Il contemporaneo Ottocento

31 ottobre 2007
Pubblicato da

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di Antonio Scurati

L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su Guerra e pace, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato. L’assunto di partenza, per quanto spiacevole, è purtroppo incontestabile. Tutti i dati statistici e i parametri sociologici lo confermano. Al giro del millennio, in Italia aveva il diploma appena il 42 per cento della popolazione adulta compresa tra i 25 e i 64 anni contro la media europea del 59 per cento; solo il 9 per cento degli italiani adulti possedeva una laurea contro una media europea del 21 per cento. In Italia si producono poco più di 750 brevetti l’anno, mentre la Spagna ne deposita circa 2000 (la Germania 15000). Nel 2002 in Italia si sono vendute 102 copie di quotidiani ogni mille abitanti contro una media europea, comprendente anche l’Italia, di 270. I dati relativi al numero di libri acquistati e letti disegnano, anno dopo anno, uno sconfortante scenario di deserto della lettura pubblica. Ne citerò uno solo: quasi il 70 per cento di commercianti, professionisti e imprenditori dichiara di non leggere nemmeno un libro all’anno. Ma la cosa più grave è che non li leggono perché molti di loro non sanno più leggere: secondo un’indagine condotta dal Cede – come scrive Tullio De Mauro in La cultura degli italiani, un libricino che tutti gli italiani dovrebbero leggere se sapessero ancora farlo – più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione.

La fiction prodotta dalla Lux Vide assieme alla Rai è stata trasmessa in un Paese nel quale il 66 per cento della popolazione manifesta un’insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale. Il che significa, tradotto in soldoni, che buona parte dei milioni di italiani che domenica e lunedì hanno assistito alla prime due puntate di Guerra e pace non sarebbero in grado di leggere il romanzo da cui proviene. Non ne hanno mai avuta la capacità linguistica o non ce l’hanno più. Sembra inverosimile che nell’ottobre del 2007, dopo sessant’anni di pace e crescente benessere, la situazione culturale italiana sia ancora quella di un eterno, interminabile dopoguerra. Ma tant’è. Con questa strisciante selvatichezza dobbiamo fare i conti. E, allora, salutiamo con favore il tentativo di trasmissione dell’eredità culturale via etere, rallegriamoci per i sei milioni e mezzo di telespettatori che lo hanno scelto e poi facciamo questi conti. E i conti si fanno chiedendosi non che cosa la fiction di Guerra e pace restituisca al genio letterario di Tolstoj ma che cosa restituisca a noi del suo capolavoro, non quanti debiti saldi con lo strepitoso romanzo cui s’ispira ma quanto del lascito di quella formidabile eredità culturale giunga fino ai telespettatori odierni e quanto si disperda. Così si fanno i conti con la tradizione: non stabilendo quanto le dobbiamo ma quanto ci prendiamo, o ci perdiamo, della sua forza immane.

Molto, purtroppo, va perduto. Soltanto due esempi. Innanzitutto va perduto il meraviglioso respiro epico del racconto tolstojano, quella qualità che scaturisce dal procedere lento e maestoso del passo narrativo di un romanzo grandioso. Nel libro, al principio di quel cammino, la realtà è soltanto una frantumaglia di allusioni orecchiate in un pettegolezzo da salotto ma alla fine quell’incedere inesorabile e magnanimo consente al lettore di abbracciare con un solo sguardo un intero mondo, un’intera epoca e, attraverso di essa, l’umanità tutta. Nella versione tv, invece, una girandola di situazioni consumate in fretta conduce precocemente all’epifania del divino sul campo di battaglia di Austerlitz e lo svilisce al semplice svenimento di un personaggio (il principe Andrej) che ancora non esiste. Lo s’imputerà alla dittatura del telecomando, ma questo può valere per la mediocrità di una serata qualunque trascorsa a fare zapping non per la straordinaria occasione di televisione festiva offerta da Guerra e Pace. Altrimenti meglio non scomodare Tolstoj.

