Il rifiuto permanente

8 gennaio 2008
Pubblicato da

di Andrea Bottalico

“..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”.
Gyorgy Lukàcs

Caserta 23 novembre 2007
Stanco. Controvoglia mi vesto ed esco a piedi, è una sera di novembre. Un venerdì sera più caldo del solito. Esco. Attraverso strade semibuie, laggiù dei lampioni sparano luci giallognole che rendono tutto così finto assolato. Un lucido infrangersi della luce sull’asfalto grigio delle strade. Quei palazzi nuovi, tristemente in riga, sono dipinti di un colore acido.
Cammino, digerisco. Ai miei lati sui muri scritte d’amore d’odio e di dolore, sul ciglio della piazza cumuli di spazzatura nera, ingiallita da quelle lampadine assonnate, spazzatura dei giorni passati, cartoni e resti freddi imputriditi; sullo sfondo, il volto squadrato del Rione.
Mi avvicino al solito bar, quasi fiero eppure triste, della mia condizione di spettatore.
Annuso. Nell’aria un fastidioso odore di bruciato. Qualcuno verso quel isolato avrà dato fuoco ad un cassonetto.
“Fanno passare pure la voglia di respirare!” diceva un vecchio seduto fuori ad un bar il giorno prima. I baffi grigissimi, i capelli pure, il volto annerito e rugoso, se ne stava lì a sorseggiare il suo undicesimo caffè.
Penso. La necessità di guardarsi alle spalle di quelli che camminano avanti a me infastidisce.
Respiro con malessere, contro volere inalo un brutto sapore di plastica bruciata, intorno a me convive la perplessità dinanzi alle nuove macerie, la ricchezza arrogante di paese, un’angosciante rabbia repressa. Non posso essere l’unico in questa maledetta serata di novembre a sentire una puzza che lacera le narici, macera la testa ed i suoi miseri pensieri, reprime l’anima.
Fuori a quel bar in doppia e tripla fila sono parcheggiate macchine di lusso, e ragazze con tacchi a spillo simulano una serena schizofrenia.
Tutto ad un tratto si alzano folate di un forte vento…
“Peggio del terzo mondo…”
Qualcuno addirittura osa paragonare la condizione di queste maledette province ai lontani paesi d’ Africa o d’Asia, come se Caserta e le sue periferie isolate fossero simili ai paesini o i villaggi intorno a Nairobi, della Somalia, del Bangladesh. Troppo facile, spostare l’attenzione laddove gli occhi non arrivano a guardare.
Non basta il surreale immaginario dei cassonetti bruciati, non basta definire emergenza qualcosa che va avanti da 16 anni, non basta la continua strumentalizzazione da parte delle istituzioni, non basta il lassismo: bisogna anche sopportare l’indignazione delle baldracche impellicciate, dei signorotti e dei loro figli in merito all’enorme scandalo che generano i cumuli di rifiuti per le strade. Si continua a definire l’affare dei rifiuti come un’emergenza, ma ormai è permanenza. Sembra quasi inutile dirlo.
Cos’altro rappresenta questo scempio se non il paradosso evidente del nostro tempo!. Come se l’immagine dei rifiuti per strada ponesse dinanzi ad occhi distratti un problema altrimenti nascosto tra le campagne, sotto terra, nell’aria, ovunque intorno a noi.

