L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.

14 dicembre 2007
Pubblicato da

di Tiziana de Novellis

La situazione attuale in Italia e lo stato d’animo che essa suscita rimettono, ancora una volta, all’ordine del giorno la questione del razzismo. E mi riferisco non soltanto agli episodi sempre meno occasionali di violenza razzista, ma al clima diffuso di paura e di intolleranza xenofoba che aleggia nel paese. Ciò che oggi viene definito “razzismo”, definizione che richiederebbe non pochi chiarimenti, rappresenta il più drammatico fra i conflitti che oppongono gruppi umani, ma, soprattutto, quello il cui obiettivo risulta essere il più nefasto. In questo fenomeno sono coinvolti una serie di “nuclei ideologici” talmente radicali – e radicati – della psicologia dell’uomo medio occidentale, che conducono tutti gli sforzi diretti a contrastarlo a cadere nel vuoto e che, senza riuscire in nessun modo a sradicarne le basi, suscitano il pericolo di odi implacabili, di conflitti inutili, di violenze senza limiti. Se non facciamo uno sforzo serio di analisi, tra reazioni emozionali dei cittadini e decreti di espulsione per “motivi imperativi di pubblica sicurezza”, il fuoco del razzismo non farà che alimentarsi.

Prima di tutto è necessario fare il bilancio delle tradizioni in cui abbiamo vissuto fino a questo momento. L’Italia, terra di emigranti per eccellenza, a differenza di altri Stati europei, non era considerata – e probabilmente non era – un paese a rischio xenofobo. Ma è anche vero che, fino a questo momento, non era ancora stata meta dei flussi migratori di massa che caratterizzano il pianeta globale. Non si tratta più di pacifica e generosa convivenza con singoli individui o piccoli gruppi di immigrati, bensì di accettare e recepire – e perciò inglobare nel tessuto sociale – intere comunità di esuli di diverse etnie, religioni e culture. L’ampliarsi dei flussi migratori, la diffusa presenza dello “straniero”, il quotidiano contatto con il “diverso”, con chi cioè non è riconoscibile nei propri schemi culturali, sociali e religiosi, ha introdotto nel paese non un’altra concezione, bensì una diversa “atmosfera morale”. Sia ben chiaro che questo nuovo clima xenofobo non è stato mai veramente identificato e riconosciuto né dalle analisi teoriche o politiche più diffuse, né dai mass-media, né tanto meno dagli stessi cittadini. Sembra addirittura che nessuno quasi si accorgesse che si trattava di un clima xenofobo. Ma il fatto è che, invece di condannare la xenofobia in quanto razzista, si è continuato a condannare il razzismo in quanto fonte di xenofobia, riducendo così il razzismo a un fenomeno di estremismo politico.

Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti il razzismo è di considerare il razzismo come un episodio di estremismo politico, mentre è, prima di tutto, il segno di un grave mutamento del clima politico-sociale di un paese. Il più grave di tutti. Il fenomeno del rafforzamento della destra “estrema” rispecchia gli umori di una società ossessionata dall’insicurezza e dalla paura. La sua forza d’urto si fonda sulla diffusione di una sorta di “etno-populismo” che si afferma nel clima diffuso di “paura”, guadagnando consensi sulle inquietudini della gente prodotte dall’impatto con un mondo globalizzato e senza più frontiere. E addebita al fenomeno dell’immigrazione la causa principale di disoccupazione e di criminalità, pescando nel torbido dei motivi reali di insicurezza prodotti dalla crisi dell’economia e del mondo del lavoro. Poco importa che si tratti di una reazione di “difesa” o di una reazione “preventiva”: il rischio xenofobo non può essere sottovalutato o ridotto a una forma di estremismo. Tutte queste condizioni hanno poi creato negli ambienti politici, di destra e di sinistra, una corrente di opinione più o meno esplicitamente favorevole all’assunzione di politiche di “controllo”, se non “repressive”, dell’immigrazione. La politica “repressiva” è già da anni (almeno dalla legge Bossi-Fini) improntata alla negazione di alcuni diritti fondamentali per gli immigrati, ma potrebbe facilmente inasprirsi. Alcuni invocano l’espulsione degli immigrati senza reddito, altri una serie di provvedimenti espulsivi per cause di ordine pubblico, altri, infine, ancora numerosi, rimangono “solidali”, ma per forza di abitudine, più che per qualsiasi altra ragione. Non si potrebbe immaginare una confusione maggiore. Tante incertezze possono sorprendere se si pensa che si tratta di un fenomeno che, a causa di tutte le conseguenze morali che comporta, dovrebbe essere al centro del dibattito politico e costituirne l’espressione caratteristica.

