Il triplo livello di Chesil Beach

20 novembre 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. Chesil Beach (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà e mestiere: sviluppa un quarto d’idea (il racconto del fallimento della prima notte di nozze di due sposini impacciati nell’Inghilterra pre-emancipazione del 1962) fino a dilatarlo – attraverso movimenti temporali, piccole digressioni, accelerazioni e sintesi, brevi scorci sociologici – e farlo diventare un romanzo esile, 136 pagine di narrativa accessibile a un pubblico vario e mediamente colto. È un abitudine che forse hanno gli scrittori giustamente incensati e pressati dal grande pubblico e dalle grandi case editrici: mostrare di saper confezionare questi esercizi di stile, questi piani-sequenza manierati di letteratura portatile – e in questo Chesil Beach vale un Cosmopolis di DeLillo. Punto, fine.
Oppure. Si potrebbe fare uno sforzo in più e cercare di capire perché McEwan decide di scrivere questa sorta di prequel dei suoi libri degli esordi, andando a rintracciare un embrione di quella potente simbolica del male delle relazioni sentimentali che ha dato corpo a Primo amore, ultimi riti o a Bambini nel tempo. Perché si cura di reindagare un punto perduto del secolo scorso: il 1962 è l’anno prima di Love me do e di “I have a dream”, l’estremo dello spettro di un’epoca dove i rapporti personali erano determinati dalle convenzioni sociali. Cosa cerca lì? Quale eziologia ha in mente di delineare?
Ripartiamo dalla storia. Ci sono due protagonisti, Edward e Florence, giovani e inesperti. Si amano ma non ci sanno fare col sesso, e soprattutto non sanno confessarsi la propria goffaggine. Ognuno spera che qualcosa – un meccanismo automatico, una sorta di provvidenzialità – venga in loro soccorso, ma non accade. E McEwan entra, come un narratore abilissimo nel giocare con la focalizzazione del punto di vista, nella testa dell’uno e dell’altro personaggio, come in un estenuante game di tennis in cui i due diventano le figure simboliche della comunicazione tra il maschile e il femminile. A tentoni, semiparalizzati, stupiti, diffidenti, curiosi. Ma dopo accostamenti millimetrici, e prese di coscienza infinitesime, sul più bello – letterale – qualcosa va storto. Entrambi si sentono in colpa, e disgustati da sé e dall’altro. Provano a parlarsi, ma, a dispetto delle buone intenzioni, non riescono a comprendersi, e quel paradiso futuro che sembrava potersi spalancare davanti alle loro vite resta solo potenziale. Una speranza meravigliosa abortita sul nascere. Il 1962 è anche l’anno prima dell’omicidio Kennedy.
A una prima lettura, McEwan pare indicarci quasi con banalità dov’era nascosto quel bug che fa precipitare le cose: nel “silenzio virtuoso”. I due semplicemente non sanno comunicare, non l’hanno imparato, non si raccapezzano con le parole, che invece di aiutarli li mettono ulteriormente in scacco. L’età che gli si aprirà di fronte, i quarantacinque anni che li separano da noi, saranno anche gli anni in cui questo maschile e questo femminile impareranno, con fatica certo, a parlare, di sentimenti e di sesso anche e soprattutto, al punto che – se volete un esempio – ascoltate oggi un qualsiasi discorso di ragazzini di sedici anni e vedrete come sanno padroneggiare perfettamente tutto quel gioco linguistico che comprende cose che erano decisamente ignote mezzo secolo fa: non tanto la conoscenza del sesso, ma parole come “interagire”, “relazionarsi”, “lasciarsi i propri spazi”, etc…; oppure – meglio – leggetevi quel microcapolavoro che è il racconto di Rick Moody, “L’ineluttabile modalità del vaginale” (in Racconti di demonologia), la stessa storia di Chesil Beach invecchiata di trent’anni.
Bastava solo dunque fidarsi del linguaggio, delle sue possibilità? Forse sì a dar retta alla confessione quasi commovente che fa quello che è forse il massimo filosofo del linguaggio del secondo Novecento, Jürgen Habermas, all’inizio del suo libro appena uscito per Laterza, La condizione intersoggettiva (euro 14) in cui racconta da dove sia scaturita la sua prospettiva filosofico-linguistica e la sua teoria morale: “Ricordo le difficoltà che incontravo quando dovevo farmi capire in classe e nel cortile della scuola, pur impedito da una nasalizzazione e da un difetto di articolazione di cui per parte mia non mi accorgevo”. Oggi essere degli out-sider della comunicazione, mostra Habermas, non è più una condizione di handicap permanente, come lo era mezzo secolo fa.
Ma. A una seconda, di lettura, la vera mancanza, la vera insufficienza che fa precipitare gli eventi, non è l’impasse della comunicazione. Ma qualcosa di più profondo e radicale che oggi – nell’era che appunto pare chiamarsi della comunicazione – fa sembrare questi due cretini di Chesil Beach molto meno lontani di quanto vorremmo. Quello che a loro difetta, in ultima analisi, oltre le parabole viziose del disagio e della pudicizia, è l’adesione al proprio desiderio: il non riconoscere la legittimità o spesso neanche la forma del proprio desiderio. È questo il livello che illumina McEwan alla fine, spiazzando il lettore stesso proprio nel momento in cui, dopo essersi rassicurato di non essere compreso nell’auto-inganno dei protagonisti, si trova invece accanto a loro, impigliato in un timore folgorante proprio all’ultima pagina. “Ecco” ci dice l’infido scrittore “come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa”.