2 gennaio 2008
Due giorni dopo Caserta puzza ancora. Da casa mia alla stazione sono numerosi i resti della spazzatura bruciata durante la notte di San Silvestro. Certi cumuli sono ancora fumanti. Delle lattine argentate resistono all’incendio, il vetro va in frantumi. Tutto il resto si dissolve, lasciando per terra chiazze nere impastate tra i resti del capitone e del baccalà mangiato al cenone. Ricorda i polmoni neri, rattrappiti, di un anziano fumatore incallito. Disteso sull’asfalto dei marciapiedi, sembra il vomito andato a male proveniente da uno stomaco di un gigante. Proprio l’altra notte l’ ho sognato. Un gigante che sovrasta la città e vomita dalla sua enorme bocca tutto ciò che marciva da giorni nel suo immenso ventre.
Il passante cerca di non guardare, evita. Sposta lo sguardo su qualcos’altro. Un negozio con i saldi…Una donna anziana imprecando Sant’ Anna a bassa voce attraversa la strada verso il marciapiede opposto.
Giorni prima del capodanno qualcuno aveva cosparso su tutti i rifiuti ammassati ai bordi delle strade una sostanza bianca, chi dice sia calce, chi dice sostanze per non far incendiare i sacchetti.
Ebbene, non ha funzionato.
La scena che si ripeteva dopo le due di notte tra le strade della città era apocalittica. Enormi colonne di fuoco sprigionavano un fumo denso, nerastro, mentre il traffico delle macchine si dirigeva con lentezza.
“Che ci vuoi fare? ormai ci si è abituati”..
Non è facile stimare il numero di cassonetti incendiati, sui giornali dicono di cento interventi dei vigili del fuoco nella notte scorsa solo tra Caserta e Maddaloni. Nei giorni successivi sono stati bruciati altrettanti cassonetti soprattutto nelle province accantonate ai lembi delle città. Non è semplice valutare il danno perpetuato. I giornali locali parlano di test da effettuare ai cittadini “per analizzare il contenuto di diossine e metalli pesanti nel sangue”..
Ne riparleranno con le solite strumentalizzazioni da quattro soldi i politici, quando le prossime generazioni di queste terre resteranno sfigurate dal cloracne, come trent’anni fa a Seveso. Ne riparleranno quando le donne incinte saranno costrette ad abortire, quando davvero si inizierà a strappare capelli dalla testa per l’incredibile aumento dei tumori, quando nasceranno animali già morti, quando creperanno uomini e donne senza una diagnosi. Tutto ciò sta già avvenendo, in sottofondo, nel silenzio assordante confuso tra i suoni degli allarmi e dei clacson di questa città.

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19 Responses to Il rifiuto permanente

  1. véronique vergé il 8 gennaio 2008 alle 08:17

    Un pezzo che fa tremare perché nella realtà, là, sotto la luce del fuoco o il giallo squallido di una città che va alla sua destruzione, come un lento suicidio. Non lasciare morire la tierra, una tierra mitologica, crescita all’ombre del Vesuvio, una città che puo rinascere nella sua bellezza colorata, firmando le nozze con il sole.
    Forse rilanciare il turismo, dare speranza alla giovinezza.

  2. lunkhead il 8 gennaio 2008 alle 10:51

    E’ un’amarezza tagliente, quella di questo pezzo. Un anticipo di apocalisse. Un omen terribile che fa “tremar le vene”.
    In Campania si consuma da anni una tragedia, che spesso è soffocata dal silenzio dei media, ma ogni tanto si affaccia sulle pagine dei giornali e nei servizi dei Tg, proprio come accade adesso.
    Da un paio di giorni l’Italia tutta, sazia di feste e banchetti, se ne sta davanti alle televisioni a guardare con distacco quanto accade a Napoli e dintorni, e qualcuno aspetta che davvero scoppi una specie di guerra civile, per avere finalmente Bruno Vespa in prima serata a documentare gli scontri con telecamere e giornalisti. E ascoltare i suoi ospiti che pontificano.
    Giornalisti spocchiosi, dalle loro scrivanie romane o milanesi, invocano discariche e termovalorizzatori e cariche contro i manifestanti. Non importa se poi i terreni per le discariche non sono adatti e le sostanze nocive contenute nei rifiuti percoleranno e infetteranno acque e terre. Non importa se gli inceneritori saranno progettati come si progettavano negli anni ’70 e l’aria si impregnerà di diossina e chissà cos’altro.
    Intanto, i politici tutti (da quelli nazionali a quelli locali), non fanno che sgranare rosari di recriminazioni e accuse reciproche, rimpallandosi le responsabilità di un’emergenza che dura da più di tre lustri.

  3. dafne il 8 gennaio 2008 alle 14:05

    anche io di questo posto infame, anche io nauseata e vergognata, infastidita anche a dirla tutta, da quest’attenzione che sbuca così, solo adesso, solo quando si comincia a crepare, si comincia a prendere manganelli, si comincia… si comincia… si comincia…