Il recente fenomeno xenofobo dell’Italia riporta a fenomeni simili che hanno caratterizzato la storia politica e sociale di vari paesi europei ad inizio millennio. Si potrebbe sostenere che il XXI secolo sia nato all’insegna del razzismo. Basti pensare al terremoto politico avvenuto in Francia quando, alle non lontane elezioni presidenziali del 2002, i due principali candidati, il socialista Jospin e il candidato della destra moderata Chirac, furono quasi sorpassati dal clamoroso successo del leader di estrema destra Jean-Marie Le Pen, che costrinse il presidente uscente Chirac a far appello all’elettorato di sinistra per non essere sorpassato al ballottaggio. Questo fenomeno era tanto più inquietante se si considerava il gran numero di voti ottenuti dal Front National nelle periferie delle grandi aree urbane, in quelle che un tempo erano state le roccaforti storiche del movimento operaio. È nello scenario delle squallide retrovie urbane della deindustralizzazione, delle fabbriche che chiudevano, della crisi economica, della disoccupazione, delle nuove sacche di povertà che l’insicurezza, la paura dell’altro, il disagio sociale e individuale prendevano piede. Ed insieme ad esse il partito di Le Pen. Nel frattempo, fenomeni simili dilagavano nelle periferie di altre grandi città europee. In Danimarca, in Olanda, in Norvegia, nel Belgio, in Germania e in Austria si assisteva ad un fenomeno simile di rafforzamento dei partiti della nuova destra radicale, xenofoba e razzista. Tanto che, a pochi mesi dallo “scampato” pericolo-Le Pen in Francia con la vittoria di Chirac al ballottaggio, in Olanda vinse le elezioni il partito di Pim Fortuyn (assassinato subito dopo il voto) leader dell’estrema destra populista. Ancora una volta la paura del “diverso”, il timore di perdere identità e tradizioni, la sensazione di un’Europa trasformata in “terra di conquista” di immigrati e “islamici” prevalevano sulle ragioni della solidarietà e del bene comune.

Più di recente (autunno 2007) il fenomeno della riorganizzazione dei gruppi della destra estrema ricompare sulla scena politica di diversi paesi dell’Unione Europea. In Svizzera il vincitore delle ultime elezioni legislative è il partito di Cristoph Blocher, l’Unione democratica di centro. Il suo manifesto rappresenta tre pecore bianche che cacciano a calci una pecora nera. In Spagna sono oltre venti le formazioni della ultraderecha con più di quindicimila aderenti. Si ispirano non soltanto alla dittatura franchista, ma all’odio per gli immigrati e al razzismo, causando ovunque incidenti e aggressioni. Ma il volto più orribile della nuova ondata neofascista rivive sulle rive del Danubio, in Ungheria. Il partito di Gabor Vona, Jobbik Magyarorszagert Moozgalom (Movimento per un’Ungheria migliore), che raccoglie il 2,2 per cento dei voti, ha fondato la Magyar Garda (Guardia nazionale), una vera e propria milizia paramilitare, vestita di divise nere ed addestrata all’uso delle armi da fuoco. Tutto questo avviene in un paese democratico, membro dell’Ue e della Nato.

