Era tanto tempo fa

8 novembre 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Da dove, quando, è cominciata la paura?, mi chiedevo, quel senso di mancata possibilità di speranza, di futuro sfocato, di rinuncia alla naturalezza, la sensazione di un cammino bloccato, di immobilismo che alle volte forse si perverte fino a diventare il famoso senso di insicurezza, da dove si è generata, mi dicevo, questa forma di ansia nucleare, che pure è una patologia diffusa, sociale, generazionale, quest’impressione di difetto emotivo che pare sia uno dei pochissimi elementi fondamentali che mi accomunano alle persone della mia generazione?
Mi è ricapitato sotto mano il secondo romanzo di Bret Easton Ellis, Le regole dell’attrazione, e ho letto l’epigrafe di Tim O’ Brien. “Gli eventi non scorrevano. I fatti erano separati e casuali anche mentre accadevano, episodici, spezzati, senza passaggi scorrevoli, senza il senso di avvenimenti che nascessero da avvenimenti precedenti”. Non so se si è visto prima in altri libri, probabilmente sì, ma mi ricordo io tredicenne che lo leggo nelle edizioni semipirata di Pironti nel 1988 e mi trovo di fronte per la prima volta un romanzo che non ha un inizio (la gabbia di testo parte attaccata al bordo superiore della pagina, in questo modo: “e insomma forse è una storia noiosa ma non ti tocca ascoltarla per forza, mi ha detto lei, perché aveva sempre saputo che sarebbe andata a finire così…”) e non ha nemmeno una fine (le ultime righe sono queste: “Le ho domandato dove andava. Ha nominato una città ma sembrava incerta. Ha cominciato a raccontarmi la storia della sua vita, che non era molto interessante, e quando sono arrivati i Rockpile con Heart ho dovuto alzare il volume, coprendo la sua voce, ma comunque mi sono girato verso di lei, gli occhi interessati, un sorriso serio, facendo segno di sì con la testa, con la mano che le stringeva il ginocchio, e lei”, stop).
Ellis era un nome che faceva parte di quel repertorio indispensabile che trovai, io come molti altri credo, citato nel libro-mappa Un weekend Postmoderno (un titolo così kitsch che già da solo riassume per intero la falsa modernità di un’epoca) di Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore che fece da fratello maggiore a un’intera generazione, portandoci a conoscere John Fante, i Magazzini Criminali, ma anche Alberto Arbasino e Carlo Coccioli e tutto quello che sembrò salvarci dal decennio di vuoto e guasto che ci si apparecchiava intorno. E a riprenderlo in mano nel 2007, Ellis, può darci forse la sensazione o almeno l’illusione di scovarci finalmente un’eziologia, un qualche indizio primario per comprendere quello che oggi sappiamo perfettamente: qualcosa negli anni ’80, nella nostra capacità percettiva, emozionale, è cambiato. Qualcosa che allora, mentre ero un bambino, ossia quando non avevo nessuna capacità di resistenza nei confronti della realtà, potevo al massimo intuire. Una mutazione, o meglio una riduzione, che non riguarda solamente la storia privata che cerco di risfilare e ritessere di settimana in settimana col mio analista. Perché – oggi riesco a dirlo facilmente – gli anni ottanta sono gli anni in cui non siamo cresciuti. In cui le cose, pure ingrandendosi, pure alimentandosi, pure mutando di forma, non hanno attraversato un vero processo evolutivo. Non iniziavano e non finivano. Nessuno di noi, dei miei amici intendo, ragazzini ingenui come tutti i ragazzini, lì per lì se ne accorse. Solo con la distanza del tempo si è cominciato, da reduci del niente, a mettere insieme un archivio memoriale che può portare di volta in volta a una ricostruzione di massima.