    d’accordo su tutto, forse nn sull’esergo…

  4. salvatore.derosa il 8 gennaio 2008 alle 14:56

    ora voltarsi e guardare altrove non è più possibile. Lo sguardo indispettito troverebbe nella nuova prospettiva solo cumuli e ancora cumuli, resti, macerie. Non serve cambiare casa, cambiare città, cambiare vita decidendo di non nutrirsi più dei frutti marci della terra, dei suoi simboli gastronomici, come la mozzarella…
    In campania siamo nel futuro. Non nell’arretratezza. Siamo al punto di non ritorno del nostro stile di vita mistificatore della vita, oltre il margine di contenimento del mondo dinanzi ai nostri schizofrenici bisogni, sul confine dove i soldi si svestono della patina di benessere che promettono, rivelando le rotte infette dove crescono e si producono come pomodori maturi e succosi che, loro sì, non cresceranno più, almeno non in queste terre.
    Dalle nostre parti, tra Napoli, Pianura, Giugliano, Acerra, Caserta, Santa Maria la Fossa e dagli infiniti gangli di questo corpo tumorato, guardiamo in faccia il futuro che ha l’espressione asciutta, bianca, irredimibile, della Morte. Come ne “Il settimo sigillo” di Bergman essa ci scruta assente, e con parole fredde ci dice: “sono venuta a prenderti”… e non ci sarà nessuna partita di scacchi a rimandare il commiato alla vita. Per ora davanti allo sfacelo, davanti alle misure d'”emergenza”, per arginare, rimandare il crollo, davanti all’apertura straordinaria di discariche, ci sono solo le molotov e gli incendi dei figli imbastarditi dall’odio. Loro non attendono la morte, preferiscono dargli fuoco se proprio deve venire. Ed è qui che si misura l’abisso della fine. Lo Stato ha ignorato, lucrato e lasciato lucrare a molti, e come il replay di ottocentesche unitarie memorie ora manda l’esercito per sedare gli animi e le strade in fiamme. Ma le genti che qui abitano da secoli, pur nelle loro contraddizioni, maturano coscienza e unità tra le pozze nere di percolato. La discarica, l’inceneritore, il deposito di ecoballe, diventano laboratori di comunitarismo, lotta e conoscenza. E dai margini dell’apocalisse nasce un’emancipazione, dolorosa e sulfurea. Le ardite avanguardie si lanciano a capofitto nella distruzione, poichè la costruzione, la democrazia, lo sviluppo hanno portato all’inferno. E allora tutto brucerà, non solo i rifiuti e non in un inceneritore, ma case, palazzi, auto, camion. Come l’ultimo sussulto ferino e letale di una bestia mandata a morte, che comprende cosa accade, e non vuole rassegnarsi ad aiutare i suoi boia.

    “Ecologia della libertà significa che nessuno può più permettersi di essere spettatore. O si è complici o si è disertori di una società spietata”
    Alfredo M. Bonanno

    grazie Andrea per essere non solo uno spettatore, ma un militante, un Vivente, con tutto il peso emotivo che comporta.

  5. fra il 8 gennaio 2008 alle 14:58

    sono di Caserta e abito a Milano.Mi dispiace moltissimo per come stanno riducendo la mia zona.

  6. ClickClick il 8 gennaio 2008 alle 15:09

    Come si fa a parlare di apertura, di scambio, della bellezza e diversità del mondo, quando la tua città brucia, la tua terra puzza, il tuo cibo è avvelenato, la tua aria è piena di diossina?

    Come si fa a parlare di nuove generazioni, di fiducia, amore, quando la generazione che verrà è irrimediabilmente compromessa. Quando la tua terra è stata privata del futuro. Quando non si contano gli errori del passato, si spera di superare i problemi del presente, ma che senso ha quando un futuro sai che sarà possibile solo altrove?

    Come si fa quando non si può sperare nell’anno nuovo perché invece dei botti bruciano i cassonetti, fumi neri coprono le strade e le bollicine dello spumante sono piene di rabbia. Come si fa a mangiare, festeggiare, regalare, continuare a consumare qualsiasi cosa sapendo che finirà tutto, nei sacchetti bianchi, neri, blu, gialli, trasparenti, sotto casa, come pasto per ratti, piccioni, cani, gatti, o in fumo nei tuoi polmoni, come si fa ad essere consenzienti, come si fa quando si partecipa a questo lento suicidio collettivo?

    Come si fa a rimanere coscienti, a stare lontani, a viaggiare, a scrivere di mescolanza, comunità, immigrazione, assimilazione, quando vorresti essere lì nei presidi, urlare anche tu la tua rabbia, sfogarti con gli altri, essere con qualcuno che prova esattamente quello che provi tu. Come si fa ad andare avanti, coltivare i tuoi progetti, quando ti distrai in continuazione, leggi con rabbia i giornali, ti senti impotente, segui con palpitazione i video in diretta, aspetti evoluzioni, quando ti sei rassegnato ad un cambiamento. Come si fa, quando invece vuoi andare avanti per un’altra strada, un’altra vita. Una vita che sia degna di questo nome.