Le nuove forme di aggregazione dei gruppi della destra radicale sono uno dei fenomeni caratteristici della nostra ambigua epoca. I loro membri sono dei signori animati dalle migliori intenzioni, pieni di aspirazioni e di nuovi ideali; nemici degli immigrati, degli islamici, delle forze dell’ordine, dei governi moderati di destra e di sinistra, dello Stato e delle istituzioni democratiche. Tuttavia, quando possibile, non rinunciano ad assumere funzioni di governo locale e centrale (Lega nord). Ma questa contraddizione non stupisce affatto qualora si seguano attentamente le loro campagne elettorali. Ciò che colpisce più di tutto è il tono profetico e perentorio dei loro manifesti “anti-stranieri” (o “anti-meridionali” o “anti-tutto”) del resto inevitabile quando ci si sente designati a salvare il mondo civile degli “onesti cittadini” dalle barbare orde di immigrati. Sfortunatamente un simile tono è del tutto incompatibile con una vera onestà intellettuale dell’analisi e ribadisce soltanto la sproporzione che esiste tra le loro poche sommarie idee e la realtà.

Non si può parlare del razzismo in generale se non in modo astratto. Il razzismo moderno differisce sostanzialmente da tutto ciò che con questo nome si intendeva nel passato. Tutta la vita economica contemporanea è orientata verso la discriminazione e lo sfruttamento di intere popolazioni. Il razzismo non fa che riprodurre, ad un livello più subdolo, i rapporti sociali ed economici che costituiscono la struttura stessa dell’economia globale. Le società transnazionali, sostanzialmente indipendenti dagli Stati-nazione, muovono produzioni e capitali secondo criteri esclusivamente “liberisti” (di profitto) e impongono, col ricatto della delocalizzazione e del trasferimento di risorse, politiche sociali a loro favorevoli. Ciò è accaduto a partire dalla metà Settanta nei paesi più “poveri” ma ricchi di materie prime (tra le quali la “mano d’opera” a basso costo) dell’America Latina, dell’Africa e di parte dell’Asia. La cosiddetta “lotta al terrorismo” è stata poi, nei paesi occidentali, un ottimo strumento di propaganda per mantenere in condizioni di quasi assoluta subalternità – arrivando anche al neoschiavismo – gli immigrati. Così, il problema dell’immigrazione – problema umano, di uomini “concreti”, costretti dalla povertà estrema o da dittature feroci ad emigrare -, viene ridotto ad un problema “interno” di “ordine pubblico”. Non si tratta di considerazioni sentimentali, né di un generico rispetto per la dignità di vita di altri esseri umani; si tratta di un rilievo assai semplice: il razzismo, e l’emarginazione che esso comporta, è la forma più radicale di oppressione. E l’ipocrita considerazione che le nostre economie necessitano di mano d’opera immigrata – quindi a basso costo – non giustifica mediazioni populiste. I diritti umani e civili o sono universali o non sono.

Il nodo “xenofobia-razzismo” non può quindi essere compreso fino in fondo senza collegarlo strettamente alla globalizzazione. Un punto cruciale è la mancata percezione (indotta) delle cause fondamentali dell’emigrazione di massa. Lo stesso nodo non può essere disgiunto dalle politiche neoliberiste imposte ai paesi poveri per favorire le transnazionali e lo sfruttamento (occidentale) delle materie prime. Ciò ha prodotto, e ancora produce, inevitabilmente, la progressiva perdita di autonomia economica e alimentare dei paesi più poveri (a causa dell’imposizione di politiche agricole intensive, finalizzate all’esportazione), la concentrazione di redditi nelle mani di pochi potenti legati alle società transnazionali ed, infine, i conflitti armati per accaparrarsi le materie prime. In sostanza, la causa prima dell’emigrazione di massa è l’Occidente stesso, che crea “sottosviluppo” per alimentare il suo “sviluppo”, ma non vuole “pagarne le conseguenze”, anzi, vuole che certe condizioni rimangano tali. Il “razzismo” che è alla base di ciò che sta accadendo è in fondo lo stesso di un secolo o due o quattro secoli fa: non è più colonialismo e imperialismo, basati sugli Stati-nazione, ma “globalizzazione”, basata sulle transnazionali che usano gli Stati-nazione per i loro fini.

