Oralità e scrittura in Gadda 1

1 ottobre 2007
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(Nella discussione scaturita dal suo ultimo post, Massimo Rizzante ha ricordato come la storia del romanzo sia in gran parte dipesa dalla capacità dello scrittore di captare il magma dell’oralità, per iscriverlo all’interno dell’architettura narrativa. L’oralità è il mostro che il romanziere deve domare, affinché la lingua in cui scrive non sia lingua “libresca”. Sfida ardua, intorno alla quale si è giocato il destino di alcuni capolavori. Ma il problema tocca anche altri generi.)

Eros e Priapo : oltre il pamphlet

Di Andrea Inglese

Partiamo da una prima constatazione: Eros e Priapo (Da furore a cenere) di Carlo Emilio Gadda è un testo anomalo, che pone un immediato problema di collocazione all’interno delle categorie di “genere”. Esso viene generalmente annoverato nel genere pamphlet, sebbene non sia del tutto pacifica l’appartenenza del testo di Gadda ad un tale genere. O meglio, converrebbe subito esplicitare quali siano gli aspetti, e non secondari, che rendono Eros e Priapo un pamphlet assai particolare. Per fare ciò, cominciamo con il dare la parola all’autore.

Nella “Premessa”, che introduce la prima edizione Garzanti del 1967, Gadda si riferisce all’opera data alla stampe con il termine “libello”, specificando subito “minimo libro”. L’accezione più antica del termine attestata dal Battaglia è infatti quella di “volume di piccola mole, libretto”. Sennonché Gadda ci mette subito fuori strada, in quanto il dattiloscritto utilizzato per la stampa consta di più di trecento pagine, e non corrisponde, di conseguenza, all’annunciata opera breve. In un’accezione più recente, però, “libello” assume anche un altro significato, sempre secondo la definizione del Battaglia; esso indica “scritto, opuscolo, volumetto, per lo più breve e occasionale, talvolta anche anonimo, composto con intenzioni violentemente satiriche o polemiche, tali da sconfinare nella diffamazione, nell’ingiuria, nello scandalistico”. Siamo quindi ricondotti alle caratteristiche del pamphlet, che rappresenta lo scritto polemico per eccellenza, quello in cui il ritratto satirico può sfociare, alle volte, nella mera aggressione ingiuriosa e diffamante. Scorrendo poi le prime pagine dell’opera, ci si avvede che il bersaglio della polemica è il “ventennio” fascista e il “Vigile dei destini” o “ruggente lione” che ne è stato il principale artefice, ossia Benito Mussolini.

Posto allora che ci troviamo di fronte ad un pamphlet antimussoliniano, dobbiamo evidenziare ulteriori e più specifici caratteri di Eros e Priapo. Il primo, e più evidente, è la data di pubblicazione: 1967. Le note di Giorgio Pinotti, inserite nell’edizione delle Opere complete della Garzanti, ci permettono di far luce sulla complicata vicenda del testo gaddiano. La prima stesura risale al 1944-’45 e la data di consegna, in casa editrice, è fissata per il 1946. Da quel momento in poi, la consegna subirà però una serie di ritardi tali, che il testo vedrà la luce ben ventidue anni dopo la sua prima stesura. Nel frattempo Gadda si è disaffezionato al suo “libello”, lo ha ripreso in mano varie volte, senza mai compiere sul primo getto una lavoro di revisione sistematico. Negli anni 1955-’56, l’autore pubblica su “Officina” un estratto del lavoro, presentendo probabilmente che l’intero testo non ha ormai più opportunità di essere pubblicato. Ma le pressioni editoriali avranno la meglio sulla reticenza di Gadda. Senza dilungarci ora sul problema delle varianti e del lavoro di revisione in bozze, constatiamo che gli interventi realizzati in fase di pubblicazione, come ricorda Pinotti, “non valsero a sanare la fluidità e la sostanziale incompiutezza del testo”1 .

