Una poesia di Emily Dickinson tradotta da Massimo Sannelli

1 novembre 2007
Pubblicato da

We met as Sparks – Diverging Flints
Sent various – scattered ways –
We parted as the Central Flint
Were cloven with an Adze –

Subsisting on the Light We bore
Before We felt the Dark –
A Flint unto this Day – perhaps –
But for that single Spark.

***

Ci incontrammo Scintille – Divergenti
Selci scagliate in direzioni varie –
Ci separammo e il Cuore della Selce
Sembrò diviso a filo dalla Scure –

La Luce che portammo ci sostenne
Prima che Noi soffrissimo la notte –
Forse la Selce arriva fino ad Oggi –
Per la nostra Scintilla.

[tratto da Emily Dickinson, Su un Io Colonna, a cura di Massimo Sannelli, Roma, La Camera Verde, 2007, pp. 150]

Tag: , , ,

18 Responses to Una poesia di Emily Dickinson tradotta da Massimo Sannelli

  1. Giuseppe Iannozzi il 1 novembre 2007 alle 10:27

    Non credo proprio d’amare la Dickinson e la sua solitudine espressiva.

  2. pa(u)per il 1 novembre 2007 alle 10:42

    Giusto, e mettiamo in soffitta anche l’otto volante, che è tempo. E la frusta per l’ova.

  3. Giuseppe Iannozzi il 1 novembre 2007 alle 12:47

    La Dickinson scriveva senza vivere, tranne nel caso si voglia considerare esperienza un vivere fra quattro pareti. La sua poesia, profondamente intimista, è appunto di solitudine: la sua espressione più alta. A 25 anni si chiuse dentro. Dalla sua camera non uscì mai più, se non in orizzontale. Nemmeno la morte dei genitori la fecero uscire dalla camera, che aveva eletto a suo confessionale. Poetessa che credeva che la fantasia fosse il grembo di ogni parto artistico, rifiutò in toto la vita: poetessa confessionale. Non la prima, non l’ultima. Sopravvalutata e molto a mio avviso. Mentre trovo più vivace Silvia Plath, nonché più pregna di significati: però questa viene perlopiù ignorata, forse per il suo linguaggio particolare, non semplice e salmodiante come quello della Dickinson.

  4. Chapuce il 1 novembre 2007 alle 14:35

    se chi scrive senza vivere arriva a raggiungere tale lucidità,
    allora ben venga questo tipo di vivere!
    ;-)

  5. Giuseppe Iannozzi il 1 novembre 2007 alle 16:51

    Chapuce, puoi sempre provare a chiuderti nella tua cameretta per tantissimi lunghissimi anni e poi scrivere i risultati eventualmente. :-)

  6. Alessandro Ansuini il 1 novembre 2007 alle 16:55

    Iannozzi dice delle verità, ma viste solo da una parte, secondo me. In primis, catalogare come “confessionale” sia la poesia della Plath che quella della Dickinson mi sembra riduttivo. Scrivevano forse le stesse cose e nella stessa maniera? Non mi sembra. E ci passano anche un centinaio d’anni di differenza, che andrebbero contestualizzati. Anche la Sexton scriveva poesia, così detta, confessionale. Eppure era una mezza fotomodella. Rifiutare in toto la vita non è forse come prenderla tutta? Io invece sottilizzerei sulla traduzione, enunciando cavilletti, ma so che Massimo non ha semplicemente “tradotto” la Dickinson, ma se l’è lasciata passare attraverso. per cui che la “singola scintilla” diventi “nostra scinitilla” lo accetto di buon grado. D’altronde le difficoltà di traduzione sono note a tutti, e maggiormente con l’inglese arcaico della Dickinson.
    Un saluto a tutti.

    A

  7. véronique vergé il 1 novembre 2007 alle 18:35

    Non mi sembra strano il paragone tra Emily Dickinson e Silvia Plath: Giuseppe a la penna giusta per dipingere una vita rinchiusa nella scrittura, fatta di ricerca silenziosa, di solitudine per dare luca a una poesia perfetta, ma poco nomada, retta.
    Invice, la lingua di Silvia Plath è un miracolo d’inventività, di libertà.
    Parte da una visione quotidiana per raggiungere immagine bizzara, clinica.
    Una scrittura che porta in grembo, un dolore sezionata, un dolore di donna. E amo il suo amore per un solo uomo.
    Ma la poesia scelta, la trovo bella perché è aperta nel cielo, risplendisce del destino umano, riflesso nelle stelle, selce. ( Buongiorno a Chapuce e a Andrea)

    Un bacio dolce a Giuseppe: ritrovo la tua vivacità: è bello!

  8. véronique vergé il 1 novembre 2007 alle 18:38

    volevo dire Luce, invece, un dolore sezionato. Vedo gli errori: è troppo tardi: ho mandato il messaggio!

  9. la funambola il 1 novembre 2007 alle 21:16

    caro iannozzi, ti faccio rispondere da lei

    Fu questo un Poeta – colui che distilla
    Un senso sorprendente da ordinari
    Significati, essenze così immense
    Da specie familiari

    Morte alla nostra porta
    Che stupore ci assale
    Perchè non fummo noi
    A fermarle per primi.

