarranno per sempre oscuri. È curioso pensare poi che l’unico autentico indizio per cui ero certo di essere a Venezia, in quel sogno, era, oltre ad un inconfondibile macchia di marrone che aleggiava sullo sfondo e che doveva essere l’ectoplasma di un enorme ponte di legno, proprio quel dialetto che sa raggiungere, a seconda delle circostanze, punte inusitate di dolcezze o di grevità. Ma forse questo vale per tutte le lingue-madri, in una specie di trasposizione, sul piano linguistico, di ciò che le madri fanno e sono nella loro e altrui vita: esseri di struggente dolcezza, ma anche di inusitata crudeltà. Ovvio poi che nell’inconscio galleggiavano, con la stessa consistenza filamentosa delle alghe che affiorano qua e là sui bordi dei canali, le atmosfere liquide e ultraromantiche del tuo Fondamenta degli incurabili, il ricordo di certi miei rendez-vous al ponte dell’Accademia, la nostalgia struggente che sempre nutro per quella città,…

L’epistola che Orazio scrive al suo malinconico amico e collega è di appena 16 delicati esametri che si leggono in un unico flatus vocis. Tu ne indirizzi a lui una che, nella versione italiana, è lunga più di 30 pagine. Ma anch’essa, forse agevolata dalla consistente grandezza dei caratteri Adelphi, pare brevissima.
Su di essa, prima di riprenderla in questi giorni ingarbugliati, avevo ricordi confusi quanto quelli oraziano-scolastici: tre o 4 parole eteroclite e desuete, quelle che rendono necessario il ricorso al Battaglia (guttaperca, logaedo, resilienza), l’immagine di una stanza fredda e piena di libri, le facce degli scrittori latini paragonate a famosi attori, l’etimologia di Leptis Magna, un mancata polluzione notturna per raggiunti limiti d’età.
Ma procediamo per ordine.
Tu, a 54 anni, scrivi a Orazio, morto a 57 nell’8 a.c., senza aver visto il nuovo millennio. Questa tua lettera è del 1995: qualche mese dopo, più precisamente nel gennaio 1996, sei morto. Io, in quello stesso mese, a gennaio, quasi cinquant’anni, fa sono nato. Anche tu, come Orazio, hai mancato, per pochi mesi, l’appuntamento con il millennio. Io, per quanto sta in me, sono certo che non potrò scorgere né nuovi millenni, né nuovi secoli (ma questa mi pare più una consolazione che una jattura). Di che cosa sia morto Orazio non lo so; di che cosa sei morto tu posso immaginarlo. Lo posso desumere mettendo insieme i tuoi accenni, un po’ sornioni, un po’ esorcistici, su una condotta di vita quale la tua che suscitava sicuramente la riprovazione di quei salutisti tristanzuoli e puritani che risiedevano nella nuova patria che ti era toccata in sorte. Sei sempre stato molto ‘indulgente’ (ecco un perfetto esempio di eufemismo) verso il piacere dell’alcol e del fumo e, soprattutto, hai sempre pessimamente gestito un cuore che già, durante gli anni iperborei, aveva già dato preoccupanti segnali di instabilità e di bizzarria. La tua vita sentimentale, poi, dovrebbe essere stata arabescata e volatile quanto quella delle spire di fumo che si alzavano da quella sigaretta che tenevi sempre fra le dita e che, per miracolo, non si spegneva mai. Molto spesso ho pensato, ma forse pure questo l’hai già scritto tu da qualche parte, che determinante fosse stata proprio una celebre foto del tuo venerato Auden a farti cimentare, con ottimi risultati, in quel metodico, prolungato esercizio da tabagista incallito. Certo che quei complicati affaires amorosi (più o meno come quelli che stavi inutilmente tentando di sbrogliare in quell’albergo veneziano del sogno) e le dita gialle di nicotina non avranno giovato granché a quel cuore matto.