Quanto ricordato sopra, serve a rilevare la prima incongruenza di Eros e Priapo. Caratteristica unanimemente riconosciuta al pamphlet è il suo essere uno scritto di “circostanza”, cioè strettamente legato a fatti d’attualità. Non solo, ma lo scritto polemico trae la sua stessa efficacia dal grado di tempestività con il quale si presenta nell’agone del dibattito pubblico. Le velocità d’intervento così come la prontezza della reazione costituiscono due delle principali virtù del polemista. Nel caso dello scritto gaddiano, il duplice bersaglio polemico, il regime fascista e il suo capo, sono scomparsi da ventidue anni. E su di essi esiste ormai un’ampia mole bibliografica, di taglio scientifico e oggettivo. Non aveva insomma tutti i torti Gadda, ad essere recalcitrante nei confronti di un libro che aveva ormai perso una delle sue principali ragion d’essere: l’opportunità.

Per altro l’indignazione di Gadda nei confronti di Mussolini si manifestava assai tardivamente, e il ritratto satirico del tiranno sarebbe apparso a tiranno già detronizzato e giustiziato. Come ha mostrato Robert Dombroski, la svolta critica nei confronti del regime è databile a partire dal 1943. Gadda non è mai stato certo un entusiasta del fascismo, ma la sua è la posizione dello scettico piuttosto che dell’insofferente. Questo si evince chiaramente da una serie di articoli di carattere “scientifico” che egli realizza durante gli anni del regime. Il suo apporto rimane confinato al giudizio tecnico intorno alle caratteristiche e all’impiego dei metalli leggeri e composti gassosi. Ciò non toglie che, come ricorda Dombroski, fino al “1942, mentre molti cominciano a rifiutare la retorica mussoliniana e la sua politica di guerra, Gadda continua a scrivere articoli insensibili nei confronti della realtà italiana e della posizione in guerra del paese” 2.

Sebbene la svolta sia stata tardiva, ciò non toglie che essa abbia lasciato sfogo ad un risentimento così violento, da suggerire l’idea di un’inconsapevole e più lunga incubazione. Gadda reagisce quando ormai il guasto del paese e la disfatta del tiranno sono sotto gli occhi di tutti, ma in lui la presa di coscienza avviene nella forma di un vero e proprio scatenamento, di un’esplosione di rabbia, di cui Eros e Priapo sono diretta testimonianza, ma anche molte pagine del Pasticciaccio, scritte in quei medesimi anni. Prima però di analizzare da vicino come si traduce, nel testo, il risentimento di Gadda nei confronti del fascismo, c’è un altro aspetto del pamphlet che occorre mettere in luce. Esso emerge dalle intenzioni che l’autore manifesta esplicitamente nelle prime pagine del suo lavoro.

Nel primo capitolo, infatti, assistiamo ad una dichiarazione d’intenti. Il soggetto d’enunciazione attira subito su di sé l’attenzione del destinatario, scegliendo di riflettere sulla natura del proprio enunciato. Quest’ultimo verte su un oggetto ben preciso che si delinea già nella primissima frase: “Li associati cui per più d’un ventennio è venuto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onta la Italia (…), pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita” 3. Gli “associati” di cui tratta il testo sono i dirigenti fascisti, coloro che hanno governato per un ventennio il paese, portandolo ad una definitiva rovina. Il tono improntato dall’autore è quello perentorio ed esasperato della denuncia. Ed esso si conferma, frase dopo frase, nelle pagine successive, dove anzi si assiste ad un crescere della violenza polemica. Ma dall’esordio impetuoso e tuonante, emerge in seguito un proposito più meditato, che parrebbe ricondurre il discorso ad un registro più freddo ed analitico. L’autore, infatti, utilizza ad un tratto una prima persona plurale che si discosta dal mero “plurale d’autore”, per alludere all’eterogenea comunità dei pensanti e dei dotti, fra i quali egli stesso si pone: “è ovvio che tutte le nostre attività conoscitive e le universe funzioni dell’anima debbano intervenire nel giudizio del male, patito e fatto. Tutti i modi, i metodi, le tecniche, le singole operazioni e le discipline della mente sono chiamati a soccorrerci. L’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude la resurrezione” (EP, p. 23).

