Intervista a Giancarlo De Cataldo

3 ottobre 2007
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di Gianni Biondillo

[allego qui la versione estesa di un’intervista fatta a Giancarlo De Cataldo per GQ. Quella pubblicata nel numero di agosto, per capirci, è lunga circa la metà]

Vivo un mio personale conflitto d’interessi. M’è stato chiesto di intervistare un amico, Giancarlo De Cataldo. Potrebbe diventare abbastanza rischiosa la deriva indulgente, la sviolinata in tempo reale, il, per dirla alla maniera di Quentin Tarantino, “farsi i pompini a vicenda”. Ma sono abbastanza certo di non cadere in tale tentazione. Ho dalla mia la fortuna di averlo conosciuto, e rispettato, prima come scrittore e poi, solo poi, come persona.
Quindi, seduti al tavolo di una trattoria romana, mi armo di registratore digitale e gli pongo la mia raffica di domande, cercando di evitare di macchiare d’olio le bozze del suo nuovo romanzo, Nelle mani giuste, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima, ma che ormai, per voi che leggete, è già in tutte le librerie e veleggia nelle alte quote delle classifiche di vendita.
Partiamo con un gioco, gli dico, ti faccio un elenco di nomi, dimmi cos’hanno in comune Imre Kertesz, Carlo Emilio Gadda, Walter Benjamin, Jorge Luis Borges, Fernando Pessoa, Friedrich Dürrenmatt… “È facile” mi risponde d’acchito, “il mistero, la narrazione criminale! Sono tutti scrittori che hanno scritto o volevano scrivere un giallo.” Ti senti in buona compagnia? Ride. Quello che cerco di dire è che l’annosa questione della scrittura di genere catalogata come paraletteratura è smentita dal fior fiore della letteratura contemporanea, in fondo. Alza le spalle. “È solo una cosa italiana, non farci caso. Se vai negli Stati Uniti nei circuiti Barnes & Noble, la diversificazione non è fra il genere e il mainstream, ma fra il “popolare” e il “colto”: tutto ciò che è circuito universitario, Granta, riviste di scrittura creativa, Ellroy, Le Carré, è colto. Per popolare si intende: l’ultimo discorso del predicatore evangelista, la biografia della starlette, Paulo Coelho.” Ok, allora come lo vogliamo definire Nelle Mani Giuste? “Noi che abbiamo amato il noir siamo oggi coltivatori di scritture di confine. Nelle mani giuste è forse molto più un romanzo storico, è più vicino a Balzac, a Dickens, che un noir. Il romanzo storico, se deve trattare con il male, deve essere mimetico del male. Noi che siamo arrivati a praticare queste scritture di confine tardi abbiamo la fortuna di poterci muovere a cavallo fra il popolare e il colto e questa è una grande risorsa.”
È un’ossessione tutta italiana questo dover distinguere ciò che è colto da ciò che è popolare, gli dico. “È vero. Ma le cose stanno cambiando. Quando il Giulio II commissionava ad un grande artista la Cappella Sistina, o il Priore della Pieve commissionava all’ultimo artista di bottega la madonnina da dipingere per i suoi duecento paesani, ciò che li accomunava era il concetto di “commissione”, cioè che si produceva un’opera, convenzionalmente definita d’arte, destinata alla fruizione collettiva. Ecco, io questo della fruizione collettiva me lo pongo come problema in pieno. È il rapporto col lettore da parte dello scrittore.”
Rapporto diretto col pubblico che scavalca tutti i passaggi di mediazione che hanno creato, spesso, caste di potere, aggiungo. “Sì! Lo diceva Gramsci nei quaderni: la tradizione letteraria italiana, che è di una piccola borghesia letterata catturata sui banchi del liceo, avrà sempre la tendenza a sottovalutare il fattore mercato, o la fortuna dello scrittore, ma se vuoi ricostruire il costume e il gusto dell’italiano di un determinato periodo devi tener conto di quello che leggeva, se fosse negli anni Trenta devi tener conto più di Guido da Verona che di Bontempelli o Alvaro. Mentre non sbaglieresti a fare riferimento a Moravia. Non è un problema di farsi leggere dalle masse, perché il rispetto per il lettore non significa disprezzo per la scrittura. Ma è anche vero che la scrittura si può esaurire nella figura dello scrittore sciamano, dell’autore che lancia le sue profezie dall’alto del colle. Detto ciò, che tu la voglia mettere sul piano del gusto, o del successo o della fortuna, una differenza di qualità fra le scritture esiste e noi dovremmo forse avere l’onestà di dire che nel noir italiano si è insinuata una “maniera”. Un conto è raccontare una città catturandole l’anima, un conto è fare la gretta topografia… che mi si racconta che c’è una piazza, che confluiscono 4 vie, che al numero civico 20 di questa via ci abita il tale… insomma: ma chi se ne frega! Oppure: perché io devo essere informato costantemente di tutte le marche di whisky preferite dal commissario tizio, o tutti i tipi musica che ascolta, i suoi gusti… se i suoi gusti servono a connotare il personaggio, il suo universo visuale, musicale, simbolico di riferimento, e lo usa come cifra stilistica, va bene, altrimenti a che pro sapere che è stata usata una luger parabellum 7.75, con pallottole 9 x 21 mm?”
Quindi il più grande nemico della scrittura di genere è lo scrittore di genere. “Esatto”.
Sentii dire una volta da Piperno che la letteratura italiana era di bassa qualità perché siamo un paese senza storia, non come Israele che ha una letteratura alta perché piena di accadimenti storici. Io non capivo: in Italia non capita nulla? Da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, dall’Italicus alla strage di Bologna, giù giù fino ai giorni nostri è successo di tutto, gli ho detto, c’è un sacco di roba da raccontare, e c’è qualcuno che lo sta facendo davvero, sei tu che non leggi quei libri! E qui entra prepotente, a gamba tesa direi, Romanzo Criminale.