L’altra cosa che va perduta è una delle più grandi invenzioni dovute al genio narrativo di Tolstoj: la capacità di raccontare le vicende individuali sullo sfondo di quelle collettive, di mettere il mondo umano – la pace – a contrasto con il mondo storico – la guerra. Andrej, Natasa, Pierre, sono – come notava Leone Ginzburg – «personaggi umani che amano, soffrono, sbagliano, si ricredono, cioè, in un parola, vivono»; ma sono simultaneamente personaggi storici condannati a recitare una parte che non è stata scritta né da loro né per loro, anche se loro immaginano d’improvvisarla. La versione tv, invece, elimina quasi completamente la dimensione storica, riducendo le scene di massa a momenti quasi grotteschi, le guerre napoleoniche e l’insurrezione del popolo russo a un rumore di fondo, l’intreccio troppo spesso a un piccolo dramma sentimentale da camera in odore di soap-opera. In questo modo si smarrisce proprio il dono che dall’arte narrativa di Tolstoj giunge fino alle narrazioni televisive seriali dei nostri tempi. Le migliori serie tv hanno, infatti, cominciato fin dagli anni ’80 a far uso di strutture narrative complesse grazie alle quali l’evoluzione cronologica delle vicende legate alla vita privata dei personaggi scorre parallelamente a quella di una vicenda collettiva con la quale si incastra ripetutamente. In questo modo, il racconto delle piccole vicende sentimentali di individui simili a noi entra in risonanza con l’eco più vasta della vicenda collettiva, che può essere la cronaca di un reparto ospedaliero di medicina d’urgenza, quella di un distretto di polizia, o la storia d’Europa, come nel caso di Tolstoj. Insomma, da questo punto di vista, c’è più Tolstoj in ER o in NYPD che non nel Guerra e pace visto su Rai Uno.

Ma la strada da percorrere è questa. L’Ottocento di Tolstoj, il secolo in cui fiorì la grande civiltà del romanzo, è nostro contemporaneo più di quanto non si creda. Bisogna solo abbandonare l’idea del divorzio tra la cultura tradizionale di matrice letteraria e la cultura visuale oggi imperante. Dobbiamo propiziare, invece, il matrimonio tra le punte più avanzate della narrazione televisiva e i secoli di grande letteratura che ci siamo lasciati alle spalle. Potrebbe scaturirne uno sposalizio salvifico anche per un Paese culturalmente arretrato. Non siamo noi che dobbiamo salvare il nostro grande passato. E’ lui che verrà in nostro soccorso.

[pubblicato su La Stampa del 24.10.2007]

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47 Responses to Il contemporaneo Ottocento

  1. catalin florin maggi il 31 ottobre 2007 alle 15:11

    Bisogna anche dire che tra il 9 per cento degli italiani laureati molti spesso devono nascondere la laurea nei curriculum vitae per sperare di trovare un lavoro e non intimidire troppo i piccoli imprenditori italiani.
    Accade sovente, purtroppo….

  2. mario domina il 31 ottobre 2007 alle 15:28

    in compenso ci sono 80 milioni di contratti di telefonia mobile…

  3. The O.C. il 31 ottobre 2007 alle 15:30

    Più che ER e NYPD, penso a Jericho. Il fatto è che gli americani sono in pieno revival romantico (andrebbe riscritta una storia del romanticismo americano), e questo gli permette di raccontare storie degne del secolo diciannovesimo. Pensandoci bene, è possibile che l’imprenditore analfabeta si nutra di Jericho come faceva suo nonno con la memorialistica garibaldina? Se fosse così, sarebbe superalfabetizzato visti gli ascolti delle serie tv.

  4. La scimmia il 31 ottobre 2007 alle 16:24

    Non sono d’accordo! Essere laureato non vuole dire essere intelligente, sveglio, tenero. Me ne frega dell’università! Lo dico con libertà, perché ho incontrato laureati molto stupidi.
    Italia non è un paese arretrato. A Termini, c’è una libreria vasta; a Parigi niente nella stazione. I francesi hanno la smania di scrivere: sono orgogliosi, vacuoi: si martoriano il cervello per niente, credono fare letteratura e partoriscono niente.
    Quando accendo la radio, si ascolta persone che si ascoltano parlare.
    Allora, siate più fieri di voi, della vostra creatività

  5. tashtego il 31 ottobre 2007 alle 16:58

    non ho letto guerreppasce.
    lo farò, forse.
    non ho nemmeno visto la versione televisiva, voglio dire che non mi è passato nemmeno per l’anti-camera del cervello di farlo.
    non capisco cosa c’entra l’ignoranza degli italiani con la scarsa qualità della trasposizione in oggetto: questa deriva da quella?
    e pure mi sembra un po’ semplice la chiusa di scurati sulla propiziazione del “matrimonio tra le punte più avanzate della narrazione televisiva e i secoli di grande letteratura che ci siamo lasciati alle spalle”.
    in cosa consisterebbe questo matrimonio, ammesso che non sia stato già celebrato proprio agli albori della tv e proprio dalla nostra cultura arretrata?
    la mancanza di un esempio concreto, al di là delle fiction seriali americane (le vicende corali di un ospedale non sono la stessa cosa di quelle europee d’inizio Ottocento), lascia l’affermazione-auspicio priva di contenuto.
    e se l’accettassimo la cultura verbo-visiva, una buona volta? senza rinnegare nulla del passato (ricorda scurati che il nostro passato culturale ottocentesco è quasi un deserto? è la provincia sssoluta? e che questo fatto pesa ancora, e molto, sull’oggi e sulla nostra capacità di auto-narrarci?) del quale potremmo continuare a nutrirci.
    in fondo bastava farla meglio, la trasposizione di guerrepasce.
    voglio dire, si poteva.

