Battersea power station

4 novembre 2007
Pubblicato da

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di Francesca Matteoni
 

al paese di Torri

Purify the colors, purify my mind
Purify the colors, purify my mind
And spread the ashes of the colors
over this heart of mine!
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)

La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. La centrale elettrica in disuso è un castello abbandonato della modernità. Spesso invento storie fantastiche sul suo conto: in una è la fabbrica da cui escono liquidi, e poi a sbuffi di vapore, i sogni e gli incubi di Londra; in un’altra è il rifugio dell’unicorno, non più incatenato sullo stemma reale. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru, l’acciottolarsi dei detriti sul vento. Come una forma tangibile del cielo – spesso mi accorgo del mondo superiore, sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne decomposte, volgersi all’erba, allo scandirsi cronometrico dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione ed il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore.

Accanto alla centrale c’è un parco che si apre in recinti, giardini e prati, tutto attorno ad un lago abitato da cigni, anatre, folaghe. La mia passeggiata è piuttosto abitudinaria: mi infilo in uno dei cancelli che danno sulla terra rialzata, sulla natura incolta affacciata sull’acqua, mi dirigo ad un albero, di cui non riconosco la specie, dai rami robusti, scuri, piegati verso la riva. Non c’è quasi mai nessuno. Mi arrampico, mi siedo appoggiata al tronco e inizio a leggere – ad esempio The Virgin Suicides di Eugenides l’ho letto quasi tutto tra questo luogo e l’appartamento in Deeley Road, dove abitavo nel 2004 – una strada di palazzi come caserme, da cui venivo a piedi. Ci sono parti nel libro sugli olmi del quartiere, sul loro respiro, sul manto fitto dell’autunno nei cortili, che per me sono indissolubilmente legate al mio albero di Battersea Park. Oppure vago nei pensieri, dondolando i piedi liberi, guardando il lago, il sole che ne fa quasi una carta stagnola, le battaglie degli uccelli per il cibo gettato dai passanti.

Nel nostro bosco, sull’Appennino, quello dietro il campo di calcio, c’era un tronco caduto di castagno, arcuato come un ponte vegetale sul terreno. Ora è completamente distrutto, dalle piogge, il passaggio dei cervi, il peso invernale delle nevi. Amavamo quel resto d’albero: ci potevamo sedere sopra nell’ombra della radura, sotto la parete di roccia ed il muschio che risalivano fino al tetto aperto delle fronde, tra i sassi. Quando le mie sorelle erano piccole lasciavo i regali sparsi, sulla corteccia, come se fossero doni dei folletti.
Un pomeriggio, gli ultimi giorni d’agosto del 1997, me ne ero venuta nel bosco con il mio vecchio flauto di legno, in uno dei miei attacchi di insofferenza.
Stavo lì nei pantaloni di tela sbrindellati di pezze giallo e arancio e suonavo per gli sterpi. Dopo un po’ arrivò la tua voce, dal sentiero. Eri allegro. Mi chiamavi: “O cugina pifferaia, hai finito l’esilio? A casa c’è l’Ofelia che ci ha preparato la merenda”. Ofelia, la compagna di mio padre, ci preparava ancora la merenda come se fossimo due ragazzini, scordandosi volutamente che tu avevi vent’anni ed io ventidue. La pasta fritta con lo zucchero o il sale di cui facevamo indigestione, i bomboloni, la torta di panna e mirtilli, o anche, non meno apprezzato, il solito gigantesco barattolo di Nutella, con il pane pronto sulla tavola. Era proprio quest’ultimo che ci aspettava in cucina. La Nutella, se ci penso bene, è stata quasi un vincolo adolescenziale tra cugini nel paese di Torri. Io ed Elisa rientravamo ad ore impossibili nella notte, nei nostri sedici, diciassette anni, godendoci tutta la libertà dell’estate, e continuavamo a parlare sedute al tavolo con i cucchiaini intinti nella cioccolata, per finire a dormire nello stesso letto, ad una piazza, come quando eravamo bambine. Nella tarda mattinata, quando ci svegliavamo, Ofelia con aria fintamente minatoria ci diceva: “Vi ho sentito tornare cosa credete… erano le quattro”. Ma poi aggiungeva un barattolo extra nella spesa. Sara e Benedetta, le mie sorelle, ripetono questo rito con gli amici, ora che hanno la nostra età di allora, ed io che resto alzata a leggere o a scrivere quando vado in montagna, le ascolto raccontarsi, con un misto di nostalgia e stupore.