    Si fa, perché si ha bisogno di farlo, perché se non si risponde al proprio bisogno di azione, di pensiero, di volontà, si rinuncia al proprio desiderio di vita. Perché “Sentire interiormente ciò che si è capaci di fare, è assumere la prima coscienza di ciò che si ha il dovere di fare”. Potere agire diventa dovere agire. “La vita non può mantenersi che alla condizione di espandersi” così afferma Kropotkin. Allora la propria forma di lotta diventa resistenza dell’intelletto, formarsi per il bisogno-dovere di formarsi, crescere, parlare, conoscere e far conoscere, decidere, capire, sviluppare idee, fornire soluzioni, questa è la speranza. Lavorare sull’idea che altre dimensioni sono possibili. Possiamo crearle, averle, dobbiamo rivendicarle. È un diritto viaggiare, conoscere, essere liberi, è un diritto la giustizia. È un diritto vivere. Dove viver vuol dire essere fecondi, sviluppare l’intelligenza, la volontà, i sentimenti, espandersi e creare.

    Una lotta che viene mutilata nell’azione, repressa dalla distanza, non può che diventare una lotta di parole, una maledizione, un’ingiuria, una condanna, un urlo, una sofferenza, una bestemmia, un appello, una preghiera.

    “Sii forte, invece. E non appena tu avrai scorto un’iniquità e l’avrai compresa – un’iniquità nella vita, una menzogna nella scienza, o una sofferenza imposta da altri – , ribellati contro l’iniquità, la menzogna, l’ingiustizia. Lotta! La lotta è vita, che sarà tanto più intensa quanto più la lotta sarà viva. E allora avrai vissuto, e per alcune ore soltanto di questa vita tu non darai degli anni interi di vegetazione nella putredine della palude.

    Lotta per permettere a tutti di vivere questa vita ricca ed esuberante, e sii sicuro che troverai in questa lotta gioie così grandi quali non ne troverai di simili in nessun’ altra attività.

    È tutto ciò che può dirti la scienza della morale. A te la scelta”.

  7. The O.C. il 8 gennaio 2008 alle 15:35

    Caro Fra, lo so che la butto sul populistico. E che con il populistico non si raccattano premi ma solo reprimende. Lo so che Maroni ha rotto i maroni. E Formigoni i formigoni. Ma è vera ‘sta notizia che ho sentito che lassù là dove si tu, in quel di Milan, c’è 1 “operatore ecologico” ogni XXX persone mentre a Napule ce ne sono 20 sempre sugli stessi XXX abitanti? Mi chiedo anche quand’è che tirerete(mo) abbasso Bassolino.

  8. The O.C. il 8 gennaio 2008 alle 15:38

    Nel senso che solo un Bassolino si poteva far fottere (o fottere insieme?) a una Impregilo. Per una volta scurdamecce a Camurria. Perdonate l’ortografia.

  9. Irene Gironi il 8 gennaio 2008 alle 16:26

    La “vicenda” della spazzatura a Napoli e in Campania rischia di essere, a livello nazionale, uno dei tanti episodi di cui parlare per un pò, indignarsi temporaneamente, accanirsi contro responsabili di cartone, seguire le luci della ribalta per un attimo e poi buttare tutto nel dimenticatoio, nella patumiera dell’usa e getta che è diventata l’opinione pubblica di questo Paese. Io come napoletana e come cittadina italiana, perchè forse è necessario ricordare alla massa di imbecilli superficiali che ho incrociato sul web e anche di persona, che Napoli e la Campania sono un pezzo importante di questo Paese, non posso non sentirmi lacerata in queste ore soprattutto dalle assenze colpevoli, dai palleggiamenti inutili e dalle evidenti elusioni da parte di chi avrebbe già da tempo dovuto prendere in mano la situazione. Si conoscono ormai i nomi, i luoghi, le dinamiche malate, si sa con certezza che esiste un pericolo mortale per la popolazione che vive in questi territori( tra di loro c’è mio fratello e la sua famiglia, che è tutto quello che mi resta come famiglia d’origine), lo sa la magistratura, lo sanno i responsabili amministrativi, lo sanno i politici. E lo sanno non solo perchè Roberto Saviano lo ha denunciato pubblicamente e con dovizia di particolari, giocandosi una esistenza normale per aver cercato la verità, lo sanno anche perchè lo dice e lo documenta la gente che vive qui, che combatte quotidianamente ed è lasciata sola nella sua lotta. E allora perde la speranza, la fiducia, la voglia di fare. Si insinua nella loro mente ormai allenata a cercare espedienti di sopravvivenza l’idea che è tutto inutile, tutto vano. E allora si comincia a morire prima dentro, poi fuori. Non posso sopportare di sentire i politici che si indignano e parlano di prendere provvedimenti perchè stiamo facendo una figuraccia con la comunità internazionale (leggi: l’Unione Europea non ci darà più soldi per Napoli e la Campania!!!), invece di mostrarsi realmente preoccupati per la salute dei cittadini che abitano questi luoghi e per una situazione in cui prolifera e si consolida l’illegalità. Non ho soluzioni tra le mani, non ho conigli nel cilindro nè bacchette magiche, ma penso sinceramente che già se si facesse sentire la voce di tutte le persone oneste , e non sono poche per fortuna, di questo Paese, se i cosiddetti intellettuali uscissero dalle loro tane polverose di falsi studiosi e spendessero una parola per la loro terra, se il governo fosse pronto a prendere sul serio provvedimenti radicali, anche impopolari ma definitivi per iniziare a smantellare il castello di iniquità, illegalità, sporchi traffici, se, in una parola, ognuno facesse la sua parte come dovrebbe essere in una vera democrazia, forse si potrebbe intravedere una luce alla fine di questa interminabile notte meridionale.

