Il packaging dell’italiano

17 ottobre 2007
Pubblicato da

di Andrea Bajani

C’è una tendenza tutta italiana a voler fare la fine dei puffi, non si sa se per emulazione volontaria o per innata, balzana, vocazione alla mimesi. Una delle caratteristiche intrinseche dei puffi, piccoli pupazzi blu dalla grande fortuna televisiva, è la loro coazione a ripetersi, nonché la pratica compulsiva di ribadire continuamente la propria identità come immutabile, fatale, la stessa dalla notte dei tempi fino alla fine dei giorni. Il jingle televisivo, cantato ipnoticamente da milioni di bambini durante gli anni Ottanta, recitava ìlare “Noi puffi siam così”. I bambini di tutto il mondo cantavano “Noi puffi siam così”, ed era evidente la loro immedesimazione con gli eccentrici pupazzi. Poi però i bambini crescevano, diventavano grandi, smettevano prima di guardare i cartoni animati, e poi di intonarne il jingle. I puffi viceversa restavano così com’erano sempre stati, dal momento che la loro identità si esauriva tutta nella tautologia, nel loro essere puffi: Puffo Quattrocchi, Puffetta, Puffo Golosone, Puffo Tontolone, Baby Puffo, e così via. Persino le loro azioni erano un continuo ribadire la propria identità, e il verbo “puffare” era il verbo che definiva, in maniera volutamente generica, la maggior parte delle azioni da loro compiute.

Gli italiani, come dicevo, hanno in comune con i puffi la propensione a ribadirsi in quanto tali, come fuori dal tempo, immutabili, immodificabili: “Gli italiani sono fatti così”, scriveva sardonicamente Gaetano Salvemini. A puntare il dito sul costume di definirsi il carattere in astratto, di cristallizzarsi in identità posticce è David Bidussa, che nell’introduzione a Siamo italiani (ed. chiare lettere) stigmatizza duramente questa deriva retorica. La retorica, per intenderci, che vuole gli italiani “poveri ma belli”, “gaglioffi ma simpatici”, “cinici ma solo per delusione”. In fin dei conti si tratta di un’attitudine, non solo italiana, a produrre profezie: si è così perché si è così. O meglio, si è così perché così sta scritto. Bidussa questa pratica profetica la chiama “Italianologia”, ovvero “la retorica – spesso lamentosa, impermalita e accigliata – che attraversa tutta la riflessione sull’Italiano e il cui effetto è creare e radicare una convinzione”. L’Italianologia è, si potrebbe dire forzando la definizione di Bidussa, una sorta di “Ideologia dell’Italiano”, intendendo per Ideologia la “falsa coscienza” marxiana. L’Italiano, così come ci è stato consegnato, non è altro che il risultato di una pratica discorsiva ininterrota, di “un modo di raccontarsi e, raccontandosi, […] descriversi”. È “l’effetto di un processo artificiale”. Di fronte alle profezie non ci sono che due alternative: accettarle con un atto di fede oppure tentare di scomporle nelle parti di cui sono composte, provare a restituirne la complessità, correndo il rischio di imbattersi, appunto, nalla falsa coscienza.

Per questo Siamo italiani è, strutturalmente parlando, un’antologia di testi, anche se sarebbe riduttivo pensarla esclusivamente in questi termini. L’unica possibilità di uscire dalle gabbie dell’Italianologia è quella di rifutarsi di riflettere sull’essere italiani in astratto: “siamo il prodotto di una storia che è fatta di […] retorica, di autoimmagine”. Non è un caso allora che ad aprire il libro sia un testo di Giulio Bollati: “chi voglia conoscere compiutamente gli italiani non potrà dunque non valutare il modo in cui la loro personalità venne definita. […] Perché il momento della progettazione dell’italiano non può essere disgiunto da quello dell’accertamento del suo essere reale, geografico e storico”. Di qui la necessità di scomporre le parti, isolarne le componenti, di mettere a nudo il meccanismo profetico. Di qui, dunque, la volontà di Bidussa di individuare le fonti, di questo processo artificiale. Ecco allora la ben nota descrizione dell’Italiano (quasi normativa) di Giuseppe Prezzolini: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. L’Italia va avanti portata in spalla dai “fessi” mentre tutti gli altri vivono in un culto della “furbizia” che si spinge fino al punto di provare ammirazione per chi se ne serve a suo danno. Ecco anche le spietatezza del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani o la fenomenologia dell’ipocrita di Torquato Accetto, un trattato del Seicento rimasto sepolto fino all’inizio del Novecento e intitolato Della dissumulazione onesta. L’italiano è denigratore di se stesso: c’è l’italiano antieuropeo dell’Elogio del buon italiano di Curzio Malaparte, c’è l’Italiano qualsiasi di Ennio Flaiano, quello di Indro Montanelli, che stigmatizza la corruzione dei ministri-squillo ma è indulgente sulla frequentazione privata (solo se discreta) delle ragazze squillo da parte degli attempati e bravi padri di famiglia.

