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	Commenti a: Moleskine 4	</title>
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		<title>
		Di: Alcor		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 11:29:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tagliami Garufi, ti prego, che vedermi così espansa mi dà fastidio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tagliami Garufi, ti prego, che vedermi così espansa mi dà fastidio.</p>
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		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83937</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 11:20:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Scarpa,

Sul mio &quot;non è così&quot; hai ragione, la colpa è in parte del fatto che ho un  collegamento Vodafone che mi scatta ogni 15 minuti e mi dà una forma di ansia da brevità, e poi mi sentivo piuttosto spettatrice commentante, ma non è una giustificazione.
Adesso cerco di rimediare.

Tu scrivi:

&quot;Che gli autori siano sensibili o no alla contrapposizione individuo/società conta fino a un certo punto. Io ho parlato di “ambizioni d’opera”, tu, mi pare, stai ancora parlando di “intenzioni d’autore”. Non è la stessa cosa. Sono le loro opere stesse che incarnano di fatto la sensibilità a questa contrapposizione.&quot;

prima però avevi scritto:

&quot;da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine&quot;


Quindi forse forse sono stata portata a spostarmi verso le &quot; intenzioni d&#039;autore&quot; dalle tue parole. 

Comunque, facciamo pure questo passo avanti, lasciando perdere le intenzioni d&#039;autore a vantaggio delle ambizioni d&#039;opera. Nel definirle, certamente il ruolo del lettore è molto forte, il lettore, e che sia anche scrittore è secondario, sceglie la sua genealogia, in questo modo, anche come persona.

Ma resta il fatto della mia prima perplessità. 
Al di là della passione catalogatoria e dell&#039;interesse diciamo così, sociale, o pedagogico, che ho anch&#039;io, essendo una persona politica, (e perciò non c&#039;è molta polemica, da parte mia) in che modo una discussione sulle ambizioni dell&#039;opera ha un valore?
Forse nell&#039;orizzonte di quella seconda citazione delle tue parole, l&#039;accusa, chiamiamola così, ad alcuni autori, di avere ambizioni &quot;piccine&quot;.

Ma tu stesso dici che preferisci un&#039;opera che non si pone come ambiziosa, lo Zibaldone, a un&#039;opera che se le pone, la Fenomenologia.
Non c&#039;è però, come sappiamo tutti, nulla di &quot;piccino&quot; nella eventuale non-ambizione dello Zibaldone.

Perché la preferisci?
Per l&#039;appagamento che ti dà? per il fatto che pur non ponendosi a tuo avviso come ambiziosa è invece grande?
Se fosse così vedi che la parola &quot;grande&quot; non annacquerebbe.
O forse che la parola &quot;ambizione&quot; dovrebbe essere meglio definita.
Fatico a trovare il bandolo.

Non vedo (come ho detto nel mio primo commento, che pur essendo rapido era sincero) a cosa porta la discussione sull&#039;ambizione dell&#039;opera.
E perciò la ragione per la quale  tu lanci questa discussione. Non mi è chiaro.
E non avendolo capito con chiarezza, mi chiedevo anche perché non avendola posta con chiarezza, dici che nei prossimi giorni non potrai continuarla.

Ma potrei anche essere stupida, questo non è escluso.
O potrei anche non essere al corrente di altri discorsi fatti i che potrebbero illuminare il discorso, ma non a me che non li ho letti. Anche questo non è escluso.
Anzi, è probabile.

PS
Non c&#039;è niente che non va. La brevità (mia) ti ha dato l&#039;impressione che ti fossi ostile, non è così.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Scarpa,</p>
<p>Sul mio &#8220;non è così&#8221; hai ragione, la colpa è in parte del fatto che ho un  collegamento Vodafone che mi scatta ogni 15 minuti e mi dà una forma di ansia da brevità, e poi mi sentivo piuttosto spettatrice commentante, ma non è una giustificazione.<br />
Adesso cerco di rimediare.</p>
<p>Tu scrivi:</p>
<p>&#8220;Che gli autori siano sensibili o no alla contrapposizione individuo/società conta fino a un certo punto. Io ho parlato di “ambizioni d’opera”, tu, mi pare, stai ancora parlando di “intenzioni d’autore”. Non è la stessa cosa. Sono le loro opere stesse che incarnano di fatto la sensibilità a questa contrapposizione.&#8221;</p>
<p>prima però avevi scritto:</p>
<p>&#8220;da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine&#8221;</p>
<p>Quindi forse forse sono stata portata a spostarmi verso le &#8221; intenzioni d&#8217;autore&#8221; dalle tue parole. </p>
<p>Comunque, facciamo pure questo passo avanti, lasciando perdere le intenzioni d&#8217;autore a vantaggio delle ambizioni d&#8217;opera. Nel definirle, certamente il ruolo del lettore è molto forte, il lettore, e che sia anche scrittore è secondario, sceglie la sua genealogia, in questo modo, anche come persona.</p>
<p>Ma resta il fatto della mia prima perplessità.<br />
Al di là della passione catalogatoria e dell&#8217;interesse diciamo così, sociale, o pedagogico, che ho anch&#8217;io, essendo una persona politica, (e perciò non c&#8217;è molta polemica, da parte mia) in che modo una discussione sulle ambizioni dell&#8217;opera ha un valore?<br />
Forse nell&#8217;orizzonte di quella seconda citazione delle tue parole, l&#8217;accusa, chiamiamola così, ad alcuni autori, di avere ambizioni &#8220;piccine&#8221;.</p>
<p>Ma tu stesso dici che preferisci un&#8217;opera che non si pone come ambiziosa, lo Zibaldone, a un&#8217;opera che se le pone, la Fenomenologia.<br />
Non c&#8217;è però, come sappiamo tutti, nulla di &#8220;piccino&#8221; nella eventuale non-ambizione dello Zibaldone.</p>
<p>Perché la preferisci?<br />
Per l&#8217;appagamento che ti dà? per il fatto che pur non ponendosi a tuo avviso come ambiziosa è invece grande?<br />
Se fosse così vedi che la parola &#8220;grande&#8221; non annacquerebbe.<br />
O forse che la parola &#8220;ambizione&#8221; dovrebbe essere meglio definita.<br />
Fatico a trovare il bandolo.</p>
<p>Non vedo (come ho detto nel mio primo commento, che pur essendo rapido era sincero) a cosa porta la discussione sull&#8217;ambizione dell&#8217;opera.<br />
E perciò la ragione per la quale  tu lanci questa discussione. Non mi è chiaro.<br />
E non avendolo capito con chiarezza, mi chiedevo anche perché non avendola posta con chiarezza, dici che nei prossimi giorni non potrai continuarla.</p>
<p>Ma potrei anche essere stupida, questo non è escluso.<br />
O potrei anche non essere al corrente di altri discorsi fatti i che potrebbero illuminare il discorso, ma non a me che non li ho letti. Anche questo non è escluso.<br />
Anzi, è probabile.</p>
<p>PS<br />
Non c&#8217;è niente che non va. La brevità (mia) ti ha dato l&#8217;impressione che ti fossi ostile, non è così.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Tiziano Scarpa		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83924</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 09:54:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[1. C&#039;è chi si sforza di argomentare, esemplificare, articolare, proporre, e chi arriva e sancisce &quot;non è così&quot;.

