Da: Madrid (1987)

26 ottobre 2007
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di Cristina Annino 

La casa addosso
Ci sono volgarità anche qui da pagare. Non si può
mica aspettare ore, papavero, che un evento
ci tocchi il cervello, la sua coscienza, i nervi
ottici e il resto. Bisogna capire
svelto come una bomba senza consigli, e scendere
dal tetto. Anni luce essere felici, quasi fosse
una cosa pratica, e noi utili al mondo. Per bene.
Ma non le voglio
bene mai, mai bene; c’è da dirlo, nel più
semplice modo, che poi sarà una bomba che passa
sul capo, una vergogna non so per chi, forse
storica, quella calma di lasciarla andare con la sua
crocchia fatta a rotonda
cassa armonica. Così è dare
tempo al tempo, un fischio quasi, peggio, si toglie
speranza alla gente. Pensando
così obliquo da labbropesce, la terra
è più d’un tramonto col piombo, da spezzare
il capello in due. Una piena. Lei
m’ha fatto venire qui, son venuto; m’ha ordinato
di sedermi, m’ha dato le spalle, è
volata via. Al principio credevo d’essermi portata
la casa addosso tanto il peso era inutile. Poi
ho detto “è così che si toglie la speranza”.

Poema in auto
Oggi e ieri strizza
in macchina le mani a conchiglia; pare una lavandaia,
un’ostrica e che mi lanci addosso il suo fisico dicendo
“noi e anche tu che sei
cinico”. Dice proprio noi; vola dal vetro, niente
corpo, certo non lo è, dalla terra al cielo è quel
volante nel mondo, o un germoglio che non contengo
più. Con orrore medico riconosco
il mio stomaco stare bene, poi in pena, stringersi
a chiave e scardinare la porta: Chagall e lo spirito
dell’arte.
(Quando
avrò voglia di guarirvi da dicerie e mostrare
ai bambini come si scrive un poema; allora se sarò di questo
mondo, verrò in una scuola che odora di talco o alla radio,
e in cima al vento d’una tranquilla verità. Starò
per diventare vecchio: il taglio
va fino alla fine, all’attimo vegetale, al pellame
ultimo dell’iride. Tutto vola, esplode come sa
fare luce. Il cervello
non può granché sulla terra, neanche a pensarci. Solo
credere all’immortalità, giova; e agli
animali tranquilli.)
Finisce. È passato
il vento, ogni parola; la testa risiede
sul collo, le mani in avanti, e la sera ci dà
cattive notizie: Dragutin è morto non ucciso dalla moglie ma
dai maiali che vedeva sempre nel sonno, cioè loro
gli hanno meglio invaso la vita. Nera regola,
questa notte faremo i bravi tacendo. Din Don sentirsi
i capelli a posto; è finita. Ora può venire
il bello (non avere abitudini regolari perché se
possono capirti fuori, non possano mai tenerti
il cervello). Pace
di camminare, non stare più in casa.
 

Adesso
L’abbiamo detto in cucina. Lo dice col muso riccio, dalla
testa al piede liscia invece quanto un capello: Sarenco
le esce di dietro, sborra. Dolce,
tanto. Comincia
l’inverno in cui
le mosche intrecciano le zampe, vanno di lato come
granchi, si mettono a vomitare. La sanno già
tutta, la vita, e quella anche dei
capelli, dove cascano per errore. C’è
da preoccuparsi che diventano umane, per non
pestarle. Così lei, pura di vino, ride, ma nel collo
casca: una casa storica del centro, la
buttano giù. Finita. Tutto
ciò che ci tortura è piccolo, freddo, andante. Però
su lui non sa mica scherzare. Gli
perdona ogni giorno che passa.
Nel grande mondo non sa più
stare bene. Si capisce
che arriva l’inverno. Forse
ai salmoni piace il dolore, alla saliva ai
piatti, ai Russi. Spostano il tempo come un bicchiere
e le nere foreste di sborra quanto un’oliva nell’olio
l’hanno davanti, nel secolo d’ora in cui
parlano. Ma le mosche loro
adesso muoiono. Io
me le porto via, al mio indirizzo, sediamo e domani ci
porterà il più bel giorno diverso.