La metafora religiosa della “resurrezione” giustifica l’esortazione di Gadda allo studio del male, all’analisi conoscitiva di esso, come necessario preludio ad una rinascita del corpo sociale. Quest’ultimo, infatti, malgrado sia stato interamente coinvolto nella catastrofe del regime fascista, potrebbe portare ancora in sé, ignaro, il germe maligno del recente passato. Insomma, perché rinascita ci sia, e futuro di giustizia, non è sufficiente la constatazione del crollo del fascismo e della fine di Mussolini. La società tutta, attraverso una multidisciplinare applicazione conoscitiva, deve andare alla fonte del suo guasto, scoprire le cause che l’hanno spinta ad abbracciare un’impresa tanto dissennata e funesta.

L’elenco degli specialisti che Gadda chiama a raccolta è ampio e vario. Comprende il “giurisperito”, lo “storico delle religioni”, l’“economista”, l’“ingignere”, il “militare”, il “marinaro” e, alla fine, in un crescendo comico, “lo psichiatra o frenologo e ‘l dermopata” (EP, 24). A questo punto, il lettore si aspetta che l’autore, a sua volta, esponga in nome di quale sapere specialistico intenda intervenire in tale progetto conoscitivo. Ma il discorso è immediatamente portato altrove. Di nuovo, come attratta da una forza incontrollabile, l’attenzione torna a fissarsi sull’oggetto di studio, il fenomeno fascista, e a quella frazione di esso che, nella persona di Benito Mussolini, suo ideatore e capo, ne incarna la perfetta sineddoche. La complessità del fascismo, inteso come fenomeno storico, è così sorvolata d’un colpo verso una realtà più semplice, quella del duce, considerato da Gadda come principio e fine di tutta la vicenda dittatoriale.

Sulle conseguenze di questa “semplificazione”, torneremo in seguito. Ci interessa ora mettere in luce un altro aspetto del testo. Nel bel mezzo di un discorso, che aveva preso una piega argomentativa, irrompe di nuovo la figura del duce, catalizzando intorno a sé la furia caricaturale di Gadda. Questa sorta d’interferenza si riprodurrà più volte lungo l’arco di una metà almeno dei capitoli che compongono il libro (undici, in totale). Il ragionare allora s’interrompe, per dare spazio a raffigurazioni grottesche e comiche, che ripercorrono a rovescio, in una perpetua parodia, tutti i tratti dell’iconografia eroica del duce. Alla costruzione dell’immagine caricaturale, poi, si affianca l’esercizio virtuosistico ed ossessivo della denominazione ingiuriosa. È dunque intorno a queste due modalità, che fin dall’inizio il testo va organizzandosi, sfuggendo di continuo ad ogni organizzazione logica e spassionata del discorso. Il ritratto caricaturale e la denominazione ingiuriosa si intrecciano e avvicendano senza un piano di sviluppo lineare e progressivo, ma seguendo un impulso ciclico, ritornando continuamente al medesimo oggetto esecrabile: il duce.
Ecco un esempio di ritratto:

“Pervenne alle ghette color tortora, che portava colla disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, al tubino già detto, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma vividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano a’ fianchi, rattenute da du’ braccini corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussono morte e di pezza, e senza aver che fare davanti ‘l fotografo: i ditoni dieci d’un sudanese inguantato.” (EP, 27-28)