2. Che gli autori siano sensibili o no alla contrapposizione individuo/società conta fino a un certo punto. Io ho parlato di &quot;ambizioni d&#039;opera&quot;, tu, mi pare, stai ancora parlando di &quot;intenzioni d&#039;autore&quot;. Non è la stessa cosa. Sono le loro opere stesse che incarnano di fatto la sensibilità a questa contrapposizione.

3. Se parli di &quot;grandi opere&quot;, annacqui tutto. Ci può essere una grande opera poco - o &quot;meno&quot; - ambiziosa, per esempio i carmina di Catullo rispetto all&#039;Eneide (devo precisare che io preferisco Catullo?), il complesso delle poesie di Emily Dickinson, Saba, Penna (esempi discutibilissimi, me ne rendo conto, ma li rischio giusto per farmi capire - almeno io rischio, non sancisco &quot;non è così&quot;). Mi pare che la categoria di &quot;ambiziosità&quot; (ambiziosità intrinseca nell&#039;opera) sia utile a illuminare una caratteristica particolare, il livello della scommessa giocata di fatto, caratteristica che altrimenti va perduta nel giudizio di valore (grande opera). Lo Zibaldone è una grande opera ma non è ambiziosa (le sue caratteristiche formali negano l&#039;ambizione, sono un&#039;antidoto all&#039;ambiziosità), la &#039;Fenomenologia dello spirito&#039; è una grande opera ed è ambiziosa (devo precisare che preferisco lo Zibaldone?).

4. Infine non capisco che cosa voglia dire &quot;non capisco perché lanciarlo qui e non portarlo avanti&quot;. Hai fatto una domanda in un commento, ti ho risposto diffusamente, impegnandomi meglio che potevo, che cosa c&#039;è che non va?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. C&#8217;è chi si sforza di argomentare, esemplificare, articolare, proporre, e chi arriva e sancisce &#8220;non è così&#8221;.</p>
<p>2. Che gli autori siano sensibili o no alla contrapposizione individuo/società conta fino a un certo punto. Io ho parlato di &#8220;ambizioni d&#8217;opera&#8221;, tu, mi pare, stai ancora parlando di &#8220;intenzioni d&#8217;autore&#8221;. Non è la stessa cosa. Sono le loro opere stesse che incarnano di fatto la sensibilità a questa contrapposizione.</p>
<p>3. Se parli di &#8220;grandi opere&#8221;, annacqui tutto. Ci può essere una grande opera poco &#8211; o &#8220;meno&#8221; &#8211; ambiziosa, per esempio i carmina di Catullo rispetto all&#8217;Eneide (devo precisare che io preferisco Catullo?), il complesso delle poesie di Emily Dickinson, Saba, Penna (esempi discutibilissimi, me ne rendo conto, ma li rischio giusto per farmi capire &#8211; almeno io rischio, non sancisco &#8220;non è così&#8221;). Mi pare che la categoria di &#8220;ambiziosità&#8221; (ambiziosità intrinseca nell&#8217;opera) sia utile a illuminare una caratteristica particolare, il livello della scommessa giocata di fatto, caratteristica che altrimenti va perduta nel giudizio di valore (grande opera). Lo Zibaldone è una grande opera ma non è ambiziosa (le sue caratteristiche formali negano l&#8217;ambizione, sono un&#8217;antidoto all&#8217;ambiziosità), la &#8216;Fenomenologia dello spirito&#8217; è una grande opera ed è ambiziosa (devo precisare che preferisco lo Zibaldone?).</p>
<p>4. Infine non capisco che cosa voglia dire &#8220;non capisco perché lanciarlo qui e non portarlo avanti&#8221;. Hai fatto una domanda in un commento, ti ho risposto diffusamente, impegnandomi meglio che potevo, che cosa c&#8217;è che non va?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83917</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 08:27:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Ne verrebbe fuori una storia delle scommesse fatte concretamente sulla letteratura, sul rapporto fra individuo e società.&quot;