Ci sono almeno tre avvenimenti cruciali, tre traumi mancati che hanno ridotto il processo della crescita. Il primo è la diffusione pervasiva della tv commerciale: invece di confrontarci – come modello o contrasto – con l’immaginario, con l’apparato mitico, etico, dei nostri genitori, avevamo accesso ogni giorno a una dose esaustiva di prodotti che apposta per noi, per noi bambini, erano stati pensati – dal cibo (il Nesquik, i formaggini Mio, le Girelle…) fino a qualunque cosa che ascoltassimo o vedessimo (da Heather Parisi ai dischi di Bimbo Mix a tutti i cartoni animati e telefilm). La persona con cui ci mettevamo in relazione era un costante, sempre presente “amico immaginario” televisivo. Eternamente bambino. Come quello ritratto sulla confezione di Orzo Bimbo o – meglio – come l’ipostasi degli anni ’80 per eccellenza: il mio amico Arnold. Il bambino interpretato da Gary Coleman, un attore con problemi di crescita che aveva l’intelligenza di un adulto infantilizzato. O come – ed è forse l’esempio più esatto di quello che ha significato un intero decennio – Michael Jackson. Il puer aeternus. Diventato adulto o semi-adulto a sei anni con i Jackson Five, la sua parabola esistenziale è stata quella di un essere straziato dall’invecchiamento cellulare (che ha provato tragicomicamente a combattere con la camera iperbarica e la chirurgia plastica), ma soprattutto quella di un personaggio che, non accettando l’idea stessa della terrestrità, ha cercato di sottrarre al dominio del tempo un mondo di puro incanto. Neverland, la sua terra immortale.
Il secondo avvenimento è l’ipocondria planetaria legata all’Aids. Il modo in cui arriva in Italia è ancora più stregato di quello con cui è apparso negli Stati Uniti (“il cancro dei gay”). Si dice già che è una malattia che riguarda anche gli eterosessuali e si dice anche che ci si può infettare baciandosi. In una “Domenica in” del 1985 interviene come ospite un’agitata Linda Evans a parlare di contagio. Pochi mesi prima, come hanno visto tutti, ha baciato Rock Hudson in una puntata di Dinasty e adesso che Hudson ha rivelato al mondo di essere omosessuale e malato, confessa davanti alle telecamere del dopopranzo di vivere nell’angoscia. Chi aveva dieci, undici anni, e il suo piccolo timore e tremore legato al suo corpo che cambiava, pensò bene di avere un alibi per cristallizzare quelle paure – non baciare, non avere rapporti sessuali, non avere neanche desideri sessuali, non essere impulsivo. Queste ansie le avrebbe fatte diventare in breve miti della paura, sognando tappeti di siringhe di notte o sottoponendosi compulsivamente a test per l’Hiv. Oppure le avrebbe esorcizzate nel modo peggiore, rimuovendole.
La paura invisibile, come un virus mutante. Che di anno in anno trovava la sua nuova forma simbolica, la sua versione più resistente. Nel 1986 fu la volta della nube tossica. Con una profezia quasi banale ce l’aveva mostrata Don De Lillo nel suo capolavoro dell’anno prima, Rumore bianco: il tentativo di eliminare la paura della morte e l’idea dell’invecchiamento ci porta a qualcosa di ancora più angosciante e canceroso. Se la paura di un male immateriale sostituisce la nostra angoscia quotidiana, come salvarsi? Nel romanzo, un “evento tossico aereo”, la fuoriuscita di un’esalazione chimica da una fabbrica, viene a sconvolgere la vita della famiglia Gladney e della comunità circostante. Jack, il padre, è stato intossicato, ma la contaminazione non si sa quali esiti porterà, né quando, né se li porterà. La paura non ha più un correlato oggettivo. Tra malattia e sanità non c’è differenza, l’istinto di vita si confonde entropicamente con l’istinto di morte.
L’anno dopo a mettere in scena davvero la trama del romanzo ci penserà la ricezione del disastro di Chernobyl. Per giorni i telegiornali, dal 26 aprile alla fine del maggio 1986, trasmettono l’immagine di una nube estesa quasi quanto l’Europa che sorvola i nostri cieli e contagia la nostra aria. Nessuno sa quali sono le conseguenze. È meglio non mangiare verdure, dicono, è meglio non bere latte, è meglio non camminare nei boschi, è meglio non stare fuori troppo nelle ore di sole. È meglio non vivere, penso. Ed è la cosa che avremmo imparato a fare meglio.

