Passi spiegati

8 ottobre 2007
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

Gianluca Sbrana

Ho contato i minuti senza tener conto del tempo, quando mi sono accasciata alla decima delle sedie chiamate sedute.

Aveva gli occhi stupidi, i tacchi alti, una vetrina di manuali, sulla testa e mi sorrideva elencando le solite domande di dettaglio – ché la circostanza, in quelle stanze, non concede alcun dubbio. Poi mi ha stretto la mano, debole, e mi ha detto: «Vede, ogni sua parola, i suoi gesti, la frenesia del suo cervello e la sua sete sono null’altro che sintomi. E come tali vanno trattati. Questo è bene lo capisca – e se non la capisce, tanto meglio: si affidi a noi. Non posso prometterle di ricominciare a vivere, ma se prende questo almeno non avrà più voglia di morire. E poi, guardi che io mica ho deciso la mia professione per fare del male alla gente, sa? Lo giuro. » Cento grammi al giorno. Quando il corpo avrà la corazza più dura, potremo aumentare fino a cinquecento.

Neurolettico. Da neuro-leptikos, “disposto a prendere”: essere disposti a prendere e a lasciarsi prendere, all’indisposizione che non s’accorge e non si vede, disposti alla fermata come alla resa di un’equazione a tavolino: la sua testa è come una macchina. Rotta è rotta, ma possiamo parcheggiarla in un luogo sicuro e riparato, dove non ingombri il passaggio di chi sa guidare e di chi abbia gli interni puliti. Si chiama Seroquel.

Coincidenza. Lo stesso nome inciso sulla penna della ricetta. Stesso nome ripetuto a stampa sul mouse-pad, identico al post-it della segreteria. Ma ci sono abituata: per conoscere il gioco non occorrono le carte, se del gioco si fa da pedina. «A quanto pare con Basaglia avete cambiato solo i vestiti.»

«Basaglia?»
Si è avvicinata all’orecchio dell’infermiera più grossa, la posso sentire: falla tornare qui domani, o al più presto, trovi un buco. Ché questa ha testa dura, crede di saperla lunga.

Fuori, appoggiata alla macchinetta del caffè, ho rivisto Claire: «Sono tornata in comunità, Marimar. Sei stata dalla dottoressa Sala? Oh, ne ho sentito parlare bene, non aver paura piccina, non temere, vedrai: loro t’aiuteranno. Il Seroquel? Lo prendo anch’io. È buono. Vedrai.»
L’infermiera mi tira un braccio, con un marcato accento pugliese mi confessa la confessione di Chiara che io ormai conosco e rigiro tra le dita da più di quatto anni: stacci attenta a quella, m’ha detto ch’è lesbica.

Ridacchia.
Ho preso la busta, incosciente, ingoiato il veleno – uno soltanto, per sentirne gli effetti, e non ho sentito più nulla per sette giorni. Perché sentivo troppo, un troppo che restava in fondo alla gola incastonato poco prima dello sterno, coi movimenti lenti fino a notte – ma non c’era alcuna notte, nessun sonno decente, nessuna frase comunicabile, sensi e sogni senza grana: non avevo perso le parole, avevo perso la Parola, la possibilità.

Il viale che porta verso il reparto proibito di Vicenza non è un viale. All’ospedale nuovo ci s’arriva attraverso un parco verde, all’ospedale vecchio si giunge passando per un chiostro color ocra con l’acciottolato e il perimetro ornato disegnato dalle panchine di chi aspetta. Alla psichiatria, invece, si arriva seguendo le tracce lasciate dai camion dei farmaci e dal silenzio irreale. Chiedere l’indicazione non è abbastanza: chiunque si perderebbe, chiunque, giunto al posto stabilito si guarderebbe attorno e girando a vuoto penserebbe: “Non può essere qui. Questo dev’essere il deposito.”Un deposito dove si ripongono corpo e anima come merce e si attende con la speranza che qualcuno arrivi col muletto a riprendersela. Se non arriva nessuno, la si accantona dove l’odore dell’abbandono non possa essere distinto da quello di marcio del pattume, del piscio, dalla morte

 

 

Chiara, al suo rientro in comunità, da questa specie di deposito c’era già passata.

Qualche mese prima, a marzo, verso le sei il telefono aveva squillato tre volte senza che io riuscissi a rispondere. Il prefisso della mia città. Richiamo: «Salve, poco fa non ho fatto in tempo a rispondere alla chiamata.»

È una donna, biascica: «Chi parla?»

«Io sono Mariasole. Lei chi è? Forse poco fa ha sbagliato numero.»

