Controinchiesta – Storia di un pogrom

30 novembre 2007
Pubblicato da

di www.autistici.org/ojak

Questa è la prima versione di una contro-inchiesta su quanto è successo a Torino. Un campo rom viene attaccato: alle 3 del mattino di domenica 14 ottobre, alcune molotov vengono lanciate sopra il muro di cinta che delimita il campo. Scoppia l’incendio e gli abitanti del campo riescono a fuggire prima che qualcuno possa essere vittima dell’incendio.

Le premesse

6 Aprile 2007: “Emergenza Freddo” è il nome di un progetto assistenziale di aiuto ai senzatetto torinesi nel periodo invernale. In particolare nella zona di Basse di Stura da tre anni si ricoverano in roulottes della protezione civile circa 30/40 famiglie rom che stanno affrontando un momento difficile, parenti malati, bimbi molto piccoli, a rischio obiettivo con il sopraggiungere dell’inverno [1]. Solitamente all’arrivo della primavera, e dell’esaurimento dei fondi (centinaia di migliaia gli euro stanziati – circa 150 mila nel 2006), il campo viene chiuso, le roulottes portate via ed i rom rispediti in Romania via aerea, perché extracomunitari.Questa primavera succede un fatto nuovo: diventati cittadini europei i rom rumeni accolti in via Besse di Stura si opporranno a più riprese alla chiusura del campo di “Emergenza Freddo” che li costringerebbe a trovarsi di nuovo un’altra sistemazione in attesa dell’autunno. Di tornare in Romania non se ne parla più: in quel paese un forte clima di discriminazione e di razzismo diffuso sin ai livelli più alti delle istituzioni (il 19 maggio 2006 il presidente romeno Basescu apostrofa una giornalista troppo curiosa con l’epiteto “sporca zingara”) convincono i più a restare in Italia alla ricerca di migliori condizioni di vita. Solo alcune famiglie accettano un contributo del Comune per prendere il pullman e tornare in Romania: alcuni accettano e molti di loro si rivedono a Torino dopo solo due settimane (raccontano di essere stati fatti scendere dal bus appena passata la frontiera rumena, alcuni senza un soldo ed a centinaia di chilometri da casa). Due giorni di presidio sotto il Comune di Torino, (mercoledì e giovedì 28-29 marzo), un presidio nella notte l’11 aprile non smuovono di un unghia la decisione del Comune di chiudere.

Appena dopo Pasqua inizia lo smantellamento. Alcune famiglie torneranno ad insediarsi sulle rive dello Stura, altre tentano la strada dell’insediamento in un campo in via Druento, al confine di Torino, zona Stadio delle Alpi. Tentativo sfortunato perché saranno ripetutamente vittime di sgomberi fino a sparpagliarsi negli altri campi abusivi cittadini. Nel mentre che i vigili terrorizzano le famiglie di via Druento, scoppia un altro bubbone: è la volta di Lungo Stura Lazio, dove un campo assurge agli onori della cronaca per via di un incendio particolarmente sostanzioso di cavi di rame che provoca un nuvolone nero che investe l’Iveco, i cui stabilimenti sono dall’altro lato della strada rispetto all’insediamento. È l’occasione d’oro, anche sotto la spinta di un abortito presidio leghista sotto al Comune (Carossa presenta interrogazione al Consiglio Comunale il 23 aprile 2007), per tentare lo sgombero di tutta la zona, altamente popolata (300/400 persone). Sgombero che si svolge nervosamente ed in maniera confusa per tutta l’estate. Le roulottes vengono fatte spostare altrove, ogni tanto di buon mattino qualche ruspa mandata dal Comune si presenta e distrugge un paio di baracchine, puro stile Palestina. Lo stesso accade in Strada dell’Arrivore, dalla sponda opposta del fiume [2].