  6. Monno Liso il 31 ottobre 2007 alle 18:49

    Ma Scurati, con il romanzo che ha scritto, ha il coraggio di giudicare!

  7. jackleopardi il 31 ottobre 2007 alle 19:37

    Perchè non raccogliere il tema sollevato da Scurati e girare intorno o addirittura perdersi nel superfluo o tralignare nell’infimo? Siamo con tutte le gambe conficcate nella “cultura visuale”. Il suo potenziale educativo sulla massa d’ignoranti che noi italiani siamo non si può trascurare. La narrazione per immagini va subito al dunque, sottrae le prodezze della parola nelle sue luminose performance di coglimento della cosa, sostituisce alla lentezza del lavorio e dell’indagine la rapidità del piatto servito e pronto, privatizza il politico, rade al suolo le complessità della storia, addomestica il sublime , il misterioso, l’arcano. Possiamo trascurarne le possibili conseguenze? Interessano a qualcuno (che so io, se non a scurati, a biondillo…)? Per non parlare del tragico e del suo fuggire di cella in cella…

  8. beccalossi il 31 ottobre 2007 alle 20:29

    rispetto ai dati citati nell’introduzione, alcune domande spontanee:
    – c’e’ da chiedersi perche’ l’italia abbia tra i piu’ bassi tassi di laureati con una spesa in educazione che supera decisamente la media europea (mi pare il 5% del PIL, ma vado a memoria);
    – c’e’ da chiedersi perche’, nonostante i lettori di giornali siano in diminuzione, gli editori continuino a dichiarare stabili le cifre sulle copie vendute (dove vanno a finire tutte le copie stampate?);
    – sui brevetti: il dato dei brevetti italiano storicamente sottostima la realta’ (molte imprese innovano, fanno innovazioni ma non si prendono la briga di brevettare: non c’e’ cultura del brevetto).

    Su guerra e pace: non ho letto il libro/visto la TV. Le telenovelas e le fiction non sono di per se’ un segno del declino: ci sono anche in Inghilterra, sulla BBC (e.g. Coronation Street). Ma guardate quanti documentari (non solo naturistici) fanno vedere sulla BBC, e quanto giornalismo serio si puo’ trovare, e confrontate con l’Italia.

    I segni del ritorno all’ottocento del nostro paese non sono nel travisamento di Tolstoj, ma nella presa alla lettera di Bruno Vespa.

  9. The O.C. il 31 ottobre 2007 alle 22:32

    Io mi rivolgerei a Beppe Grillo.

  10. 3 il 31 ottobre 2007 alle 23:07

    FORZA LAZIO!

  11. Franz U il 31 ottobre 2007 alle 23:20

    Guerra e Pace, una bella sfida, indubbiamente… leggerlo intendo. Non guardarlo alla TV. Soprattutto se, da quanto leggo qui e da quanto ho sentito su Fahrenheit, Radio Rai3, questa trasposizione televisiva è stata un flop. D’altronde, come poteva reggere una riduzione televisiva con un romanzo tra i più complessi della storia della letteratura?

    Mi sa che propendo per ciò che dice Tashtego:
    “non ho letto guerreppasce. lo farò, forse.”

  12. Giorgio Tesen il 1 novembre 2007 alle 01:11

    NON CI STO. Mio padre è geometra come me. Ha 75 anni. Se gli dovessi chiedere di scrivere mille battute su quello che ha fatto ieri non sarebbe in grafo. Ogni sera legge un classico diverso. LA CERTOSA DI PARMA, MADAME BOVARY, PROUST, e ne parliamo insieme. Ne discutiamo. Scambiamo opinioni. Lui ha letto I MISERABILI, io ancora NO. Lui ha letto GUERRA E PACE, io ho letto INFINITE JEST ma non ho ancora letto GUERRA E PACE.

    “La fiction prodotta dalla Lux Vide assieme alla Rai è stata trasmessa in un Paese nel quale il 66 per cento della popolazione manifesta un’insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale.”

    E’ qui che hai toppato, Antonio Scurati, e mi dispiace.

    Ricorda:
    Sui monti di pietra può nascere un fiore.

