La grande truffa del Rock’n’roll parte II

2 novembre 2007
Pubblicato da

di Michele Monina

È tutta una questione di punti di vista. Sì, quando si racconta una storia, a fare la differenza è il punto di vista del narratore, molto più della storia stessa o della voce narrante. La differenza sta nel punto di vista. Il punto di vista di questo racconto, di questa cronaca dei fatti miei degli ultimi mesi, è a bordo di una piscina. Ma non si tratta di una piscina qualsiasi. No, la piscina in questione è una piscina che ha bagnato, in passato, gli insigni corpi di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia. La piscina in questione, a bordo della quale si trova il punto di vista di queste pagine, è la piscina di casa in campagna di Enzo Siciliano, in una frazione vicina a Todi dal sacrale nome di Acqualoreto. Visto che me lo posso permettere, almeno in partenza, sarò pure più preciso, prima che il caos del narrare trasformi tutto in un guazzabuglio, in un delirio. Il punto di vista, il mio, è seduto a bordo della piscina di Enzo Siciliano, quindi è un punto di vista panoramico, ma di una panoramicità intermedia, a circa un metro di altezza. Il motivo per cui io sia qui, seduto su una sedia che in passato ha ospitato natiche tanto famose è presto detto, mio malgrado vengo considerato uno scrittore, e oggi, in un caldo giorno di fine agosto, sono in visita a Enzo, suo malgrado un mio collega. Il fatto che questo mio racconto, questa mia cronaca, parta da casa di Enzo Siciliano, luogo dove si sono agilmente mossi tanti e tali nomi, fa sì che il mio racconto, la mia cronaca, prenda subito le connotazioni di meta-fiction, al limite del paradosso, questo racconto, questa cronaca infatti viene scritta proprio per Nuovi Argomenti, la rivista da tali e tanti nomi fondata. E questo, a ben vedere, spiega già di per sé la mia presenza qui, a bordo piscina: sono abbastanza scrittore da poter scrivere per Nuovi Argomenti. Il mio problema, semmai, è altro, il mio problema è che sono un inetto. E quindi questo nostro viaggio assieme sarà un viaggio dentro l’inettitudine di uno scrittore, la mia. Perché sì, sono uno scrittore, ma non tutti lo sanno. Io, per parte mia, mi vedo come il campione principale di un loop. Non so se sappiate o meno cosa sia un loop, e non ho la minima intenzione di stare qui a spiegarlo, sta di fatto che se non sapete cosa è un loop ma avete la pazienza di leggere questo mio racconto, questa mia cronaca, una volta chiuso questo volumetto di Nuovi Argomenti, avrete imparato un concetto in più. Sono un loop in quanto scrittore. In quanto uno scrittore dei nostri giorni. Mi spiego. Vivo della mia scrittura. Vivo della mia scrittura ma non perché sono uno scrittore. O almeno, non solo. Scrivo libri, e come quasi tutti gli scrittori italiani vendo abbastanza poco da non guadagnare abbastanza per camparci, ma abbastanza da continuare a pubblicare libri. Ma il fatto di scrivere libri fa sì che io riesca a collaborare con diverse riviste. Di solito, per chi fa lo scrittore, si comincia proprio a pubblicare racconti in riviste microscopiche, delle fanzine. Poi si pubblicano libri, e si mandano a fare in culo le fanzine. A questo punto arrivano riviste vere, di quelle che puoi comprare in edicola anche se ti trovi a San Paolo di Jesi, e allora comincia anche ad accarezzare l’idea di pubblicare articoli per soldi. Questo faccio io. Scrivo articoli per soldi. E lo faccio scrivendo principalmente di musica e viaggi. Sono un collaboratore di riviste dai nomi famosi, come Donna Moderna, Gente Viaggi, Cipria, Tutto Musica, e lo faccio non in quanto giornalista, ma in quanto scrittore. Ai direttori, infatti, solletica l’idea di avere tra i