Nascita di un campo

Il campo di via Vistrorio nasce così, nei primi giorni di maggio del 2007, da questo turbine di ripetuti sgomberi e girovagare di baracche e roulottes per la città. Ci abitano circa una ventina di famiglie, meno di dieci roulottes ed il resto baracche di fortuna. Il campo è in una posizione particolare, quasi sulle rive dello Stura, al fondo di un parco di periferia con poca frequentazione, sia diurna che notturna, al fondo di un quartiere popolare, tra Corso Giulio Cesare e Corso Vercelli. Le palazzine più vicine al campo distano centinaia di metri. E’ completamente cinto da mura, vi si entra solo da un cancello arrugginito che viene chiuso dagli abitanti del campo all’imbrunire. Dentro non c’è luce né acqua, la fontanella da cui tutti si approvvigionano è poco distante, nell’area mercatale che incrocia via Vistrorio. E’ una ex officina di riparazioni, completamente invasa dalla vegetazione. All’interno c’è una costruzione abusiva che anni prima aveva ospitato altri stranieri e, forse, al momento dell’ingresso delle famiglie questo spazio è abitato [3].Il quartiere si accorge della presenza delle famiglie rom dall’andirivieni di persone che riempiono le taniche d’acqua alla fontanella, dall’uscita al mattino presto e rientro di quelli che sono usciti a lavorare, dalle immancabili biciclette con le cassette di plastica legate con cui molti fanno il giro della città a recuperare metallo. In quasi tutte le famiglie c’è una persona che lavora, alcuni in progetti di inserimento lavorativo, gli altri in nero. Qualche donna esce per lavori di pulizia. Nella zona non si registrano casi eclatanti di insofferenza, ed anche i media lasciano in pace questo piccolo campo. Si dimenticano di citarlo sulle mappe realizzate per i lettori impauriti, e pochi articoli su questo insediamento escono sui giornali, anche quelli più accesi nell’indicare i rom come causa di tutto il disagio sociale.

Le ronde a Tossic Park

Rispetto al campo, Parco Stura si trova dalla parte opposta di Corso Giulio Cesare. Un altro luogo salito agli onori della cronaca perché ribattezzato Tossic Park, e indicato dai media tutti come luogo di spaccio massiccio di sostante stupefacenti e forte presenza di stranieri, naturalmente tutti spacciatori secondi i giornali. L’intensità mediatica della vicenda illumina i riflettori sui neo-costituiti Comitati Spontanei che iniziano campagne di protesta e raccolte firme per “restituire il parco ai cittadini”. Anche Azione Giovani ed Alleanza Nazionale scendono in strada [4].La prima conseguenza di questa mobilitazione è l’episodio incredibile di una retata che si conclude con l’annegamento di due ragazzi dentro il fiume (ottobre 2006), dove si erano gettati per sfuggire ai controlli incrociati delle pattuglie di polizia e carabinieri che avevano completamente circondato il parco. Queste due morti scateneranno una protesta proseguita per più giorni da parte di un folto gruppo di stranieri, che chiedono che vengano fatte le ricerche per il recupero dei corpi altrimenti dimenticati nel fiume.

Parallelamente alle retate delle forze dell’ordine i Comitati non esitano pubblicamente a proclamare l’utilizzo di “ronde” che dovrebbero colpire i clienti degli spacciatori, i “tossici” che raggiungono il parco sulla linea del 4, metropolitana leggera. La dinamica con cui le ronde agiscono è semplice: ci si prepara alla fermata del 4 più vicina al parco, si aspetta che esca uno che si individua come “un tossico” e lo si prende a bastonate. Di episodi simili se ne registrano parecchi, alcuni tossicodipendenti decidono non certo di diradare le escursioni nel parco ma cominciano a muoversi in orari più favorevoli, anche tardi nella notte. (Il giornale di strada Polvere, uscito nell’Ottobre 2007, ospita una lunga intervista ad alcuni tossicodipendenti su quanto succede nel parco, una cinquantina le aggressioni denunciate nell’articolo). Alcune di queste azioni delle ronde vengono persino riportate, con tanto di fotografie del “tossico” pestato e sanguinante sui giornali cittadini, segno evidente che le ronde agiscono alla presenza di fotografi e giornalisti, in pieno sole.