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Quante sono le foto che ti raffigurano con la sigaretta accesa?
Ce n’è però un’altra di cui vorrei parlarti oggi, perché è più una dichiarazione di poetica che una attestazione d’esistenza. Una didascalia in bianco e nero di come, in certi magnifici momenti, la tua vita riusciva a depistare quell’incombenza del Tragico che su di essa aleggiava. Essa riusciva addirittura a sembrare meravigliosa, almeno in quel senso che il porcellino del branco d’Epicuro e io stesso avremmo volentieri sottoscritto.
Sei appena uscito, a passo svelto, da qualcosa che doveva essere una qualche conferenza o lectio magistralis. Tu, come al solito, hai la capacità di far parere leonina una capigliatura tutt’altro che folta (e anche questo ti invidio segretamente), in virtù di amicali, misterici accordi che sembravi aver preso con il vento; un patto segreto per farti sembrare comunque più giovane e ‘scapigliato’. Vestito tra il négligé e il blasé, con cravatta byroniana, ma con un magistrale tocco da maestro che risiede nella borsa di cuoio, stazzonata e rigonfia. Ce la immaginiamo piena di libri, carte, sigarette, penne, appunti, caramelle per smorzare sedimenti tabaccosi e alcolici nell’alito… Al tuo fianco una donna bellissima e compiacente. Non si capisce bene chi abborda chi, ma si può immaginare come sia piacevolmente proseguita la serata. Troppa complicità, troppa affinità, troppo sfoggio di reciproche intelligenze in quell’incontro fra sconosciuti tanto intimi.

Anche in questa tua Lettera ad Orazio (anche se, leggendola, si capisce che tutte le tue preferenze vanno per Ovidio per motivi che giustifichi con mirabile chiarezza) c’è una storia che finisce a letto “in una stanza da letto dove ogni avventura somiglia ad una rovina, per via delle lenzuola, dei guanciali e anche delle membra diverse e affastellate”. Molti specchi, invece, assistevano alle storie d’amore d’Orazio, se dessimo retta invece a quella chiacchiera svetoniana secondo cui il nostro amico Flacco, sfoggiando un gusto da miliardario eccentrico che contrastava con le sue origini ruspanti e provinciali (e chissà che cosa ne avrebbe pensato il padre…), s’era fatto riempire l’alcova di specchi per contemplare i propri godimenti coitali da ogni angolo. Questo scialo di vetri, riflessi e membra nude fa scattare in te la memoria di un antico amore romano (la Suburra la chiami), cioè di un’ennesima fibrillazione cardiaca. Ma qui era solo un minuscolo appartamento, pieno di libri, con un solo grande specchio, ma appeso in modo tale da impedire ogni timida imitazione della sorprendente imagerie libidica oraziana.
L’altra cosa che mi pare straordinaria in questa tua lettera è quella di assegnare a ogni autore latino un volto particolare, riprendendoli dall’iconografia del cinema americano più popolare. Sarà che ho una specie di fissazione per quella che Levinas chiama l’‘Ontologia dei volti’, ma immaginarsi, come fai tu, connettendo indizi e cenni degli storici con la consumata perizia e fantasia con la quale un’ archeologa ricostruisce mosaici frantumati, Ovidio con un volto fra James Mason e Paul Newman, Properzio come un incrocio fra William Powell e Zbigniew Cybulski, Orazio un ibrido tra Montale e il Chaplin di Un re a new York e Virgilio come Anthony Perkins, mi fa impazzire, anche perché sembri lasciare a noi la dolce incombenza della prosecuzione. Allora, se m’è permesso giocare, Catullo me lo immagino come Sean Penn, Marziale come Daniel Day Lewis, Lucrezio melanconico e magro come Kim Rossi Stuart, Giovenale come Al Pacino in Profumo di donna, ma non cieco, etc…