  10. Plessus il 8 gennaio 2008 alle 23:23

    Erano in parecchi stasera a Ballarò. Galimberti (l’italiano non ha la coscienza del bene comune), Bonanni (il pesce puzza dalla testa), Abete (questo è anche un Paese che funziona), Letta (non ho capito cosa ha detto), Castelli (Milano in tre settimane ha triplicato la raccolta differenziata). E già mi sono dimenticato i nomi degli altri due o tre partecipanti, oltre a Floris e al pubblico telecomandato.
    Ah, una era un’esperta tributaria (con una class action i cittadini di Napoli potrebbero opporsi al pagamento della tassa sull’immondizia) (!!).
    Tutti hanno parlato di responsabilità generiche, nessuno ha parlato di responsabilità specifiche sull’emergenza rifiuti in Campania. Tutti a dire che la Campania è una vergogna mondiale. Tutti tacitamente d’accordo a tenersi i polpastrelli poggiati sullo scroto raggrinzito che più raggrinzito non si può, piuttosto che muoverli contro qualcuno. E proporre davvero qualcosa di concreto. Dalle bocche, solo aria fritta.
    La spocchia di Castelli ha peraltro timidamente nominato Bassolino fra i responsabili, ma sembra che nessuno se ne sia accorto, né della spocchia, né del nome del governatore campano, nè della presenza di Castelli stesso.
    Alcune riprese del servizio mandato in onda pareva che fossero prese ai margini del mercato senegalese di Dakar, quando qualche anno fa la raccolta dei rifiuti era affidata ad una ventina di camion malconci spediti dall’Ama romana. Solo che in Senegal non davano fuoco ai rifiuti. E piove un po’ di meno. Ma le montagne erano le stesse.
    Andremo avanti a forza di scandali fino a che ci scandalizzeremo se qualcosa funziona davvero bene, in questo Paese dalla memoria corta e dalle morti rimaste inutili.

  11. Plessus il 9 gennaio 2008 alle 09:29

    Erano in parecchi stasera a Ballarò. Galimberti (l’italiano non ha la coscienza del bene comune), Bonanni (il pesce puzza dalla testa), Abete (questo è anche un Paese che funziona), Letta (non ho capito cosa ha detto), Castelli (Milano in tre settimane ha triplicato la raccolta differenziata). E già mi sono dimenticato i nomi degli altri due o tre partecipanti, oltre a Floris e al pubblico telecomandato.
    Ah, una era un’esperta tributaria (con una class action i cittadini di Napoli potrebbero opporsi al pagamento della tassa sull’immondizia) (!!).
    Mancavano solo Bassolino, Iervolino, Topolino e Trottolino.
    Tutti hanno parlato di responsabilità generiche, nessuno di responsabilità specifiche, per esempio dei quattro di cui sopra, sull’emergenza rifiuti in Campania. Tutti a dire che la Campania è una vergogna mondiale. Tutti tacitamente d’accordo a tenersi i polpastrelli poggiati sullo scroto raggrinzito che più raggrinzito non si può, e i pollici a titillarsi il Vergolino, piuttosto che muoverli contro qualcuno. E proporre davvero qualcosa di concreto. Dalle bocche, solo aria fritta.
    La spocchia di Castelli ha peraltro timidamente nominato Bassolino fra i responsabili, ma sembra che nessuno se ne sia accorto, né della spocchia, né del nome del governatore campano, nè della presenza di Castelli stesso.
    Alcune riprese del servizio mandato in onda pareva che fossero prese ai margini del mercato senegalese di Dakar, quando qualche anno fa la raccolta dei rifiuti era affidata ad una ventina di camion malconci spediti dall’Ama romana. Solo che in Senegal non davano fuoco ai rifiuti. E piove un po’ di meno. Ma le montagne erano le stesse.
    Andremo avanti a forza di scandali fino a che ci scandalizzeremo se qualcosa funziona davvero bene, in questo Paese dalla memoria corta e dalle morti rimaste inutili e che nulla hanno insegnato.
    Bello, e inquietante come la situazione raccontata, il post di Andrea Bottalico.