Dopo un periodo di alta esposizione mediatica si spengono le luci su Tossic Park, le notizie diventano stantie, il pubblico vuole emozioni nuove. Si fanno alcuni lavori di pulizia del parco davanti al Novotel, un albergo di lusso, viene approvato il progetto di costruzione di un campo da golf (i cittadini del quartiere sono tutti appassionati di questo popolare sport…), nel parco viene installato un “punto verde” (uno dei pochi nell’estate 2007: il Comune ha pochi soldi da spendere per via dei debiti post olimpiadi) e ci sarà la festa dell’Unità in settembre. Le ronde sembrano ritornate a posare i bastoni, o semplicemente nessuno ne parla più.

Tossic Park resta comunque un pozzo senza fondo da cui attingere ogni tanto articoli sensazionali ed emozionanti quando i giornali stentano a riempire le cronache: il terribile luogo tornerà in auge per tutta l’estate ed oltre [5].

Le premesse dell’incendio

In autunno la situazione dei rom al campo sembra farsi più difficile. Il proprietario ha deciso di rifare la denuncia per occupazione abusiva che aveva giàsporto tre anni prima, ma che non era mai stata eseguita ed era decaduta. Ci sono anche alcuni contatti tra proprietario e rom, alla presenza di mediatori, tentativi di rinviare la denuncia e quindi lo sgombero in attesa di un deciso miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie: alcuni aspettano che un’assunzione possa fornire loro l’occasione per trovare una casa in affitto, altri sperano di passare lì l’inverno, magari riuscendo a trovare il sistema di collegarsi alle utenze, anche pagando. Nessuno è pronto per essere nuovamente sgomberato, nessuno ha un altro luogo verso cui dirigersi. Gli altri campi cittadini scoppiano di gente, ed è molto difficile che altre due decine di famiglie possano ancora trovare spazio. Sebbene il proprietario rifiuti qualunque possibilità di accordo, non risulta neppure che si attivi per portare avanti la denuncia. Gli episodiMartedì 18 settembre, verso le 23, mentre i rom sono già chiusi all’interno del campo, con il cancello chiuso, due uomini entrano all’improvviso, bussano a tutte le roulottes e le baracche svegliando tutti ed urlando. Sono molto agitati e nervosi, raccontano le testimonianze, riescono ad impressionare ed a zittire con il loro tono, gli urli e le minacce, anche gli uomini più robusti del campo, che si limitano spaventati a chiedere a questi di uscire. Potevano essere armati, potevano non essere soli ma attesi da qualcuno all’esterno, nessuno del campo reagisce. Dopo un po’ i due se ne vanno con una minaccia chiara: o se ne andranno o lì brucerà tutto. Alcuni solidali con i rom fanno avere al campo un paio di estintori per un pronto intervento.Nei giorni seguenti un ragazzo del campo si reca in caserma per denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, gli viene risposto che se venisse accolta la denuncia automaticamente il campo verrebbe sgomberato, trovandosi in situazione di evidente illegalità. Il ragazzo desiste e decide di non sporgere più denuncia. Di questo episodio, naturalmente, i giornalisti che provano a chiedere ai commissariati di zona non ricevono che risposte negative.

Nello stesso periodo avviene un altro fatto: i rom vanno con taniche e fusti a prendere l’acqua alla fontanella: si è però sparsa la voce nel campo che qualcuno aspetti là a bella posta per aggredire chi si avvicina dei rom. Alcuni uomini robusti vanno a verificare, riempiono le taniche e ritornano senza problemi. Invece un ragazzo che non è di quel campo ma in visita, una volta giunto alla fontanella viene aggredito a pugni. Le testimonianze dicono che il picchiatore fosse un ragazzo con alcuni vistosi tatuaggi, già visto in zona. Verso la fine di settembre c’è un altro raid, questa volta il gruppo è più numeroso, ma si limita ad urlare fuori dal campo e da distante, non avvicinandosi. Gente giovane, una decina.

Nella notte tra sabato 13 e domenica 14 ottobre, alle 3.30 del mattino iniziano a partire le telefonate di allarme. Alle 5 finalmente la voce che c’è stato un incendio al campo si sparge. Chi arriva sul posto trova i vigili urbani e qualche auto dei carabinieri, i vigili del fuoco se ne sono già andati. Sono arrivati dopo 30 minuti dalla chiamata, un tempo troppo lungo per salvare qualcosa in un campo di baracche e roulottes.