12 Responses to Era tanto tempo fa

  1. Federico Platania il 8 novembre 2007 alle 09:44

    Chapeau.

  2. simona il 8 novembre 2007 alle 10:58

    vero, vero…

  3. Cristoforo Prodan il 8 novembre 2007 alle 11:14

    A proposito di Pironti, non riesco più a trovare, nella mia caotica biblioteca, libro di Oliviero Beha “Anni di merda: notizie dal fronte del disagio italiano, 1989-1992”, che mi pare faccia scopa, o quasi, col tema del post. Temo che sia irrimediabilmente fuori catalogo.

    Cavolo se me lo ricordo Arnold!, anche se ero già grandicello, quasi ventenne. Sono andato a scartabellare su Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Il_mio_amico_Arnold) e ho scoperto che Gary Coleman, l’attore nero nano che interpretava Arnold Jackson appunto, si è candidato alla carica di governatore della California, nel partito Repubblicano, in competizione con l’altro “vero” Arnold (Schwarzenegger) che poi ha vinto. Troppo stupida la cosa, ma ha degli aspetti geniali tragicomici, per l’antitesi anche fisica dei due personaggi.

    La tv commerciale, l’AIDS, Chernobyl. Tre catastrofi direi annunciate. Annunciate dalle condizioni politiche che si erano create alla fine degli anni ’70. Il craxismo che poi si trasformerà in berlusconismo, e tutto il malgoverno che ne è seguito fino alla catastrofe dei primi anni novanta e alla mutagenesi successiva.

    Il craxismo permise a Berlusconi & Co. di fare quell’assalto alle televisioni che erano ancora in uno stato naif e molto libero. Poco prima, alla fine degli anni ’70 c’erano migliaia di televisioni locali, le cosiddette “tv libere”, pariodate da Roberto Benigni nella mitica trasmissione mandata in onda dalla RAI nel 1976 che originariamente si doveva chiamare “Televacca” ma che poi è stata ribattezzata, credo per pruriti censorei, “Onda libera”. Erano anni gloriosi, in cui il caos anarchico delle televisioni libere ti presentava dai film zozzi ai dibattiti politici stile Radio Onda Rossa, in studi televisivi improvvisati con un telo dietro a fare da sfondo. Poi, dagli anni ’80, con Craxi, è stato suonato il si-salvi-chi-può. In quegli anni il glorioso Paese Sera, uscito da una costola del PCI, cominciava a fare vera controinformazione, contro l’asse perverso PCI-PSI che si stava creando. Per questo Andrea Barbato fu censurato e successivamente escluso, per ordine di Craxi, anche dalla RAI. Di Santoro e Biagi ce ne sono stati tanti in Italia.

    Dunque la tv commerciale degli anni ottanta era figlia dell’occupazione craxiana del potere.

