Concerto in minuscolo punteggiato

23 novembre 2007
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blake-peter-tuesday-61.jpg 

di Marco Saya

solfeggio. 4/4.

do-orre, 4 volte,
leva la sveglia batte l’amor(t)e.
pause di respiro.
flash di intermittenza.
luci impazzite del microonde.
“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.
suona il cell.
numero privato chiama.
“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.
meccanicizzo il mio stare.
come un orologio.
a ogni quarto il ticchettio.
Il successivo un’azione conclamata.
“so what”. così è.

solfeggio. 2/4.

miffa-solla, 2 volte,
leva la gomma batte Shumi.
piove. non piove.
si stabilizza.
“cosa facciamo, ora?”
pausa – 1/8
“ quale DVD? ”.
di domenica manca l’incipit.
anche il frigo è vuoto.
talvolta il take away sbalordisce.
l’acquario vive.
conto il successivo quarto.
strappo alla regola.
improvviso (penso) per poi rientrare.
II° tempo – ed è subito sera.
ma non l’ho scritto io!

continua. in ¾.

sol-la-si, “all blues”.
il Versace di Miles.
non necessario.
luccica la tromba.
come l’immagine.
o le immagini finte.
più vere le figurine della panini.
ora sono a Ischia.
un esempio.
un posto vale l’altro.
“dove andiamo quest’anno?”
la poesia è in Costa Smeralda.
“ci andiamo anche noi…?”

Accelerazione/decelerazione in 7/8

(così come viene)

corpo dal buio s’alza.
“non torni a letto?”.
pitstop.
il dentifricio dopo la doccia dopo l’atto.
consumato.
(rapido).
il sudicio scende le scale.
dentro il sacco.
nero.
sinistro colore.
8 e 15.
sventagliata dal mondo.
fuori.
stordito.
18 e 00.
rimozione.
fretta del rientro.
non c’è più.
il sacco.
un altro sale al piano.
zavorra della giornata.
inutile.
sbuccio la mente.
fette d’ananas.
pelle ritrova il nido.
caldo.
il resto mancia!
delete files.
temporanei.
clear history.
si è fatto chiaro.

pausa.

luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira dal cemento.
la pala ridona ossigeno.
“che ora è?”.
buttàti sul letto.
nudi.
voci fuori, odo!
mix di labiali,
suoni della disperazione.
tramortiti sulle coste.
scorribande di scarichi.
piste lapidate da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.

melodia.

passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto accoglieva giovani ossa.

improvvisazione.

l’occhio scivola sul pavimento.
vicino allo zerbino.
fuori dalla porta.
scende le scale (solo un piano).
esce sulla strada.
osserva il tombino.
attraversa il marciapiede.
guarda una saracinesca.
si è fatto tardi.
torna sui propri passi.
ritorna nell’orbita.
altezza differita.
l’orologio è l’orizzonte.
prende l’ascensore.
dimensionale del chiuso accetta l’intruso.
da linea a superficie.
geometria piana.
piano il punto si colloca (situazione temporanea).

blues.

ogni giorno ricordo il mio tempo.
sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.
poi riprendo la solita metro.
alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.
viene voglia di uscire con gli occhi.
la prossima fermata è uguale alla successiva.
e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell’asfalto.
sotto gli odori ti riconducono all’origine.
e il chiuso non è poi così male.
quella telecamera continua a fissarmi.
mi rimprovera perché vivo,
“Vivo?”,
il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,
fuoriescono esili dalle ante scrostate,
luride dagli sputi dello scempio,
spoglie dal soffio che fugge.
così ricordo il mio tempo.

Riff.

Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo.

Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo.

Il bagno ha le piastrelle azzurre.
la porta verde.
i sanitari bianchi.
tutto il resto è giallo.

così coloro l’ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere.

così coloro l’ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere.

così coloro l’ufficio.
la piantagione produce monitor.
soffice la neve.
per non vedere.
per non vedere.