Quindi era questo, il punto. Il vecchio e sempre attuale problema del rapporto fra individuo e società.
Questo ovviamente interessa anche a me, sebbene  non capisca perché lanciarlo qui e non portarlo avanti.
Non credo, ad esempio che tutti gli autori che hanno scritto opere grandi (lasciamo da parte la parola ambiziose) fossero sensibili a questa contrapposizione. Anzi, non solo non lo credo, non è così.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ne verrebbe fuori una storia delle scommesse fatte concretamente sulla letteratura, sul rapporto fra individuo e società.&#8221;</p>
<p>Quindi era questo, il punto. Il vecchio e sempre attuale problema del rapporto fra individuo e società.<br />
Questo ovviamente interessa anche a me, sebbene  non capisca perché lanciarlo qui e non portarlo avanti.<br />
Non credo, ad esempio che tutti gli autori che hanno scritto opere grandi (lasciamo da parte la parola ambiziose) fossero sensibili a questa contrapposizione. Anzi, non solo non lo credo, non è così.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: sergio garufi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83902</link>

		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 22:24:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@tiziano
&quot;mi sembra che il postmoderno sia stata un’epoca di ambizioni ben dissimulate, autoironie e professioni di falsa modestia: da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine&quot;

ho l&#039;impressione che sia ben lungi dal finire, il postmoderno. e che in larga misura appartenga anche a molti che all&#039;apparenza lo contestano, o ne decretano prematuramente la fine. la scarsa ambizione di un autore è sempre di facciata, e non ha relazioni con quella dell&#039;opera. i 25 lettori di manzoni sono una captatio benevolentiae che non pregiudica il valore rivoluzionario dei &quot;promessi sposi&quot;. stesso discorso per il tema dell&#039;opera. investire sulla rivoluzione d&#039;ottobre invece che sulle fantasie romantiche di una donna di provincia (emma bovary), sono scommesse altrettanto azzardate (e per flaubert il rischio di scadere nel kitsch è più elevato). dal momento in cui si pubblica un testo, e a prescindere dall&#039;argomento preso in esame, si tradisce sempre una legittima ambizione (a essere letto, a cambiare il mondo) che nessuna professione di autoironia o falsa modestia potrà mai vanificare. per es. si possono scrivere cose eccellenti, come i tuoi interventi qui, chiedendo ripetutamente scusa e avvertendo che si tratta solo di &quot;righe molto sconclusionate&quot;. conta il risultato, solo quello bisogna verificare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@tiziano<br />
&#8220;mi sembra che il postmoderno sia stata un’epoca di ambizioni ben dissimulate, autoironie e professioni di falsa modestia: da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine&#8221;</p>
<p>ho l&#8217;impressione che sia ben lungi dal finire, il postmoderno. e che in larga misura appartenga anche a molti che all&#8217;apparenza lo contestano, o ne decretano prematuramente la fine. la scarsa ambizione di un autore è sempre di facciata, e non ha relazioni con quella dell&#8217;opera. i 25 lettori di manzoni sono una captatio benevolentiae che non pregiudica il valore rivoluzionario dei &#8220;promessi sposi&#8221;. stesso discorso per il tema dell&#8217;opera. investire sulla rivoluzione d&#8217;ottobre invece che sulle fantasie romantiche di una donna di provincia (emma bovary), sono scommesse altrettanto azzardate (e per flaubert il rischio di scadere nel kitsch è più elevato). dal momento in cui si pubblica un testo, e a prescindere dall&#8217;argomento preso in esame, si tradisce sempre una legittima ambizione (a essere letto, a cambiare il mondo) che nessuna professione di autoironia o falsa modestia potrà mai vanificare. per es. si possono scrivere cose eccellenti, come i tuoi interventi qui, chiedendo ripetutamente scusa e avvertendo che si tratta solo di &#8220;righe molto sconclusionate&#8221;. conta il risultato, solo quello bisogna verificare.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: fm		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83901</link>

		<dc:creator><![CDATA[fm]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 22:02:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[almeno scarpa (tiziano) si fa prolisso ma parla per vie non troppo dissimulate e sentieri non tanto asfittici di individuo, società, opere-mondo (ambite, magari fallite), opere-enciclopedie (idem), epica, epica storica eccetera. anche il suo omonimo critico-critico (domenico), per dire, si segnala per chiarezza e densità di percorso, metodo, stile, ampiezza di sguardo. 

ma quanto di incorporeo, invece, di etereo e di misticismo snob (la mistica dell&#039;autore, la mistica dell&#039;opera, bla bla bla), quanto di morbido, nichilistico e autoreferenziale, c&#039;è in questo garufi (il tutto molto ben dissimulato, d&#039;altra parte, da un understatement rodato e pure quello assai snob)... citati, citati, citati. sempre lui. corretto da un calasso leggiucchiato (e magari arricchito dalle eclettiche traiettorie del trevi-pensiero). molesto epigonismo, della peggior specie (molesto nel senso che propugna un anticonformismo della forma critica, e del metodo, che ha una ben precisa funzione a-sociale, meta-storica, anti-storica e perciò, in fondo, reazionaria). e desta meraviglia, ma non tanta, a pensarci bene, che critici scudieri e critici cavalieri apologeti della (post post) neoavanguardia lo stimino e lo liscino come un maître a penser. altro che moleskine. molestino, il garufi. con stima (perchè tanto mi dà tanto). saluti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>almeno scarpa (tiziano) si fa prolisso ma parla per vie non troppo dissimulate e sentieri non tanto asfittici di individuo, società, opere-mondo (ambite, magari fallite), opere-enciclopedie (idem), epica, epica storica eccetera. anche il suo omonimo critico-critico (domenico), per dire, si segnala per chiarezza e densità di percorso, metodo, stile, ampiezza di sguardo. </p>
<p>ma quanto di incorporeo, invece, di etereo e di misticismo snob (la mistica dell&#8217;autore, la mistica dell&#8217;opera, bla bla bla), quanto di morbido, nichilistico e autoreferenziale, c&#8217;è in questo garufi (il tutto molto ben dissimulato, d&#8217;altra parte, da un understatement rodato e pure quello assai snob)&#8230; citati, citati, citati. sempre lui. corretto da un calasso leggiucchiato (e magari arricchito dalle eclettiche traiettorie del trevi-pensiero). molesto epigonismo, della peggior specie (molesto nel senso che propugna un anticonformismo della forma critica, e del metodo, che ha una ben precisa funzione a-sociale, meta-storica, anti-storica e perciò, in fondo, reazionaria). e desta meraviglia, ma non tanta, a pensarci bene, che critici scudieri e critici cavalieri apologeti della (post post) neoavanguardia lo stimino e lo liscino come un maître a penser. altro che moleskine. molestino, il garufi. con stima (perchè tanto mi dà tanto). saluti</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Tiziano Scarpa		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83899</link>