Consigli a una pittrice svedese con cane san bernardo
Riesco a immaginare anche
un uomo: non vuol soffrire, chiude gli occhi per non vedersi
il dito rotto; gli va di non piacere e, giorni
igienici, mette su una biblioteca da specialista. Sa
d’essere un mucchietto di cenere ma è orgoglioso
lo stesso e, sennò, chiude ancora gli occhi. Tira
avanti duro.
Poi, più indietro o sotto, altro esempio: Ida scorda
dov’è il ditale nell’agoraio (termine sinfonico quanto
la morte) ma dopo una settimana, eccolo lì. Allora
capisce almeno tre cose: il proprio nome, quindi l’età, terzo,
in generale, la miseria del mondo. In altre
parole che il collo le sta mangiando la testa.
È rapida la cultura.
Monica, Monìka, non è vero? La Svezia
ha fatto solo nevrotici di buon calibro, ma
se non spari abbastanza come e quando, se dura
troppo l’apnea, o non sei marcia quanto le foglie e più
bassa della terra e ancora in uno solo mille fatti (è possibile:
con l’ispirazione polmonare diventa visibile l’interno
anche d’un gatto). Gloria
a chi ci rende fragili come guanti.

Madrid
Una città ed io
ci capiamo: si fa a chi sovrasta di più, e ammazza
ed è colpevole. Nei numeri
infiniti c’è la nostra coscienza. Siamo più – perdendoci
e stando muti e somigliandoci come guanti – umani
che le stelle. Per essere
poeti non si deve mica fare granché. Io lascio che le cose
vengano a me e tutto finalmente si somigli.

Sono molto solo davvero, ma va
bene. La testa a volte sale le scale indipendente da buon
cane, io coi piedi in ascensore. Poi, in cima,
ci rimettiamo a posto; e i casi sono tre. Poniamo: mi hai
dato il nome esatto, chiedo di te, mi fanno
entrare. Secondo: non mi lasciano, allora aspetto
sotto. Terzo: il nome non è vero e il giorno
che ti trovo io t’ammazzo. Esempio d’amore urbano, né
indirizzo né mani, ma è grande per questo.

Credo che in un altro, diverso, ci si debba
spazzolare a vicenda da ciechi, essere come si dice
in grazia. Due cecità. Soffrire per i mobili e temere
il silenzio, la vastità di non sedersi.
In effetti
non so se sia ansia, ma è igiene. Il mio
amore no. Mi libero
dal gelo a volte ma mai dalla libertà cui
sbatto la testa ad elastico. Il lutto
di capire va più in là della morte. Assodato.
La porterò
nel mio cervello intimo: Madrid. Come si dice al cinema, tu
puoi aspettarti tutto da me.

Nella stanza mi dicono “Victor”. Già lo sapevo, ma il chiasso
va sopra lo zenith eppure siamo
solo tre su un divano. Da che frigorifero viene
tanto bianco freddo e spuma e un ridere surgelato
e amore? Da Victor marinaio che lascia Lama
per Chelo, vino bianco e pesci del bar, per la casa.
Macellaio! ancora mi dico, che cuore però e che polmone,
che orecchio. Ecco un uomo.

Si crede d’amare bene se si sa
molto, la qualità ad esempio, balle simili. Il mondo
non è cattivo abbastanza e per fortuna
è cieco. Victor
con spalle da incrociatore eppure è basso, tanto
breve che lo tengo in mano se voglio: un essere
vale per la luce, nient’altro. Poi,
più in là di tutte le cose, sorprendente, tira
su dalle calze un modo di tenersi in piedi che dà
l’idea d’un attore.

Vedo Chelo nell’aldilà, già morta prendere
qualcosa per la coda, mettersi ferma, farsi nuda girarsi
come una penna a sfera e scrivere. Quante
firme, e quel collo di zebra classica più lungo, più
nero finché Victor
la ferma sul bianco da giocatore. È calmo
lui, anche in foia.

Salirò dalle pompe dell’intestino, lo prometto, come un bravo
marinaio al torace. Giacché finché non avrò un ricordo saldo almeno
quanto la matematica non sarò, poniamo, un uomo.

Nel sogno il mio cane seguiva due globi lucenti: a tre zampe
per camion e prati era tutto lui, tubo in fuori o cannone, le belle
labbra sui denti. Poi, finalmente cadde e disteso gli crebbe
la quarta gamba. Scordo
la psicanalisi alla porta del corridoio: è la memoria
a ossessionarmi, non l’orma della mente.

Dovrò farmela quella tavola pitagorica ch’è
il passato. Javier ad esempio. Scuole andare così una vita, non dà
carattere. C’è chi arriva a incontrarsi di schianto ma si mette
da torero di lato; poi sta lì, senza guardarsi nemmeno. Javíero
sembra una cosa uccisa da venti anni, quanti ne ha. Non so
ricordarlo, neppure i tanti amici che ci fissiamo un metro dietro
noi stessi. E poco, eppure in quel metro si casca
col difetto delle pernici.