E poi c’è l’italiano profetizzato, descritto, creato dalla politica. È questo il punto su cui si gioca la partita di Siamo italiani, in un binomio tra una politica agonizzante e autoreferenziale a cui occorre una pulizia del sangue, e un’antipolitica di cui bisogna domandarsi portata e significato. L’italiano della politica è il Bettino Craxi del finanziamento illecito ai partiti (“Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative […] hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale”). L’italiano della politica è l’Aldo Moro che a camere congiunte pronuncia la celebre affermazione “Non accettiamo di essere considerati dei corrotti”, e aggiunge “Non ci faremo processare”. L’italiano della politica è quello che viene fuori dalle denunce di corruzione di Enrico Berlinguer e di Leonardo Sciascia, che chiede “scandalosamente” di non cercare la mafia, il nemico, sempre e soltanto dall’altra parte: “Il controllo deve estendersi anche a noi, che sediamo su questi banchi, a coloro che siedono sui banchi del Senato, a coloro che siedono nelle assemblee regionali e nei consigli municipali, non trascurando nemmeno certi funzionari e certi ufficiali che hanno il compito di prevenire e reprimere appunto il fenomeno mafioso”. L’italiano produce profezie, imbastisce ideologie di se stesso, apparecchia definizioni buone nei secoli dei secoli. Che bisogna accettare come atti di fede, o far saltare in aria in quanto dispositivi di conservazione dello stato delle cose. Il prezzo da pagare, però, è alto, perché la conseguenza di questo sistema bloccato, difensivo, autodenigratorio non è altro che l’indifferenza. Scrive Bidussa “Noi siamo un paese che non sceglie, che posto di fronte alle scelte drammatiche rinvia, scantona, apparentemente in nome di un senso di responsabilità, in realtà perché scegliere implica credere in qualcosa, dover abbandonare qualcos’altro. In una parola: rischiare.” È qui, dice Bidussa, che nasce l’antipolitica, che “non si origina dalla delusione, ma dallo scetticismo, dal ‘non decidere’ che pure è la conseguenza di una convinzione: se costretti a scegliere, meglio seguire la corrente”.

Si tratta essenzialmente di una “questione morale”, come suggerisce il sottotitolo. A monte c’è una postura corrotta, che è rappresentata proprio dall’attitudine alla produzione di profezie, alla dismissione del senso critico, al cancro della semplificazione demagogica. A monte c’è una corruzione culturale. È la corruzione di un paese che mette in atto una progressiva infantilizzazione dei suoi cittadini, un’iperprotezione solo formale, che di fatto si concretizza in un abbandono. È la corruzione di un paese che demolisce l’istruzione parcellizzandola in università semplificate, che producono laureati troppo fragili per il mondo di fuori. È la corruzione di un paese che in nome della flessibilità manda allo sbaraglio giovani e vecchi in un mercato del lavoro diviso tra clientelismi ereditari e ammortizzatori familiari. È la corruzione di un paese che invita i suoi cittadini a partecipare compulsivamente a televoti televisivi, e si disinteressa di convincerli a partecipare alla politica attiva, alla gestione del bene comune. È la corruzione di un paese che lascia soli i suoi cittadini. L’antipolitica, se vogliamo usare questa parola, è la conseguenza della solitudine dei suoi cittadini, lasciati in disparte a fare esercizi di vittimismo e di cinismo, consegnati, come sottolinea Bidussa, all’ “assenza di vita interiore” al “familismo amorale in opposizione al senso civico”, al “trasformismo” inteso come “procedura tesa all’accantonamento del conflitto sociale”. È la corruzione di un paese che vuole cittadini docili.

Ma una risposta c’è, ed è una risposta politica e al tempo stesso culturale: è la volontà di uscire da un “modello comportamentale”. È anche la fuoriuscita dal binomio politica/antipolitica, che esattamente come il binomio fisico materia/antimateria non può che portare all’annullamento reciproco, al deserto dell’indifferenza. L’ultima sezione di Siamo italiani, prima della conclusiva Antipredica di Carlo Levi, si intitola programmaticamente Vie d’uscita. Ed è consegnata alle parole di Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jemolo, Aldo Capitini e Ruggiero Romano. Si tratta di una via d’uscita nella misura in cui c’è l’indicazione di una non rassegnazione allo stato delle cose, di una non accettazione di un supposto destino. Non esiste soltanto un Male da cui difendersi, o a cui piegarsi con rassegnata genuflessione, ma un Bene verso cui tendere. E questa è contemporaneamente una risposta morale e una risposta politica. È chiedere una partecipazione concreta, rifiutare la logica puffistica del “siamo fatti così”, chiedere all’italiano di sbarazzarsi delle parole d’ordine, delle profezie autoavveranti. Perché gli italiani, per dirla con Salvemini, “presi uno per uno sono quelli che sono. Ma grazie al cielo, non sono tutti allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che sono fatti… diversamente”

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5 Responses to Il packaging dell’italiano

  1. The O.C. il 17 ottobre 2007 alle 09:39

    Saidologia, basta che non diventi un altra riflessologia.

  2. The O.C. il 17 ottobre 2007 alle 09:39

    un’altra

  3. mauro baldrati il 17 ottobre 2007 alle 09:48

    Preciso. Aggiungerei il mai superato gallismo, il mito della virilità, che diventa dramma e tragedia nel “Bell’Antonio” di Brancati, uno spaccato nero di italianità. Recentemente a casa guardiamo un telefilm tedesco che va in onda su MTV che si intitola “Kebab for breakfast”, dove si narrano le vicende di una famiglia mista (lui è turco, con due figli, lei ariana, con due figlie); nell’ambiente turco c’è l’ossessione di “far diventare uomini” i ragazzini di 14-15 anni, portandoli al bordello. Il figlio del protagonista ha 17 anni e, vergogna, “è ancora vergine”. Tutto ciò mi fa pensare a una certa italianità ritratta proprio nel Bell’Antonio.
    Poi, Andrea, ho visto che eri nel programma di “Ad alta voce” qua a Bologna (reading di scrittori in giro per la città), ma non sono potuto venire ad Anzola (solo nella kermesse finale in S. Lucia). Com’è andata?

  4. luigi il 17 ottobre 2007 alle 12:07

    ariana?

  5. mauro baldrati il 17 ottobre 2007 alle 12:54

    Nel senso che il contrasto è giocato tra la famiglia di lui (sono scuri di pelle, occhi e capelli neri, la figlia ha il velo islamico) e lei, bionda con gli occhi azzurri.



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