		<dc:creator><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 21:17:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Alcor
Riscontrare che qualcuno ha dato forma a un’opera ambiziosa, per me, come autore, è molto importante. L’ammirazione che ho per le opere ambiziose innesca in me una sana sfida ad affrontare scommesse altrettanto alte. E&#039; una salutare istigazione all&#039;emulazione. In parole semplici: mi dà l’esempio. Succede soprattutto con i classici, ma anche con opere di autori viventi. 

(Forse sto per dire una cosa troppo generica, ma mi sembra che il postmoderno sia stata un&#039;epoca di ambizioni ben dissimulate, autoironie e professioni di falsa modestia: da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine.) 

Come lettore, invece, l&#039;ambizione è una specie di promessa che mi fa l’opera, quindi conta eccome verificare se è stata mantenuta. Se non prometti niente, non deludi nessuno... E poi, aggiunge valore alla Commedia dantesca (almeno per me) la sua sconfinata e folle ambizione di non essere semplicemente un &quot;poema&quot; ma un giudizio universale di tutta la Storia e di tutta l’umanità (“Il Giorno” è un poema splendido, ma non ha ambizioni altrettanto sconfinate; ciò non lo sminuisce ai miei occhi, ma secondo me ne va tenuto conto). 

L&#039;ambiziosità di un&#039;opera non è mica soltanto una faccenda privata dell&#039;autore (se è più o meno insicuro di quello che sta facendo ecc.), e nemmeno un elemento esteriore: è un elemento generativo e interno a certe opere: le fa essere ciò che sono. L’ambizione è l’autosfida dell’opera.

Per tutti questi motivi risponderei che sì, è importante e utile discutere se un&#039;opera sia ambiziosa. A che cosa porta? Porta a capirla meglio e soprattutto a misurare la scommessa che un autore /autrice è disposto/a a fare sulla sua scrittura, sulla sua parola pubblica. Cioè ci dice che idea si è fatto l’autore del suo gesto artistico, e del valore sociale che immagina sia conferito alla sua opera: è una scommessa sulla società (a lui/lei contemporanea o futura). 

Ci sono opere (legittimamente!) minori, senza pretese, ci sono intere epoche che a quanto pare avevano ambizioni (e aspettative) piuttosto basse riguardo alle loro opere, o almeno, noi oggi con il nostro metro di valutazione le consideriamo ambizioni basse. 

Alla fine, credo che parlare dell’ambizione artistica e letteraria sia uno dei modi possibili di parlare, in realtà, del rapporto fra individuo e società, di quanto un individuo pensa di poter contribuire alla comunità con la sua parola pubblica. L&#039;ambizione non è soltanto il sintomo di una superbia individuale (di un &quot;narcisismo&quot;, come si dice nella nostra epoca), ma è una specie di indicatore sociale generale, rivela come funziona un&#039;intera cultura, il rilievo che essa dà ai contributi individuali, alle iniziative comunicative dei singoli (queste ultime parole sono una – discutibilissima – perifrasi di “letteratura” e “arte” fatta per questo specifico discorso). 

Ci sono società che non sono strutturate per dare ascolto all&#039;iniziativa comunicativa di un singolo (quelle totalitarie, per esempio), altre lo sono di più (quelle democratiche). Naturalmente il rapporto fra tipo di società e livello di ambizioni non è affatto meccanico: in società totalitarie, a maggior ragione il singolo potrà sentirsi investito di una responsabilità enorme, scommetterà moltissimo nella sua arte conferendole ambizioni utopiche, sovvertitrici, ecc.; oppure, al contrario, si occuperà di temi e forme minori, formicolando dal basso, penetrando nei sentimenti primari dei lettori con l’aria di occuparsi di temi frivoli e in forme da intrattenimento senza pretese, dissimulando… E magari, invece, nella democrazia diffusa ci potrà essere la sensazione che “non valga la pena” perseguire ambizioni artistiche troppo alte, perché un’opera troppo ambiziosa verrebbe marginalizzata, oppure perché anche nel migliore dei casi verrebbe “recuperata” e cioè disinnescata dalla massmedialità politica in forma di moda, ecc., oppure, ancora, al contrario, proprio per questi motivi può darsi che un autore/autrice soffra questa situazione e si senta ipermotivato/a a dare forma a un’opera ancora più ambiziosa, che sbaragli queste impasse. 

Ci sono interpreti di Dante che leggono la Commedia come un tentativo di aggiungere un libro alla Bibbia, quindi come un contributo individuale alla rivelazione cristiana (superambizioso!). Per tornare al postmoderno, il collasso delle ambizioni potrebbe rivelare il senso di sconfitta dell’individuo autore/autrice che sente superfluo il suo intervento pubblico e si immalinconisce autoironicamente nel dimostrare con la sua opera stessa di non avere nessuna ambizione a scrivere qualcosa di nuovo, a fare un’opera d’arte, a cambiare il mondo, ecc. 