Un altro aspetto importante è il legame strettissimo tra neoliberisimo e regimi totalitari. Non è un caso, e non è a caso, che adesso il “paradiso” delle transnazionali sia la Cina. In Cina, il processo che ha portato alla situazione attuale, è iniziato a partire dagli anni Ottanta, quando il governo cinese, per uscire da una situazione di relativa arretratezza (a quei tempi l’economia cinese rappresentava l’1 per cento dell’economia mondiale), mise in atto, progressivamente, una serie di misure e di leggi finalizzate ad abbracciare l’economia di mercato nel senso liberista più ortodosso. Tutto questo senza introdurre alcun cambiamento nell’ordinamento politico, anzi, confermando la struttura di potere autoritario e centralizzata (instaurata ai tempi di Mao) e giustificandola con l’esigenza di rendere lo sviluppo economico omogeneo e orientato verso finalità collettive, al riparo dalle tensioni sociali. In tale modo la Cina faceva proprie le regole che governano l’economia capitalista sotto l’egida del regime comunista. Di fatto, una sorta di ossimoro rispetto ai canoni del marxismo-leninismo professati dalla nomenklatura cinese. Il termine “socialismo di mercato” è stato creato per definire il singolare connubio tra un granitico regime comunista e un’incipiente economia capitalista. In questo modo la Cina ha innescato un processo di sviluppo scandito da tassi di crescita eccezionali (un tasso annuo di aumento del PIL mai inferiore al 9 per cento). Il che è stato possibile prima di tutto sfruttando un’immensa platea di mano d’opera a basso costo, ma anche utilizzando logiche di mercato spregiudicate. Ancora oggi la Cina continua a perseguire la strada del neocapitalismo condotto all’eccesso, affiancato da una politica interna totalitaria e centralizzata ma, soprattutto, repressiva. Per il momento nulla fa sperare che in Cina la libertà economica possa tradursi in libertà politica o contribuisca, quanto meno, a rivedere i dogmi vetero-comunisti e i loro risvolti coercitivi.

Al di là delle analisi politiche ed economiche, la trasformazione del pianeta globale, lo spostamento di intere comunità di individui verso le aree più ricche del mondo rende necessario un atteggiamento improntato su uguaglianza dei diritti e pluralismo, fondato sul riconoscimento delle “diversità” etniche, culturali e religiose. Diffondere la cultura della solidarietà e dell’uguaglianza dovrebbe fare parte dei valori di uno stato democratico e restare una sua connotazione culturale precisa. Solidarietà e uguaglianza sono anche, a mio parere, gli unici strumenti possibili per tentare di dissolvere il pericoloso clima di paura e di incertezza del mondo occidentale. Non si può risolvere e nemmeno porre il problema del razzismo senza prima smontare il meccanismo che ne è alla base, vale a dire la paura dello straniero che lo alimenta. E per fare questo è più che mai necessario ricentrare il tema della solidarietà, troppo spesso ridotto a parola “vuota”.

Certo, dal punto di vista della società, molti di noi chiedono una solidarietà che sia fatta di maggiore giustizia, di maggiore scambio, di una più equa ripartizione della ricchezza. Lo sradicamento dei razzismi di tutti i tipi, l’educazione al sociale, il moltiplicarsi delle iniziative di assistenza e di soccorso alle popolazioni in pericolo, di sostegno e di aiuto verso individui più deboli sono, o almeno dovrebbero essere, parte integrante delle moderne democrazie. In una società di questo genere, peraltro non utopica, si legifera in questa direzione, si ottengono gli scopi, si realizzano i progetti. Ma questo è tutto? È soltanto questo? Ricorrere alle leggi è sufficiente per attuare la giustizia, lo scambio e la solidarietà? Se si parla di solidarietà sociale, bisognerebbe riferirsi a una solidarietà costruita sempre sull’individuo, cioè ad una solidarietà “sentita” dagli individui e non puramente “legiferata”, perché questa da sola non è sufficiente. Il vero problema è cercare di indurre gli individui a pensare così come le leggi dispongono. Affinché le leggi sulla solidarietà e contro il razzismo non restino “lettera morta”, dovrebbero tradursi non soltanto in repressione e punizione ma anche in “educazione civica”, cercando di diffondere le ragioni etiche e politiche che fanno della fraternità, e dunque della solidarietà, uno dei pilastri degli Stati democratici.