Ed un esempio di denominazione ingiuriosa: “Il suggeritore fu lui il Ministro, Primo ministro delle bravazzate, lui il Primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù dal balcone ventitré anni durante” (EP, 24).
Volendo a tutti i costi seguire il filo ragionativo dell’autore, siamo costretti a saltare quelle che, in apparenza, si presentano come digressioni, inserti puramente polemici. Ecco allora che ritroviamo il bandolo del discorso sui saperi e sul ruolo che Gadda stesso si attribuisce nell’inchiesta sulla patologia totalitaria che ha sconvolto l’Italia. Alla fine di una protratta litote, nella quale vengono enumerati i titoli che l’autore non possiede (“Frenologo non essendo”… “Non sono psichiatra”), viene affermata, con profusione di immagini, la sua peculiare virtù conoscitiva. Essa non attiene ad una disciplina specialistica e codificata, ma è da considerarsi un dono naturale. Con slittamento metonimico, l’autore parla di “naso” per indicare un particolare “fiuto”, ossia una facoltà ad un tempo diagnostica e demistificante. Così ci viene presentata:

“Tantoché dato dunque sto naso, e chiedendomi taluno il mio (tardivo, ahi!) contributo a quell’atto di conoscenza di che si ragionava pur dianzi, bene, ecco qua. Dimando intepretare e perscrutare certi moventi del delinquere non dichiarati dal comune discorso (…) que’ modi e que’ procedimenti oscuri, o alquanto aggrovigliati e intorti, dell’essere, che pervengono alla zona ove l’errore si dà vestito in penziero: quegli impulsi animali a non dire animaleschi (…) i quali impulsi o moventi hanno tanta e talora preminente parte nella bieca storia degli òmini, in quella dell’òmo individuo, come in quella d’ogni aggregazione di òmini.” (EP, 31)

L’intento dell’opera appare ora più esplicito: agli angusti limiti del pamphlet satirico, Gadda sembra preferire il lavoro in profondità del trattato. Si coglie, insomma, una qualche pretesa di sistematicità nell’approccio “interpretativo” che consiste nel decifrare, dietro il “penziero”, degli “impulsi animali” o “animaleschi” per nulla limpidi e razionali. L’autore si presenta qui come un seguace di quella che il filosofo francese Paul Ricœur ha definito “l’école du soupçon”. I tre grandi maestri di questa scuola sono Marx, Nietzsche e Freud. La “scuola del sospetto” si basa su un principio semplice: esistono dei discorsi di verità, o dei discorsi che fanno riferimento a valori superiori e indiscutibili, che nascondono moventi inconfessabili. O più precisamente: certi moventi inconfessabili generano e promuovono discorsi apparentemente legittimi, sul piano della verità e della morale condivisa. Scopo dei fondatori di tale scuola, allora, è lo “smascheramento” della falsa verità e della falsa “virtù”. Se il principio di tale pensiero demistificante è abbastanza semplice, lo è molto di meno il metodo, gli strumenti concettuali e il quadro teorico di cui è necessario servirsi per decifrare, sotto l’apparenza fallace, i reali meccanismi del discorso.

Gadda sembra non avere dubbi riguardo al maestro del “sospetto” da eleggere a principale riferimento dottrinario. Anche solo nel breve passo che abbiamo riportato, ricorrono i termini “impulsi” e “moventi”. Alcune pagine più in là, il discorso si fa ancora più chiaro. Si parla infatti di “Una veridica istoria degli aggregati umani e de’ loro appetiti, dico una storia erotica dell’uman genere e degli impulsi fagici e de’ venerei che lo sospingono ad atti, e delle sublimazioni o pseudo-sublimazioni pragmatiche di quelli” (EP, p. 37). I termini chiave del discorso rinviano tutti al vocabolario psicanalitico: “appetiti”, “storia erotica”, “sublimazioni”. Lo confermano anche i titoli dei successivi capitoli. Sarà sufficiente citarne due, l’ottavo e il nono: “Narcisismo giovanile e pedagogia. Teorica del modello narcissico” e “Rapporto fondamentale tra narcisismo e sessualità. Disciplina narcissica”.