  13. Giorgio Tesen il 1 novembre 2007 alle 01:12

    “in grafo” -> “in grado”

  14. The O.C. il 1 novembre 2007 alle 01:51

    Giorgio, t’invidio.

  15. valter binaghi il 1 novembre 2007 alle 11:01

    Ieri sera ho tentato di vedermi “300” (il famigerato film sulle Termopili) in DVD. Ho spento dopo venti minuti. Non ho mai visto niente di più rozzamente ideologico e fascista in particolare (eppure sapete che non approvo l’uso indiscriminato di questo termine), ma soprattutto di più lontano dalla coscienza storica. Più o meno lo stesso effetto mi aveva fatto “Troy”. La conclusione è che preferisco lo sceneggiato zoppicante di un’Italia semianalfabeta a tali roboanti (magari epiche per qualcuno) riletture Hollywoodiane.

  16. Monno Liso il 1 novembre 2007 alle 12:29

    Ripeto: che cazzo si giudica Scurati, pensi al suo di Ottocento (quello del suo ignobile romanzone) che ha fatto vomitare tutta la critica italiana! Pensi lui a studiare e a ritirarsi per un po’ dallla scena che ha veramente rozzo il cazzo con il suo snobismo!

  17. così&come il 1 novembre 2007 alle 12:35

    a me è piaciuto nonostante
    acriticamente finalmente
    per il solo fatto che ci fosse
    al posto di pacchi scotti & datteri
    in onore ad Anton Giulio Maiano
    Karamzov&E le stelle stanno a guardare forever
    ergo
    sono un tipo culturalmente arretrato

  18. The O.C. il 1 novembre 2007 alle 12:41

    Caro Binaghi,

    se guardi Trecento con il tuo occhio da persona tanto civile e acculturata è giusto che tu spenga immediatamente il famigerato dvd, come farebbe ogni bravo genitore interessato a raccontare la storia spartana unicamente attraverso i libri dei Canfora, senior e junior.

    Se invece lo guardi come un capolavoro del fumetto americano, e ti riesci a godere l’immagine – e già, la forza dell’immagine, solo quella -, forse te lo rivedrai anche due o tre volte, lo stesso film (ma la prossima volta ti consiglio di guardarlo a cinema, in dvd è come guardare un quadro puntinista in qualche riproduzione giornalistica).

    Immagini, insomma. Non ideologia. Qualcosa che la nostra cultura del primato italico e veteroeuropeo neppure comprende lontanamente, anche se devo ammettere, un po’ Scurati si è sforzato, ma poco poco.

    Che poi Trecento sia un distillato di herderismo, questo lo capirebbe anche chi è a corto di teoria culturale.

    Saluti assai

  19. valter binaghi il 1 novembre 2007 alle 16:17

    @ The O.C.
    Spiace deluderti, io sono venuto su a Tex Willer e patatine fritte, il machismo fumettaro non mi disturba affatto, ma il film in questione era for me noioso e ridicolo, punto.

    @Monno Liso.
    A me il romanzo di Scurati è piaciuto e ne scriverò qui.
    Quando uno mi dice che un libro gli fa schifo mi verrebbe da chiedergli quali sono le sue preferenze, così tanto per capirci. Non che poi viene fuori che Scurati fa schifo perchè il capolavoro è Faletti.

  20. Monno Liso il 1 novembre 2007 alle 18:01

    Allora, caro Binaghi, è un problema tuo.

  21. stefano calosso il 1 novembre 2007 alle 18:58

    La recensione di Scurati mi pare non faccia una piega e, a dire il vero, mi pare applicabile alla stragrande maggioranza delle fiction, insomma il targhet è quello…

    Sono invece perplesso dal finale del suo articolo. Vedo pochi nessi tra la “grande letteratura” e l’intrattenimento di massa.

  22. stefano calosso il 1 novembre 2007 alle 19:04

    Per quanto riguarda “Troy”, “Trecento” e compagnia non credo siano meglio o peggio delle nostre fiction di provincia. Fini e ideologia non divergono molto, la differenza è più o meno quella che passa tra una balera romagnola e una discoteca di Milano.

  23. gianni biondillo il 1 novembre 2007 alle 19:31

    Giorgio Tesen,
    tuo padre, quindi, non fa parte di quel 66 %. Dov’è, dunque, l’incongruenza? Perché ti senti chiamato in causa?

    Valter
    WuMing1 ha detto e scritto cose illuminanti sull’argomento “300” (vedi qui). Film, indiscutibilmente, fascista. Che a me è piaciuto un casino, però.

