Gli aranci

9 novembre 2007
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orangenesser.jpg

di Marino Magliani

Lei era sul bordo della terrazza perché anche quel posto come la valle in cui era vissuta da viva era fatto di terrazze, gradinate senza ulivi, senza pietre, senza muri, senza erba né ombra né sole, senza vento di costiera o buio odorante di conca, senza odore. La valle dove si andava un giorno a vivere per sempre, era senza desideri né rimpianti o sogni, era una valle dove buoni e cattivi, santi e malvagi, e tutto ció che in terra era vissuto tra queste categorie, ora abitava l’aria, senza possibilità più di farsi del bene o del male, senza più nulla, e con la sola coscienza di essere come misura dell’esistere.
La coscienza di essere, dunque, é premio o castigo. Questo aveva inteso lei quando vi giunse.
Cosí chi in vita aveva peccato moltissimo contro l’umanità, chi aveva sottratto vita volontariamente a un suo simile, ora sulle gradinate di là del solco era ridotto a non accorgersi di essere. Chi invece era stato persona degna, ora ricordava di essere ed era.
Lei esisteva moltissimo. Per questo quando il Figlio di Dio, che era stato un umano anche lui, passava tra le esistenze si fermava volentieri a parlare con lei, altri non l’avrebbero neanche riconosciuto. Lei sí, e quel giorno lei stava lí, in un’impressione di guardare il pezzo di mare dagli ulivi, come soleva fare anche da viva in Liguria.
Le giunse al fianco. ” Come ti piace arrivare fin qui sul vuoto”, le disse.
” Erano i posti in cui venivo a distendermi le gambe quando raccoglievo, le gambe nell’umidità e a forza di raccogliere in ginocchio, s’erano gonfiate di artrosi…Non mi hai mai fatto fare gran vita di lusso in terra.” sorrise.
Non la guardó come a scusarsi, era abituato a sentirsi cose del genere.
” Perché vieni qui, ora non ci sono più spettacoli da guardare…”
” Lo sai perché sono qui…”
Lui lo sapeva. Era arrivata notizia di chi sulla terra s’era ammalato e aveva imboccato la strada che portava quassù. Per tanto tempo lei aveva pregato il Figlio di Dio che suo figlio non ci fosse ancora, e per tanto tempo ogni volta che il suo nome non compariva, lei aveva guardato la terra di là del solco con un sollievo.
Ma ieri quel nome le era giunto, nell’aria, e assieme al nome la gravità della malattia e il tempo in cui sarebbe morto, il tempo in cui sarebbe spuntato dal fondo e sarebbe venuto anch’egli da queste parti.
Per questo lei era qui, per tener d’occhio laggiù, al fondo delle terrazze. L’avrebbe potuto conoscere da qualsiasi posto il giorno in cui il figlio fosse apparso, ma lei preferiva cosí, preferiva esser qui ed aspettarlo. Era il suo dovere di madre, sentiva. A volte pensava che la coscienza fosse solo questo.
Guardó il Figlio di Dio che teneva anch’egli lo sguardo verso le vallate finali.
” Potevi lasciarcelo ancora,” disse lei.
” Da quanto mi chiedi la stessa cosa, fin quando avrei dovuto…”
” Solo un’altra stagione, gli piaceva maggio, un’ultima primavera incendiata.” Non era per convincerlo, sapeva bene che funzionava cosí.
” E’ stanco, malato, vorresti allungare uno stato simile?”
” E’ l’unica vita che ha disposizione…Guariscilo, allora, almeno un po’, solo per un’altra stagione.”