Le testimonianze raccolte

I primi racconti sono confusi di mille sfaccettature che però nella sostanza concordano: una donna ha sentito un rumore ed è quindi stata pronta a verificare di cosa si trattasse e lanciare l’allarme. Non si sa il numero delle bottiglie lanciate, sembra 3, ma tutti al campo concordano che si trattasse di benzina dal forte odore, anche gli estintori messi in funzione non hanno potuto salvare il campo dalle fiamme. Nella fretta di uscire, di mettere in salvo i bambini molte famiglie hanno perso nell’incendio tutto ciò che possedevano, non solo quindi i documenti, ma anche le cartelle mediche, i soldi, i vestiti e le scarpe, i telefonini, i quaderni ed i libri dei bambini, ottenuti da pochi giorni grazie allo sforzo di maestre delle scuole di zona e altri solidali, i generatori, le cucine ed il pentolame etc. Qualcuno ha provato ad uscire ed inseguire il/i responsabili, che sono stati visti scappare e montare su un auto che si è allontanata veloce. Chi è uscito ha raccontato di aver seguito chi fuggiva ma di essersi fermato dopo poco per paura.Nei giorni seguenti le versioni più gettonate su giornali e TV spaziavano dalla vendetta tra gruppi rivali, per esempio con i sinti del campo poco distante di via Lega (in realtà una certa insofferenza verso i nuovi arrivati i sinti l’hanno espressa, ma non apertamente, e i rom pur poco distanti non hanno di fatto mai dichiarato di conoscere i vicini né di aver avuto a che fare con loro), all’autocombustione, ovvero che fossero stati loro stessi a darsi fuoco per profittare della prossima apertura invernale del campo di “Emergenza Freddo” che li avrebbe di certo accolti. Quest’ultima ipotesi sfiora il grottesco: appare su La Stampa di lunedì 16 settembre a firma Angelo Conti (che la mattina dell’incendio si presenta verso le 9 e chiacchiera per circa 20 minuti con donne e uomini del campo), a riprova della veridicità dell’ipotesi il giornalista afferma che gli pare strano che nessuno si sia fatto male, e che la perdita dei documenti sia stata più una fortuna che un guaio per molti dei rom. Queste versioni totalmente campate in aria vengono avallate dalle dichiarazioni dei carabinieri che sostengono che i rom avessero sentore di uno sgombero imminente e che quindi avessero astutamente deciso di giocare d’anticipo.

Vengono spontanee alcune domande: Che ragioni avrebbe un cittadino neo-comunitario di bruciarsi i documenti che invece gli danno accesso al lavoro, ad affittare una casa, ad usufruire dei servizi? Per giunta rifare i documenti, per un rumeno significa dover ritornare in Romania ed aspettare almeno un mese per le pratiche, non si possono fare dall’Italia. Un grande sbattimento insomma. Perché alcuni non avrebbero salvato il telefonino, strumento che permette loro di prendere eventuali chiamate di lavoro? E bruciarsi i soldi che idea balzana sarebbe (H. F. ha perso bruciati 600 euro guadagnati in un mese di lavoro in fabbrica)? Chi ha mai garantito a questi rom la sicurezza che in caso di incendio sarebbero finiti ricoverati nel campo di Emergenza Freddo? Come potevano immaginarsi un trattamento “di riguardo” persone che si erano subite nei 6 mesi precedenti almeno altri due sgomberi? Perché vittime di un incendio?

Anche la tesi dei Carabinieri che i rom avessero sentito di uno sgombero imminente è fasulla e non sta in piedi. Per tutto il 2007, e in tutti gli sgomberi eseguiti nell’area, carabinieri e vigili sono passati ad avvisare molto prima dell’imminenza dello sgombero, operatori e volontari hanno sempre saputo prima quali fossero le intenzioni di Comune e Questura, che di fatto hanno delegato in molti casi proprio agli operatori l’aiuto ed il sostegno a chi veniva mandato via (nel caso dello sgombero di via Druento per tutta la giornata un camion prestato ad alcuni operatori da un privato ed un carro attrezzi pagato con soldi della Caritas sono stati gli unici mezzi a consentire ai rom di recuperare baracche e roulottes e a spostarsi in un altro campo).