propri collaboratori uno scrittore. Fa figo. Se incontri qualche altro direttore a una cena in piedi, per dire, puoi sempre fare il cazzone dicendo che sulla tua rivista ci scrive tal dei tali, magari un tal dei tali sconosciuto, ma l’ignoranza del collega direttore non fa che aumentare l’autostima del direttore cazzone, lo fa sentire un uomo di cultura vero, una sorta di mecenate. Il fatto poi di scrivere per magazine, questo è il nome tecnico, che vendano centinaia di migliaia di copie, rende gli editori di libri molto benevoli nei confronti degli scrittori. Credo che nella testa di questi omini qui, gli editori di libri, il ragionamento suoni pressappoco così: questo scrive su riviste di tiratura nazionale, se lo pubblico avrà un’adeguata copertura stampa, e la tiratura stampa, si sa, fa la differenza. Questa in realtà è una cazzata, nel senso che è provato scientificamente che la copertura stampa fa la differenza solo per un piccolo editore, e il piccolo editore di solito è meno miope del grande editore (di solito per una questione di età). Comunque sia, scrivi libri e ti chiamano a scrivere per i magazine, di conseguenza ti permettono di pubblicare altri libri, che ti portano a nuove collaborazioni con magazine. Proprio come in un loop. Questo sono io, un loop. Fossi un loop ben riuscito, dovrei essere uno scrittore e giornalista famoso, ma qualcosa non è ancora andato per il verso giusto. Questo nonostante io ora sia seduto a bordo della piscina di Enzo Siciliano, a guardare col padrone di casa le nostre rispettive mogli, Flaminia, la sua, e Marina, la mia, fare il bagno in piscina, in buona compagnia di Lucia, mia figlia, e sotto lo sguardo benevolo di Isotta, il cane di Enzo. Io non sono uno scrittore famoso, e non sono un giornalista famoso, almeno secondo i normali canoni, se mia madre non fosse mia madre non mi avrebbe mai sentito nominare, probabilmente. Scrivo su magazine differenti di argomenti differenti. Scrivo di musica su Tutto, e onestamente sono arrivato a essere la firma principale della rivista. Per firma principale intendo quella più facilmente riconoscibile per i lettori, quella di cui, immagino, uno va a cercare i pezzi una volta che esce un numero nuovo. Sono uno di quelli che nell’ultimo anno ha pubblicato più cover story, i pezzi di copertina. Quindi, per i lettori di Tutto, circa centomila persone ogni mese, e per gli addetti ai lavori del settore, discografici, giornalisti musicali e soprattutto cantanti, sono un nome conosciuto. Di più, sono uno fin troppo conosciuto, uno temuto. Ricevo ogni mesi un sacco di lettere di insulti, fenomeno che ha spesso procurato nei miei colleghi un certo moto di collera e di invidia. Cazzo, arriva questo, che manco è un giornalista, e non solo non lo è, ma ci rompe pure i coglioni sbandierando la sua estraneità alla categoria, “Io sono uno scrittore di qui, io sono uno scrittore di là…”, e nel giro di poco tempo ci frega la scena, come se niente fosse. Sì, lo ammetto, mi sono sin da subito ritagliato il mio bello spazio, basandomi su un principio semplice semplice, non sono un giornalista e proprio per questo scrivo molto meglio dei giornalisti, almeno in campo musicale. E non finisce qui, a differenza di praticamente tutti quelli che scrivono di musica, io non ho la minima intenzione, nel corso di questa mia esistenza terrena, di occuparmi tutto il tempo di musica, per cui, come si suol dire in questi casi, non ho nulla da perdere. Tradotto in soldoni, significa che mi posso permettere tranquillamente di fare il duro e puro, quello che, in un mondo di bei rapporti e di rose e fiori, spara a zero sul pianista, senza neanche chiedere scusa. È successo sin da subito, e sin da