L’architettura dell’opera e i propositi dell’autore fanno dunque pensare ad un vero e proprio trattato di taglio psico-antropologico che permetta di ricostruire, in base ad una teoria della psiche umana di tipo freudiano, il successo politico di un partito mosso esclusivamente da moventi irrazionali e distruttivi. L’indagine è rivolta alle condizioni generali che determinano l’evolversi degli “aggregati umani” e alle cause che li spingono, a volte, verso involuzioni catastrofiche e mortifere. Teoria della psiche e filosofia della storia sembrano andare di concerto, stando almeno alle premesse del discorso gaddiano. Il modello di riferimento non può che essere Totem e tabù, il saggio di Freud del 1913. In esso, l’autore combina i risultati dell’antropologia evoluzionistica con la dottrina psicanalitica, elaborando un romanzo della nascita della civiltà.

In Eros e Priapo non è facile trovare, oltre al vocabolario della psicanalisi, liberamente manipolato dall’antropologo dilettante Gadda, molti altri riferimenti teorici per quanto riguarda l’analisi dei comportamenti umani, dei fenomeni di massa e delle società in genere. Con ciò non si vuole sminuire la portata teorica di Eros e Priapo, ma semplicemente riconoscerne i debiti dottrinari e anche gli evidenti limiti. Nel 1960 era uscita un’opera anch’essa di un antropologo dilettante, e anch’essa incentrata sulla psicologia del controllo sociale, avendo come riferimento storico il nazismo di Hitler. S’intitolava Massa e Potere (Mass und Macht) e l’autore era Elias Canetti. Solo che Canetti vi aveva lavorato per vent’anni, producendo alla fine un studio denso e poderoso, molto più ricco di quello di Gadda. Ma di certo le ambizioni di Gadda non erano quelle di Canetti. Non solo, ma l’importanza di Eros e Priapo non sono neppure da ricercare nell’originalità delle tesi o nel rigore delle argomentazioni avanzate dal loro autore.

In effetti, chiunque si appresti a svolgere una lettura di quest’opera, non può non riconoscerne, sul piano delle intenzioni, un’ambiguità di fondo. L’esitazione perdura irrisolta, capitolo dopo capitolo, tra il pamphlet aggressivo e partigiano, da un lato, e il trattato speculativo e spassionato, dall’altro. Tale natura ancipite, del resto, si palesava già nella scheda di presentazione dell’opera che Gadda aveva redatto nel 1945 per Alberto Mondadori:

“Volume di circa 300 pagine riguardante il sostrato ‘erotico’ del dramma ventennale testé chiuso: a carattere irruente, e redatto con estrema libertà di linguaggio. In gran parte il testo risulta di una prosa arcaicheggiante di tipo toscano-cinquecentesco, con interpolazioni dialettali varie: (romanesco, lombardo). (…) A un contenuto di pensiero e di giudizio si mescolano episodi vari, imagini, ecc. registrati in tono umorale.”

L’operazione non è di certo ovvia, né trova un facile riscontro nella letteratura italiana del secolo. Bisogna quindi chiedersi se tale mescolanza di “pensiero” e “umore”, di “trattato” e “libello”, abbia raggiunto una sua coerenza e una sua efficacia testuale. Una prima risposta l’abbiamo già data, seppure in modo sintetico. Quanto pertiene al pamphlet è zoppicante per vari motivi. I due più importanti sono l’intempestività e la mancanza di un sistema “positivo” di valori, che si tratta di difendere contro i falsi valori e l’impostura dell’avversario. Lo scontro tra sistemi incompatibili di valori giustifica, nel genere del pamphlet, l’urgenza e l’esasperazione con cui l’avversario, nella sua particolarità biografica, è attaccato. Quasi sempre l’obiettivo polemico è un determinato gruppo sociale o una persona singola, ma la posta in gioco è più solenne e importante. La diatriba personale o settaria è nobilitata da uno scontro sui valori fondamentali della collettività.