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8 Responses to Il triplo livello di Chesil Beach

  1. Plessus il 20 novembre 2007 alle 19:28

    Il tema trattato è veramente infinito. Potremmo rifletterci una vita, sulle sulle scelte di non fare qualcosa, o sullo non scegliere… Qui, nei 1001 libri da leggere prima di morire, lista forzatamente non obbiettiva, ma redatta con sicuro impegno: http://www.listology.com/content_show.cfm/content_id.22845/Books
    sono segnalati addirittura 8 romanzi di Mc Ewan. Oltre a Chesil Beach, che sembra davvero da leggere, cosa consiglia la Nazione?

  2. valter binaghi il 21 novembre 2007 alle 03:15

    “interagire”, “relazionarsi”, “lasciarsi i propri spazi”

    Davvero Christian ti pare che questo linguaggio abbia segnato una tappa nell’educazione sentimentale? Davvero scambieresti i pudori (che significa anche il senso dell’inesprimibile) di allora con la pronta localizzazione e mimica delle pulsioni che i mass media hanno insegnato ai ragazzi nel frattempo? Il disagio sentimentale degli anni sessanta era quello di una società de-ritualizzata, che cercava nuove forme dell’essere e del fare. Mi pare che ne abbia trovate di mercificate e caricaturali. Per chi ci sta assieme sul serio, i giovani di oggi sono ancora pià sprovveduti nel declinare l’autentico, si arrendono facilmente all’ideologico.

  3. valter binaghi il 21 novembre 2007 alle 09:47

    @Plessus
    In quella lista tra gli italiani ci sono Baricco e la Mazzantini e non c’è Fenoglio nè Pontiggia. Tra gli americani praticamente tutto Delillo e niente John Fante.
    Io la prenderei sul ridere.

  4. Paolo S il 21 novembre 2007 alle 09:54

    L’operazione che McEwan tenta è delicata, e così pure la lettura che Christian ne fa. È nel “terzo livello” che scatta o dovrebbe scattare la letteratura, quando dal contingente e singolare (come storicamente o sociologicamente “rappresentativo”) c’è lo scarto che ti porta nell’universale, nel cuore dell’umano.
    Se però il salto arriva all’ultima pagina (non ho letto Chesil Beach, e se “vale” Cosmopolis, bene, non ci perderò tempo), effettivamente il dubbio è lecito: non si tratterà solo di un esercizio di calligrafia?

  5. Plessus il 21 novembre 2007 alle 15:39

    @ valter binaghi
    Ma sì, la lista è incompleta. 1001 teste avrebbero stilato altrettante liste diverse. La considero comunque attraente, visto il deficit di 950 libri che ho nei suoi confronti.
    Tornando a McEwan, e allo spunto di riflessione offerto dal post, se Christian Raimo abbia dato un giudizio di merito sul pudore e sulla difficoltà di comunicazione tipici degli anni sessanta, non ne sarei sicuro. Io mi ci butto, sperando che non mi facciate nero.
    Il Devoto-Oli del 1971 alla prima accezione del sostantivo pudore cita Dante: “lo pudore è un ritraimento d’animo da laide cose, con paura di cadere in quelle”. Cita Foscolo nella seconda, estesa accezione del termine: riserbo, discrezione. “Il pudor mi fa vile, e prode l’ira”.
    Mettiamo velocemente a confronto pudore e riserbo che (sup)portano il senso dell’inesprimibile dei protagonisti del libro, con la “pronta localizzazione e mimica delle pulsioni” e la perfetta identificazione del desiderio tipici dei giovani d’oggi, come, ad esempio, la Esther de La possibilità di un’isola di Houellebecq. Non sono forse, staticità d’animo e dinamismo sentimentale perfettamente integrati ognuno nella propria epoca? Mi sbilancio ancora e ringrazio mamma di avermi fatto nascere 46 anni fa. Salute e saluti.

  6. sundancekyd il 21 novembre 2007 alle 17:50

    A me ‘st’articolo m’è piaciuto ‘na cifra. Cioè, carcola, Christian, cioè ma ciài proprio preso. Ma davero, sa’. Ciài preso, carcola, davero.

  7. antoniomenna il 22 novembre 2007 alle 11:32

    Io, a proposito del libro recensito da Christian, mi chiedo perchè un uomo nel 2007 debba scrivere come se fosse nell’Ottocento. Cioè, può anche starci. Ma ce lo spieghi.

  8. Francesco il 22 novembre 2007 alle 21:17

    non mi sembra proprio che scriva come uno dell’Ottocento!? antoniomenna, l’onere della prova tocca a te: spiegaci perché – a tuo parere – McEwan scrive come Tolstoi, Dickens e Manzoni.



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