subito i lettori si sono accorti di cosa avevano di fronte, un’anomalia. Un’anomalia simpatica, per alcuni, odiosa per altri, ma in tutti i casi un’anomalia. La cosa buffa, almeno dal mio punto di vista, è che non ho fatto altro che impersonare un’icona, di diventare il personaggio di un mio vecchio libro, Anime @ losanghe. Lì la voce narrante era quella di un tal Michele, nato, come me, nel 1969 ad Ancona. Insomma, niente di nuovo, un mio alter ego che vestiva i panni della rockstar. Qui, nel mondo reale della carta stampata, invece, io scrivo a nome di tal Michele Monina, di professione “critico musicale”, con licenza di uccidere. Il Michele Monina che firma gli articoli ironici, sempre sul filo della presa per il culo, e le recensioni feroci, senza peli sulla lingua, non sono io. Io sono un pacioso padre di famiglia, uno che a casa sua ascolta con piacere Irene Grandi o le Las Ketchup. Quel Michele Monina è un personaggio di fantasia, e come non mi è mai riuscito nella fiction, è un personaggio di fantasia che funziona, a cui il pubblico, a suo modo, si è affezionato. Lo dimostrano, oltre che le lettere di insulti, anche le lettere di appoggio. Lo dimostra il fatto che i collaboratori più giovani del giornale copiano palesemente il mio stile, sono miei cloni. Lo dimostra il fatto che sono il solo, almeno per ora, a essere più volte finito sulle pagine del giornale, proprio come se fossi una rockstar. E tal, cioé una rockstar, appaio spesso agli occhi di alcuni miei conoscenti, quelli famosi per dirmi, sempre e comunque, “beato te che fai un bel mestiere”. Come spiegare loro che non sono io a fare un bel mestiere, ma il frutto della mia fantasia? Impossibile, talmente impossibile che non si sono accorte di nulla nemmeno le persone che mi fanno pubblicare le avventure di Michele Monina, licenza di uccidere, rispettivamente il direttore e il caporedattore della rivista Tutto. È vero, io non ho mai dichiarato apertamente che stavo solamente giocando, ma loro non si sono neanche posti il dubbio, e quindi c’è il concorso di causa. Sarebbe se no normale che un giornalista propone un articolo su Claudio Baglioni in cui, invece che riferire della chiacchierata fatta col cantautore romano, si diletta a parlare dello strano rapporto che lega sua sorella, del giornalista, non di Baglioni che, i fan lo sanno bene, è figlio unico, al medesimo cantautore, relegando l’ora abbondante di chiacchierata col suddetto cantautore romano a poche battute e all’affermazione “abbiamo parlato di cose molto interessanti”, senza neanche vagamente specificare di cosa si trattasse? Oppure sarebbe normale che un critico musicale fa un articolo dal titolo A letto con Giorgia, e si fa ritrarre, proprio come una rockstar, a letto con la cantante romana (giuro, la romanità degli artisti in questione è un caso) che sembra nuda? No, non è una cosa normale. Ma io quegli articoli li ho scritti, come è vero che ora ve li racconto da qui, seduto a bordo della piscina di Enzo Siciliano, mentre Isotta rincorre una cicala sul prato all’inglese. Tornando allora al loop, alla mia vera vita, io sono il creatore di un personaggio di successo, un mio alter ego che pubblica articoli e recensioni su Tutto Musica. Uno credibile al punto di pubblicare articoli di musica, molto più seri e compiaciuti, anche su riviste che ignorano l’essenza da rockstar del Michele Monina critico musicale, Donna Moderna e Cipria. Lo stesso mi accade per la rivista di viaggi, anche se lì il gioco è più scoperto, e vede la palese complicità del direttore e del caporedattore, rispettivamente Silvestro Serra e Franco Berton Giacchetti, due dritti che, come lo sceriffo di Colpo di Spugna di Jim Thompson, lasciano