Nel testo di Gadda di rado affiora la difesa di una dottrina o di una condotta ideale, rispetto invece all’imperversare del discorso e del comportamento mussoliniano, parodiato o grottescamente deformato. Non che questa difesa sia del tutto assente, ma essa celebra per lo più le doti del “sacrificio”, “dell’opere e delle fatiche”, del duro lavoro, su di uno sfondo assai pessimista, se non apertamente tragico. Non è certo con un repertorio di idee leopardiane che si può costruire il nucleo propositivo e militante dell’attacco polemico.

Se guardiamo poi ad Eros e Priapo come ad un trattato, notiamo che anche da questo punto di vista l’opera risulta zoppicante. L’argomentazione, come già abbiamo fatto notare, invece di procedere in modo progressivo e sistematico, deducendo da una varia casistica le leggi invarianti di un dato fenomeno psico-sociale, giustappone una disordinata raccolta di aneddoti alla formulazione, a mo’ di postulato, della legge generale dello sviluppo libidico nell’essere umano. Ciò non significa che da queste giustapposizioni di stralci narrativi e principi astratti non scaturisca a volte una luce capace di illuminare aspetti concreti del fenomeno fascista. Ma non è neppure nella forma del trattato che l’opera di Gadda trova il suo baricentro o comunque la sua ossatura più solida.

Nonostante i limiti citati e le debolezze, nonostante due intenzioni non pienamente realizzate non ne facciano una felice e compiuta, il testo di Eros e Priapo mantiene un suo carattere anomalo e affascinante. Ma quest’ultimo non deve essere ricercato a livello delle scelte consapevoli in termini di genere discorsivo o di piano compositivo dell’opera. L’originalità e l’efficacia del testo vanno individuate soprattutto negli effetti d’interferenza lessicale e stilistica microtestuali. Se la tenuta d’insieme del testo appare incerta, dobbiamo rivolgerci a quella forma di discorso che attraversa interamente Eros e Priapo, ma manifestandosi in porzioni di testo più elementari e circoscritte. Il vero ritmo del discorso gaddiano non è determinato né dalle forme del pamphlet né da quelle del trattato, bensì da quelle dell’invettiva.

(Continua)

Note
1) G. Pinotti, “Note ai testi”, in C. E. Gadda, Saggi giornali favole e altri scritti, II (1992), a cura di C. Vela, G. Gaspari, G. Pinotti, F. Gavazzeni, D. Isella, M.A. Terzoli, vol. IV dell’edizione delle Opere di Carlo Emilio Gadda, diretta da D. Isella, Garzanti, Milano 1988-1993, p. 1011.
2) Robert S. Dombroski, L’esistenza ubbidiente. Letterati italiani sotto il fascismo, Napoli, Guida, 1984, p. 101.
3) Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo (Da furore a cenere) [1967], Milano, Garzanti, 1990, p. 21. Questa edizione di Eros e Priapo viene data nel testo curato da Giorgio Pinotti per il IV volume delle Opere di Carlo Emilio Gadda, dirette da Dante Isella nella collana “Libri della Spiga”. D’ora in poi EP.
4) G. Pinotti, “Note ai testi”, in C. E. Gadda, Saggi giornali favole e altri scritti, II (1992), cit., p. 995.

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(Questo saggio è raccolto in L’invective: histoire, formes, stratégies, Publications de l’Université de Saint Etienne, 2006.)

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3 Responses to Oralità e scrittura in Gadda 1

  1. Alessandro Morgillo il 1 ottobre 2007 alle 12:53

    La solita solfa. Andrea Inglese dovrebbe vivere la sua generazione invece di esercitarsi al solfeggio.

  2. […] (Prima parte qui) […]

  3. Lorenzo Galbiati il 5 ottobre 2007 alle 23:02

    Cose da leggere più spesso qui su NI.



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