da “Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese” – 2

26 novembre 2007
Pubblicato da

foto-kempowski.jpg di Walter Kempowski

traduzione di Diana Politano e Francesco Vitellini

Sotto di noi, al primo piano, abitava Woldemann, un commerciante in legname benestante, corpulento. Portava i capelli neri – lucidi come scarpe laccate – pettinati con una forte riga in mezzo. Al mignolo un anello dalla pietra blu. «Allora, inglesino?» mi disse con voce grave, e prese una delle bottiglie di vino aperte che stavano dappertutto. Ne bevve senza bicchiere, a lunghi sorsi.

Nella «camera dei signori» poltrone gigantesche con sopra cuciti dei cuscini, più comode che da noi, anche il tappeto più grande, e i quadri adatti.

Accanto al tavolino da fumo un grammofono nero, simile a un comò. Sul davanti una specie di porta per far uscire la musica.

Non è dolce, non è brava,

non è buona, la signorina Gerda…?

Sul grammofono una bambola di cera nella celluloide. Indossava un abito di pizzo. «Filigrana», diceva mia madre.

Al muro il dipinto a olio d’un pollaio: la cornice nera larga il doppio del quadretto rosa.

Di mattina Woldemann sedeva in veste da camera al tavolino da caffè.Faceva ruotare il piatto girevole su cui stavano marmellata e miele.Mangiava l’uovo col cucchiaio d’argento. («Uovo e argento? Ma fa la muffa!»). Leccava le gocce dal bricco del latte schioccando le labbra.

Ognun felice, ognun orgoglioso,

se l’avesse, la signorina Gerda…

Il panino lo mangiava con forchetta e coltello.La moglie era giovane e intraprendente. «Woldi», gli diceva.

Mentre il grammofono sonicchiava lei andava su e giù nell’appartamento, da una confezione di cioccolatini all’altra, si arrotolava i capelli e spolverava con un piumino le porcellane di Copenhagen.

Mio padre urlava sempre così forte, ma a chi si riferiva con «moccolone»?

La loro figlia Ute aveva 9 anni, come me.

Capelli a caschetto neri e occhi blu scuro.

Tranne poche giornate di broncio rimanevamo insieme a lungo. Stavo per lo più sdraiato sul tappeto, e lei sedeva sulla mia pancia. Era bello caldo e confortevole.

Io ritiravo persino le gambe, perché potesse appoggiarsi. Allora lei si dondolava un po’ e si metteva le dita nel naso.

(La prima volta mi ero ribellato. La parte superiore del mio abito amburghese era saltata pure via dai pantaloni).

In tal modo imparai a conoscere tutti i mobili dal di sotto: il tavolino con le gambe attaccate alla buona dal falegname, la poltrona con cinghie simili a quelle dei facchini, il cestino dei rifiuti che odorava sempre di marcio perché vi erano state gettate bucce di mela.

Una volta avemmo un litigio: quale fosse più importante, il sesso maschile o quello femminile.

Il padre viene superato dalla sovranità, diceva lei, enumerando con le dita; e il continente dalla terra.

Ma la terra da Dio, risposi, e quello era maschile.

Tutta la gente a un tratto si ferma,per guardar dietro alla bimba bella…

Quando la mamma si faceva sentire nel corridoio ci allontanavamo di scatto. «… sennò v’arriva una sventola», diceva.

Dietro l’edificio c’era una fabbrica d’acqua di seltz, apparteneva al nostro padrone di casa.

Per i boschi o per le gole,

Dr. Krause frizza-al-sole.

Ci sedevamo nelle casse delle bottiglie ed entravamo col nastro trasportatore. Attraversava capannoni bui, oltrepassando insenature di bottiglie vuote. Trenino dell’orrore!

Saltavamo giù in un locale piastrellato. Qui si imbottigliava la frizza-al-sole.

Operai in camici di gomma erano vicini al nastro, e stavano a guardare come le bottiglie marciavano a scatti in fila, e come dal macchinario venivano riempite, tappate, rovesciate, etichettate e fatte rotolare nelle casse.

La leva che rovesciava le bottiglie era imbottita. Da sotto ne veniva incontro una seconda che le riceveva delicatamente.

Di tanto in tanto una bottiglia si spaccava con uno scoppio sordo. Allora piovevano schegge.

Le casse piene erano depositate in cantina. Qua era fresco. Ute sapeva dove stava la gassosa all’asperula. La bevevamo tutta d’un sorso – «a chi finisce prima» – e ruttavamo.