Da questo punto di vista, quindi, oltre che importante e utile, analizzare le ambizioni di un’opera è anche interessante (illumina il rapporto individuo/società di un’intera cultura).

Penso che non sarebbe tempo perso fare una storia delle ambizioni (che non coincidono affatto con le “intenzioni”, sono una cosa completamente diversa: le ambizioni artistiche sono proprio scommesse in atto nella forma realizzata, obiettivi riscontrabili nel fatto stesso che quell’opera specifica sia un poema sulla riconquista cristiana del santo sepolcro e non sulla riconquista di una secchia ecc. Per farlo insomma non servono le dichiarazioni d’autore ma le opere stesse, che sono delle dimostrazioni di ambizioni in atto, sia esplicite che implicite).

E varrebbe la pena fare anche delle sotto-storie delle ambizioni in generi circoscritti: per esempio, confrontare l’ambizione di Dante con quella di Ariosto, Tasso, Tassoni, Marino, Parini per quel che riguarda il poema. O fare una storia del romanzo francese confrontando le ambizioni di Balzac e Zola con quelle di Proust e Houellebecq implicite (o anche esplicitate) dentro i loro romanzi, per il fatto stesso che i loro autori hanno scelto di raccontare quella storia ecc. 
Ne verrebbe fuori una storia delle scommesse fatte concretamente sulla letteratura, sul rapporto fra individuo e società. 

@ Sergio Garufi
Ovviamente quello che ho scritto sopra vale anche come risposta al tuo ultimo commento, che ho letto solo dopo aver scritto questo ultimo mio. Non aggiungo altro, ma sottolineo che secondo me il punto interessante non sono le intenzioni d’autore, ma proprio le ambizioni. Le intenzioni innescano un confronto autore/critico, tutto interno alla “letteratura”. Le ambizioni, come ho detto, allargano il campo al rapporto fra individuo e società

In effetti anche a me, ripensandoci meglio, pare di ricordare che La Capria con l’immagine dell’anatra parlasse di nascondere gli sforzi, non le ambizioni.

Quanto a “Corpo”, non mi hai affatto deluso, ci mancherebbe, ti ringrazio ancora dei tuoi apprezzamenti. Ho preso uno spunto dal tuo intervento e ho cercato di astrarlo dal mio caso personale, come ho scritto fin dal primo commento, per fare una discussione più generale.