che io faccia il gigione, il cazzone, sotto i loro occhi. Lì interpreto lo scrittore che si occupa di viaggi, il Bill Bryson italiano. Un viaggiatore scrittore, quindi uno incapace di affrontare come un comune mortale la normalità. Un inetto geniale, uno divertente in grado di raccontare l’irraccontabile, luoghi che ormai tutti conosciamo a memoria. Cuba? Cuba. Il Messico? Il Messico. Gli USA? Gli USA. Insomma una firma. E io mi ci sono talmente calato, nei panni del Bill Bryson italiano, che quando mi sono accorto che c’era qualcun altro che stava facendo lo stesso, Francesco Piccolo col suo libro Allegro Occidentale, un po’ mi sono incazzato, come se avessero fregato l’idea originale a me. Una cosa un po’ strana, una guerra tra poveri, ma pur sempre una guerra, una guerra che ha avuto il suo campo di battaglia solo nella mia mente, un luogo, ormai lo avrete capito, piuttosto frequentato, ultimamente. E dire che già in Italia da anni c’era gente come Sandro Veronesi, forse il primo della generazione prima della mia a riciclare la vecchia idea del gonzo giornalismo, la matrice di tutti quelli che fondono fiction e cronaca. Facendo quindi il punto della situazione, io sono l’autore di successo di un personaggio, un personaggio col mio nome, un personaggio che come me prende soldi dalle riviste per cui lui scrive. Un critico musicale. Un reporter di viaggio. Sono un autore di un personaggio di successo ma non sono un autore di successo. Sono un po’ il corrispettivo del primo Alex Britti, un altro che ho avuto premura di stroncare su Tutto Musica. Non so se ricordate, ma ai tempi in cui Britti uscì con la sua prima canzone, di cui, sono onesto, al momento non ricordo neanche il titolo, nessuno sapeva chi fosse. Nessuno sapeva chi fosse il cantante, che faccia avesse, ma tutti conoscevano la sua canzone. Così sono io, anche se i numeri in questione sono un po’ più piccoli, trattandosi di parola scritta e non cantata. Sono l’autore di un personaggio di successo, uno che ha sulla propria agenda il numero di telefono di gente famosa, uno che si fa fotografare con la cantante Elisa accoccolata sulla propria spalla, uno che esce a cena fuori con i Tiromancino e passa tutta la serata a parlare di se stesso, uno che finisce sul giornale a letto con Giorgia nuda. Ma nessuno mi si fila come scrittore, nessuno almeno di quelli che mi conoscono come la splendente rockstar che sono. Forse il problema sta proprio lì. Non sono il frutto della mia fantasia. O meglio, sono l’unico a non credere fino in fondo alla mia fantasia, quindi non approfitto fino in fondo della situazione. Faccio un veloce excursus degli accadimenti che hanno visto il mio alter ego protagonista negli ultimi mesi. Random, senza necessariamente seguire un ordine cronologico o di importanza. Random, appunto. Ho pubblicato per Mondadori un libro scritto a quattro mani con Cristina Donà, una cantautrice che come poche ha ritagliato un posticino nel cuore di tutti i critici musicali italiani. Il libro si intitola God Less America, e ha anche venduto abbastanza bene. Ho intervistato Mariah Carey, Shakira, Jay-Z, Mary J. Blige, come se realmente mi intendessi di musica black o di pop. Ho passato un pomeriggio di maggio, un pomeriggio in cui avrei dovuto presentare il mio libro con Cristina Donà a Abbiategrasso o Busto Arsizio (anche questa confusione fa tanto rockstar) a chiacchierare con Claudio Baglioni e Vasco Rossi. Ho pubblicato un libro intervista con Vasco, un libro che ha dimostrato, con le sue sessantacinquemila copie vendute, che il mio personaggio, Michele Monina il critico musicale, è molto più bravo di me, e che, suo malgrado, anche un critico musicale italiano può essere un