“Pensa” mi dice, “ a ciò che gli americani sono riusciti a costruire attorno a Cuba e il Vietnam, in fondo due eventi che dovrebbero essere già ampiamente metabolizzati dalla loro storia: una autentica mitologia. Ellroy, Delillo, Oliver Stone… Il Watergate, che è uno scandaletto, paragonato a quello che vediamo e leggiamo sui giornali italiani ogni giorno, è diventato l’emblema della corruzione che si insinuava nella corretta e pulita società puritana, e così via.
Il mettersi a lavorare attorno alla Storia e renderla metafora non è diverso da quello che a partire da Walter Scott ha fatto tutta la grande letteratura dell’800 e il grande cinema italiano fino al Casanova di Fellini. Intorno a questo rapporto con la realtà io mi sono posto la sfida di scrivere un romanzo che riprendesse gli stilemi del noir e i modi del romanzo di formazione ottocentesco. Politica, sentimento, eroi calati nella storia loro malgrado, e rendere il senso di mutazione della Storia attraverso il mutamento dei destini individuali.”
Stiamo parlando di mitopoietica, insomma. Ma senza accademismi. Anche perché ormai siamo al caffé, e tutti e due ci accendiamo chi una sigaretta (io) chi un sigaro (lui, che in effetti ha il fisico del ruolo). Mi racconta una barzelletta in tarantino stretto. È di tale volgarità che rasenta il poetico. Parliamo della sua città, fatta di menti accuminate che spesso la fuggono. Perché? “Io credo che tutti noi meridionali diamo le prove migliori in trasferta” mi dice. “Il terrone gioca sempre il segno due sulla schedina. Forse per una capacità mimetica, una adattabilità, l’orgoglio di fare bella figura, non so.” Come Cosimo Argentina, nella Brianza Profonda, o Girolamo De Michele, a Ferrara? “Cosimo è una persona appartata, uno che fa il suo lavoro in silenzio, una brava persona. Girolamo mi piace come scrive, è un militante attivo. Io ho rispetto per le controculture, per le opinioni eccentriche, per il dissenso. Non mi sentirò mai fino in fondo nella ‘ndrangheta letteraria.”
Gli riferisco una mia teoria: c’è un dovere della letteratura, quello di fare memoria collettiva, di ricostruire la Storia, quella che non viene raccontata. All’improvviso, come se ci fosse stata una telefonata collettiva, il territorio nazionale è stato coperto da scrittori che spesso neppure si conoscevano che si sono messi a raccontarlo. “È vero. Anche perché si è coperto un territorio abbandonato dalla cronaca, tranne qualche bell’esempio di giornalismo d’inchiesta, Giovanni Bianconi, Giovanni Maria Bellu, oppure le cose che fa Lucarelli in tv. Ma la letteratura italiana non è che non le ha mai fatte, da “i vecchi e i giovani” di Pirandello all’ultimo Calvino. Poi con la morte di Pasolini diventiamo intimisti, ma i primi romanzi di Macchiavelli su Bologna, sono del 77-78, il nostro difetto è stato di considerarla letteratura di genere, ma, come dire, un po’ come gli amanuensi che salvavano i manoscritti dell’antichità, la letteratura di genere ha salvato la memoria storica in Italia.”
Eppure non sono d’accordissimo con Carlotto quando dice che solo il noir, oggi, fa giornalismo d’inchiesta. Vedi il caso clamoroso di Gomorra. Saviano, col materiale del giornalismo d’inchiesta, costruisce un oggetto narrativo che è anche un grande romanzo. “Sono d’accordo con te, io sono un savianiano, ululo di gioia quando vedo i vecchi letterati insorgere contro Saviano. Che si facessero da parte, cazzo!”
E vogliamo rimarcare il diritto di un libro anche di intrattenere, di divertire? Perché dover pensare che solo i libri noiosi debbano essere intelligenti? “Io sono favorevole non solo al meticciato dei generi, ma anche alla contemporanea presenza sul bancone di una varietà di opzioni, cose diverse, che è il libero mercato, e non etichette diverse dello stesso prodotto, che è il pensiero unico. Amo molto i racconti impalpabili, o quelli divertenti, lo humor, il cazzeggio. L’Italia è un paese con un fortissimo senso del ridicolo, abbiamo questa macchietta geniale dell’onorevole Trombetta, che la dice lunga sul politico tronfio! Hai presente?” Certo! Per me il mondo si divide in chi ride alle battute di Totò e chi non ride. Io rido.
Romanzo Criminale ti pesa? “Enormemente! Pesa l’eredità, la paura del nuovo giudizio, il confronto, pesa la condizione d’obbligo di dover fare qualcosa dopo.” Io fossi stato in te, gli dico, mi davo alla biologia marina! Romanzo Criminale è un libro scritto in stato di grazia, arrivato esattamente quando doveva arrivare, quando mi ricapita una cosa così? Sono un vigliacco? “Il problema me lo sono posto, ma poi c’è sempre il gusto della conferma, un po’ come l’atleta che ha vinto l’olimpiade e va a gareggiare all’olimpiade successiva, anche se nel frattempo sono arrivati nuovi atleti, più giovani e sono cambiati i metodi di allenamento. Pesa tantissimo, sì. La composizione della struttura di un romanzo, è per me gravosa, più dello stesso lavoro di scrittura, ci ho mezzo 5 anni per fare uscire un nuovo libro.” Nelle mani giuste, anche se virtualmente si può chiamarlo un sequel, è un romanzo molto differente da Romanzo Criminale. La scrittura è profondamente cambiata; Romanzo Criminale è epico, quest’ultimo è più psicologico. Fermo restando che letta la prima pagina si è catapultato vivido nella mente tutto il mondo del romanzo precedente, si nota subito come i personaggi siano cambiati, modificati. E sono cambiati gli scenari, si esce da Roma, ci sono nuovi protagonisti, prende spazio l’alta borghesia collusa col potere,che parla una lingua differente dagli sbandati sottoproletari del libro precedente. “Romanzo Criminale è la storia di un progetto e di un sogno, Nelle mani giuste è la storia di una crisi di un progetto, qui agiscono i padroni, l’unico personaggio che può riallacciarsi a Romanzo Criminale è Pino Marino, al quale do una nota di speranza.” La lingua di questo romanzo cambia. Ogni storia, in fondo, chiede una lingua. “Pensa: America Tabloid e Libra sono