Il rapporto “xenofobia-razzismo” nel suo aspetto più strettamente “culturale”, quello della “paura del diverso”, si realizza nella tendenza a “sfogare” sui “diversi” le proprie frustrazioni. Si tratta di dinamiche antiche, anche se completamente modificate dal carattere globale e tendenzialmente irreversibile della multietnicità. In questo ambito, forse più che in altri, si pone il problema della giurisprudenza e dell’etica. Pensare di far precedere l’etica alla giurisprudenza è illusorio. La giurisprudenza, tra l’altro, ci sarebbe già. Le nostre Costituzioni sono fondate sui diritti fondamentali degli individui, del “cittadino”. Ma l’universalità dei diritti è scarsamente penetrata nelle coscienze, e su questo si dovrebbe lavorare. Il divario tra “Costituzione formale” e “Costituzione reale” è adesso più essenziale che mai. Ad ogni modo, la “Costituzione formale” è un baluardo per i diritti, e la sua stessa esistenza inibisce forme di discriminazione che altrove si praticano “senza troppi problemi”. È, in termini più filosofici, il tema del rapporto tra “nomos” condiviso e “nomos” giusto. Chi stabilisce che cosa sia giusto? Se la maggioranza della popolazione italiana, ad esempio, considerasse giusto discriminare gli stranieri, non concedendo loro gli stessi diritti che hanno gli italiani, il “nomos” giusto diventerebbe, verso gli italiani, una imposizione. Ma qual è lo scopo principale delle Costituzioni moderne se non quello di difendere i diritti delle minoranze? Rispetto a questo si pone il tema della cosiddetta “Utopia”. La “Realpolitik” dominante ha come unico obiettivo il consenso, il controllo dei voti, e dunque rinuncia facilmente a qualsiasi “idealità” pur di ottenere certi risultati. Ma ancora non si è giunti a dire che si sta facendo il contrario di ciò che si enuncia, e questo crea una gigantesca confusione linguistica e ideologica.

La confusione in cui versa il dibattito politico sul problema dell’immigrazione e della convivenza con gli immigrati nelle nostre società rende forse il problema stesso insolubile. In ogni caso fuori dalla nostra portata. Ai giorni nostri tutto ciò che è pieno di confusione e di proposte contrastanti è destinato a creare nuove forme di oppressione. E di fronte al generarsi di nuove forme di ineguaglianze, di povertà, di isolamento non è possibile rispondere con le politiche del “minore dei mali”. Né, tanto meno, con le politiche finalizzate a “rassicurare” un’opinione pubblica sempre più insofferente nei confronti di qualunque genere di cambiamento dello status quo. Quanto alla capacità di favorire solidarietà, integrazione e uguaglianza i provvedimenti politici confusi e contrastanti non saranno in grado di realizzare altro che iniziative di dubbia efficacia. Se non nulla. La sola arma che non si rivolgerà contro di noi è quella delle idee chiare. I soli uomini politici di cui possiamo essere sicuri che non siano complici di un nuovo sistema di discriminazione sono coloro i quali, anziché prodigarsi a “salvare l’Italia”, tentano onestamente di dotarsi di un punto di vista chiaro su come stanno le cose.

Diventa così evidente l’assurdità del tentativo di rassicurare il nostro mondo utilizzando le politiche “restrittive” e le leggi speciali come mezzo d’azione. Questo non significherebbe soltanto amplificare il clima di incertezza, ma comporterebbe soprattutto giustificare il dilagante fenomeno xenofobo che si vuole combattere. È irresponsabile pretendere che un apparato repressivo, reso potente da leggi costruite ad hoc, finirebbe per alleggerire il clima diffuso di paura e di incertezza. Più irresponsabile ancora è cedere alle reazioni emozionali della gente. Quanto alla democrazia erosa dalle “paure”, la repressione legislativa non abolirebbe, anzi estenderebbe, le cause che oggi la rendono più fragile. Certo, le difficoltà che si presentano attualmente possono anche giustificare l’occasionale allontanamento dai principi che tutelano ogni individuo di fronte allo Stato. Se, tuttavia, non si vuole rinunciare a questi principi bisogna rendersi conto che, in un sistema democratico, contro la “paura” non si può lottare che dall’interno del sistema stesso.

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8 Responses to L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.