«No. Potrebbe essere stata Chiara.»

«Chiara chi?»

«Non lo so.»

«Come non lo sa? Chiara chi? Chi è lei? Da dove chiama?»

«Credo, dalla psichiatria.»

Credo-Dalla-Psichiatria.

Ricompongo i pezzi e capisco che sta parlando di Claire.

«Può passarmela?»

«Non lo so, ora la cerco.»

Passa forse un minuto e poi, dentro il rumore di latta della commutazione telefonica, riconosco la voce che si affaccia all’altro capo del filo.

«Marisol, vieni a prendermi, ti prego.»

«Che succede, Claire?»

«Mi hanno riportata qui, ma non c’è tempo. Vieni, ti prego, anche solo per un istante. Ho bisogno di vederti.»

Quando arrivo e busso, una voce gonfia incalza la sua prigione: è una donna dalla O grande a cui la grata aperta è stata concessa solo per un bacio, una lettera sporca di fondi di caffè arrotolata tra il ventre e le mani costrette.

«L’orario delle visite è già passato. Faremo un’eccezione solo per calmarla: so che voleva vederla, parlava di soli e di mari. È confusa. L’ha pregata di qualcosa? Richieste invadenti? Lei è una parente? Sa che non può accettare richieste da Lei, vero? E siate veloci. Può mostrarmi cosa stringe nella mano? Soldi? L’apra, per cortesia.»

Nel mio pugno chiuso non c’era nulla che potessero vedere. Avrei detto: No, solo una voce. Mi apra pure le tasche, mi spogli presto, comandante: è tutto quel che ho. Una voce, il vuoto e un’immagine liscia. Ma non dico niente e rispondo con la mano aperta.

«Aspetti qui, allora. Ricordi bene però: l’ora è scaduta, saranno quindi solo cinque minuti senza se e senza ma.»

Cinque minuti sono una mano, Claire. E la mia mano sarà la tua spalla.

L’uomo entra nella prima stanza, aggiusta gli occhiali sugli occhi che non ha. Spolvera la sua divisa come se quella divisa fosse un addobbo sacro, la mitica incarnazione di un dispositivo destinato a tracciare le differenze tra il condannato e la Norma. Abbassa lo sguardo ai piedi come per indicare un confine, la segnalazione ossessiva della linea di distinzione fra Loro e Lei. Esce dalla prima stanza, s’incammina verso la fine del corridoio alla seconda sezione.

Mentre lo seguo, il viaggio in treno appena compiuto scorre ancora nell’orbita dei ricordi – il tragitto fermo delle gallerie che nel buio riflettono gli interni e i vetri sporchi di Firenze, la linea lenta presa e persa solo per un movimento istantaneo e contrario: ho scattato la foto col pensiero, facendone immagine muta, e come i volti bianchi che si fermano in piazza per una moneta e un sorriso, ne ricreo forma e gravità per lei che non può viaggiare altrimenti, e la rigiro tra le dita: ma chère, quando uscirai dalla stanza ti darò anche questo, l’appiglio di un racconto senza parole. Tu raccoglimi come hai fatto al colle, al bancone della prima conoscenza che portava il nome di una Villa e di un Fiore, quando mi hai raggiunto alle spalle con un succo d’arancia, un caffè e un’atopia: “Posso?” hai detto, “Non prendermi per pazza. Anzi, prendimi pure per pazza, ma dimmi il tuo nome e poi me ne vado.” Io sorrido, cerco una sigaretta e cadono tutte.Lo sapevo, io ti conosco.” “Lo sapevo anch’io.”

Due anni fermati nella distanza si contano come i secondi: si cancella la vista negata, e il trascorrere ch’è stato solo scritto, consegnato alle buche delle lettere, alla presenza-in-assenza della scrittura, dilata la distanza ma custodisce il restare: e la donna dalla O grande avanza il passo piano, si apre una porta grigia con una finestra ad altezza di gigante – per evitare di vedere la clausura, di annusare l’orrore, il tanfo dei panni sporchi. Poi il passo accelera per un battito amplificato, resta però la lievità sovversiva di un’acqua che cammina ai piedi, Chiara cammina coll’acqua alla gola come un cristo al rovescio.

Ecco dunque, nella naturalezza dell’apparizione che esula dall’apparire, la brevità della follia: «Marisol, sei qui!»

«Come potevo non esserci, piccola dOnna?»

«Sai, se vedi le cose girare non aver timore: è la mia testa.»