la stessa storia, solo che è raccontata o da eroi schizzati, impasticcati, assassini, o da un poveraccio come Oswald. È come cambiare l’obbiettivo alla cinepresa, cambia la resa estetica.” I personaggi di Nelle mani giuste sono più antipatici, meno coinvolgenti, uno preferisce cadere nel baratro con i personaggi di Romanzo Criminale, piuttosto che sopravvivere e identificarsi con questa gentaglia che amministra il potere. “Nelle mani giuste è un romanzo cupo, dominato da un forte senso di perdita, continuo, ineluttabile, una sorta di entropia italiana in cui l’unica carica positiva è affidato alle donne.” In effetti ci sono molti personaggi femminili in questo romanzo, che hanno ruoli importanti. “È che ho alzato le mani, a 50 anni. Ormai mi auguro che le donne prendano il nostro posto e lo facciano nel modo giusto. Le donne si denudano l’anima, parlano, si dicono tutti, noi presi da ansia di prestazione non siamo mai stati capaci di coltivare questa qualità. Non è una ruffianata, è una speranza: se le donne dell’islam si ribellano, in mondo cambia!”
Nel tuo romanzo tutto accade nell’arco di un solo anno, il 1993, che diventa una sorta di snodo della storia contemporanea nazionale: la strategia criminale delle bombe mafiose, Tangentopoli, il terrore dei comunisti al potere, le trame per costituire un nuovo ordine, far cambiare tutto perché, gattopardescamente, nulla cambi. “C’è un filo comune nella storia italiana. Qualcuno dice che il nostro DNA è di destra, non so se sia così. Io credo che ogni volta vince chi riesce ad interpretare meglio il carattere degli italiani. Da questo punto di vista Berlusconi è perfetto.” Come fai dire a un tuo personaggio: ‘è così italiano’. “La mia tesi è che lui non abbia nessuna responsabilità in questa stagione delle stragi, ne sono profondamente convinto. Uno così non aveva bisogno di ricorrere a questi mezzi illeciti per acquisire un potere che gli deriva dall’essere in assoluta sintonia coll’anima profonda dell’Italia, così come la Lega lo è con un certo carattere dell’Italia degli Onesti Padri di Famiglia del nord est. Le anomalie nazionali siamo noi: certi giudici rompicoglioni, i pochi politici onesti tenaci e progettuali, certi amministratori, alcune donne, pochi scrittori, che cerchiamo di batterci per leggere il reale in modo più complesso. Il copione tipo, in Italia è sempre lo stesso: c’è un delitto e si cerca subito il colpevole nell’extracomunitario. Dopo di che si scopre che, 9 volte su 10, è maturato nella buona e sana famiglia italiana. La reazione generale non è di riflettere sulla miseria della famiglia, ma covare risentimento verso quelli che ti hanno tolto l’illusione. Come è facile pensare che il male venga da fuori…”
Non ami le comodità, in effetti. Come ti dicevo Nelle mani giuste è un libro coraggioso soprattutto perché non hai ceduto alla tentazione di rifare Romanzo Criminale. “Non mi sarebbe riuscito. Dentro ogni scrittore c’è il demone di cambiare, tranne nel piacere della serie, anche se poi anche i personaggi seriali mutano. Io ho 10 anni in più da quando ho iniziato a scrivere Romanzo Criminale, ho una calma interiore, una maggiore disillusione.”
In questo nuovo romanzo tutta l’Italia sembra che viva di dossieraggi selvaggi, non è, come dire, roba da romanzieri? “Dal ’27 Mussolini incominciò la pratica del dossieraggio ad ampia scala, tramite l’OVRA. Nel corso degli anni si sono gonfiati, passati di mano, e costituiscono una scia di continuità del potere, contiguo a quello ufficiale ma parallelo. A metà dei ’90 si avviò una riflessione sul doppio stato, Tranfaglia, e sul potere di condizionamento dei poteri occulti nei confronti della democrazia italiana, la storia sporca, insomma. Sembra una maledizione dalla quale non si riesce a liberarci. Pensa: 14 casi accertati di deviazione fra Piazza Fontana e l’Italicus, casi in cui non c’era una responsabilità diretta degli apparati, ma responsabilità di inquinamento. Tutto questo aveva un senso grandioso e tragico sotto il fascismo, uno contingente all’inizio della guerra fredda, ne aveva uno drammatico nel periodo della lotta al comunismo, ma ora è diventata solo una guerra per bande, è aziende che spiano altre aziende, questo senso di entropia che affligge i personaggi di Nelle mani giuste è la deriva di una nazione sotto il segno della mediocrità.” Siamo un paese mediocre? “Sì. Siamo un paese che scivola ineluttabile verso la mediocrità.”
Dunque quello che non può fare il giornalista che non ha in mano questi dossier, lo può fare il romanziere? Può raccontare la storia che non si può raccontare? “Ci sono molti giornalisti coraggiosi che fanno giornalismo investigativo, il romanzo è un’altra cosa, resta comunque un’opera di fantasia, un’opera in cui gli snodi storici cedono alla metafora. Io la storia la manipolo anche se non la tradiscono.” È una storia più vera del vero, uno legge il tuo libro e dice: non può che essere così! “Se un ragazzo che non ha mai sentito parlare di quegli anni, legge il libro e ci riflette sopra, è una coscienza conquistata alla causa, e sottratta agli oppiacei. E non è poco, coi tempi che corrono.”
Sono alla seconda sigaretta, sta finendo anche l’intervista. Mi chiedono sempre, gli dico, come faccia un architetto a scrivere, e io rispondo: De Cataldo fa il magistrato, Piazzese il biochimico… “Jannacci il medico, e così via… io sono molto laico sull’argomento: ci sono scrittori che non hanno fatto altro che scrivere nella vita e mi va benissimo, ma a me è andata diversamente. Comunque negli anni questa domanda me la fanno sempre meno spesso.” Ma la mia domanda è un’altra: ci riesci ancora a fare il magistrato? “Per il momento sì, ma l’attività di scrittura sta diventando sempre più assorbente, a volte sono cullato dalla tentazione di mollare, ma so che mi mancherebbe. E non mollo.”