    Monno Liso,
    non è del romanzo di Scurati che si parla qui. Quindi capisco ben poco questo tuo attacco frontale e sgraziato. Se, per assurdo, tu avessi fatto, qui nei commenti, una recensione con tutti i crismi del suo tomo, sarebbe, comunque, fuori tema. OT, per capirci.
    Stiamo alla discussione, per piacere.

  24. Giorgio Tesen il 1 novembre 2007 alle 21:33

    @Gianni
    mi sento chiamato in causa perché il 66%, cioè due su tre, mi sembra generalizzante, un po’ come la statistica che gira in tv circa il consumo di cocaina di sette persone su dieci, per cui presi a caso

    Valter, O.C., Giorgio Tesen, Gianni Biondillo, Monno Liso, Antonio Scurati, Stefano Calosso, tashtego, jackleopardi, e mario domina

    almeno sette di loro consumano cocaina abitualmente

    i libri comprati in edicola e letti sono compresi/esclusi dal 66%
    chi naviga su internet è compreso/escluso dal 66%
    chi adesso sta vedendo la fiction “Il capo dei capi” (Riina compreso) è compreso/escluso

    è ovvio che tanta fiction faccia cacare, l’intrattenimento è scaduto, secondo me Guerra e pace è stato troppo pompato, andrà meglio Elisa di Rivombrosa, che nella collettività riscuote più successo di Barry Lindon

  25. Giorgio Tesen il 1 novembre 2007 alle 21:34

    aggiungo che 300 secondo me può sembrare fascista solo ai filosersiani, non è nè meglio nè peggio de “Il Gladiatore” di Ridley Scott

  26. Luigi Weber il 1 novembre 2007 alle 21:58

    Non vorrei andare off topic, ma dal dibattito (il solito dibattito zigzagante di NI) sono emerse un paio di cose interessanti che vorrei riprendere. Dico intanto che mi astengo dal discorso pro o contro Scurati, il cui libro non ho letto, e mi limito a convenire con lui sulla tristezza del trattamento dedicato a “Guerra e pace”. Erano stati appiattiti tutti i personaggi, e a non aver mai sentito nominare il romanzo, la si sarebbe potuta credere una normalissima fiction in costume, gemella di Incantesimo o di Elisa di Rivombrosa. Io ti amo, tu mi ami, aspettami, ti aspetterò, lui è buono lei è cattiva, eccetera eccetera. Età mentale necessaria per seguire il plot, cinque anni.
    Qualcuno ha detto giustamente, però, che la lettura “bassa”, da teleromanzo anni ’50, è forse meglio del nulla, e soprattutto di certe disinvolte, efferate trasposizioni. “Troy”, per esempio, che è stato evocato, pur essendo uscito dalle mani di un valido sceneggiatore, è un film criminoso. “300”, invece, secondo me – e so che vado contro un dottissimo saggio/conferenza di Wu Ming, che ho ascoltato/letto con pazienza e interesse – è meno fascista di quanto sembri, e certo molto meno porcheria di quanto sia stato detto. Intendiamoci, fascista lo è, eccome, ma non crediate che a Sparta fossero dei prodigi di progressismo, nel V a.C.
    Gli storici antichi di parte greca enfatizzavano l’immensità dell’esercito nemico, la sua crudeltà e mollezza “orientali” (che è un topos durissimo a morire, e non nasce davvero – come credeva Said – con l’orientalismo settecentesco), la sua bizzarra accozzaglia di etnie, armamenti, tradizioni. Miller nel fumetto, e il regista nel film, hanno cercato di ricreare un mito di fondazione, che come ogni mito è iperbolico, e parzialissimo, e (direbbe Barthes) “ideologicamente saturo”. Ovvio che oggi lo si legga con gli occhiali del conflitto tra Oriente e Occidente, ma non dimentichiamo che, in fondo, proprio di quello parla, e nel suo essere così estremo, così finto, così dichiaratamente propagandistico, magari induce anche a riflettere sui meccanismi della propaganda che ci pervade, giorno per giorno.
    Inoltre, il rapporto con il fumetto originale, che è davvero un capolavoro, ci sfugge se parifichiamo le graphic novel di Miller & co. degli anni ’80 e ’90 con i fumettacci seriali italiani quali Tex Willer, i quali non avevano nessuno spessore. Non è che basta la nuvoletta per far di tutta l’erba un fascio o un macho.
    Ultima cosa: vi ricordate che Efialte viene rifiutato dagli Spartani perché deforme, e invece di uccidersi va a offrire la sua fedeltà al Re persiano, evento da cui si origina la sconfitta dei Greci? Ebbene, io trovo che la scena in cui Efialte si inoltra nella tenda-reggia di Serse, e viene coinvolto in una specie di baccanale tra freaks, con uomini e donne deformi quanto e più di lui, sia una bellissima alternativa alla perfezione ostentata dei soldati spartani.