    Rivelatore d’immagini,
    E’ lui, il Poeta,
    A condannarci per contrasto
    Ad una illimitata povertà.

    Della sua parte ignaro,
    Tanto che il furto non lo turberebbe,
    E’ per se stesso un tesoro
    Inviolabile al tempo.

    e poi,

    Vi son cose che volano-
    Uccelli, ore, calabroni:
    Non è per queste l’elegia.

    Vi son cose che restano-
    Il dolore ed i monti e l’eterno.
    Nemmeno queste a me si addicono.

    Altre sostano e sorgono
    Posso spiegare i cieli?
    Com’è immoto l’enigma!

    inoltre

    Non vidi mai brughiere
    E mai vidi il mare:
    Pure so com’è l’erica,
    So quale aspetto ha l’onda.

    Non parlai mai con Dio
    E non visitai il cielo,
    Pure conosco il luogo
    Quasi ne avessi il biglietto

    d’altra parte

    Nessuna vita è sferica
    Tranne le più ristrette.
    Queste son presto colme,
    Si svelano e hanno termine.
    Le grandi crescono lente,
    Dal ramo tardi pendono:
    Sono lunghe le estati
    Delle Esperidi

    …il deserto è nuovo- per lei
    Maestro mi permetta di guidarla…

    ahhhhhhhhhhhh quanto l’amo questa donna!

    baci
    la funambola

  10. Giuseppe Iannozzi il 1 novembre 2007 alle 22:49

    La Dickinson è di poesia confessionale, o meglio ancora: è colei che ha dato il via alla poesia confessionale, estatica e di estrema solitudine.
    Non scrivevano alla stessa maniera. Non esistono due poeti uguali, che io sappia. Due poetesse confessionali, la prima salmodiante ed estatica, la Plath maggiormente nevrotica, depressa, lontana da quello ieratismo di fantasie della Dickinson. Ma entrambe in poesia confessavano sé stesse.

    Non si può parlare di amore carnale se non si scopa col corpo e con la mente. Che diceva Platone a proposito di corpo e spirito? Te lo ricordi, Funambola cara? Se sì, allora non c’è bisogno che aggiunga altro. Ma le seghe non contano, Funambola cara. :-)

    Ciao a tutt*

  11. Giuseppe Iannozzi il 1 novembre 2007 alle 22:51

    Se non mi rimetteranno in black list, per il momento ci sono, cara Véronique. :-)

  12. la funambola il 2 novembre 2007 alle 00:50

    lei caro il mio giuseppe, ne capisce una sega di Poesia :)))))
    affettuosamente, s’intende, che lei mi è oltremodo simpatico stasera, che la maria fa prorpio tutti, tutti, tuutttiiii più buoni, gentili e stupidini :)))
    baci
    la fu

  13. Tino S. Fila il 2 novembre 2007 alle 01:43

    “ieratismo”?!?!!??!!!???

    ‘Azz’!!! E chi lo avrebbe mai creso! A quest’ora di notte, poi!

    E chi riesce a prendere sonno adesso…

  14. Giuseppe Iannozzi il 2 novembre 2007 alle 08:21

    Ho capito, Funambola cara: tu sei del fronte, “liberiamola la Maria!!!” Sono d’accordo, liberatela! :-D

    E’ che son cresciuto a forza di Catullo e Bukowski, quindi sì, è proprio vero, di poesia capisco giusto una sega! :-D
    Ma Platone non fu forse colui che disse che il corpo è la prigione dell’anima? Oh, certo che sì.

    Baci bukowskiani :-)

    g.

  15. sundancekyd il 2 novembre 2007 alle 20:16

    Vorrei dire, anche se non serve perché già si sa ma lo ripeto per i distratti, che come uno scrittore vive è cosa non riducibile a modelli mediocri perché ciò che conta per uno scrittore come VITA è la SCRITTURA, solo e unicamente la SCRITTURA, che è VITA di per sé. Detto questo, che era inutile ripetere però intanto s’è pazientemente ripetuto, orrei anche ricordare che la poesia di Emily Dickinson anticipa luminosamente oltre che lucidamente l’ermetismo novecentesco: è proiezione continua di immagini e per nulla racconto intimistico del sé, ma continuo ‘racconto’ di ciò che questo osservatore recluso, questa videocamera sempre accesa vede oltre il sé cercandovi un senso per quel sé che è comune a tutti gli umani. Nella sua ‘seclusion’, come dicono gli americani, ha testimoniato una poesia universale meno viziata d’entusiasmo patriottico del suo contemporaneo, e populista (eppure egli stesso, nel suo modo, eccelso) che fu il ‘collega’ Walt Whitman: come lui, dandolo molto meno a vedere, Emily (la vecchia, cara ‘Milly’) Dickinson ha contribuito al Rinascimento Americano. Sapete cos’è?

  16. Maria il 2 novembre 2007 alle 21:32

    Oui, Massimo!

  17. Tino S. Fila il 3 novembre 2007 alle 01:23

    Finalmente qualcuno che cerca di mettere un po’ d’ordine. Arginando, se non altro, lo smottamento provocato dal proliferare di cazzate “ieratistiche”.

  18. Lorenzo Galbiati il 4 novembre 2007 alle 16:08

    Sempre una boccata d’aria, la Dickinson.



indiani