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40 Responses to Intervista a Giancarlo De Cataldo

  1. tashtego il 3 ottobre 2007 alle 14:09

    il problema di romanzo criminal è che è scritto mal.

  2. Thomas il 3 ottobre 2007 alle 14:17

    Segnalo:

    Jorge LUIS Borges
    FERNANDO Pessoa

  3. robilant il 3 ottobre 2007 alle 15:24

    E’ scritto male. Storia eccellente, tempi buoni, transfer lettore-personaggi effettuato. Ma il problema resta il linguaggio. E’ solo un’opinione, ma credo che sia un problema irrisolto del romanzo italiano contemporaneo: la parlata di un io narrante troppo coinvolto, enfatico, perpetuamente accaldato, alla ricerca di effetti speciali. A chi piace parlare con chi ammicca e dà di gomito continuamente? Amiamo ( sì tutti ) ascoltare coloro che con lo sguardo perso nel vuoto e un tono di voce neutro riescono a dipingere ogni cosa. I globi vuoti dello sguardo di Omero.

  4. Paolo Cacciolati il 3 ottobre 2007 alle 16:04

    De Cataldo, a mio parere, dice cose sensate e interessanti, peccato per certe cadute (involontarie?) nella sindrome dell’accerchiamento, per quel riproporre il mito da fort Alamo dei pochi e puri resistenti, “le anomalie in Italia siamo noi”,”siamo un paese che scivola ineluttabile nella mediocrità”…forse non siamo così pochi…

  5. Cappuccetto rosso il 3 ottobre 2007 alle 17:19

    ciao Gianni!
    perchè hai messo la stessa immagine dell’altra volta!