“Sei venuto a piedi o in motorino?”, ti chiesi.
“In motorino”.
“Sfaticato! Hai fatto bene… senti perché non facciamo merenda qui? Dai, Matteo. Ti aspetto, vai a prendere il pane?”. Che sfacciata. Ma tu non dicevi di no: mi guardasti con aria ironica e rassegnata, riavviandoti verso casa, per accontentarmi. Erano anni che non trascorrevamo qualche giorno insieme, d’agosto a Torri. Che non consumavamo i pomeriggi a giocare a carte al bar con gli altri ragazzi, che mi insegnavi per l’ennesima volta il gioco del tressette, sapendo che di lì a un mese me ne sarei scordata completamente. Che ascoltavi con eroica pazienza i miei sfoghi sentimentali o ti offrivi di coprirmi, se restavo a dormire fuori, dicendo che passavo la notte da te, in mansarda.
Di che parlavamo con il pane stracolmo di Nutella, seduti sulla trama delle foglie?
Mi chiedesti di dirti ancora dei miei spiritelli, di cui leggevo le storie ai bambini del paese in piazza, imitandone le voci. Da piccolo tu avevi paura di Dracula. Mio padre, ti illustrava il film di Nosferatu, facendo smorfie e gesti mostruosi con tutto il corpo, spengendo la luce d’improvviso. Tu scappavi nell’altra stanza, ti nascondevi sotto il tavolo, finché lui non iniziava a ridere, molto più bambino di noi. Io non glielo permettevo. Gli dicevo in anticipo che di vampiri e castelli rumeni non ne volevo sapere un bel nulla.
“Ti ricordi quando dormivamo assieme nel lettone a casa della nonna, io te ed Elisa? Tu eri insopportabile, lì nel mezzo. Prendevi tutto il posto e noi ci stringevamo sugli angoli. E protestavi, anche!”
“Ma avevo cinque anni… voi eravate più grandi”, ridevi.
Ti eri impuntato, quella volta, che ti escludevamo perché eri maschio, che anche tu avevi diritto di passare la notte con noi, dalla nonna. Dormire assieme da bambini ha un suo potere speciale – è un’alleanza nel momento più sconosciuto della giornata, quando tutto diventa inquieto e sfuggente. Gli alberi all’esterno, il loro lamento di vocali, di misteriosi suggerimenti contro la finestra.
Con Elisa avevamo questo progetto: aspettare che tutti dormissero nella casa: poi scendere giù nel prato, a controllare se c’era qualcuno. Non sapevamo chi o cosa sarebbe dovuto venire. Avevo delle idee al riguardo e finivo sempre con lo spaventarla, come quando le raccontai dell’impiccagione di Pinocchio, di cui avevo letto a scuola. Pinocchio era un libro terribile, per me, crudele. Lo leggevo avidamente e lo detestavo con uguale passione. Ero arrabbiata con Pinocchio per come ammazzava il grillo e per come vendeva il suo abbecedario: una tale preziosa parola fatta di sillabe lente e ghirigori, come puoi venderla Pinocchio? Ma poi mi dispiaceva molto di più per tutti gli animali che morivano nel libro: Melampo, i ciuchini, i pesci nella padella d’olio bollente dove finiva il burattino. Un libro esemplare della tortura.
Pensando agli assassini incappucciati, alle corse a perdifiato per i fossi pieni di bisce, rospi ed orbettini, decidemmo che forse era meglio declinare, restarcene nel sicuro delle coperte.

“ E le bolle di sapone, te le ricordi? Quelle con il Nelsen piatti, dentro i bricchi di smalto?”