@ tutti
Sono costernato, credetemi, di avere scritto un commento così vergognosamente lungo. Il fatto è che mi sarei sentito in colpa ad avere innescato una discussione per poi trascurarla. Comunque nei prossimi giorni, temo, non potrò continuarla. E mi sa che è una fortuna per tutti, vista la mia irrefrenabile incontinenza. Perdonatemi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Alcor<br />
Riscontrare che qualcuno ha dato forma a un’opera ambiziosa, per me, come autore, è molto importante. L’ammirazione che ho per le opere ambiziose innesca in me una sana sfida ad affrontare scommesse altrettanto alte. E&#8217; una salutare istigazione all&#8217;emulazione. In parole semplici: mi dà l’esempio. Succede soprattutto con i classici, ma anche con opere di autori viventi. </p>
<p>(Forse sto per dire una cosa troppo generica, ma mi sembra che il postmoderno sia stata un&#8217;epoca di ambizioni ben dissimulate, autoironie e professioni di falsa modestia: da molti artisti questa poetica dell’abbassamento delle ambizioni è stata presa alla lettera, molti si sono sentiti autorizzati a dare forma a opere dalle ambizioni piccine.) </p>
<p>Come lettore, invece, l&#8217;ambizione è una specie di promessa che mi fa l’opera, quindi conta eccome verificare se è stata mantenuta. Se non prometti niente, non deludi nessuno&#8230; E poi, aggiunge valore alla Commedia dantesca (almeno per me) la sua sconfinata e folle ambizione di non essere semplicemente un &#8220;poema&#8221; ma un giudizio universale di tutta la Storia e di tutta l’umanità (“Il Giorno” è un poema splendido, ma non ha ambizioni altrettanto sconfinate; ciò non lo sminuisce ai miei occhi, ma secondo me ne va tenuto conto). </p>
<p>L&#8217;ambiziosità di un&#8217;opera non è mica soltanto una faccenda privata dell&#8217;autore (se è più o meno insicuro di quello che sta facendo ecc.), e nemmeno un elemento esteriore: è un elemento generativo e interno a certe opere: le fa essere ciò che sono. L’ambizione è l’autosfida dell’opera.</p>
<p>Per tutti questi motivi risponderei che sì, è importante e utile discutere se un&#8217;opera sia ambiziosa. A che cosa porta? Porta a capirla meglio e soprattutto a misurare la scommessa che un autore /autrice è disposto/a a fare sulla sua scrittura, sulla sua parola pubblica. Cioè ci dice che idea si è fatto l’autore del suo gesto artistico, e del valore sociale che immagina sia conferito alla sua opera: è una scommessa sulla società (a lui/lei contemporanea o futura). </p>
<p>Ci sono opere (legittimamente!) minori, senza pretese, ci sono intere epoche che a quanto pare avevano ambizioni (e aspettative) piuttosto basse riguardo alle loro opere, o almeno, noi oggi con il nostro metro di valutazione le consideriamo ambizioni basse. </p>
<p>Alla fine, credo che parlare dell’ambizione artistica e letteraria sia uno dei modi possibili di parlare, in realtà, del rapporto fra individuo e società, di quanto un individuo pensa di poter contribuire alla comunità con la sua parola pubblica. L&#8217;ambizione non è soltanto il sintomo di una superbia individuale (di un &#8220;narcisismo&#8221;, come si dice nella nostra epoca), ma è una specie di indicatore sociale generale, rivela come funziona un&#8217;intera cultura, il rilievo che essa dà ai contributi individuali, alle iniziative comunicative dei singoli (queste ultime parole sono una – discutibilissima – perifrasi di “letteratura” e “arte” fatta per questo specifico discorso). </p>
<p>Ci sono società che non sono strutturate per dare ascolto all&#8217;iniziativa comunicativa di un singolo (quelle totalitarie, per esempio), altre lo sono di più (quelle democratiche). Naturalmente il rapporto fra tipo di società e livello di ambizioni non è affatto meccanico: in società totalitarie, a maggior ragione il singolo potrà sentirsi investito di una responsabilità enorme, scommetterà moltissimo nella sua arte conferendole ambizioni utopiche, sovvertitrici, ecc.; oppure, al contrario, si occuperà di temi e forme minori, formicolando dal basso, penetrando nei sentimenti primari dei lettori con l’aria di occuparsi di temi frivoli e in forme da intrattenimento senza pretese, dissimulando… E magari, invece, nella democrazia diffusa ci potrà essere la sensazione che “non valga la pena” perseguire ambizioni artistiche troppo alte, perché un’opera troppo ambiziosa verrebbe marginalizzata, oppure perché anche nel migliore dei casi verrebbe “recuperata” e cioè disinnescata dalla massmedialità politica in forma di moda, ecc., oppure, ancora, al contrario, proprio per questi motivi può darsi che un autore/autrice soffra questa situazione e si senta ipermotivato/a a dare forma a un’opera ancora più ambiziosa, che sbaragli queste impasse. </p>
<p>Ci sono interpreti di Dante che leggono la Commedia come un tentativo di aggiungere un libro alla Bibbia, quindi come un contributo individuale alla rivelazione cristiana (superambizioso!). Per tornare al postmoderno, il collasso delle ambizioni potrebbe rivelare il senso di sconfitta dell’individuo autore/autrice che sente superfluo il suo intervento pubblico e si immalinconisce autoironicamente nel dimostrare con la sua opera stessa di non avere nessuna ambizione a scrivere qualcosa di nuovo, a fare un’opera d’arte, a cambiare il mondo, ecc. </p>
<p>Da questo punto di vista, quindi, oltre che importante e utile, analizzare le ambizioni di un’opera è anche interessante (illumina il rapporto individuo/società di un’intera cultura).</p>
<p>Penso che non sarebbe tempo perso fare una storia delle ambizioni (che non coincidono affatto con le “intenzioni”, sono una cosa completamente diversa: le ambizioni artistiche sono proprio scommesse in atto nella forma realizzata, obiettivi riscontrabili nel fatto stesso che quell’opera specifica sia un poema sulla riconquista cristiana del santo sepolcro e non sulla riconquista di una secchia ecc. Per farlo insomma non servono le dichiarazioni d’autore ma le opere stesse, che sono delle dimostrazioni di ambizioni in atto, sia esplicite che implicite).</p>
<p>E varrebbe la pena fare anche delle sotto-storie delle ambizioni in generi circoscritti: per esempio, confrontare l’ambizione di Dante con quella di Ariosto, Tasso, Tassoni, Marino, Parini per quel che riguarda il poema. O fare una storia del romanzo francese confrontando le ambizioni di Balzac e Zola con quelle di Proust e Houellebecq implicite (o anche esplicitate) dentro i loro romanzi, per il fatto stesso che i loro autori hanno scelto di raccontare quella storia ecc.<br />
Ne verrebbe fuori una storia delle scommesse fatte concretamente sulla letteratura, sul rapporto fra individuo e società. </p>
<p>@ Sergio Garufi<br />
Ovviamente quello che ho scritto sopra vale anche come risposta al tuo ultimo commento, che ho letto solo dopo aver scritto questo ultimo mio. Non aggiungo altro, ma sottolineo che secondo me il punto interessante non sono le intenzioni d’autore, ma proprio le ambizioni. Le intenzioni innescano un confronto autore/critico, tutto interno alla “letteratura”. Le ambizioni, come ho detto, allargano il campo al rapporto fra individuo e società</p>
<p>In effetti anche a me, ripensandoci meglio, pare di ricordare che La Capria con l’immagine dell’anatra parlasse di nascondere gli sforzi, non le ambizioni.</p>
<p>Quanto a “Corpo”, non mi hai affatto deluso, ci mancherebbe, ti ringrazio ancora dei tuoi apprezzamenti. Ho preso uno spunto dal tuo intervento e ho cercato di astrarlo dal mio caso personale, come ho scritto fin dal primo commento, per fare una discussione più generale.</p>
<p>@ tutti<br />
Sono costernato, credetemi, di avere scritto un commento così vergognosamente lungo. Il fatto è che mi sarei sentito in colpa ad avere innescato una discussione per poi trascurarla. Comunque nei prossimi giorni, temo, non potrò continuarla. E mi sa che è una fortuna per tutti, vista la mia irrefrenabile incontinenza. Perdonatemi.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: sergio garufi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83896</link>

		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 20:33:33 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83896</guid>