    :-)
    cappy

  6. Cappuccetto rosso il 3 ottobre 2007 alle 17:20

    ps, voleva essere un punto di domanda il mio…

  7. Demetrio Stratos il 3 ottobre 2007 alle 18:27

    Brutto libro. Molto brutto. Scritto male, una storia incocludente. Non lo consiglio. Lui sempre che fuma. Ma però Biondillo grande amico di De Cataldo, perché lui uomo di legge e Biondillo sta con i forti, gli dà ragione, china il capo obbediente.
    Strategia pubbliccitaria tanto bassa. “Nelle mani giuste” non ha funzionato. Fatevene una ragione. Ci manca solo che l’uomo che fuma tiri in ballo il cous cous per giustificare un libro che non è stato capace di scrivere.

  8. m.fv. il 3 ottobre 2007 alle 18:41

    Mi piacerebbe che chi afferma che la lingua usata da De Cataldo è brutta argomentasse, poi, ciò che così lapidariamente scrive. I giudizi di valore lasciamoli per le pietanze. Altrimenti io dico che è bellissima e stop.
    In romanzo criminale De Cataldo usa una commistione di linguaggi che definirei luminosa. La resa del linguaggio delle borgate romane è ottima. Sarà mia ignoranza ma non vedevo da tempo una mescolanza di dialetti e di gergo così ben assemblata. Nell’ultimo, NMG, invece, ha un uso molto intelligente delle figure retoriche. è evidente la differenza dal primo. ma si adatta perfettamente alla nuova storia. Leggete cosa scrivono i wu ming sulla lingua usata da De Cataldo. ( http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa12.htm#1c ). Durante la presentazione bolognese queste riflessioni sono venute fuori molto dettagliatamente. Nazione indiana è una bella esperienza. Cerchiamo di elevare la discussione, per cortesia.
    saluti
    m.fv.

  9. Demetrio Stratos il 3 ottobre 2007 alle 19:19

    La lingua è non finita. I personaggi parlano iniziando discorsi che non trovano un compimento. Sono abbozzi di conversazioni. I personaggi sono abbozzati, si ha l’impressione che stiano recitando leggendo dal gobbo. Io non so scrivere bene ma leggere questo romanzo mi ha fatto pensare che non sono così cattivo. Si sta facendo tanto per far risalire la china a questo romanzetto, ma però non funziona. Il prodotto è scadente, da riscrivere o da buttare.

  10. m.fv. il 3 ottobre 2007 alle 19:59

    “ma però” vorrei scrivere io romanzetti così, da buttare…
    m.fv.

  11. robilant il 3 ottobre 2007 alle 20:40

    E’ ovvio che non è un romanzo da buttare. I Wu Ming possono dire ciò che vogliono, ma sono i primi poi ad affermare che il loro parere vale quanto quello di un qualsiasi lettore. E’ una posizione onesta. Leggi da lettore e non da scrittore. Sono due mestieri differenti. Per quanto mi riguarda ho limitato le mie impressioni negative al linguaggio dell’io narrante che trapela dall’uso dei personaggi. E, anche se lapidariamente, ho spiegato il perché. Non c’è da qualche parte una formula scientifico filosofica a dimostrazione di quanto sia deludente il romanzo da questo punto di vista. L’uso dei dialetti non c’entra niente col linguaggio mitopoietico che invece è ciò che crea le atmosfere e le invenzioni del romanzo, ne sostiene le dimostrazioni. Qui non ce ne sono. Ogni scenario è esattamente ciò che sembra, ogni parabola finisce proprio dove ci si aspetta che finisca. Nessun dubbio scuote lo spettatore. Il romanzo è chiuso: è il ritratto di una società in cui la corruzione esercita la sua nefasta influenza su tutti gli accadimenti. Questo è il pensiero che attraversa e tiranneggia tutte le pagine. Di conseguenza tutti gli italiani presenti nella prigione della nostra storia rimangono inevitabilmente italiani nella prigione Italia. Non ci sono finestre alle quali affacciarsi a un mondo che non sia eclissato dall’ansia del paradigma. E’ dai tempi di Fellini che la narrativa italiana è afflitta da questo morbo. Così non è in Coetzee, così non è in Vonnegut, tantomeno in Ballard. E tantomeno in Kafka. Tiro in ballo costoro e anche Omero perché fanno o facevano il mestiere di Giancarlo De Cataldo.

  12. T'ho svelato mascherina il 3 ottobre 2007 alle 21:02

    Demetrio Stratos farebbe rimpiangere quel tale che si crede Re Lear: se non fosse quel tale

  13. the O.C. il 3 ottobre 2007 alle 21:12

    Viva De Cataldo, Abbasso Tonino Manetta.