Se dovessi scegliere un ultimo ricordo, sceglierei quel pomeriggio, in cui ci immergevamo nel nostro passato, enumerando i giocattoli, le piccole liti, come se anche Elisa, che non veniva più in montagna, fosse lì seduta con noi. Il mondo dell’esperienza epurato dalla carne, una crosta staccata, esangue – così inconsistente sulla nostra formidabile infanzia. Avevi questo volto morbido, quest’aria gentile mentre da ragazzo diventavi uomo. Conservo ancora in un diario, la poesia che mi scrivesti quella sera, seduto sulla finestra. Mi consegnasti il foglio quasi imbarazzato.
“Ti ho scritto una poesia… lo sai, però io non sono bravo come te. Non ho nemmeno studiato”.
Era una poesia su Torri, sulla tua montagna. Su come potevamo fermare tutto quassù, dimenticare. Il nostro minuscolo paese dei fiori, nel comune più boscoso di tutta l’Italia. “A te cugina, che credi nei folletti”, riporta la dedica.
Il mio migliore amico si era ucciso in luglio, con il gas di scarico dell’auto. Negli anni a seguire ne avrei riversato così tanto nelle poesie, nei racconti, nei diari, nei monologhi interiori mai trascritti, sorprendendomi a fissare qualcuno che avrebbe potuto essere lui, in una strada cittadina, su di un treno, eppure mi sarebbe restata dentro la sorpresa, di quando ti spiegai, in cucina, come sviscerando il cuore di un estraneo. Soprattutto avrei tenuto dentro il dubbio di un futuro alternativo, non intaccato dalla sua morte, dal rischio indulgente della mitizzazione – i dispersi dissolti in stati d’animo, beatificati rifugi dell’ego, quando si è assediati dai timori, resi mediocri, insufficienti: i giorni e gli altri percepiti come una sentenza.
Come avrei ricordato? Come avrei spogliato dalla nostalgia la mia esigua giustizia?
Lo raccontavo a tutti ciò che era successo quell’estate, con una foga maniacale, inquisitoria, malcelando la paura in un grossolano distacco. Tu dicesti semplicemente che lo rispettavi. E che lo rispettavi tanto più a fondo perché non riuscivi affatto a capirlo – tu che trovavi il lato piacevole di ogni cosa, perfino del tuo lavoro in fabbrica, quando per ovviare alla noia, ti raccontavi da solo fiabe assurde. C’era questa gioia serena che mettevi nei rapporti, senza giudizi di sorta, che calmava il mio modo carnale, impulsivo di agire. La parola per dirti è bontà, un vocabolo ingiustamente schernito nel sinonimo di un fare ingenuo, approssimativo, che non scalfisce la pelle degli eventi, il nostro bisogno di ferire, di pose inautentiche di disprezzo. In te riacquisiva tutto il suo genuino valore: lo stare da pari a pari con gli altri e con l’esistenza, lo stare aperti. Non ha importanza che tu lo comprendessi: era nel tuo non saperlo che si radicava più forte. Eri mio cugino. Eri buono.

Non concepivo ancora la precarietà che ci compone, né credo si comprenda del tutto finché si è dentro la fiumana dei sogni e degli affetti. Temiamo la perdita di coloro che amiamo – un incubo diurno da scacciare – ma ne facciamo ugualmente figure immortali, cardini di direzioni estemporanee, illusi nel nostro egoismo di poter tornare, quando ci sembra opportuno, ai loro volti conosciuti, i loro gesti di consolazione.
Ma la vita è molto più sbrigativa, disattenta.
La vita è un inventario sbagliato, procede per accumulo, per repentine detrazioni. Come il segno primo dello scrivere, lei è spinta per sua natura continuamente a colpire e colpisce di fretta, nauseata e assolta – e lascia agli astanti, agli involontari complici, agli strumenti, l’affondo irregolare dell’impronta.