” Lo illuderei troppo, lo conosci… Quanto gli hai voluto bene, ma anche lui… Peró a raccogliere le olive non veniva.”
Lei sorrise. Lui restó serio. Lei qualcosa capí. Non le era dato di conoscere tutto, neanche a lei, neanche ora, nonostante la sua coscienza certe cose non le poteva sapere. Ma ora aveva capito.
” Perché non mi dici allora: vedrai, fra poco vi tornerete parlare ?”
Lui tacque e lei terminó di dirsi che sapeva.
” Che beatitudine puó essere sapere che tuo figlio non si é salvato? ”
Ne parlava al Figlio di Dio, perché anche lui era stato uomo, gliene parlava perché la capiva.
Ma anche a Dio era tutto chiaro, era stato padre anche lui, era padre nell’eternità, suo Figlio era morto e morendo si era salvato.
Suo figlio invece stava morendo per sempre. Avrebbe chiesto pietà e che si riprendessero parte della sua coscienza di essere, ecco, che lo facessero pure, ma per pietà, che ne dessero una parte a questo figlio che lei aveva ancora per poco…
La beatitudine che a lei era stata concessa diventava dunque il suo castigo. Sulle gradinate, nei casi come il suo, e dovevano essercene a migliaia, la coscienza di essere madri era di troppo.
Non lo disse, non serviva.
Il Figlio di Dio si allontanó.
Ora lei ricordava tutto, le camminate d’inverno sotto gli ulivi, il sole e la fatica, gli aranci che aveva sbucciato in quella casa di pietra e portici per il figlio, i raffreddori che gli aveva curato, ricordava ogni tepore e ogni morso di vita, gli ultimi suoi giorni, di vecchia malata, quando lui veniva all’ospedale e ci dormiva. Gli aranci che allora lui sbucciava per lei.
E l’ultima notte, quella prima di venir qui. Lei rantolante e lui che le chiedeva cosa vuoi che faccia. Voleva bagnarle le labbra, asciugarla, stringerle la mano fredda, accarezzarla sulla guancia scottante.
Lei non voleva più nulla, sapeva tutto, e gli aveva risposto: dormi. E lui per tanto tempo durante la vita, aveva risentito quella parola giungere da altri posti, da vallate nude.
Lei venne lí sul costone ogni giorno, vide passare morti da poco, trasparenti che quasi non esistevano e altri beati di sentirsi accolti dal Figlio di Dio. Venne a ricordare il sapore degli aranci.
E cosí un giorno il Figlio di Dio l’affiancó sul costone e le comunicó che era fra poco.
Lei non rispose nulla, non serviva mai. Aspettó e dopo un po’ lo riconobbe, laggiù, uscito dalla curva, era appena spuntato come quando negli ulivi da bambino si mostrava ogni mezz’ora perché lei non disperasse.
Avanzava tra gente meravigliata, attraverso quel sentiero che nessuno di loro aveva mai visto.
Lei attese, lo chiamó, ma lui non la sentí. Le passó accanto e non la riconobbe. Lei lo chiamó ancora, e lui proseguí per l’eternità nel vuoto.
Lei a piangere, disperata, corse dal Figlio di Dio, lo supplicó.
Cos’aveva fatto di tanto male, in fondo, aveva solo sbagliato, erano momenti cosí… Ma il Figlio di Dio non le rispose, e allora lei corse per le terrazze, cercó tra quelli che vagavano senza saper nulla, senza più aver dolori, cercó tra i morti da poco, con cui forse era ancora radunato, cercó la sua camminata, il suo odore, chiese, lo trovó, andó per abbracciarlo, lui la guardó senza vederla, e come quando da bambino si addormentava con gli occhi mezzi aperti e sognava gli aranci, lui non sognó mai più.