(schema ABA).

nulla di serio. (A)
dedali d’idee confondono il mattino.
come le stragi di questi giorni, settimane, anni.
anche gli amori nascono e muoiono.
così il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

Inciso. (B)

quelle case sparse inghiottite dal verde della Garfagnana,
sparute festeggiano la gioia del silenzio,
uniche scie bianche le rotte mi-rm-mi,
raramente si inabissano.
Katiuscia non è quella bella prostituta al solito angolo
e Cana non è la rinomata punta così lontana dalle barbarie.

conclusione. (A)

nulla di serio.
dedali d’idee confondono il mattino.
come le stragi di questi giorni, settimane, anni.
anche gli amori nascono e muoiono.
così il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

corale.

dal balcone

il bambino sprangato da tatamater
o solerte madre urla la sua rabbia
tra il rombo dei rumori…

(la radiorapper al massimo,
marmitte inorgoglite, ultimi sputazzi
di rottamate con interni in similpelle nera)

…accresciuti alla fermata,
arriva e riparte, il bus.
(chiudo la finestra)
il silenzio ripiomba,
conato da monitor-dipendente.

polifonica.

saltata la pozzanghera,
infuso di bitumi su cui specchiarsi,
nella misura dell’oltrepasso,
stizzite metafore serrano la ”clerk”
per stecche evitate
da concitata regia.

voce basso tuba.

passeggio per i tombini,
sotto non conosco l’ode
del sopra calpestato.
un tubo mi ispira di più,
mi ricorda la vecchiaia
vera della ruggine.
cammino tra l’erba,
poco curata a dire il vero,
sfioro stie somiglianti
ai reami del porfido,
il tutto si mesce
nella comune indigestione.

free.

“Il punto – sopra? – …se è limpido o lo immaginiamo dovunque.
il satellitare indica un percorso.
prima non esisteva.
due madri ora ci guidano.
a braccetto confondono il futuro delle culle.
Si aggiunge il sogno.
l’amico ubriaco sberleffa il caos.
ventriloquo di voci, invereconde
nella rissosa stia.
il mappamondo esplode.
con tutte le ragioni.
il clone (pensando di pensare) rimescola le carte.
truccate da ovvia sazietà.
Il nulla soffoca (anche l’ingenua libellula).
l’Arca? legno al macero!
Ricapitolando:
dov’è la natura?
il navigatore ci passa tra le mani.
cambiamo traccia.

sospensione.

tiro un pensiero sino all’attracco.
se non è agitato.
la banchina regge.
per quanto l’ormeggio abbia buon senso.
sino al limite.
sono al limite.

ad libitum.

non devi chiedere.
( l’ape si posa) a caso.
non devi cercare.
( il vento spira) laterale.
solo scrivi. poeta.

(Immagine: Peter Blake – Tuesday, 1961)

7 Responses to Concerto in minuscolo punteggiato

  1. Roberto Del Piano il 23 novembre 2007 alle 11:00

    Caro Marco,
    è una delle tue cose più interessanti, tra quelle che ho letto.
    Unire la passione per la musica a quella per le parole è esercizio arduo ma, in occasioni come questa, facondamente fruttifero.
    Capiterà magari in tempi non da era geologica di farne una edizione di testo e musica insieme…

  2. Beppe il 23 novembre 2007 alle 13:00

    la trovo geniale e sonora, la parola. Il ritmo me lo invento e me lo sento da me dentro (e non è di 3/4 o 7/8, ma di più). Metropoli, Milano, un posto vale l’altro. La musica qui è solo evocazione, contesto. Poi la poesia lo crea da sé il suo silenzio.

    un saluto, mi è piaciuta molto.

    PS la garfagnana è dalle mie parti. Lo sapevi no che c’aveva la casa Pascoli? (della serie tutto fa poesia)

  3. daniele il 23 novembre 2007 alle 16:31

    Caro Marco, anche tu tra gli indiani, complimenti, e in bocca al lupo
    il solito malacconcio

  4. Marco Saya il 23 novembre 2007 alle 17:09

    Carissimo Daniele, sono ospite degli indiani. Grazie per il passaggio.

    Marco

  5. Chapuce il 23 novembre 2007 alle 18:32

    Bravo Marco!
    mi piace molto:Blues.
    :-)
    Chapuce

  6. Ida il 24 novembre 2007 alle 14:14

    Bel testo, quando lo metti in scena chiamami.

    Ciao
    Ida

  7. mariapia il 24 novembre 2007 alle 20:31

    Bravo Marco!
    E’ un concerto quello che volevi fare, vero?
    Ci sei riuscito, è elettrico, ma lento(like blues?)
    MPia



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