  27. vincenzo a. il 1 novembre 2007 alle 23:23

    @ Biondillo

    “WuMing1 ha detto e scritto cose illuminanti sull’argomento “300″ (vedi qui). Film, indiscutibilmente, fascista. Che a me è piaciuto un casino, però.”

    Beh, è piaciuto un casino pure a WuMing1, lo dice a chiare lettere all’inizio del suo intervento.

  28. gianni biondillo il 2 novembre 2007 alle 00:35

    Certo, Vincenzo, lo so benissimo. Ne discutemmo sia a voce che in rete, era di maggio (come la canzone) su Lipperatura.
    E, Luigi, proprio in quella occasione dissi che di tutti i personaggi del film io proprio col reietto deforme Efialte, maggiormente mi identificavo!

  29. The O.C. il 2 novembre 2007 alle 01:13

    Ma perché WuMing è una fonte di legittimazione estetica?

  30. The O.C. il 2 novembre 2007 alle 01:18

    Comunque anche Transformers non scherza.

  31. valter binaghi il 2 novembre 2007 alle 09:00

    @Biondillo
    Le cose interessanti le scriveva Furio Jesi, che abbiamo letto negli anni Settanta, sul “mito tecnicizzato”. Wu Ming1 ne fa un’applicazione non scorretta ma abbastanza scontata, che si può applicare ad ogni utilizzo propagandistico del mito dai fasci littori di Mussolini in su.

  32. Utente qualsiasi il 2 novembre 2007 alle 10:03

    “Wu Ming1 ne fa un’applicazione non scorretta ma abbastanza scontata, che si può applicare ad ogni utilizzo propagandistico del mito dai fasci littori di Mussolini in su.”

    Non è che “si può applicare”: lui lo applica proprio, programmaticamente. Non per fare l’avucàt del wumingo, ma è proprio lui il primo a dire che nel suo intervento rispiega “l’abc” perché a volte si rende necessario. Ed è necessario perché a sinistra si cerca ad ogni costo un anticonformismo interpretativo che in realtà è conformistico dato che tutti lo cercano.

  33. Efialte il 2 novembre 2007 alle 10:10

    Quello di Bui è un atto d’amore in fondo:

    «Di questo film ho disprezzato l’ideologia, il razzismo, la mortifera coerenza dell’ impianto allegorico, eppure mentre guardavo scoprivo in me sentimenti di immedesimazione e addirittura di commozione. Il film si rivolge agli ormoni, è probabile che nessun maschio, per quanto critico del proprio genere, del proprio ruolo e dei propri comportamenti, possa restare indifferente di fronte a una simile apologia della Maennerbund, del cameratismo maschile di guerra. Il legame tra i maschi del branco umano si tempra nella lotta contro un nemico e si esprime nella forma più alta al momento della vittoria, dove collassa ogni distinzione e affondiamo nel carnaio del sacro: per un orgasmico istante si oblitera il mondo, il colpo decisivo annichilisce la realtà e la fa scomparire, c’è solo l’arma che affonda nella carne, il nemico che stramazza, i compagni intorno a me. Se sopraggiunge la morte ci stringiamo la mano e pronunciamo la parola “onore”. Viva la muerte!, grida il mio cervello rettile.
    Persino il doppiaggio italiano concorreva a rapirmi: di solito detesto il doppiaggio, ma quello di 300 (fatta eccezione per Serse, della cui voce dirò più avanti) mi è suonato perfetto per gli scopi espressivi del film. Almeno alle mie orecchie, qualunque accento dell’Europa continentale s’intona a quella storia (europea) più dell’American English. In quel contesto le voci italiane riverberavano d’antico, in particolare quella del narratore Delio, unico (e immaginario) sopravvissuto alla mattanza, poiché scelto da Leonida per tornare a Sparta e raccontare l’impresa. Una voce, quella di Mimmo Mancini, non “rotonda”, non eccessivamente “maschia” (non alla Pannofino, per intenderci), un po’ incrinata, dolente, lievemente stridente. Voce vera, di quelle che senti per strada. Il fatto che tale voce dia testimonianza di quel che accade, per giunta parlando al presente come in una telecronaca, rende Delio uno di noi. Per suo tramite ci commuoviamo quando Leonida si scopre il capo (“…l’elmo lo soffoca…”), trepidiamo mentre getta lo scudo, ci commuoviamo al comprendere il motivo di quei gesti.
    Tutto questo mi ha inquietato: 300 è un film che porta lo spettatore vigile e critico alla schizofrenia, costringendolo ad accomodare lo sguardo, per conciliare distanza dal contenuto e intimità con l’espressione. Se guardi il paesaggio scompare il vetro, se guardi il vetro si sfoca il paesaggio.
    Quella che voglio esercitare nei confronti di 300 – e di Frank Miller – è un’ironia diversa da quella beffarda dei miei compagni di visione al Cineplex. Si tratta dell'”ironia erotica” di cui parlava Thomas Mann, l’amore per ciò che sto tradendo, nel caso specifico per l’opera che intendo uccidere con la parola analitica, per forza di cose crudele.»