Davvero ormai si è fatto tardi e la preoccupazione di averti tediato è davvero grande: mi sarebbe piaciuto anche parlare con te della lussureggiante etimologia di Leptis magna e di quanti incendi fantastici scaturiscono dall’incrocio di questo sostantivo e di questo aggettivo. Anche a me sarebbe piaciuto, come a te, esserci andato e non solo per ammirare, in un bagno, un mosaico pavimentale che contiene l’unico ritratto di Virgilio giunto fino a noi, per di più eseguito mentre lui era in vita… Ma forse è meglio così: andandoci, avremmo magari visto, con le lenti deformate della realtà, il vero volto dell’autore dell’Eneide e appreso con angoscia che la presunta somiglianza con l’interprete di Psyco era solo una tua magnifica boutade e poco altro. Poi lì, a Leptis magna, non riesco a immaginarmi padroni d’hotel irascibili e incazzosi, né alghe marcescenti, nè ponti di legno scuro, sospesi sull’acqua, né baci e carezze… Non riuscirò neppure più a parlare di quelle lenzuola che, come dici tu, se non si sono bagnate non è perché all’epoca della lettera che hai scritto a Flacco avevi 54 anni, ma per colpa delle rime e degli specchi. Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare tutto e non ne ho voglia. In fondo, tu sei entrato in tutto questo solo perché, leggendo Orazio, ho pensato alla malinconia del mio amico F. e a quella mia.
Il sole, il subconscio e le corse del cane poi hanno fatto il resto.
Un abbraccio dovunque tu sia.
L.

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ps. Un bel libro che ho appena terminato di leggere termina con un invito che, così riportato, parrebbe peregrino: bisogna portare rose rosse sulla tomba di Baudelaire e sputi su quella del suo patrigno, il famigerato generale Aupick. Spero solo che davvero la tua tomba a Venezia non sia ancora nelle condizioni di questa foto perché davvero vorrei portarci, quanto prima, rose. Rose rosse.

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4 Responses to Mio caro Josif

  1. Bartolomeo Di Monaco il 1 ottobre 2007 alle 08:53

    Letto con molto piacere, Linnio.

  2. catalin il 1 ottobre 2007 alle 13:25

    bell’ intervento.
    Io Brodskij l’ ho incrociato a Ferrara nel 1991. Sopra il mio letto ho il suo autografo. gran poeta.

  3. marusja il 1 ottobre 2007 alle 13:47

    Le ho portate io le rose rosse a Iosif, due mesi fa. L’isola di San Michele pareva veleggiare in silenzio, mentre sulla sponda opposta brulicava la folla per la biennale. Prima di me, una coppia di giovani innamorati ha lasciato un biglietto, nascosto tra le foglie d’edera che la ricopre. Per terra, due grandi contenitori con centinaia di penne, concreto omaggio di ogni visitatore: gli venisse un verso da mandarci, è il caso che abbia una penna a portata di mano.
    Pensavo che tutto era straordinariamente vicino: il tempo delle passeggiate invernali di Brodskij fra i canali della città; quella malinconia strana e incurabile di Venezia, che ammalia e spinge ogni volta a tornare, per sentirsene ancora sommersi; il mio caro professore di letteratura russa, che per amore di Brodskij ha voluto riposare lì, a poche decine di metri.
    Mentre andavo via, un’altra coppia di mezza età, erano russi, si avvicinava silenziosa.
    Bello il tuo sogno, con tutte le sue evocazioni.

  4. tashtego il 5 ottobre 2007 alle 08:33

    se la poesia, come i discorsi che le si costruiscono attorno, riuscisse a liberarsi una volta per tutte dell’enfasi…
    qui, per esempio, ne abbiamo a secchiate, fino al ridicolo.
    tipo i capelli di brodskij che hanno fatto un patto col vento.
    si potrà essere poeti senza essere nel contempo liceali attardati?
    oppure atteggiati a maudit?
    si potra?



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