«No. Se senti o sentirò il vortice al capo, credimi Claire, quello sarà il circo delle cose. Credimi, ti ripeto, rovescia la testa: questo posto ha il peso di un codice già decifrato.»

«Sei bella, petite. Eran due anni ormai. E dio? Io sono bella, oggi?» (se stesse parlando di sé stessa o di dio quel giorno non riuscii a capirlo. Forse mi chiedeva di entrambi, del suo dio insufficiente, della sua pelle).

«Bellissima. I tuoi occhi bucano.»

«Tu, Marisol Marimar, hai fessure come occhi. Ho scritto una lettera per te, per la tua voce di poco fa, nell’attesa. Per te e per il Signor G. Aspettami qui, promettimi di restare.»
Si volta, fugge al corridoio che è già crepuscolo e corre verso la cella. Il vincolo della prigione odora di merda e di clausura che invoca un perché, ma non c’è alcuna risposta che abbia senso: solo melma e contraddizioni.

«Ehi, un secondo solo, donna dalla O grande!»

«Dimmi, Sole.»

«Torna qui, ho una cosa per te.»

Lei apre la mano, tendo la mia per il dono smisurato dell’invisibile, estraggo l’immagine senza corpo dalla tasca, e sul palmo nudo il mio pensiero senza filtro. Erano i nostri giochi un po’ magici e un po’ stupidi di quando cercavano di portarci alla via retta e cinica della loro verità – e non volevamo.

«Questa è magia bianca, Marimar! È meglio della prima sigaretta dopo l’ultima. Un istante e torno: contaMi.»

«Ti conterò. Anzi, già ti conto.»

Dopo la corsa a ritroso, d’improvviso noto le sue vesti gialle e la sciarpa porpora, un corpo pieno che contagia il linguaggio e che tra qualche rintocco chiuderanno di nuovo alla torre.
«Eccomi, ci sono parole anche per D. Abbraccialo, digli che mia madre ha un collo di bottiglia ormai, che m’ha rubato ogni cosa, la lingua, il ventre, la strada. Diglielo, che v’amo tutti e due, prendilo per mano, bacialo nella luce.»

«Una madre forse può rubare lingua e gola, Claire, ma non può rubare né il Verbo né il Vero. Né una Madre né questi imbecilli.»

Lei porta il pugno serrato al petto e dice piano: «Già, il vero ancora è qui. Forse la denuncerò, sai, ché i fratelli veri hanno la consistenza della polvere e lei ormai è affogata nel bicchiere. Ma non ho un soldo, né facoltà, né tetto. Io comunque da qui me ne vado» – lo ripete da sei anni.

Poi la paralisi obbligata: arrivano in due, abiti bianchi, com’è solito a quei luoghi, e disinfettante sulle dita: «Scaduto il tempo, signorine. Salutatevi.»

Salvatevi, avrei preferito sentire.

Ma non serve più alcuna voce, ora: porto l’indice e il medio dal ventre al labbro per un bacio che fingo e poi invero: Ti accanto, sorella – dico senza suono.

Ti accanto, Marisol, Marimar.

Poi la prendono per un braccio, spingono me verso l’ascensore, mi premo evitando la domanda e ogni risposta di categoria, e buco forte il bottone a cancellarmi sino al piano terra – una terra che non è più terra, il grado zero della volontà che rischia e non può rischiarare.
“Oscurare questa oscurità, ecco la porta di tutte le meraviglie”, diceva un testo zen.

All’uscita, la cenere della parola che ancora stringo in tasca si spegne in un grido: ti porteremo via di qui, Claire. Poi, con in bocca la prima sigaretta dopo l’ultima, leggo in cammino:

“Well my dear, i’m writing. Marisol, amore mio, amore nel profondo, nell’Edema della Gioia e in quello del Dolore, nel Midollo Spinale, nell’Essenza, nel cruccio dell’alimento, nella tormenta, nell’Incanto e nella lacrima che non scende. All’improvviso non sono più sole. Non m’interessa quel che i medici di questo stramaledetto posto pensano di me. Al momento, non ho affatto bisogno del loro sozzo aiuto. Un giorno porterò io i megafoni qui dentro e urlerò quieta il loro squallore, le loro stramaledette etichette, scriverò una canzone ironica sugli psicofarmaci somministrati a casaccio. Un giorno lontano – credimi – forse mi faranno un T.S.O. Be’, che facciano pure: a questo punto sono loro a toccare il fondo e a subirne le conseguenze. Saranno vie legali. E la verità è sempre la stessa, Marisol: spero che stasera mia madre si anneghi in 2500 spritz. Mi spiace d’aver vesti logore e disordinate. Mi spiace d’essere triste, ma so che ti sorriderò ampia e ti abbraccerò, timida. E so anche che mi porgerai benessere, lirismo, ironia, tenerezza, con un solo rintocco d’occhi, Marimar. Sai, non vomito più gli affetti: le persone veramente care mi entrano nel DNA, mi scorrono nel sangue, mi palpitano nel ventre e si incastonano nel Plesso Solare. Amo molto le libertà altrui. Epperò amo molto anche le mie. Sono serena, in fin dei conti. Triste, ma serena. Sarà forte e Fonte vederti. Ma – te ne prego – cerca di renderlo lieve. Perché da tempo privilegio le emozioni soffici, detesto le relazioni che bruciano e amo tutto ciò che invece accoglie e dona calore. Mi manca molto la mia chitarra, sai? Sono diventata davvero brava e scrivo testi molto diversi dai deliri controllati villamargheritensi. Ricerco la semplicità in tutto – e la trovo molto spesso. Tra poco mi laureo, sai? Sono preoccupata per D. Ora è solo. E ho paura dei suoi Demoni: proteggilo. Digli che lo amo, che vi amo, che lo sento, che lo cullo, che gli bacio la fronte che non sono più mantide e che me la cavo piuttosto bene, nonostante tutti i nonostante, Digli che talvolta dio è davvero insufficiente. Digli che ho smesso di pregare. Digli che mi son stufata persino del panteismo. E che sono agnostica. Ho sete dei tuoi occhi.

P.s. Comunque sia, adesso sono proprio serena: l’unica cosa che mi manca è la musica. La mia e quella altrui. In realtà mi manca anche un buon libro, la letteratura che rischiava di sparire dalla mia vita e che però è tornata. C’è il Sole. Così, te lo volevo solo dire: c’è il Sole. Mari-Sol, sai una cosa? Io sono diventata Discepolo dell’Attesa. E del respiro. E della Solitudine. E del Silenzio. E dell’Ironia. Ora vado. Un caffè.

C.

Neuroleptikos. Disposto a prendere. Disposto a perdere. Nell’epoca in cui gli elettrodi sono ormai sorpassati, la misura subdola dell’apparente famigliarità con cui ci nominate spacciandoci per senza-gambe è una forma di sottomissione ancor più terribile. Quando con una legge centottanta si crede d’aver aperto le porte, tolto le sbarre alle finestre e la corrente elettrica ai nervi, l’istituzione gioca nel silenzio. Non prendono più a calci, è vero, i pasti sono caldi, la tv è in ogni stanza, ti legano solo se “strettamente necessario”, minacciano solo se la tua miccia di resistenza rischia d’accendersi, divampare oltrepassando i cancelli delle cure, le tombe della case. E il più delle volte ti accarezzano la fronte come i padri che speravi o i compagni di vita: sei psichiatri su cento dichiarano di scoparsi i pazienti – ma i baci tra i morti, là dentro, vanno ancora puniti severamente.
Hanno chiuso i manicomi, gli hanno cambiato nome come agli spazzini han dato quello di operatori d’igiene urbana, come agli handicappati hanno concesso la possibilità d’essere abili come tutti ma diversamente. Hanno chiuso le bocche ai manicomi, aperto al Ritalin quelle dei bambini. Con una legge che urla la liberazione si può chiudere un atto, ma dietro le tende del palcoscenico, nella solitudine non ci sono vie di fuga, né uscite di sicurezza: lo spettacolo continua, il pedale della sordina abbassato, perché non s’avvertano le stonature né gli allarmi, perché si smetta di parlarne, perché come diceva Shatzman: “Forse, chiunque si comporti in modo da far sentire malato uno psichiatra, è malato.”

Per quel che mi riguarda io ho cambiato idea: se ho troppe mani, forse posso suonare più veloce. Scrivere, con quelle rimaste libere e nascoste ai fianchi – le due visibili strette sempre alle sbarre. E qui, raccontare le Loro.

 

 ************************

(Il quadro raffigurato è di Gianluca Sbrana)

Tag: , ,

17 Responses to Passi spiegati

  1. Brisa Testa il 9 ottobre 2007 alle 02:04

    Passi spiegati al Sole. Perchè il Sole spiega i suoi passi, ma non spiegherà mai alcun passare…

  2. mart.ina il 9 ottobre 2007 alle 02:53

    Le istituzioni sono violente, cadere nel loro gorgo è un tragedia aggiuntiva.