Quello che tutti i giornali non hanno data come ipotesi, se non riportando con forti dubbi le parole dei rom, è quella che l’incendio del campo di via Vistrorio sia da attribuire ad un attentato, lucidamente compiuto per risolvere drasticamente una questione che tardava a venir affrontata dalle istituzioni. Un gruppo di fascisti, o giustizieri di zona o venuti da fuori, che hanno agito in un clima mediatico e politico arroventato, dove la sola parola rom già manda in fibrillazione i cantori della sicurezza e legalità. Clima mediatico che arma la mano di chi poi decide di passare a vie di fatto contando sull’approvazione sussurrata da parte degli abitanti del quartiere (La domenica dell’incendio un gruppo di abitanti della zona ha dichiarato apertamente che, pur disapprovando l’incendio, questo aveva sortito l’effetto voluto: che se ne andassero).

Chi ha colpito ha scelto un bersaglio a caso, un campo piccolo, in cui ci abitano poche persone, una sessantina in tutto, di cui solo una ha precedenti penali, in cui la maggior parte delle persone ha un impiego, ed in cui la totalità delle famiglie ha iscritto e manda i figli a scuola, ciò a riprova che dietro questo gesto non si può nemmeno cercare la reazione di qualche vicino danneggiato in qualche modo dalla presenza di questi rom, ma piuttosto lo sfogo di un desiderio di annichilimento dello straniero, del diverso, del rom, cieco ed ingiustificato. Chi ha colpito ha vigliaccamente trovato un campo comodo da attaccare perché ben nascosto ed isolato, lontano da possibili testimoni, con rischio inesistente di subire qualche reazione.

Che giornali e TV abbiano spudoratamente tentato di offuscare quanto è successo dietro cortine di falsità si può spiegare col fatto che in città, politici, istituzioni, informazione cittadina stanno giocando un gioco pericoloso attivando campagne mediatiche continue ed incessanti di odio contro i rom, assurti a male del secolo, e promuovendo campagne securitarie che presentano ai cittadini i rom come nemico pubblico numero uno, primi responsabili della difficoltà di tirare avanti, del disagio sociale, “dell’insicurezza”. Un gioco pericoloso che provoca lo scatenarsi di ronde e campi bruciati, pericoloso ma desiderato, provocato e perseguito fino in fondo per basse esigenze di consenso e per vendere qualche notizia forte. Gioco pericoloso di cui non si ha il coraggio di sostenere la paternità quando si intuisce possa esplodere tra le mani.

Meglio venirci a raccontare che si sono bruciati il campo da soli, piuttosto che ammettere che, a furia di invocare l’odio, finalmente in città circolano impunite bande di giustizieri pronti ad aggredire i più deboli, i più poveri, i più indifesi in nome della legalità e sicurezza.

Chi sarà la prossima vittima? Il prossimo ad essere bastonato o bruciato vivo? Un barbone? Un tossico, un clandestino, uno straniero?

Dedichiamo questo scritto a Bogdan Mihalcea, “clandestino”, morto a 24 anni, risucchiato nel tombino di una fogna da un’onda di piena mentre lavorava, in nero, senza protezioni, neanche una corda di sicurezza, per conto della SMAT, le acque potabili torinesi. Era il 6 luglio 2006, la città era ancora pavesata dei festoni delle Olimpiadi Invernali appena trascorse.NOTE[1] Vedi la delibera comunale del 2006: www.comune.torino.it/giunta_comune/intracom/htdocs/2006/2006_10277.html[2] Vedi piccolo video girato col telefonino: www.autistici.org/ojak//wordpress/?p=25

[3] Potete vedere il campo, dopo l’incendio, in due video su youtube al link: it.youtube.com/watch?v=dQ4Lwqrw30g

[4] “Per il funerale soldi dai pusher”, La Stampa, 13/10/2006

[5] “Travestiti da agricoltori a Tossic Park – Nuovo stratagemma dei carabinieri per prendere in flagrante gli spacciatori, La Stampa, 11/10/2007

 

9 Responses to Controinchiesta – Storia di un pogrom

  1. lunkhead il 30 novembre 2007 alle 19:49

    That’s Torino!