					<description><![CDATA[Caro Tiziano, forse è più opportuno che io sposti il discorso dalle ambizioni alle intenzioni, anche perché le prime sono caricate di una accezione di senso troppo negativa. E per la verità la stessa immagine di La Capria era più indirizzata allo sforzo creativo che ad altro, suggerendo che questo non dev&#039;essere visibile (tu parlavi di &quot;dissimulare&quot;) ma restare sotto la superficie del testo, come appunto il vorticoso dimenarsi delle zampe dell&#039;anatra rispetto alla compostezza di quanto emerge. Se invece parliamo di intenzioni e di risultato, e di come difficilmente coincidano, ci avviciniamo anche alla dialettica autore/critico. L&#039;autore si accinge a scrivere con delle intenzioni senza padroneggiare l&#039;esito finale, mentre il lettore e il critico valutano i risultati potendo solo avanzare delle congetture su quella che era la volontà dell&#039;autore. Quest&#039;ultimo non ha solo l&#039;intenzione di scrivere un libro importante, ma può aver l&#039;intenzione di affrontare un certo tema, di dire determinate cose e in un certo modo. E il fatto che i risultati siano diversi, che il punto di partenza non coincida con quello di arrivo, non è di per sé e in ogni caso un disvalore. A volte i testi più interessanti nascono dalla perdita della piena titolarità dei propri enunciati, quando si arriva a dire qualcosa che non si sapeva o si voleva dire, nel senso che la loro buona riuscita è affidata a risorse che sfuggono al pieno controllo della coscienza e della volontà. Succede perché si attinge all&#039;inconscio, che è la parte più profonda, intelligente e sincera di noi. Può suonare misticheggiante pure questa affermazione, e tuttavia credo che tutti abbiano fatto questa esperienza. Basta parlare al telefono con un amico, e può capitare di rispondere a una sua domanda con delle parole che ci stupiscono, che non credevamo facessero parte del nostro bagaglio di pensieri. La scrittura come esperienza insomma, in cui non sai mai cosa ti troverai di fronte alla curva-pagina successiva. Quei pensieri inaspettati possiamo trascriverli su un taccuino, e in questo modo dimostriamo di voler &quot;investire&quot; su quell&#039;idea (per insistere col lessico economico), che in futuro, con ulteriori elaborazioni, potrà magari dare buoni frutti (tu parli di &quot;meritare&quot; un&#039;elaborazione, che sarebbe &quot;un peccato&quot; lasciare così come sono). Certi tuoi brevi scritti recenti sul &quot;Primo amore&quot;, così come queste più modeste moleskine, forse hanno una genesi simile, ossia di abbozzi che ci si riprometteva di sviluppare e che infine si è deciso di pubblicare nel loro stato embrionale. Non so i tuoi, ma i motivi che mi hanno spinto a farlo sono diversi. La comodità, innanzitutto, perché il diario-taccuino è il genere senza attributi per eccellenza, il tipo di scrittura più indisciplinato, che contiene in sé tutte le forme possibili del discorso. Poi come desiderio di esporre il pensiero al suo risveglio, senza gli abbellimenti cosmetici successivi. Poi ancora perché se la vita di ognuno non è un&#039;unità dotata di centro, perché mai deve esserlo la scrittura? E infine una richiesta di collaborazione, perché non mi dispiace l&#039;idea che se vi sono delle potenzialità ci penserà poi il lettore a svilupparle. In questa dialettica, così come in quella fra autore e critico, le incomprensioni sono scontate. La mancata corrispondenza fra ciò che si è voluto scrivere e ciò che si è inteso leggere, cioè l&#039;impossibile incontro fra il libro interiore dello scrittore e quello dei lettori/critici, è messa in scena quotidianamente nelle recensioni sui giornali e nelle colonna dei commenti ai post. Io per es. in &quot;Corpo&quot; ho visto un bel libro senza grandi pretese, il critico fiorentino vi ha visto &quot;una fesseria&quot;, e probabilmente entrambi ti abbiamo deluso, ma temo che tutto ciò sia inevitabile. Scusa la prolissità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Tiziano, forse è più opportuno che io sposti il discorso dalle ambizioni alle intenzioni, anche perché le prime sono caricate di una accezione di senso troppo negativa. E per la verità la stessa immagine di La Capria era più indirizzata allo sforzo creativo che ad altro, suggerendo che questo non dev&#8217;essere visibile (tu parlavi di &#8220;dissimulare&#8221;) ma restare sotto la superficie del testo, come appunto il vorticoso dimenarsi delle zampe dell&#8217;anatra rispetto alla compostezza di quanto emerge. Se invece parliamo di intenzioni e di risultato, e di come difficilmente coincidano, ci avviciniamo anche alla dialettica autore/critico. L&#8217;autore si accinge a scrivere con delle intenzioni senza padroneggiare l&#8217;esito finale, mentre il lettore e il critico valutano i risultati potendo solo avanzare delle congetture su quella che era la volontà dell&#8217;autore. Quest&#8217;ultimo non ha solo l&#8217;intenzione di scrivere un libro importante, ma può aver l&#8217;intenzione di affrontare un certo tema, di dire determinate cose e in un certo modo. E il fatto che i risultati siano diversi, che il punto di partenza non coincida con quello di arrivo, non è di per sé e in ogni caso un disvalore. A volte i testi più interessanti nascono dalla perdita della piena titolarità dei propri enunciati, quando si arriva a dire qualcosa che non si sapeva o si voleva dire, nel senso che la loro buona riuscita è affidata a risorse che sfuggono al pieno controllo della coscienza e della volontà. Succede perché si attinge all&#8217;inconscio, che è la parte più profonda, intelligente e sincera di noi. Può suonare misticheggiante pure questa affermazione, e tuttavia credo che tutti abbiano fatto questa esperienza. Basta parlare al telefono con un amico, e può capitare di rispondere a una sua domanda con delle parole che ci stupiscono, che non credevamo facessero parte del nostro bagaglio di pensieri. La scrittura come esperienza insomma, in cui non sai mai cosa ti troverai di fronte alla curva-pagina successiva. Quei pensieri inaspettati possiamo trascriverli su un taccuino, e in questo modo dimostriamo di voler &#8220;investire&#8221; su quell&#8217;idea (per insistere col lessico economico), che in futuro, con ulteriori elaborazioni, potrà magari dare buoni frutti (tu parli di &#8220;meritare&#8221; un&#8217;elaborazione, che sarebbe &#8220;un peccato&#8221; lasciare così come sono). Certi tuoi brevi scritti recenti sul &#8220;Primo amore&#8221;, così come queste più modeste moleskine, forse hanno una genesi simile, ossia di abbozzi che ci si riprometteva di sviluppare e che infine si è deciso di pubblicare nel loro stato embrionale. Non so i tuoi, ma i motivi che mi hanno spinto a farlo sono diversi. La comodità, innanzitutto, perché il diario-taccuino è il genere senza attributi per eccellenza, il tipo di scrittura più indisciplinato, che contiene in sé tutte le forme possibili del discorso. Poi come desiderio di esporre il pensiero al suo risveglio, senza gli abbellimenti cosmetici successivi. Poi ancora perché se la vita di ognuno non è un&#8217;unità dotata di centro, perché mai deve esserlo la scrittura? E infine una richiesta di collaborazione, perché non mi dispiace l&#8217;idea che se vi sono delle potenzialità ci penserà poi il lettore a svilupparle. In questa dialettica, così come in quella fra autore e critico, le incomprensioni sono scontate. La mancata corrispondenza fra ciò che si è voluto scrivere e ciò che si è inteso leggere, cioè l&#8217;impossibile incontro fra il libro interiore dello scrittore e quello dei lettori/critici, è messa in scena quotidianamente nelle recensioni sui giornali e nelle colonna dei commenti ai post. Io per es. in &#8220;Corpo&#8221; ho visto un bel libro senza grandi pretese, il critico fiorentino vi ha visto &#8220;una fesseria&#8221;, e probabilmente entrambi ti abbiamo deluso, ma temo che tutto ciò sia inevitabile. Scusa la prolissità.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Monia		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83872</link>