    L’AIDS e Chernobyl possono essere riconducibili allo stesso ceppo di malgoverno e conseguente arretratezza. Catastrofi annunciate anche queste. La mancanza di una corretta educazione sessuale in Italia, dovuta ai veti sessuofobi della chiesa cattolica, e la mancanza di una corretta informazione scientifica, dovuta alla catastrofica situazione nella quale era stata scientemente condotta la ricerca scientifica in Italia. Mi ricorderò sempre con orrore, da giovane studente fortemente impegnato nel dibattito scientifico, l’informazione approssimativa e in molti casi sbagliata dal punto di vista scientifico che veniva data nei mezzi di informazione da “luminari”, ma sarebbe meglio dire “baroni”, per quanto riguarda le possibili relazioni tra sessualità e trasmissione dell’HIV (sulla cui diffusione ci sarebbe da discutere, in quanto secondo alcuni scienziati americani – poi messi a tacere – l’AIDS si sarebbe diffuso originariamente in Africa perché lì le multinazionali del farmaco avevano condotto delle sperimentazioni poco pulite…). Ovviamente per la chiesa cattolica questo era il cacio sui maccheroni che aspettavano. Mentre per l’informazione sul disastro di Chernobyl mi ricordo bene le storie sul non mangiare le verdure “a foglia larga” (quali saranno?, e quanto larga doveva essere ‘sta foglia poi? boh!, nessuno ce l’ha mai spiegato), sul chiudersi in casa, sull’assumere lo iodio per evitare che attecchisse sulla tiroide lo iodio 131… Tutte informazioni approssimative e, ancora una volta sbagliate. Come quel mitico pomeriggio dell’era Chernobyl in cui ero sdraiato sul letto a guardare il soffitto con la radio accesa in cui c’era una certa professoressa della Sapienza esperta di non so cosa, tipo chimica se non sbaglio, che a un certo punto aveva cominciato candidamente a fare una straordinaria confusione tra ioni e isotopi. O le polemiche sulla famosa “dose minima” di radioattività, i millirem e tutte le altre fantasmagoriche unità di misura, quando poi scoprimmo finalmente che la dose minima di radioattività che un organismo umano dovrebbe assorbire è zero, e che la legge (questo fantastico strumento di repressione) nelle varie nazioni stabilisce una dose minima in relazione allo “sviluppo sociale” del paese. Della serie che la vita di un cittadino nordamericano vale mille volte di più di quella di un cittadino di Bopal, tanto per non fare un nome a caso. Nessuno ci disse successivamente che l’incidenza dei turmori alla tiroide in Italia aumentò del 400%.

    Tutta questa sbagliata informazione scientifica era frutto di censura, ma anche di fondamentale ignoranza anche da parte di chi di quelle cose ci doveva capire. La realizzazione della profezia del fisico Giuliano Toraldo Di Francia che in tempi non sospetti, in una tavola rotonda del 1972, a proposito dello stato della ricerca coniò per l’Italia la definizione efficace di “Paese in via di sottosviluppo”.

    Quindi, caro Christian, quello che la tua generazione ha vissuto nella sua pre-adolescenza negli anni ottanta, non è roba piovuta dal cielo per chissà quale infausto destino. Ha degli episodi e dei nomi e cognomi ben precisi come cause scatenanti.

    Imparammo a non vivere, forse, come dici tu Christian. Però qualche cazzotto in faccia questi ladroni, che continuano comunque anche oggi le loro scorribande, li hanno pure presi dalla gente comune. L’8-9 novembre 1986 per esempio: quando oltre 20 milioni di italiani (cioè circa l’80% dei votanti) decisero che il nucleare non si poteva fare. E non fu una scelta contro la modernizzazione del nostro paese, non fu una scelta sull’onda dell’emozione di Chernobyl; fu un atto di sfiducia nei confronti della classe politca (comuni, regioni, Enel) che voleva avere mano libera sul dove installare le centrali e sul come farle. Visto quello che è successo dopo, vista la corruzione dilagante, visto tutto quanto, fu una scelta più che saggia.

    L’informazione e la critica sociale servono a far cambiare le cose, anche se non è facile. Non bisogna però fermarsi al fatalismo. Forse bisognerebbe cercare di reagire.

  4. valter binaghi il 8 novembre 2007 alle 15:19

    Raimo nei tuoi testi, anche quando non sono interamente daccordo con te, trovo sempre momenti di autenticità e profondità che è sempre più raro trovare negli scrittori di questo paese.

    “gli anni ottanta sono gli anni in cui non siamo cresciuti. In cui le cose, pure ingrandendosi, pure alimentandosi, pure mutando di forma, non hanno attraversato un vero processo evolutivo”.