autore di successo, come Francesco Totti. Per la cronaca, il libro di successo che ha pubblicato Michele Monina il critico musicale si intitola “Vasco, per sempre scomodo”, un titolo che meriterebbe una pena corporale, un titolo che è finito a casa di sessantacinquemila persone, temo attirate più dal nome di Vasco che da quello del mio personaggio, Michele Monina il critico musicale. In quanto biografo di Vasco sono stato suo ospite nel backstage del concerto di prova per il mega-concerto di San Siro che ha tenuto a Fabriano. Ho visto Mario Luzzato Fegiz giocare a flipper col computer durante il concerto di Vasco a Fabriano, salvo tornare velocemente sull’impaginato dell’articolo che aveva scritto prima del concerto quando ha sentito che Vasco annunciava, a sorpresa, un brano inedito. Sono andato al concerto di Vasco di San Siro, ottantamila persone molte delle quali in possesso del libro del mio omonimo personaggio e il giorno dopo sono partito per le Asturie. Ho passato un pomeriggio allo Stadio del Conero, quello dell’Ancona Calcio neo-promossa in Serie A, e l’ho fatto, cosa unica per un giornalista italiano, in compagnia di Michael Stipe e Peter Buck dei R.E.M.. Ho fatto incazzare come una biscia Tiziano Ferro per aver scritto che si era riempito le mutande di Scottex per sembrare più prestante durante un servizio fotografico. Ho fatto piangere Massimo De Cataldo. Ho fatto infuriare Mango, per una stroncatura troppo pepata dell’ultimo album di Nek, cosa che mi ha fatto molto pensare all’uso che i cantanti pop italiani fanno del proprio tempo libero. Sono stato a Mompracem, proprio la Mompracem di Sandokan, e ho dormito nella capanna dei tagliatori di teste proprio nel cuore del Borneo. Ho portato un po’ di sabbia di Mompracem a Paco Igacio Taibo II, il quale mi ha eletto suo “compadre” e mi ha invitato a partecipare, sempre in veste di giornalista, non di scrittore, alla Semana Negra a Gijon. È vicino a Gijon che il giorno di chiusura di questa edizione della Semana Negra mi sono esibito in una partita di basket con i principali scrittori di noir di lingua spagnola, sotto lo sguardo vagamente invidioso di Filippo La Porta. Ho portato un po’ di sabbia di Mompracem a Ferruccio Parazzoli, col quale ho pubblicato un libro scritto a sei mani intitolato I demoni. Le altre due mani sono quelle di Giuseppe Genna. Sono andato a vedere un concerto di Jackson Browne. Dominique La Pierre mi ha dato il suo numero di cellulare nel caso facessi un’improvvisata dalle sue parti, sulla foce del Gange. Ho scritto un articolo con tanto di relativo servizio fotografico in cui si parla del mio ruolo di critico musicale, e mi sono definito tutto il tempo “poliziotto cattivo”, e quel che è più sorprendente me lo hanno pubblicato. Hanif Kureishi, durante un’intervista, ha pensato io fossi un mussulmano, e ha continuato per oltre mezz’ora a parlare di unità e di orgoglio, mettendo momentaneamente da parte il suo ostentato ateismo. Capita, a volte, che la gente mi fermi per strada, per avermi riconosciuto sulle pagine dei giornali. Fortunatamente non mi riconoscono, o almeno non mi hanno ancora riconosciuto, gli oltre mille fan di Michael Jackson che si sono ritrovati sotto la redazione di Tutto dopo che avevo detto che l’uso più idoneo che si poteva fare col suo ultimo album, di cui onestamente non ricordo il titolo, era quello del sottobicchiere. Ho avuto l’ardire, durante un convegno organizzato dalla Società San Paolo, di sfidare Guido Conti a chi avrebbe ucciso per primo un maiale a pugni nudi, ben sapendo che avrei perso, ma Guido Conti non si è presentato. Sono stato oggetto di discussione, perché, nel pubblicare una lettera di insulti a me rivolti, i