  14. robilant il 3 ottobre 2007 alle 21:21

    Ciao OC-Horus, come andiamo con Seth? E zia Maria?

  15. diamonds il 3 ottobre 2007 alle 21:54

    Demetrio Stratos.Probabilmente è colpa mia che sono distratto,ma il fatto di averti visto solo stroncare libri mi rende curioso.Per cui,senza acrimonia ti porgo una domanda:Quali scrittori ti garbano?(io per esempio tendo a innamorarmi solo di libri scritti in seconda persona,come certe poesie ermetiche).Da lettore a lettore.Grazie

  16. AbatediTheleme il 4 ottobre 2007 alle 00:07

    L’abate è tornato. Archimandrita dei tempi bui, porta con sè la spada.

    Di De Cataldo dirò che è egli, coscientemente o meno, funzionale alla riscrittura ideologizzata della quotidianità.
    Non a caso la sua opera così rapidamente tracimò in immagini. Di questo stile non mette conto parlare a noi aulici e curiali, illustri e cardinali.
    Ma soprattutto dirò che i magistrati ci piacerebbe vederli seduti alle loro scrivanie per svolgere la funzione indispensabile a cui sono chiamati: evitare il conflitto diretto tra consociati attraverso una composizione plausibile dei contrasti, mediante atto decisorio che ha imperio in quanto incardinato nella procedura prevista.
    Detta funzione necessita di tempi brevi, efficienza dell’apparato requirente e giudicante, onestà e competenza degli ausiliari del giudice (cancellieri e periti in prima fila), certezza del diritto nel senso di accurata e non arbitraria interpretazione della norma cogente.
    Nulla di tutto ciò è reperibile nel nostro paese. mai tanti mercanti furono in un tempio.
    Ciò è ben noto all’ esperienza sofferta di ciascuno, così come alle statistiche ONU ed alle corti europee.

    “Per il momento sì, ma l’attività di scrittura sta diventando sempre più assorbente, a volte sono cullato dalla tentazione di mollare, ma so che mi mancherebbe. E non mollo.”

    De Cataldo, questa frase non vorrei mai più leggerla e spero non ti sfugga il perchè.
    Ma dovesse sfuggire ai dotti lettori, ricordo che il suo alto e nobile lavoro (un tempo ritenuto ai confini del divino o divinatorio), non si risolve nella soddisfazione personale o nel gusto che ne ricava il magistrato, bensì nella trasformazione della norma astratta in norma concreta, al fine di consentire la civile convivenza dei cittadini che pagano stipendi e privilegi.
    Medico, cura te stesso.

    Vale et ego.

  17. Utente qualsiasi il 4 ottobre 2007 alle 01:10

    robilant, ma dove sta l’io narrante? Tanto Romanzo criminale quanto Nelle mani giuste sono scritti in terza persona.

  18. Scerbanenko il 4 ottobre 2007 alle 01:19

    Confesso: Non sono riuscito a terminare “Nelle mani giuste”. Mi sono fermato a pagina 82. Per diversi motivi. Per la scrittura: banale e a tratti sciatta. Ma soprattutto per il continuo filtro del narratore che impedisce al romanzo di farsi narrazione, se è vero che i personaggi, i loro dialoghi e i anche i loro pensieri restano come artificiali. le azioni non sono agite e il racconto non si snoda, avvolge, dipana da solo, ma è “detto”. non si racconta da sé. non si fa destino di se stesso. non è un masso che scivolando dall’alto, trascina con sé, fino a valle, tutto ciò che incontra. a mio modo di vedere la realtà, soprattutto quella contemporanea, per essere raccontata ha bisogno di un linguaggio e di uno stile che restituiscano in scrittura l’immediatezza, la simultaneità e la velocità dei singoli eventi. in modo che essi siano i protagonisti e non lo sia invece la voce, protagonista anche laddove, in alcune parti del romanzo, questa velocità è simulata. “Simulata”, appunto: il lettore attento capisce infatti che certe accelerazioni nella scrittura sono da imputare sempre alla voce e non appartengono alla narrazione, che si è, come dire, sdoganata.
    Come prova, visto che si è citato Ellroy, leggere dieci pagine di “American Tabloid” e poi dieci di “Nelle mani giuste”: le differenze, e molte, si sentono.

    Ho invece letto, quasi d’un fiato, “Il giovane sbirro”: è solo un mio giudizio, ma credo che invece Biondillo conosca bene i tempi e i modi della narrazione.

  19. robilant il 4 ottobre 2007 alle 09:40

    @Utente qualsiasi
    L’io narrante, Voce narrante o Narratore, c’è sempre, è la fonte della narrazione. In questo caso è esterno, non prende parte alla vicenda.

  20. gianni biondillo il 4 ottobre 2007 alle 11:33

    Grazie Thomas per la segnalazione. Per quanto uno legga e rilegga, resta misterioso come i refusi e gli errori di battitura restino lì, imperterriti, ad umiliare il digitatore. Appena posso correggo.