    E’ vero, ed è vero anche per chi aveva già una vita adulta alle spalle.

    A questa fenomenologia della paura sociale manca ovviamente l’ultimo capitolo, forse perchè è scontato: l’11 settembre.

  5. cristiano il 8 novembre 2007 alle 16:15

    verso una lucente corona italiana?

  6. andrea bajani il 8 novembre 2007 alle 16:44

    a me viene da ringraziarti, quando scrivi pezzi così

  7. Chapuce il 8 novembre 2007 alle 18:23

    Caro Raimo, oggi ho avuto una giornata piena piena
    questa sera però voglio proprio leggerti con calma…
    a presto
    Chapuce

  8. Simone Morgagni il 8 novembre 2007 alle 18:33

    Viene anche da chiedersi cosa ci sia stato dopo gli anni ’80.

    Se essi rappresentano gli anni in cui non si è cresciuti, si è poi forse ripartiti?

    Oppure la dicotomia totale tra l’onnipresente linguaggio del rischio (riprendendo Ulrich Beck presente sotto ogni parola di questo bel pezzo) e quello della percezione umana ha proseguito la propria marcia indisturbata?

    Mi viene persino da chiedere quale parola tradizionale possa riempire il vuoto creato dalla paura non percettibile, dal rischio onnipresente, ma non visibile che è fondamento dei nostri giorni.

    All’interno di questa modernità avanzata che procede a smantellare le regole che sembravano esserne base, quali parole trovare ancora per descriverLa e descriverCi se non sull’orlo ormai dell’ultima soglia?

    Qui credo stia la sfida più grande.

  9. Chapuce il 8 novembre 2007 alle 22:11

    Questo scritto scuote un pezzo di vita, memorie, paure che ci hanno accompagnato, che ancora riusciamo a sentire se solo scrutiamo più a fondo nel nostro bagaglio…
    io ne ho avuta tanta in quegli anni, la casa era un mallo caldo.
    Le paure in fondo insegnano.
    grazie per questi ricordi…

  10. la funambola il 8 novembre 2007 alle 23:23

    sai, se dovessi pensarmi in un mondo perfetto, in un mondo ideale credo che non sarei meno infelice, meno angosciata, meno sola.
    la felicità senza causa è l’unica felicità che ti garantisce la beatitudine, la quiete e questa di felicità non abbisogna di una particolare realtà.
    ogni causa, ogni “evento” possono renderci infelici e farci paura e questa continua minaccia non ha tempo, non è prerogativa della tua generazione ma le attraversa e le ha attraversate tutte.
    come dire…nulla di nuovo da quando negli umani si e accesa la scintilla della “coscienza” di esistere.
    la paura è dentro di noi sempre. la paura è del tempo, di ogni tempo.
    alcuni lo sanno, alcuni l’affrontano, tanti la rimuovono ,tanti non hanno tempo per pensare cosa sia.
    sei davvero bravo.
    bacio
    la funambola

  11. […] Era tanto tempo fa […]

  12. carleto il 16 novembre 2007 alle 15:18

    e davvero uno dei ricordi più nitidi che ho è di quando qualcuno – mamma? mia sorella diplomata terrorista dal suo essere più vecchia di me? – fuori al terrazzo mi intimò di rientrare alle prime gocce di pioggia che, sapevamo già tutti, era radioattiva. Uhm. Ricordo di aver guardato in su, per un po’, sguardo fisso sul cielo plumbeo, tale e quale a un minuto prima, ma già diverso, minacciosissimo, pesante e cattivo. Perchè aspettare che piovesse? Perchè aspettare di sentire la pelle ustionarsi e sfrigolare alla prima goccia che mi sarebbe caduta sul dorso della mano, o sulla fronte? Tanto valeva rientrare subito.
    In quanto al non mangiare verdure, beh, questa sì che era una gran cosa.
    cia’



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