Napoli bella? Napoli dannata? L’ultima parola di Ermanno Rea

18 novembre 2007
Pubblicato da

di Cristiano de Majo

Napoli al centro di uno scontro tra verità e finzione. Ridotto all’osso, questo sembra essere il nucleo dell’ultimo non-romanzo di Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, parte conclusiva della trilogia iniziata con Mistero napoletano e proseguita con La dismissione, nonché congedo finale e a quanto pare irrimediabile dello scrittore dalla sua città natale. Scritto durante gli anni della presidenza della Fondazione Premio Napoli, si tratta di un libro complesso, disomogeneo, composto per strati, da un lato meno riuscito del capolavoro Mistero napoletano, dall’altro più decisivo da un punto di vista teorico circa il rapporto tra lo scrittore e la sua materia prima: la verità. 
Il racconto parte da un incontro, quello di Rea con un fotografo naziskin che si chiama Caracas e, mantenendo come palcoscenico principale piazza Garibaldi – luogo di nascita del primo, di elezione per il secondo – si snoda attraverso le memorie famigliari, sentimentali e topografiche del narratore e le esperienze di sangue, amore e guerra dello skin, in un continuo intreccio temporale e di punti di vista. La storia centrale è il legame estremo e disperato di Caracas con Rosa La Rosa, una tossica bellissima e irrimediabilmente persa nelle pieghe della sua dipendenza, che Rea non esita a identificare con la città: «Caracas, amico mio, ma come te lo devo dire che Rosa La Rosa è Napoli. Bella e dannata alla stessa maniera. Rassegnati. Non pensarci più». 
D’altra parte nel libro i luoghi sembrano possedere dei sensi, sono feriti, malati, sessuali. E i corpi si comportano spesso come luoghi: accolgono, ascoltano, si lasciano contaminare. Oppure assumono sembianze di altri corpi: per esempio il corpo di Caracas, come per coprire un vuoto terribile, viene di continuo trasformato in quello dello scrittore Luigi Incoronato morto suicida, che Rea elegge a simbolo di tutte le vittime della città, costruendo per opposizione la sua storia di fuggito e sopravvissuto, la sua storia di napoletano distante e salvato. E questo è senz’altro il leitmotiv che ispira tutta la trilogia di Rea, il nocciolo della sua indagine letteraria che qui si espande fino a raggiungere un approdo teorico: il rapporto tra distanza e memoria, e tra vicinanza e verità. Che cosa sto scrivendo?, sembra chiedersi di continuo lo scrittore. Un diario? Una cronaca? Un romanzo? Un reportage di viaggio? Un libro di memorie? E soprattutto: cosa sto cercando di fare? Voglio arrivare a stabilire una verità? 
In Napoli Ferrovia nessuna domanda trova risposta – e questo sembra già un punto fermo: non avere risposte – a meno di non considerare una risposta il “Post scriptum”, ultimo capitolo del libro, nel quale Rea ci racconta la sparizione di Caracas, il “suo” protagonista, che non replicando più alle sue lettere finisce per trasformare «un libro-verità in un libro-fantasia se non in un libro-menzogna». E con un finale del genere è un po’ come se, alla soglia degli ottant’anni, lo scrittore-giornalista rimettesse tutto in discussione affidando la propria memoria, la propria verità, persino il proprio amore nelle mani della letteratura. In questo senso Napoli Ferrovia è un libro totale. Oltre a essere un libro che non può fare a meno di Napoli, luogo dolente che esce da queste pagine con la sua inesauribile capacità di generare storie, di essere uno spazio epico, di farsi esso stesso opera-mondo, nonostante tutte le estreme unzioni che riceve e continua a ricevere. E, in effetti, quelle che Rea riesce perfettamente a materializzare sono le dimensioni incorporee, mentali della città. La città come stato d’animo, o come luogo della memoria, persino come malattia, batterio, virus da mantenere a debita distanza. 
Percorrendo questa ramificata topografia narrativa, viene naturale chiedersi quale altra città italiana sia stata raccontata quanto Napoli, quale altra città sia stata così massicciamente ripresa, analizzata, dissezionata, soprattutto in questi ennesimi tempi di declino e imbarbarimento, in cui la produzione di libri su Napoli o ambientati a Napoli sembra aver raggiunto la dimensione di un genere a sé stante. La cosa non può lasciare indifferenti. E nemmeno essere integralmente relegata a una questione di moda editoriale. Non si vuole riconoscere a Napoli, almeno una potenza del genere? Lo stesso Rea, nel corpo a corpo nevrotico e sentimentale, si rammarica per tutte le occasioni perse dalla città, si lamenta con le strade come fossero persone, e ancora una volta vuole farla finita, scappare per sempre da Napoli, recuperare un dignitoso anonimato da qualche altra parte, ma è qui, in questi affollati anfratti dove non si può restare anonimi che costruisce la sua mitologia dell’esilio: «Ogni tanto mi sento assalire dai sensi colpa per aver tagliato la corda, in quel lontano 1957. Mi dico che forse dovrei tornare a vivere qui in pianta stabile. Qui alla Ferrovia».

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pubblicato sull’inserto “Queer” di Liberazione del 11 novembre 2007

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One Response to Napoli bella? Napoli dannata? L’ultima parola di Ermanno Rea

  1. véronique vergé il 18 novembre 2007 alle 18:17

    Napoli è una terra di storie, una terra di accoglienza e di fuggita, si parlano tutte le lingue.
    E’ una terra per i smarriti, ha una forza centrale, un cuore fulvo.
    E’ una fontana di storie emigrate, ha una ferita dove scorre le lacrime o il silenzio dei viaggiatori.
    Napoli, come lo dice il titolo, ha la stessa forza poetica che la donna amata: strega, dolce.
    Ti prende nell’intrico di bellezza e di follia.
    E’ un libro che leggero.
    Il pezzo dà la voglia di affrontare la lettura.



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