  2. Giocatore d'Azzardo il 2 dicembre 2007 alle 00:51

    Strano che la storia non riscuota commenti.

    Blackjack.

  3. marco rovelli il 2 dicembre 2007 alle 14:49

    Già. Spero solo perchè è un caso che ammutolisce, e su cui non c’è niente da aggiungere. Ma non ci giurerei.

  4. andrea inglese il 2 dicembre 2007 alle 17:44

    Il non commentare puo’ avere vari significati, Marco. Nel caso migliore, le informazioni che vengono fornite non vanno a confermare idee già consolidate, e bloccano l’organizzazione del discorso. Obbligano a riflettere nuovamente e diversamente, prima di esprimere un’opinione. Nel caso peggiore, significa che il tema ha saturato il grado di curiosità “normale”, e che si passa ad altro.

  5. marco rovelli il 2 dicembre 2007 alle 17:58

    Hai ragione, Andrea. Ma mi piacerebbe che ci si affollasse, e la parola si facesse azione. Invece insieme a loro, a difenderli dai roghi, ci sono sempre e solo pochi estremisti…

  6. jan reister il 2 dicembre 2007 alle 20:10

    Io mi sono messo a pensare agli zingari che incontro in strada, le stesse persone ogni settimana. Tutto qui.

  7. lunkhead il 3 dicembre 2007 alle 10:56

    Da persona che vive a Torino, posso solo aggiungere che il mio primo commento era così lapidario perché tutto quello che ho letto era per me una novità a metà. Nel senso che molte delle cose riportate non le sapevo, ma le potevo comunque immaginare.
    I torinesi si gloriano di dire che la loro città è una roccaforte della sinistra, che qui la gente è aperta e tollerante, mica come a Milano, e bla, bla, bla…ma poi vanno a dar fuoco ai campi degli immigrati. Non è curioso?
    Ah, e per inciso, non solo c’è razzismo nei confronti degli immigrati, ma qui c’è ancora diffidenza verso i TERRONI come me.

    Torino è una città oscura e contraddittoria. Una città in piena decadenza economica nella quale (anche a causa di ciò) si fanno avanti prepotentemente il sospetto e la xenofobia, pur sotto la maschera della tolleranza (che orribile parola, non me ne voglia John Locke…), che porta l’amministrazione a promuovere iniziative quali il Melting Box e simili. La realtà dei fatti è che la maggior parte della gente ti dice: “sul 4 (un tram) non ci si può salire, ti senti straniero a casa tua, sono tutti immigrati!” e a San Salvario e Barriera di Milano ci sono le ronde.

    Passion lives here?

  8. marco rovelli il 3 dicembre 2007 alle 12:49

    Cara Maria, venni a parlare di Lager Italiani a Torino con Marco Revelli. La sala era piena, e raccontammo le storie dei reclusi nei Cpt, e il loro senso. Per molti pareva cosa nuova. Si alzò qualcuno, e disse, perché devono venire a raccontarcele da fuori? Perchè le iniziative che facciamo noi vanno deserte? A me pare grave questa cosa di Torino. Ero lì quest’inverno, c’era il presidio dei rom davanti al comune, erano soli, giusto con quei pochi operatori che li aiutano, come quelli di Ojak. Ci indignamo, ma l’indignazione non basta.

  9. lunkhead il 3 dicembre 2007 alle 14:42

    Forse ci indigniamo perché ci sembra “opportuno” ed appropriato a come ci definiamo e alla fetta della società nella quale abbiamo il vezzo di collocarci, non perché ci importi sul serio. Io sono piuttosto pessimista. Vedo un mondo sempre più schiavo di etichette e confini, che sta perdendo la capacità di vedere nell’altro un nostro simile, un fratello (e non sto citando Baudelaire…), di valutare l’essere umano prima dell’etichetta nazionale. E’ il frutto del totalizzante egoismo che affligge l’uomo occidentale contemporaneo, credo.



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