  34. Luigi Weber il 2 novembre 2007 alle 11:30

    D’accordo con la precisazione di Binaghi, non volevo sottrarre niente a Jesi. Mi limitavo a osservare che l’intervento critico di WuMing1 era molto ampio e ricco di strumenti critici, un vero e proprio lavoro saggistico. Quanto al fatto che “300” sia piaciuto al suo “cervello rettile” (anche al mio, peraltro; ed è una bella definizione), si vedrebbe anche se non fosse esplicitamente ammesso. Quello è forse il rischio maggiore di “300”, il luogo dove si annida il suo non trascurabile quoziente di fascismo. Perché quando qualcosa parla in modo così trascinante al nostro cervello rettile, è senza dubbio qualcosa di pericoloso. L’esaltazione del corpo maschile nudo e della spada che trafigge sono pesantemente fallocentriche, e solleticano l’aspetto più belluino della virilità, il gusto tutto maschile per l’incrocio tra sessualità e violenza, tra dominio erotico e assassinio.

  35. Simona C. il 2 novembre 2007 alle 13:15

    Scurati dice delle ovvietà belle e buone qui (riferendomi all’articolo sulla Stampa), come altrove. Iinsomma, possibile che ancora si trovi interessante dire che il popolo italiano non apprezza la cultura e che preferisce le fiction? – come se non si sapesse. Tanto più che il suo ultimo romanzo “Una storia romantica”, è veramente un’operazione commerciale alla fiction di “Guerra e pace”, e in tutta sincerità, benché non oserei mai dire che un romanzo fa schifo, non capisco come o cosa possa essere piaciuto in questo caso. Personalmente, l’ho trovato una banalità su tutta la linea: dal titolo, all’immagine scelta per la copertina, all’idea narrativa “amiamoci e facciamo la rivoluzione”, al linguaggio. Mi sono sentita presa in giro. Ha perfino voluto condire la banalità dell’operazione (prettamente commerciale) con qualche piccolo ingrediente meta-pop, tanto per dire che era innovativo..
    Che esiste purtroppo una maggioranza degli italiani ormai incapaci di pensare con la propria testa, credo sia un dato di fatto. Che la cultura non sia un pezzo di carta, credo che lo sappiano in molti, o almeno lo spero. Che la si trovi in tutt’altri luoghi che le università, credo che se ne abbia poca consapevolezza. Ho viaggiato molto, ed ho conosciuto persone che facevano i lavori più umili (come il barman, o il pescatore, o l’elettricista, o il tornitore in fabbrica) avere un’altissima cultura in fatto di cinema, o di musica, o di letteratura, ma soprattutto, e questo era la loro grande ricchezza, senza averne una visione accademica. Persone in grado di commentare un romanzo non perchè lo hanno studiato a scuola, ma perchè ne hanno fatto un’esperienza.

    e dopo “sui monti di pietra nascono i fior” vado ancora oltre e aggiungo: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.”

  36. montekristo il 2 novembre 2007 alle 13:56

    Non ho visto Trecento, sento dire che è fascista e inizialmente mi immagino un film diretto da Squitieri sugli ultimi trecento giorni di Mussolini. Poi leggo alcuni commenti a Trecento, capisco più o meno di cosa si tratta e però dai commenti medesimi mi sembra di ravvisarvi contenuti di sovietismo. Credo di non aver capito il significato dell’aggettivo fascista, in generale dico.

  37. tashtego il 2 novembre 2007 alle 14:02

    Trecento è film di purissimo fascismo, de-privato di ogni possibile storico e successivo attributo.
    è talmente fascista da essere pre-politico.
    è talmente fascista da poter servire da valido riferimento per ogni approfondimento teorico sull’idea prima di fascismo.
    ed è pure parzialmente bello.
    vedere per credere.

  38. Monno Liso il 2 novembre 2007 alle 17:52

    Brava Simona. C., condivido in pieno il tuo intervento contro la mediocrità da romanziere e lo snobismo critico di Scurati. Quanto a 300, tutti quei rallenty mi hanno fatto incazzare! E poi è intasato di estetismi da 4 soldi ed effettacci holliwoodiani. La sceneggiatura rasenta il ridicolo-fumettistico!