  12. Plessus il 9 gennaio 2008 alle 09:32

    Oooops!!! Scusate tanto la cecità, ieri sera ho chiuso il pc che il mio commento non c’era. Buono il secondo.

  13. massey il 9 gennaio 2008 alle 12:51

    O.C. ho sentito un chiamante chiamarla Impregiro, per l’appunto

  14. CDiana il 11 gennaio 2008 alle 16:57

    Premetto che il mio intervento non vuole essere direttamente indirizzato a questo tuo scritto, Saviano. In realta si tratta di un getto di riflessioni e osservazioni avute luogo il 23 dicembre scorso, mentre terminavo il tuo libro, Gomorra. Pur sembrando probabilmente fuori luogo, non so dove altro potrei scriverle per avere la certezza che tu intenda la mia “voce scritta”.
    Vivo da piu di due anni tra la Francia, Parigi e l’Egitto, il Cairo per preparare il mio dottorato di ricerca sull’educazione in Egitto.
    Sono nata e cresciuta tra le vie di San Cipriano d’Aversa e come ogni anno torno a casa dalla mia famiglia per le feste natalizie. Quest’anno non ho fatto alcuno strappo alla regola, sono scesa a casa e lungo il viaggio mi sono fatta accompagnare dal tuo libro iniziato già a Parigi.
    Era il “libro delle toilettes”, che stava sulla mensolina accanto al water, non certamente perche il tuo libro meritasse questo posto ma per il contenuto del libro stesso: mi ricorda tutto cio’ che é in noi e di noi di piu’ sporco e marcio, tutto cio’ che cerchiamo di espellere in tutti i modi quotidianamente.
    Arrivata agli ultimi capitoli del libro, ho deciso cosi di farlo uscire dalle toilettes e di portarlo con me lungo il viaggio…non potevo piu contenere e nascondere il marcio!
    Sono a casa, a San Cipriano, un paese devastato, come Casal di Principe, Casapesenna, Aversa e altri paesini del casertano e del napoletano, disseminato dagli accumuli di immondizia, buste nere traboccanti di monnezza e schifezze varie che noi produciamo ogni giorno.
    Ormai é dall’estate che questa situazione persiste, oramai da mesi, da anni…e niente cambia da mesi, da anni, tutto resta immobile, impassibile, solo agli accumuli cambiano e si moltiplicano.
    Rabbia, incazzatura, disprezzo, rancore, ostilità, voglia di urlare e far sbollentare la mia ira in un modo o nell’altro, contro questo degrado che getta vergogna, vergogna e solo vergogna sul mio paese.
    La sera del 23 dicembre avevo deciso di finire il tuo libro, di farla finita con questa storia…mafia, camorra, casalesi etc etc.., per non leggere piu cio’ che io, nella mia adoloscenza e gioventù ho vissuto direttamente, senza rendermene conto…perché sono io e tutti quelli che sono nati in questi paesi, siamo noi che portiamo addosso il marchio dei casalesi e la puzza della diossina del nostro terreno.
    Volerlo finirlo il tuo libro, ma arrivata all’ultimo capitolo, terra di fuoco, i sentimenti di rabbia e di vendetta hanno preso il sopravvento sulla lettura e mi hanno obbligata a chiuderlo.
    Idee piu strane mi son passate per la testa: rubare un camioncino, caricarlo di immondizia e andare a scaricarlo davanti al portone di sandokan ma…non so dove abita, non lo so perche non ho mai voluto sapere niente di quello che succedeva aldilà del mio portone e addirittura, sono scappata, da codarda, ho deciso di fuggire da questo posto, di lasciare vivere qui gli altri ma non io, io volevo una vita migliore e un’aria respirabile.
    Scappando, ho voluto chiudere con la mia origine, con il mio paese d’origine, con quello che rappresenta davanti ai tuoi occhi e di chi conosce la sua storia…ma scappare non é altro che un ritorno ad intervalli, il “ritorno” é piu pericoloso del “restare”: i miei occhi hanno uno sguardo diverso ogni volta che rientro, differente rispetto a quello della mia famiglia assuefatta dall’idea che vivere in un immonnezzario puo anche arrivare ad essere “normale”, ma non per me, per chi conosce e sa che, anche senza far chissa quanti chilometri, la vita è vita e si puo vivere anche senza avere la certezza di morire di cancro ai polmoni.
    Quella notte, il tuo libro non mi ha lasciato dormire, ha toccato in profondita quella verita che io non volevo accettare e che ho voluto rigettare con la fuga…
    Non so perché e con quale intento tu abbia scritto questo libro, per motivi economici, di fama, di riconoscimenti giornalistici nazionali ed internazionali, ma mi auguro solamente che tu non abbia utilizzato il morbo del mio paese per i tuoi scopi personali. Mi auguro che i tuoi sentimenti di rabbia di alcune parti del libro non siano stati frutto di una strategia di marketing editoria per far presa sul lettore. Mi auguro che la tua ambizione di giovane scrittore emergente (hai la mia stessa età) non sia stata l’unico impulso che ti ha fatto vomitare tutto cio che c’e’ dietro al morbo di cui é infetto da troppo tempo la mia terra.