  21. Christian Frascella il 4 ottobre 2007 alle 11:56

    Biondillo: ma lui quando te lo fa, il pompino?

  22. ziggy il 4 ottobre 2007 alle 12:22

    appena ti rialzi, frascella, e sposti la testa.

  23. utente qualsiasi il 4 ottobre 2007 alle 12:48

    Veramente, “io narrante”, “voce narrante” e “narratore” sono tre cose diverse.

  24. utente qualsiasi il 4 ottobre 2007 alle 12:51

    Scerbanenko scrive: “Per la scrittura: banale e a tratti sciatta.”
    A me pare che sia l’esatto contrario: la scrittura è effettistica e addirittura eccessivamente lavorata. Insomma, ciò che per i WM è un bene, per me non dico che sia un male, ma forse. Diciamo “alti e bassi”. Ma sciatta no, direi proprio di no. Definirla “sciatta” significa non aver prestato attenzione alle scelte di De Cataldo.

  25. Scerbanenko il 4 ottobre 2007 alle 12:57

    @ utente qualsiasi

    Hai ragione, forse “sciatta” non è l’aggettivo esatto e sono stato un po’ superficiale nell’usare questo termine.
    Però è anche vero che “una scrittura eccessivamente lavorata”, quando diventa fine a se stessa e non produce tensione e nomina le cose senza dargli sostanza, diventa vuota.

  26. robilant il 4 ottobre 2007 alle 13:45

    Utente, voce narrante e narratore sono la stessa cosa. Sull’io hai ragione, intendevo dire “voce narrante”.

  27. AbatediTheleme il 4 ottobre 2007 alle 15:09

    Una cosa mi interessa particolarmente…

    Perchè in un topic “intervista a De Cataldo” si parla di tutto tranne di ciò che c’è nell’intervista, peraltro di contenuto sostanzioso… ululati per Saviano acclusi… forse rivolti alla scorta-trucco, vero espediente alla Barnum ;) ???

    E tutti vi concentrate su di uno stile, che poi nemmeno c’è ???
    Fatemi sapere.

    Vale.

  28. robilant il 4 ottobre 2007 alle 15:51

    Padre, dei casi dello scrittor poco mi cale; e la personalità, quella che dall’ovra non trapela, la tengo in uggia.
    sayonara

  29. AbatediTheleme il 4 ottobre 2007 alle 15:56

    La ringrazio Robilant… poche parole ma molto significative…non è che per caso è scrittore anche lei? :)

  30. robilant il 4 ottobre 2007 alle 16:16

    Il Signore non voglia

  31. utente qualsiasi il 4 ottobre 2007 alle 17:22

    Veramente, mi tocca insistere: “voce narrante” e “narratore” sono spesso due cose diverse. La voce narrante può anche essere a discorso indiretto libero, cioè dal punto di vista del personaggio, può essere la sua voce interiore anche nel caso la persona usata sia la terza singolare. E’ una caratteristica della prosa di Verga, ad esempio. Di solito invece si usa l’espressione “il narratore” per intendere un punto di vista esterno a quello dei personaggi, che spesso – anche se non sempre – coincide con il punto di vista dell’autore che scrive. E’ una caratteristica della prosa di Manzoni, ad esempio.

  32. utente qualsiasi il 4 ottobre 2007 alle 17:24

    @ Scerbanenko

    questo mi interessa, puoi fare qualche esempio, preso dal libro in questione, di lingua che nomina le cose senza dar loro sostanza?

  33. robilant il 4 ottobre 2007 alle 19:22

    Non che la cosa mi appassioni realmente, ma forse è il momento di imparare qualcosa. Ti prego allora di spiegarne più dettagliatamente la differenza. Da come hai scritto, se ho capito bene, quando il narratore (intendo quello vero, lo scrittore) dà voce in terza persona al dialogo interno di un personaggio, es.: “…sentiva con tutte le forze che quell’amore era avvelenato…” , allora è voce narrante. (Ma come può essere altrimenti? Come può renderlo in prima persona? “Sono il tuo cuore! lo sai che quest’amore mi sembra avvelenato?” no. Insomma è voce narrante. Quando invece scrive: “Erano sempre in giro a cercare rogna, come una lercia banda di ubriaconi ” (punto di vista esterno a quello dei personaggi) è il “narratore”? Io il punto di vista esterno al personaggio lo chiamo in un modo solo, scegli tu quale. Lo scrittore narra di terzi e con la sua perizia li mette in condizione di far parlare anche i loro gomiti, qual è la sostanza che si dovrebbe differenziare? Fammi un esempio tra Verga e Manzoni, perché possa meglio comprendere quanto la narratologia, da Aristotele fino a Genette vada più in là di speciosi e inutili distinguo.
    L’altra tua obiezione, intestata scerbanenko, quella sì che mi sembra più interessante…

  34. Scerbanenko il 4 ottobre 2007 alle 21:44

    Il narratorte non è lo scrittore. non è l’autore.