Non trovo me stesso negli altri; se vedo è solo
il cavallo nero di Madrid, nel parco d’arte contemporanea. Lo guardo
dal cancello e sono l’unico a farlo. Alto quanto
una fonte ha il cervello all’aria, ferro, morto più ancora di Trinì
che si trincia l’ovale in due se le parlo. M’ama, in un bar, mi dà
ditate con fronte di carbone grezzo e io divago in mezzo a tutto,
in mare, con biblioteche che per fare bene davvero vanno ereditate.
Mica storie.

Così divago e giuro su altro: sui cannoni, imprese, sulle strade.
Per essere al passo compro il quadro d’una balena col corpo
aperto. Pare la più buona ghiacciaia del mondo, il fegato uranio,
e pompe e isolatori d’acciaio. Digerisce tutto, quel corpo, anche
fermo: gli occhiali dell’ottico Ochoa, le reclam sui muri, persino
un bottone vi vedo o l’ottone della memoria che credo importante
per un uomo. Sbaglierò?

In calle Prado 31 c’è un bracciale nella vetrina d’antiquario:
lo compro da sette mesi, gli dico ciao, sono bello nel dirlo. Allora
scordarmi della cultura m’ p are il più sublime segno d’essere
spietato. Me stesso. Per questo le biblioteche sono gole artiche che ho già
visto, forche; vi passo addosso mentre tanti pazzi dicendo “Musil”
o “rettorica” o, quel che è peggio “Borges”.

Sarò uomini in fila, sarò oggetti, niente individuale. Mi vedrò
distante al cinema, mai al centro. Tante strade, gente
che scordo. Sarò lo scordiere, il visiere, il marinaio che perde
acqua e in tasca si mette balene come ancore. Non si scorda certo
il mestiere. Questo almeno.

Davvero le idee globali non sono
molto, come dire essere rivoluzionari
non vedendo il contrario. Le chiameremo allora fedi ferme.

Se entro
in casa di Chelo, io
mangio. Ma chiunque può farlo, lo fa Guisando
che è un paese, lo fa il mondo e la radio, le malattie
e le bestie, qualunque idea giacché lei dice
che si ama in totale. E non sceglie.

Mi chiedo
se sia felice e anche altro. E perché
penso al gas di cucina sempre che odora fino a un metro e
potrebbe uccidere, ma l’hanno
così reso umano fino al silenzio. Di ogni
cosa dunque fanno tutti
il contrario. Allora?

Chelo non mi crede né capisce; ballano
le cose in tondo. Io non ho che un pensiero, niente
fede, chiodo magari: che l’amore
è parziale sempre e per sua
misura supera di poco l’altezza d’un cavallo ed è
solo ma uccide, per stare al mondo e fa bene,
chiunque altro.

(Tratto da: Madrid – ristampe Biagio Cepollaro E-dizioni. Prima edizione: Corpo 10, Milano, 1987. Immagine: Rosemarie Trockel, “Ohne Titel”)

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4 Responses to Da: Madrid (1987)

  1. véronique vergé il 26 ottobre 2007 alle 10:55

    E’ una poesia della vita quotidiana trafitta dal sogno marinaio: fare vacillare l’identità, tra l’ombra del poeta e il fantasma dell’esiliato. Da Madid offre uno sguardo stano, staniero, del viaggiatore entrando nella città sconosciata. Mi sembra che la poesia penetri nel paese bizzarro, intimo (da rendre intimo, uscire del freddo) dell’esilio.
    Cristina sogna altra lingua (lingua spagnola), varca la lingua madre per raggiungere città mare diversa, poesia ricompone la lingua con altra lingua straniera.

    Grazie a Franz che dà voce alle donne. Fa piacere a leggere;

  2. véronique vergé il 26 ottobre 2007 alle 10:56

    Volevo dire MADRID, certo, che a una somiglianza con MADRE

  3. Alessandro Ansuini il 26 ottobre 2007 alle 17:45

    Non ho avuto il tempo di leggere con la dovuta calma questi testi ma così, a caldo, mi piacciono moltissimo.

  4. fm il 29 ottobre 2007 alle 00:35

    Testi che hanno vent’anni… Inavvicinabili per tanti, tantissimi, che oggi si trastullano coi versi senza aver mai letto niente.

    Una grande. La cui opera complessiva meriterebbe ben altra visibilità.

    fm



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