  15. Irene Gironi il 11 gennaio 2008 alle 21:03

    Certo la vita è strana! Premetto che non amo la polemica e forse non è questa la sede, ma non posso trattenermi dal commentare le parole di CDiana, mi rigirano in testa. Pensa che Gomorra è il libro che io ho vicino al mio letto da quando l’ho letto più di un anno fa e rimane lì per ricordarmi che sì, esiste questo mondo assolutamente anomalo dove ci si inventa una sopravvivenza ai confini della realtà, esiste questa terra, la nostra, sfigurata da tali turpitudini, esiste la fatica infinita di vivere ogni giorno questa guerra, ma esiste anche la volontà di alzare la testa , la tenacia di combattere con le parole, con i fatti documentati tutto questo lerciume, la possibilità di far sentire la propria voce e di dire a tutti: “sì, la situazione è questa, ma si può dire no, ci si può ribellare, si può tentare di cambiare”. Roberto Saviano non ha bisogno di paladini, ma io non riesco a non riconoscergli il merito di aver aperto una via, di aver usato le parole come un ordigno innescato per arrivare al cuore e alla coscienza delle persone, di tutti quelli che amano la propria terra, sanno che è infognata in una situazione spaventosa, ma non si vogliono arrendere. Non paladini, dunque, per Roberto, ma solidarietà e sostegno SI’. Se si leggono le sue pagine con attenzione (e non solo quelle di Gomorra) si capisce cosa lo muove, si indovina l’amore per la parola e l’ossessione per la verità, merce rarissima in questo paese abbrutito in tutti i settori, culturale, politico, sociale. Non penso assolutamente che l’aver sviscerato i problemi, peraltro ben conosciuti da chi ci vive, della nostra terra sia stato dettato dall’ambizione personale e per due motivi fondamentali: chi legge i suoi scritti (e lo dicono fonti molto più autorevoli di me) si rende conto che ha talento, dunque non ha bisogno di “svendersi”con squallide operazioni di marketing editoriale e, in secondo luogo, è sotto gli occhi di tutti la sua vita non-vita blindata, un prezzo talmente alto che nessuna ricchezza e nessun prestigio professionale possono ripagare. Perdonate lo sfogo, ma sento veramente e fortemente sulla mia pelle le ferite di questa terra maltrattata. Un amico che non sentivo da molto tempo mesi fa mi ha detto:”La situazione è molto difficile, ma io non me ne vado altrimenti qui rimane solo la camorra”. Ognuno cerca di fare quello che può nel suo piccolo. Io lo prendo come un segnale di speranza e di lotta.

  16. i.m. il 11 gennaio 2008 alle 21:54

    Limitarsi al caffè mi corrode. Mi assopisce. Mi trasfigura. L’eco assordante dei commenti mi mangia l’anima. Analizzare il futuro e dare una voce al reale. Il problema della spazzatura mi rende preda di impreviste prese di posizioni.