    Utilizziamo come esempio “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo ed estrapoliamo un brano:
    “Il dottore mi raccomandò di non ostinarmi a guardare troppo lontano. Anche le cose recenti sono preziose per essi e sopra tutto le immaginazioni e i sogni della notte prima….Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi pare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua attività”.

    La domanda è: chi è che parla?

    La narratologia individua due figure testuali:

    – L’autore empirico o reale, che è la persona storica e reale che scrive. qui è Aron Hector Schmitz che scriveva con lo pseudonimo di Italo Svevo e che visse tra il 1861 e il 1928: ma non è lui che può essere chiamato in causa direttamente come istanza o figura della narrazione. non è lui che parla.

    – L’autore modello, che è la figura con cui si fa sostituire l’autore empirico o reale

    – Il narratore, che qui corrisponde al protagonista, trovandoci all’interno di una narrazione in cui il narratore prende la parola in prima persona e dice “Io” all’interno del racconto (narratore omodiegetico: presente come personaggio dell’azione). Altre volte invece il narratore è eterodiegetico: è, ciè, esterno alle vicende. questo non vuol dire che però non entri nel testo e anzi spesso è presente per mezzo di giudizi o anche solo descrizioni, pur non lasciandosi coinvolgere (il Manzoni de “I promessi sposi”, che vede il mondo dall’alto) o invece, come nel caso di Verga, partecipando coralmente ai valori e alle passioni della comunità.

    Tornando a Svevo, a fare da mediatore testuale tra l’autore empirico o reale (Svevo, assente nel testo) e il narratore (Zeno Cosini, presente nel testo) c’è la figura retorico testuale dell’autore modello (che in sostanza è il testo): giacché, ed è questo il punto, il narratore Zeno Cosini non è altro che una delle strutture e artifici narrativi che costituiscono l’autore modello.
    La figura testuale del narratore NON E’ quindi l’autore modello, ma ne è solo una parte, uno strumento.
    Da qui deriva che il dispositivo narrativo di installare nel racconto un narratore, è solo una delle possibili soluzioni, mentre il simulacro di un autore modello è sempre presente in qualunque testo, anche non narrativo o letterario.
    Quello che voglio dire, a ben pensarci, è che spesso utilizziamo la parola “narratore” scorrettamente.
    Nel caso, ad esempio di “Nelle mani giuste” non c’è propriamente un narratore e se c’è, esso si identifica tutto con l’autore modello, o forse è De Cataldo che identificando autore modello e narratore, non fa che accrescere il senso di artificio della narrazione.
    Perché, se è pur vero che ogni narrazione è artificio, giacché ricorre a una serie di artifici e figure testuali, è pur vero che a funzionare meglio, a scorrere, sono quelle narrazioni in cui il rumore e lo stridore dell’artificio viene ridotto grazie all’uso sapiente di una narrazione che si autogiustifichi.

    Ora non so se sono stato chiaro: ho provato a ragionare su queste questioni, risfogliando un po’ di testi di narratologia, da quelli di Genette, a quelli più didattici, usciti per esempio nei tipi Itinerari de “Il Mulino”.

    Cercherò al più presto di ragionare anche sulle altre questioni sollevate…

  35. Scerbanenko il 4 ottobre 2007 alle 21:46

    “La narratologia individua due figure testuali”: è un errore, in realtà la narratologia ne individua molte di più, perché poi inserisce anche
    – Il lettore empirico
    e
    – Il lettore modello
    e comunque nel mio posto ne riporto tre e non due.
    scusate

  36. diamonds il 4 ottobre 2007 alle 22:41

    il narratore reticente(il Simenon di “la camera azzurra”,forse.Scherzo)

  37. Utente qualsiasi il 5 ottobre 2007 alle 17:01

    Cioè vuoi dirmi, robilant, che non hai mai sentito parlare del discorso indiretto libero? E’ roba da manuale del liceo.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Discorso_indiretto_libero

  38. Bordigon il 5 ottobre 2007 alle 20:58

    de cataldo e biondillo…un magistrato e un architetto. come siamo ridotti in italia…

  39. Ana il 5 ottobre 2007 alle 21:12

    hey, tu…
    passami il toscano!
    ;-)

  40. robilant il 7 ottobre 2007 alle 16:11

    “Egli invece non aveva sonno. Si sentiva allargare il cuore. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba!”.

    Come si può notate in questa parte del testo, fino a “gli venivano tanti ricordi piacevoli”, il discorso è del narratore che descrive lo stato d’animo di Gesualdo, mentre subito dopo inizia, pronunciato mentalmente, il discorso del personaggio con un passaggio che non si avverte e che è talmente vicino al discorso diretto da conservarne tutte le sfumature e i modi di dire caratteristici del personaggio”

    Tutta la letteratura moderna è così, anche da prima di Verga (Balzac per esempio). Comunque grazie, grazie. Sì, ne avevo sentito parlare e ho fatto ogni sforzo per dimenticarlo.



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