Ti rividi un’altra volta, nel mese di settembre. A gennaio una nostra comune conoscenza mi portò i tuoi saluti: sarei passata a trovarti, risposi, alla sala giochi dove ti fermavi qualche volta la sera. Ma non accadde. La notte del quattordici febbraio, ti ricoverarono d’urgenza a Firenze, per un incidente d’auto – avevi perso il controllo, rientrando dalla discoteca, eri stato sbalzato fuori dall’impatto con un muro. Con una fiducia disperata nella tua forza sperammo per quindici giorni che tornassi. Avresti avuto danni irreversibili, una paralisi, un occhio perduto, ma saresti stato vivo, e mio zio, quando venni in ospedale mi disse di non entrare, di non vederti sfigurato dallo schianto. La tua pelle di bambino. Che tu sapevi comunque che noi c’eravamo, che saresti stato a casa in poche settimane, non poteva che essere così. Poi l’aneurisma nel centro del cervello. Una bacca, una pallottola di sangue. Ti dichiararono clinicamente morto, pronto per l’espianto, come avresti voluto. Lo avevi detto una volta a tua madre, commentando la notizia della donna che aveva partorito un feto gravemente menomato, per poter donare gli organi. Un affermare astratto, che diventa d’improvviso spietato testimone.
Non ricordo il funerale; non ricordo nulla.
Non sapevo come guardare i miei zii, come chiedere un’altra possibilità, una soltanto, come non odiare il mio dolore, come combattere l’impossibile, come non fare delle preghiere che uscivano inutili, una maledizione.

Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena d’intensità immutabile scopra la fibra di un punto d’approdo, una nuova partenza. Occorre esserne travolti, con l’asfissia ermetica del vuoto, senza spiegazioni esaustive, vergognandosi invece, molto, della meschinità accentratrice della propria sofferenza.
Il mondo ha le sue vie atroci, insospettabili per renderci l’amore, la dignità delle storie private.

A distanza, nella mia vita londinese, appena fuori dal parco, io non so se sia un suono o un odore o l’aria desolata dalle ciminiere – rivedo tutto con chiarezza, ci ascolto nel bosco: sei tu, la mia epifania, che scivola nella mente, s’ispessisce, s’irradia tutto d’intorno – il mio attimo di rivelazione.
Quanto calore c’è nelle lacrime represse? Quanta verità da indagare nei vissuti trascorsi? E quanto davvero di comune, di tralasciabile, negli sguardi scambiati, i dialoghi familiari, il silenzio perfino del sonno nella solita stanza?

Camminando verso la centrale elettrica posso piangere non vista. Piango il tuo nome teso dentro la gola. Piango la rabbia, Matteo, il molto male che ho inferto a me stessa, come per punirmi per ciò che non riuscivo a salvare, non potevo; piango la mia rigida coerenza del non dire finché non si è marchiati incandescenti e poi si è pietra, secrezione esposta delle ossa. Piango gli appuntamenti mancati, i tuoi organi in altre persone, come codici ignoti della memoria, manoscritti sporcati di arterie, e la morte che esiste e le poesie scritte sui davanzali delle finestre. Ti lascio andare. Supero l’eco del traffico nel fiume, nella benevola indifferenza del paesaggio, la sua notturna, quieta pulizia.

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9 Responses to Battersea power station

  1. quello dei limoni il 4 novembre 2007 alle 07:53

    La poliedricità di quest’artista che non delude mai. Consiglio Artico, uscito per Crocetti, che contiene dell’ottima poesia, secondo me.

  2. Cristina il 4 novembre 2007 alle 14:58

    c’è tutta Francesca, qui.

  3. nadia agustoni il 4 novembre 2007 alle 16:52

    Complimenti. Cercherò Artico, grazie.

  4. Faviv il 4 novembre 2007 alle 23:29

    Come sempre, un grandissimo esempio di scrittura della memoria attraverso il corpo. Francesca, ormai sei una bambina grande.

  5. beccalossi il 5 novembre 2007 alle 00:33

    Ieri ho trovato a colchester una locandina del famoso album dei pink floyd con la battersea power station in copertina, sormontata dal grande maiale.

    ora ce l’ho appesa in camera, a ricordarmi di quanto fosse meglio per l’anima e le narici l’era delle ciminiere. In quest’epoca subprime non so proprio dove sbattere la testa.

    Quando mi muovo in bici nell’essex non vado alla ricerca di constable, ma di sironi: di odori di torni, di zinco, di chiatte arenate sul fiume colne in secca, di draghe in disuso laddove francis bacon visse per qualche tempo, e dove un picchetto di minatori protestò contro l’abbattimento dei dazi doganali durante i giorni di margaret tatcher.