  1. antuàn il 14 dicembre 2007 alle 13:05

    credo che da qualche tempo – dall’ordinanza del sindaco di firenze contro i lavavetri – il dibattito sugli stranieri abbia preso una piega strana. solo chi è mosso da qualche pregiudizio intellettuale può seriamente pensare che il popolo italiano sia un popolo razzista. o chi giudica la realtà rinserrato in una qualche asettica torre d’avorio senza mai scendere in strada a confrontarsi con la gente. certo è che gli ultimi episodi, da roma alle ultime prese di posizione di qualche comune del nord est, ci hanno offerto la messa in campo di strumenti non proprio adeguati. ciò non toglie che i provvedimenti sulla sicurezza siano stati una risposta ad una domanda sacrosanta che proveniva dal basso. una risposta dotata degli strumenti sbagliati, ma resta in maniera inequivocabile la domanda. parlare di razzismo del popolo italiano mi sa tanto di voglia di liberare mostri che esistono negli incubi peggiori, mentre la realtà è, sì, pericolosa, ma sta cercando di trovare soluzioni per situazioni scabrose. siamo all’inizio di un lungo cammino di grande buona volontà. a.

  2. lunkhead il 15 dicembre 2007 alle 11:00

    Concordo con il pezzo e dissento con il commento precedente. A mio modo di vedere in Italia non esiste un’emergenza immigrazione, se con tale definizione si intende che gli immigrati mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani. Esiste, invece, una crescente diffidenza e forse perfino un astio nei confronti di chi è venuto nel nostro Paese in cerca di condizioni di vita migliori.
    Non nego l’esistenza di una richiesta di sicurezza sempre più pressante, ma mi chiedo se gli immigrati non rappresentino solo un “capro espiatorio” che qualcuno ha trovato per distogliere l’attenzione da problemi più gravi, che minano ben più profondamente la fiducia e la tranquillità degli italiani. Mi riferisco, per esempio, alle morti bianche, al fatto che molti non hanno la certezza che avranno una pensione di anzianità e che molti giovani (anche laureati) devono rassegnarsi ad uno standard di vita inferiore a quello dei loro genitori. Questo “rimozione” non poteva essere totale – come ignorare il disagio avvertito? – e i sentimenti di sfiducia e insicurezza, dovendo pur sfiatare, sono slittati nei confronti di un “oggetto” più concreto.

    Infine, nessuno mette in dubbio la necessità degli immigrati per svolgere quelle occupazioni a cui quasi nessuno di noi italiani si dedicherebbe oggigiorno (quante donne italiane farebbero la badante?). Non è un curioso controsenso? Gli immigrati ci minacciano tranne quelli che ci “servono”…

  3. Tiziana de Novellis il 15 dicembre 2007 alle 15:34

    Ringrazio “lunkhead” per la chiarezza del suo commento. In effetti, ed è evidente per chiunque voglia guardare a ciò che sta accadendo senza “pregiudizio intellettuale”, i decreti sulla cosiddetta “sicurezza” servono a placare gli animi del “popolo non razzista” usando gli immigrati come “capro espiatorio”.
    Ad “antuàn” vorrei precisare che il razzismo non è questione di “popoli”. Non esistono “popoli razzisti” e “popoli non razzisti”. Se esistessero, dovremmo pensare che il razzismo sia un problema genetico, una malattia che affligge alcune “razze” anziché altre (e proprio la genetica ha dimostrato l’infondatezza di ogni “suddivisione dell’umanità in razze”, come ha ribadito di recente Luigi Cavalli-Sforza di fronte a certe dichiarazioni di Jim Watson). Il razzismo è una “malattia sociale” – culturale, politica – dalla quale il “popolo italiano” non è certo immune, e basterebbe ricordare un poco di storia del secolo appena trascorso per convincersene. Ma il punto principale mi sembra un altro. “antuàn” ripete con precisione i “sillogismi” politicanti, che si possono riassumere così: poiché “dal basso” c’è una domanda di sicurezza che deriva dall’identificare con gli immigrati il pericolo maggiore, a questa domanda bisogna rispondere con decreti e interventi che, senza “scadere” nel razzismo, rispondano a questa domanda. Che l’obiettivo di tali “sillogismi” sia il consenso (elettorale) è ovvio. Che nel “lungo cammino di grande buona volontà” le conseguenze ricadano tutte sulle “vittime sacrificali” lo è altrettanto. Ma questo che cosa importa? Mica sono italiani! E con questa mistificazione si alimenta la cultura del “capro espiatorio” per nascondere la vere cause della crisi economica e politica in cui versa il paese. (Salvo poi “girare la frittata” e dire, come antuàn, che le “domande del popolo” sono “sacrosante”, perché “vengono dal basso”. E se “dal basso” venisse la domanda di ripristinare la pena di morte? o di affondare tutti i “barconi” di immigrati che si avvicinano alle nostre coste? o di muovere guerra alle nazioni “islamiche” e magari anche alla Cina?)