		<dc:creator><![CDATA[Monia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 16:25:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Leggendo i post precedenti, non posso che ringraziare chi mi ha direttamente  o indirettamente risposto, per me ascoltare discussioni come questa Scarpa- Mozzi è entusiasmante come spiare da dietro una tenda un salotto letterario solitamente precluso o sbirciare nel laboratorio di un artigiano: molto più di quanto sperassi, grazie davvero.

@ Sergio Garufi
Ci tengo a spiegare il malinteso che il mio scrivere ha generato: 

“Quanto a Garufi, verosimiglianza a parte, un undicenne che legge i canti di Leopardi e va alle cene del Rotary, è abbastanza lontano dalla mia, di infanzia, da interessarmi e invogliarmi a leggerlo” 

è detto male, lo so,  ma voleva significare: 
a parte il fatto risaputo che non tutto quello che uno scrittore scrive è per forza vero, un undicenne che legge Leopardi e va alle cene del Rotary mi incuriosisce proprio perchè è lontanissimo dal mio modo di vivere,quindi lo leggo. Ho trovato  altre cose tue e le ho molto apprezzate, “Il tuffo” in primis, e poi, per i meravigliosi meccanismi che questo non-luogo scatena , sono approdata a cose spassose come “la maledizione del lettore maniaco” o “idolatrie letterarie”.
Che dire. Grazie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo i post precedenti, non posso che ringraziare chi mi ha direttamente  o indirettamente risposto, per me ascoltare discussioni come questa Scarpa- Mozzi è entusiasmante come spiare da dietro una tenda un salotto letterario solitamente precluso o sbirciare nel laboratorio di un artigiano: molto più di quanto sperassi, grazie davvero.</p>
<p>@ Sergio Garufi<br />
Ci tengo a spiegare il malinteso che il mio scrivere ha generato: </p>
<p>“Quanto a Garufi, verosimiglianza a parte, un undicenne che legge i canti di Leopardi e va alle cene del Rotary, è abbastanza lontano dalla mia, di infanzia, da interessarmi e invogliarmi a leggerlo” </p>
<p>è detto male, lo so,  ma voleva significare:<br />
a parte il fatto risaputo che non tutto quello che uno scrittore scrive è per forza vero, un undicenne che legge Leopardi e va alle cene del Rotary mi incuriosisce proprio perchè è lontanissimo dal mio modo di vivere,quindi lo leggo. Ho trovato  altre cose tue e le ho molto apprezzate, “Il tuffo” in primis, e poi, per i meravigliosi meccanismi che questo non-luogo scatena , sono approdata a cose spassose come “la maledizione del lettore maniaco” o “idolatrie letterarie”.<br />
Che dire. Grazie!</p>
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		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83869</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 15:36:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/12/06/moleskine-4/#comment-83869</guid>

					<description><![CDATA[Ma è importante, o utile, dicutere se un&#039;opera sia &quot;ambiziosa&quot;?
A cosa porta?
A parte forse il dire, aveva un&#039;ambizione e non l&#039;ha realizzata, o invece l&#039;ha realizzata?
O anche, avevo un&#039;ambizione e non l&#039;ho realizzata o invece l&#039;ho realizzata.
Mi sembra una domanda che ha un senso se si fa a se stessi, quando ci si chiede che strada si sta percorrendo.
Ma anche se si fa a se stessi, è solo una domanda che esprime, se non il proprio smarrimento, la propria perplessità.

Non è che voglio dare il mio contributo per ammazzare una discussione, è pura curiosità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma è importante, o utile, dicutere se un&#8217;opera sia &#8220;ambiziosa&#8221;?<br />
A cosa porta?<br />
A parte forse il dire, aveva un&#8217;ambizione e non l&#8217;ha realizzata, o invece l&#8217;ha realizzata?<br />
O anche, avevo un&#8217;ambizione e non l&#8217;ho realizzata o invece l&#8217;ho realizzata.<br />
Mi sembra una domanda che ha un senso se si fa a se stessi, quando ci si chiede che strada si sta percorrendo.<br />
Ma anche se si fa a se stessi, è solo una domanda che esprime, se non il proprio smarrimento, la propria perplessità.</p>
<p>Non è che voglio dare il mio contributo per ammazzare una discussione, è pura curiosità.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
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