(Immagine: Georg Baselitz – Orangenesser – 1982)

14 Responses to Gli aranci

  1. Chapuce il 9 novembre 2007 alle 18:28

    devo essere sincera..
    il finale mi ha scosso e commossa profondamente.
    Lui che non può più sognare, vedere…
    Quale castigo è peggiore?
    Questo scritto mostra la visione dellla morte come un quadro,
    come una rappresentazione…
    difficile non rievocare Dante!
    Bello…
    ciao
    Chapuce

  2. fabrizio il 9 novembre 2007 alle 18:49

    domani e dopodomani sarò a San Giovanni Rotondo. farò due omelie sullo stesso vangelo: i sadducei tentano Gesù col racconto della vedova di sette mariti: di chi sarà moglie? l’intenzione è chiara: l’aldilà non esiste. mi viene in mente anche “Il diaro” del curato: come posso essere felice in paradiso se il mio migliore amico sta all’inferno? risposta: all’inferno non si sente nulla, si è come pietre fredde. la mia idea di paradiso è un calore e una luce in cui si integra perfino la disperazione.
    grazie, Marino.

  3. Giulia il 9 novembre 2007 alle 21:54

    Molto coinvolgente e davvero ben scritto, Giulia

  4. antonio Carollo il 9 novembre 2007 alle 23:24

    Notevole la tua immaginazione. Forse questa tua uscita dal mondo sensibile interpreta il desiderio dell’uomo di essere rassicurato sul dopo morte, ma ciò è compito delle religioni. La letteratura non ha questa capacità; attraverso la finzione esorcizza in qualche modo la paura della fine. Il tuo racconto si segnala per la forza del sentimento, che non può non essere terreno.
    Incontro la tua scrittura per la prima volta. Spero di leggere altre tue cose.
    Ciao, Antonio Carollo

  5. poppo il 10 novembre 2007 alle 18:32

    La disperazione di una madre che dice al figlio: dormi, e che non riesce ad ottenere nulla, che chiede per il figlio ma che non può più chiedere perché ormai è troppo tardi, è davvero una terribile disperazione. Proprio di fonte a un Dio che pare insensibile, proprio di fronte a Chi alla madre non ha mai rifiutato niente e non potrà mai rifiutare niente. Una bella forza espressiva.

  6. marino il 10 novembre 2007 alle 20:08

    Grazie a tutti, e a Franz di avermi dato l’opportunità di parlare di una mia
    ossessione.

  7. franz krauspenhaar il 10 novembre 2007 alle 21:58

    Da Marino Magliani accetterei anche uno stralcio dell’elenco del telefono.

  8. valter binaghi il 11 novembre 2007 alle 09:37

    Mi è piaciuto molto Marino. E’ spirituale nell’altezza dei sentimenti e delle parole, e commuove chiunque ha fede nell’uomo, perchè il linguaggio religioso è interamente assorbito nella condizione umana. Una letteratura cristiana incarnata, non confessionale. Niente stereotipo mitologico, parole che devono denunciare da sè un luogo metafisico.
    Impossibile non pensare a “La madre” di Ungaretti.

  9. marino il 11 novembre 2007 alle 13:15

    Caro Valter, trovo nella ” Madre ” di Ungaretti una grande speranza che
    gli aranci non contengono neanche spremendoli con un rullo. Grazie.

  10. Beppe il 11 novembre 2007 alle 22:51

    Glaciale, bellissimo.

    Il brano mi ha impressionato davvero.
    Mi ha dato l’esatta sensazione di quel che potrebbe essere l’al di là;
    ma anche, in un certo senso, mi ha dato lume sull’al di qua.
    Non scherzo, mi è piaciuto tanto.

    La percezione d’esistere è la cosa più difficile da rendere e quest’idea del premio di tutta un’esistenza ‘degna’ nell’esistenza, pura essenzza d’esistere priva di ogni contaminazione con l’esser-ci, mi ha davvero commosso.

    Mi sono commosso alle tue parole pensando a me stesso e alla mia esistenza e a quel che ne sarà.

    Poi la contraddizione che l’esistenza pur priva di tutto non può non essere l’esistenza di una madre (se non lo fosse non sarebbe un’esistenza che sa di esistere) e dunque di una madre che ama il figlio ed esiste per lui.

    L’esistenza nell’al di là glaciale della pura essenza d’esistere, “senza pietre, senza muri, senza erba né ombra né sole, senza vento di costiera o buio odorante di conca, senza odore”, come può non rimpiangere l’esistenza terrena.

    Sarebbe una condanna allora quella pura essenza d’esistere?.

    Tanto più nel vedere un figlio che ha perso la coscienza e vaga come un’anima che non sa.

    Forse il premio sarebbe quello?

    Non saperlo più d’esistere, ma esistere, esistere e basta.

    vagare

    Grazie e bravo.

  11. Becca il 12 novembre 2007 alle 10:32

    I racconti di Magliani mi lasciano sempre senza fiato. Il silenzio degli olivi. Il dolore della fatica nella campagna aspra e arsa. Il suo sguardo e il tratto della sua penna sono sempre così puliti. Così sinceri.
    Veramente toccante.
    Grazie mille.
    Andrea

  12. Monia il 12 novembre 2007 alle 17:39

    Che bello questo racconto!
    Io dell’autore ho un ricordo molto piacevole di Mantova: persona lucida e gentile.

  13. Opinioni sull’aldilà « al centro della vita il 19 novembre 2007 alle 18:29

    […] Novembre 19, 2007 · No Comments Un bel racconto di Marimo Magliani, da leggere qui. […]

  14. dario de albertis il 27 novembre 2007 alle 12:05

    Intenso e drammatico. Coscienza di essere come premio dell’esistenza… Un narrare ispirato, Marino !!



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