    Saluti da Martina

  3. gina il 9 ottobre 2007 alle 08:54

    sento il vortice del capo, è il circo delle cose (bel “tu che mi racconto”, a n mani:)

  4. andrea barbieri il 9 ottobre 2007 alle 11:53

    Da almeno due anni un po’ di gente sa che Maria è molto dotata per la scrittura. Questo testo, che è una delle più belle cose lette su NI2.0 – forse la più bella -, lo dimostra a tutti.
    Proprio perché così vera e bella questa scrittura chiede una delicatezza al cubo, non sono mai parole che vogliono fare capriole sul web per trovarsi un po’ di pubblico, e convincere qualcuno a pubblicare l’entrante romanzino. Quindi vanno tenute separate dall’andazzo generale.

  5. Chapuce il 9 ottobre 2007 alle 11:58

    ora lo stampo e lo leggo con calma…

  6. guanda il 9 ottobre 2007 alle 17:39

    I dialoghi talora sono un po’ improbabili. Cioè, non è che tu mentre parli a un’amica le dici cose tipo Questo posto ha il peso di un codice già decifrato. O no? Dici cose meno elaborate, quando parli, meno ricercate, che so tipo: questo posto fa cacare, cose del genere, ecco. O no? Comunque per il resto fila. Brava.

  7. Chapuce il 9 ottobre 2007 alle 18:13

    c’è una dura realtà dietro le fredde sbarre
    a volte si ha paura di guardare…
    conservare intatto il piacere per un libro, la buona musica, questo aiuta!
    mi è piaciuto particolarmente l’ultimo pezzo, dal p.s. in giù.
    ciao
    Chapuce

  8. gina il 10 ottobre 2007 alle 08:53

    Interessante questa differenza in “ricezione”.
    L’improbabilità dei dialoghi, imho, è la cifra di questo racconto, soprattutto se si pensa a cosa “cura” il seroquel, e all’effetto della “malattia” sul linguaggio, che consiste proprio nella manipolazione di un “codice già decifrato”. Sarà che mi porto dietro… gli effetti di un libro sul discorso degli schizofrenici che ho letto annissimi fa:)

  9. marco rovelli il 10 ottobre 2007 alle 10:23

    Osservazione appropriata, Gina, condivido in pieno. E c’è di più, a mio parere, questa cifra dei dialoghi resterebbe valida a prescindere: la forza della lingua di Mariasole è proprio quella di saperti far leggere il discorso interiore, di mostrarti, letteralmente, i grumi di pensiero in procinto di farsi lingua, ancora materici, e pure densi di pensiero, in una sorta di indistinzione.

  10. guanda il 10 ottobre 2007 alle 15:25

    Materici è molto bello.
    Bravo Rovelli.

  11. Andrea Raos il 10 ottobre 2007 alle 17:10

    Notevole. Anche di più. Marco, mi sapresti dire qualcosa di questa scrittrice? In rete non ho trovato niente…
    Grazie mille, ciao,
    A

  12. marco rovelli il 10 ottobre 2007 alle 17:36

    Mariasole sul web era nota come blogger. Fece rumore la vicenda del plagio della Mazzucato ai suoi danni (vedi qui: http://www.nazioneindiana.com/2005/05/22/copyleft). Che poi la ringrazia (e ringrazia pure me, ho scoperto) nel suo libro l’anarchiste (sic) – evidentemente ha meditato sulla vicenda, viene da dire. In ogni caso, dopo quella storia Mariasole chiuse il blog, ché non era la notorietà che le interessava. Mariasole scrive il vero, e basta. Siamo rimasti in contatto, di fraterna, intima scrittura. Adesso, finalmente, l’ho convinta a ri-uscire allo scoperto. Perché, come dire, credo che ce la meritiamo.

  13. gina il 11 ottobre 2007 alle 09:49

    (marco, osservazione appropriata è osservazione da prof:)

  14. marco rovelli il 11 ottobre 2007 alle 10:43

    eh sì, (del resto sono connesso dalla sala professori, adesso, che ci posso fare)… in effetti ci avevo riflettuto un paio di secondi su come dire… e poi ho scelto l’espressione sbagliata ;-) –

  15. topogigia il 11 ottobre 2007 alle 20:32

    ciao Marco!
    :-)

  16. Brisa Testa il 12 ottobre 2007 alle 14:45

    Saluti da martina. Eh no, basta…

  17. mart.ina il 12 ottobre 2007 alle 17:05

    Chi mi chi ama?
    [sembra giapponese]

    Saluti da Martina



indiani