  39. Utente qualsiasi il 2 novembre 2007 alle 18:23

    “La sceneggiatura rasenta il ridicolo-fumettistico!”

    Ma che scoperta: è basata su un fumetto! Bah.

  40. lu il 2 novembre 2007 alle 19:01

    chi se ne frega di 300, sarà mica quello l’esempio di dominio della cultura visuale su quella alfabetica?! Caro gigi, caro ale, caro pepè: mah…

  41. sundancekyd il 2 novembre 2007 alle 20:49

    Il problema vero è che, al di là della sontuosità e dello spostamento di mezzi e uomini, a dispetto del notevole dispiegamento di ‘attoroni’ (tra loro il carissimo Alessio Boni, che pure ha i suoi bei numeri come interprete totale, e non parlo dell’aspetto ovviamente), la ‘fiction’ (ma vogliamo provare a tornare a una nominazione meno ammiccante e più esatta?, lo vogliamo, questo Guerra e Pace, chiamare telesceneggiato?, bè, ma seriamente i fatti ci autorizzano a questa ri-nominazione?) GUERRA E PACE, appunto, è stato un ‘prodotto’ brutto. Ma brutto brutto brutto. Se fosse stato una vera fiction, cioè una narrazione d’invenzione (un romanzo in immagini), avrebbe avuto virtù di coinvolgimento. Invece è stato quanto di più freddo. Un filmone in cui erano visibili tutti gli effetti creati da truccatori fotografi e scenografi (il sudore di Andrej ferito che giace praticamente morente è evidentemente una colata d’acqua sul viso, troppa, cioè si vede il trucco – tanto per fare un esempio). Mortale l’effetto straniante del doppiaggio, un audio calato come un sudario su tutto eppure staccato dalle bocche, dai visi, dalle espressioni – tanto per fare un altro esempio. La sceneggiatura ha reso il romanzo di Tolstoj nella sua congerie superficiale di fatterelli e non ha mai composto un quadro – questo è forse l’esempio più tragico. Cioè il filmone quasi non è riuscito davvero ad essere un film: ha toppato in tutto ciò che avrebbe dovuto essergli connaturale.
    Eppoi c’è l’antecedente, con cui ogni paragone è improponibile, del film per il cinema di King Vidor in cui Natascia era Audrey Hepburn, e Vittorio Gassman era il cattivo, il tentatore, e poi c’erano Mel Ferrer (Andrej) e Henry Honda (Pierre Besuchov), e tra gli sceneggiatori c’era Mario Soldati, anche assistente alla regia.
    Mi dispiace, la ‘fiction’, che il mio amico Antonio Pascale, per rivalsa, per ribellione, pronuncia con la zeta (ficzion – alla latina, lo fa apposta per farmi piccare nel mio specifico angloamericano), è stata tecnicamente un fallimento. Mai coinvolgente, mai ‘calda’. Un’oleografia seriale. Inutile
    Infine, però ci tengo – perciò lasciatemelo dire, Antonio Scurati ha tutta la mia stima: ascoltarlo quando interviene, per dire a Otto e Mezzo come è successo recentemente, è notevolmente gradito.

  42. diamonds il 2 novembre 2007 alle 22:10

    se un giorno guarderò 300 sarà perchè sarò conquistato dall’idea di un esercito di morti.Mia madre aveva solo la quarta elementare,frequentò molti più classici di quanti avrò il coraggio di affrontare nelle prossime due vite,e riuscì a insegnarmi a leggere e scrivere a quattro anni,nei postumi di un epatite virale che mi costrinse a letto un trimestre.Ora che ho praticamente scordato il corsivo non seguo il filo degli eventi culturali e fatico a riconoscere un figlio di puttana(è tutto un imbroglio)

  43. montekristo il 2 novembre 2007 alle 23:48

    Tash, ma questo non è fascismo… è tautologismo!

  44. Utente qualsiasi il 3 novembre 2007 alle 11:00

    Montekristo, guarda il film, vedrai che il sovietismo non c’entra nulla. Al limite un film sovietista (in quel senso) è “Spartacus”, non “300”.

  45. The O.C. il 3 novembre 2007 alle 19:31

    Fascista e sovietista, sempre la solita storia trista. Simona dice cose giuste.

  46. The O.C. il 3 novembre 2007 alle 19:32

    Consiglio l’ultimo remix delle Colline hanno gli occhi.

  47. tashtego il 3 novembre 2007 alle 23:57

    mi piacque molto il lunghissimo (due film, mi pare, forse tre) Guerra e pace di Sergej Bondarciuk (1967).



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