  4. antuàn il 15 dicembre 2007 alle 17:20

    concordo con la nostra Tiziana quando dice che il razzismo è un fatto culturale e proprio per questo si può sostenere che il popolo italiano culturalmente ne sia immune. certo, i decreti sulla sicurezza sono intervenuti in maniera eccessiva, ma questo non significa che non sia necessario procedere verso la regolarizzazione di determinate situazioni. abbiamo assistito a tentativi di mettere mano a determinate questioni, per il momento utilizzando strumenti inadeguati, ed ora si tratta di correggere il tiro. ma quando in Italia si cerca di fare qualcosa c’è sempre il rischio, purtroppo, di sentirsi dire che lo si è fatto per ragioni elettorali oppure che lo si è fatto per distogliere l’attenzione da qualcosa di ben più tremendo…

  5. andrea inglese il 15 dicembre 2007 alle 20:14

    oggi una parte di italiani tiene o giustifica discorsi razzisti; e un’ampia fetta della stampa fa lo stesso; e alcuni che non tengono questi discorsi, si affrettano pero’ a rassicurare tutti che gli italiani non sono razzisti. Purtroppo basta camminare per strada, entrare in posta, salire su un autobus, aspettare alla stazione per sentire certe solfe. Ma il mito degli italiani “brava gente” è inossidabile.

  6. Tiziana de Novellis il 15 dicembre 2007 alle 21:21

    Con diversi gradi di intensità, tutte le società occidentali affrontano gli stessi problemi:
    1) multetnicità e integrazione;
    2) difficoltà nel garantire sicurezza;
    3) reazioni xenofobe (non necessariamente violente).
    Compito della politica non è quello di cercare facili “consensi” facendo leva sulle “paure” della gente che distruggono qualunque forma di residua solidarietà, ma di rendere riconoscibile alla società la complessità del problema.
    Fuori da questa prospettiva non resta che la demagogia, il populismo dei dibattiti “politici” televisivi, il degrado delle baraccopoli delle periferie urbane, la politica delle ruspe e i decreti di emergenza.

  7. malatesta il 16 dicembre 2007 alle 12:57

    il “razzismo” ha sede nel pregiudizio. e il pregiudizio è umano. direi quasi “naturale” (non in senso “biologico”). i muri sono la testimonianza più naturale del fare dell’uomo. la sua architettura nasce nella terra. nella saldatura alla terra. dove terra è anche potere. il principio d’individuazione è simbolicamente l’unione di terra-muro-pregiudizio. questi tre in uno sono fondamento al “razzismo”.
    il consorzio umano nasce per tutela di sé, per timore. il timore è origine e meta di fedeltà al potere.
    quando tra potere e popolo nasce collusione, il “razzismo” è la via immediata e facile all’identità-minacciata e quindi armata. lo straniero ne è elemento di crisi.
    se l’identità non si mette in crisi, non c’è via per contrastare il “razzismo”.
    ma la crisi necessita scavo e può apparire come debolezza. e questo il potere – e il popolo colluso ad esso – non lo accetta.
    diciamo per darci agio che siamo in democrazia mentre i nodi – come questi che sono stati presentati bene in questo scritto politico (nel senso più nobile) dalla de Novellis – restano sempre rappresi al pettine della barbarie contemporanea.

  8. loni il 13 gennaio 2008 alle 14:24

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