    L’europa si è costruita sul carbone, le ciminiere e la coppa uefa. e forse allora eravamo davvero fratelli, senza numero chiuso ma coi turni di notte. L’europa non si è fatta sul gemellaggio degli stock exchange.

    Ormai quando vedo un quadro di sironi piango.

  6. Luigi il 5 novembre 2007 alle 11:48

    Leggendo il tuo racconto m’è venuta su tutta l’angoscia che provai (e riprovo ogni volta, anche oggi) a vedere il Pinocchio di Comencini, con quella colonna sonora che se mi metto a canticchiare in testa, mi viene la pelle d’oca, e la voglia di salire su, sempre più su, in cima, come Cosimo Piovasco…

  7. Francesca il 5 novembre 2007 alle 19:38

    Grazie per i vostri commenti e per l’affetto.

    @beccalossi – più che le ciminiere in se stesse a me interessano molto quelli che si possono definire paesaggi della fine, quelle terre di nessuno dove la natura e le cose sembrano sostare al limite, pronte per diventare qualcosa d’altro. In questo senso un paesaggio post-industriale è del tutto assimilabile ad un bosco incolto, ostico al passo o ad esempio all’asprezza di certa natura nordica (vedi Caspar Friedrich, che mi piace per gli stessi motivi per cui mi colpisce la BPS), o a cosa devono essere le steppe infinite, quelle dove vagava il pastore di Leopardi. Swedenborg parlava della pratica dei luoghi desolati come i più adatti per l’incontro di spiriti. Yeats lo riprese a meraviglia, adattandolo a certi paesaggi dell’ovest irlandese, tra cui la baia di Rosses, con l’acqua solidificata della bassa marea in inverno. E qui mi fermo perché potrei continuare per righe e righe e righe…

    @Luigi, grazie per quest’immagine da Calvino! Penso che si possa leggere molto e amare moltissima letteratura, ma non si smette mai di fare i conti con i libri letti nell’infanzia.

  8. beccalossi il 5 novembre 2007 alle 20:39

    hai detto bene, condivido. Paesaggi della fine. Per questo non li chiamerei post-industriali (erano paesaggi industriali, e tali rimangono: e’ l’intorno che e’ mutato).

    A costo di essere politicamente scorretto fino all’imbecillità penso che i paesaggi industriali debbano rimanere tali, anche qualora abbandonati e in disuso.

    Non credo nella riconversione industriale, quella delle anime ancora meno. Trasformare un’ex area industriale in un luogo post-industriale (che sia dello shopping, o del sapere, poco importa) per quanto “socialmente ed economicamente utile” lo trovo aberrante, sopratutto per il mio spirito. Vedere convertita in stupida fiera un’ex raffineria come quella di Pero, gioiello dell’architettura di periferia, e per me luogo di culto (dal mio balcone guardavo luccicare i lumi in cima ai camini, e mi si apriva l’infinito leopardiano) è stato un colpo.

    Accetto compagni disposti a incatenarsi ai cancelli degli stabilimenti in disuso, per evitare che vengano trasformati in università, supermercati, centri di sostegno per artisti post-industriali, gallerie d’arte, villaggi olimpici o centri del design made in italy. cazzate.

    Io vorrei che la BPT non venisse toccata mai; e se riempita, solo di cose inanimate (magari reliquie della bellezza, come nel film Children of men).

    Condivido: sono per i luoghi di confine, cortine di una guerra che fu, passata in armistizio senza accorgersene. Li’ si, dici bene, gli spiriti abitano, e vi trovi i varchi di montaliana memoria. non c’è scritto sulle guide del touring, ma ne sono certo.

    Visto che abiti dalle mie parti, propongo gita a newcastle sometimes.

  9. Dino il 12 novembre 2007 alle 16:01

    Sulla scia delle Lettere dalla Capitale (tranne l’ultima) di Sortino sul Crise, sarebbe bello sapervi insieme in certi luoghi della memoria…

    complimenti. Dino.



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