redattori di Tutto si chiedevano se fosse più corretto dire “emerita testa di cazzo” o “emerito testa di cazzo”. Ho compiuto i trentaquattro anni, e ho quindi smesso di girare con le mani appoggiate a coppa sulle palle ogni volta che qualcuno mi ha paragonato a Lester Bangs. I miei libri, per questioni che sfuggono a ogni logica, sono stati recensiti parecchio, e quel che è più strano e sorprendente, anche sulle pagine dei quotidiani importanti tipo il Corriere della Sera o La Stampa. Spesso sono stato confuso con mio fratello Marco, che di lavoro fa l’editore, e che a volte ha fatto anche il mio editore. C’è chi ha parlato e scritto di noi come di una sorta di fratelli Coen dell’editoria, e non abbiamo capito se ci stessero prendendo per il culo. Ho seguito passo passo tutte le vicende amorose e professionali di Francesco Renga e di Ambra Angiolini, e, a ragione, negli ambienti vengo considerato un buon amico del cantante bresciano. Ho passato una buona oretta a parlare degli inventori delle cravatte con l’elastico con Samuele Bersani. Ho amabilmente detestato Carmen Consoli, per questa sua ostentata convizione di “avercela solo lei”, poi mi sono voltato e ho scoperto che in realtà ce l’aveva molto di più Paola Turci, senza per questo andarlo a sbandierare in giro. Sono stato invitato a presentare un libro di Mario Capanna alla Festa dell’Unità di Ancona, in compagnia del presidente della regione Marche, D’Ambrosio, e non mi sono presentato all’ultimo momento. Ho scritto un articolo dal titolo A letto con Giorgia, e Tutto lo ha pubblicato corredato da un servizio fotografico abbastanza osé che si concludeva con noi due, io e Giorgia, a letto insieme. Io vestito, lei no. Ma non sono uno scrittore di successo. Non lo sono probabilmente perché a letto con Giorgia c’è finito il mio personaggio, non io. Perché io sono un pacioso padre di famiglia felicemente sposato, uno che la sera, piuttosto che andare ai concerti, preferisce vedere E.R o Distretto di Polizia in TV. Non lo sono perché, temo, sono eterosessuale, e nessuno ha ancora pensato a me come di un novello Pier Vittorio Tondelli, uno che a ben vedere faceva cose non tanto diverse da me. Sono eterosessuale e sono seduto su una sedia sul bordo della piscina di Enzo Siciliano, ad Acqualoreto nelle vicinanze di Todi. La stessa sedia dove hanno posato le loro natiche personaggi come Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, a ben vedere colleghi. Come è un collega Enzo Siciliano stesso, che mi consiglia di leggere Johnatan Raban, un reporter di viaggio pubblicato da Einaudi. Vorrei chiedergli che c’entro io con un reporter di viaggio, ma preferisco non confonderlo e concentrarmi su mia figlia Lucia, la cui canzone preferita è Shpalmen di Elio e le storie tese, la canzone che parla di un supereroe che punisce i suoi avversari marchiandoli con la merda, forse parente del mio Aironfric, supereroe trans, obeso, mutante di titanio con un perenne priapismo. La guardo mentre gioca in piscina, quella piscina. Spero proprio che da grande non voglia fare la scrittrice.

[pubblicato su NUOVI ARGOMENTI, quinta serie, n. 25, gennaio – marzo 2004]

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One Response to La grande truffa del Rock’n’roll parte II

  1. Shere Khan il 7 novembre 2007 alle 00:50

    Anche Paco Ignacio Taibo II ha un personaggio che vive di suo, Héctor Belascoaràn del quale sono inevitabilmente e follemente innamorata.E’ la relazione più bella che abbia mai avuto. Questo è l’inbattibile vantaggio di essere un personaggio (che funzioni): non farti sentire la benchè minima esigenza di voler conoscere anche l’Autore.



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