    Molti sociologi parlano di perdita della concezione del tempo. Non vi è più ne il passato ne il futuro. Solo un presente che oscura il suo contorno. Ci sfuggono le considerazioni sulla storia degli oggetti. Il futuro è un uomo emaciato che stenta a camminare. Ingrigito. instabile sui suoi piedi. Riflettere sul reale. Questa finta ovatta che ci circonda. L’insicurezza semicieca che non riesce a leggere il taglio netto che ci infliggiamo nel marginare il problema a questioni territoriali. Ridurre il tutto non a una semplice rassegnazione, ma una strana forma di remissività verso terzi. Fin quando anche noi rischieremo di finire bastonati. Claudicanti altrettanto.

    La modifica dei cip6 rimane una nebulosa senza storia. Senza forma. Lì, sospesa in attesa che qualcuno gli dia corpo. Sospeso nel tronco ammuffito della burocrazia legislativa. In attesa che ci sia questa dannata correzione.

    1992, Comitato interministeriale dei prezzi, delibera numero 6

  17. michella il 14 gennaio 2008 alle 17:13

    mia madre e mio padre vengono da lì e in qualche modo anche io ne faccio parte. mi porto dietro quella terra di pranzi di natale, tepore e grida.
    ma non mi resta molto altro.
    la cosa che mi fa più male è che tutto questo toglie qualsiasi possibilità
    di ricordare la bellezza che ci è appartenuta e che muore un pezzo alla volta sotto ai cumuli di nessuno.
    m.

  18. Mgiovanna Stabile il 14 gennaio 2008 alle 22:29

    Anch’io sono nata in Campania.
    In questi giorni ho continuato a pensare all’aforisma pseudo nativeamerican, fin troppo citato da ecologisti e sedicenti tali ” quando l’ultimo albero sarà tagliato, l’ultimo fiume prosciugato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”.
    Luogo comune certo… ci ho pensato sempre, quando nei miei innumerevoli ritorni e ripartenze mi sentivo dire ” dove vai, perchè non stai… dove lo trovi un cielo e un mare così. Ho sempre pensato che il cielo e il mare se li stavano mangiando la secolare indolenza, gli intrecci malavitosi, il collettivo rifugiarsi nel “che vuo’ fà, è la vita”. Possibile che per ribellarsi sul serio occorresse arrivare a questo punto di atroce non ritorno. E non di sola spazzatura si perisce…andate a guardare il cantiere infinito della Salerno Reggio,le montagne ridotte a colabrodo. Milano-Napoli un’ora d’aereo, Napoli- Lagonegro quattro ore di coda…

  19. Nicole il 17 gennaio 2008 alle 17:04

    Respiro ogni sera l’aria quassu’ alle pendici del monte dove vivo, vedo il cielo e finalmente le stelle,ora c’ è neve ed è tutto avvolto da coltre immacolata…bonifico i polmoni dal marciume e mi chiedo per quale nefasto motivo mi sia stato privato tutto questo nella MIA TERRA!!!!!
    Sono ARRABBIATA….di PIU, INCAZZATA!!!perchè non è da un mese a questa parte che si raggiungono i massimi storici nella altezza dei cumuli, non è da un mese che i miasmi fetidi e tossici appestano l’aria.
    Perchè l’omertà e il silenzio da noi sono il paravento dietro cui la abilità sfaccettata di chi gestisce tutto si nasconde.
    Per anni ho vissuto in un angolo di Napoli dimenticato anche dalla speranza;casa vista capannoni diroccati in sentore di amianto e mai bonificati.
    L’unica nota di colore era un faggio che in inverno coi rami spogli sembrava quasi implorare il cielo, come braccia sollevate in alto…
    Moriro’ di cancro??mi chiedo.
    No….il cancro mi è già venuto.
    Ho già combattuto….una volta….ma viste le premesse, non si sa mai!
    E sono fortunata, perchè tra tanti tumori a me è toccato forse uno a prognosi migliore.
    Ma sono arrabbiata e la rabbia mi brucia più della malattia, più della radioterapia, più delle lacrime che ho versato per l’angoscia e la paura.
    La rabbia mi ha aiutato ad uscirne e dalla rabbia attingo per sopravvivere, adesso, in una realtà che non è la mia.
    Perchè è tanta la voglia di tornare a casa.
    Eppure sono una ottimista…..magari la rabbia e la voglia di rivedere il cielo terso, la inquietudine della ricerca della verità e della legalità, delle parole e della comunicazione potrà restituirci quello che ci è stato sottratto (parlo per me…forse ancor prima che nascessi!).



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