In ufficio c’era odore di tabacco e menta. Qui la signorina Reber, abbronzata per lo sci, siglava documenti in un lampo. «Reber», diceva che il cognome lo si poteva leggere anche al contrario. Suo fratello, aviatore nella legione, si chiamava addirittura Otto!

Mi regalò un canzoniere «Sulla resistenza e sulla natura dei ragazzi». Non volevo anch’io diventare un Pimpf 1 forzuto? Ute ricevette «Filatrice Lodegrazie, un nuovo libro di canzoni per ragazze».

L’aurora si è levata

la buia notte muore.

A nuovi dì, fa’ cuore,

chiama l’alba ora nata.

«Voglio un litro d’acquavite», disse un ubriaco che stava giusto entrando.

Al muro c’era appeso Clausewitz.

Dovevamo evitare l’incontro con il dottor Krause. Lui attraversava il cortile in calzoni da cavallerizzo. Qui era rimasta una porta aperta, lì c’era della carta. Forse si potrebbero risparmiare chiodi nella fabbricazione delle cassette da bottiglia. Per dimostrare la bontà del suo pozzo fece riempire un secchio di zinco. «Chiara come cristallo». L’affiancò all’acqua di rubinetto di Rostock. Sbalorditivo! Una brodaglia marrone e argillosa.

Diceva che nell’acqua di rubinetto galleggiavano veri e propri escrementi.

Witschorek, il conducente della motrice, cercava sempre di scacciarci. Veniva dai Sudeti. Una volta cantai per scherzo «Quelli dell’Egerland stanno uniti…». L’uomo si mise quasi a piangere.

Dal cocchiere Boldt eravamo sempre ben visti. Fischiettando allegro mescolava avena e paglia tritata, ci versava anche un po’ di gassosa alla mela. Guadagnava 36 marchi alla settimana. Mio padre mi dava per lui dei sigari fumati a metà.

Il cavallo bianco «Max» era un «camerata di guerra». Il dottor Krause se l’era portato dalla Galizia. Sotto il cartellino «camerata di guerra» c’era una croce di ferro, ma in cartone. Nella guerra mondiale anche alcune navi avevano ricevuto la croce di ferro, e i cani portaordini.

Evitavamo Max perché mordeva.

Invece la grossa cavalla Nora era inoffensiva.

Norella, al pozzo avanti alle cancella,

diceva il cocchiere Boldt.

Lei tirava un po’ più forte di Max.

Verso sera, quando avevamo bevuto abbastanza, tornavamo in casa. Là giocavamo a nascondino al buio, e in breve eravamo di nuovo sdraiati sul tappeto. Le luci delle macchine che passavano si spostavano sul soffitto. La pancia singhiozzava.

Non è dolce, non è brava,

non è buona…

Ute si dondolava un po’ avanti e indietro. All’ascolto, che non venissero i genitori.

«… sennò v’arriva una sventola». Cercammo di stabilire se suo padre fosse «più alto» di mio padre, o il dottor Krause, chissà se era lui il più alto. «’turalmente», diceva lei invece di «naturalmente».

A cena mia madre domandava: «Ma come ti sei conciato? Fritto e marinato…». E Robert, scuotendo la testa, diceva: «Quanto ti hanno potato male, albero…». Tra l’altro la Leberwurst era abbastanza buona.

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2 Responses to da “Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese” – 2

  1. véronique vergé il 26 novembre 2007 alle 12:16

    Amo il ricordo dell’amicizia tra bambina e bambino. I colori attraversano il tempo, un colore blu”un anello dalla pietra blu, occhi blu scuro”, un colore ebano luccicante. Colori della memoria che supera la lentezza della vita, l’oblio.
    Si sente l’amizia nel momento di grazia dove bambini si danno il cuore e la fiducia, senza paura dell’ avvicinamento. Cosi bello che si cerca durante tutta la vita l’amicizia tra sesso femminile e maschile.
    Una bella amicizia che avvicina i cuori è una grazia.

  2. franz krauspenhaar il 26 novembre 2007 alle 12:35

    Un grande romanzo, leggetelo. Kempowski è un autore “monstre”, anch’io l’ho conosciuto grazie a questo libro. In Germania è un istituzione. Qui pensiamo ancora a Grass, Boell, ecc. Ma ci sono autori – come WK – che, a modo loro, non hanno molto da invidiare a questi grandi tedeschi riconosciuti nel mondo.



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