Materia paterna

9 gennaio 2008
Pubblicato da

di Demetrio Paolin

burri___nero_cretto___1974.jpg

a mio padre, che non è mai stato ad Ebensee

Padre, tu che non hai visto altro che le terre nostre del Monferrato, non sai che dove sono ora c’è una collina diversa dalle vigne che c’abituano la vista. Ci sono venuto con dei ragazzini, studenti di liceo in viaggio di studio. Abbiamo preso un pullman e da Salisburgo siamo arrivati qua.
Mi sono chiesto cosa ci fosse di strano in questo posto, che se lo vedevi te lo saresti chiesto anche tu. Non è diverso dal paese dove stiamo, se non per il fatto che il nostro è in cima alla collina e questo ci sta alle pendici.
Padre, tu ad Ebensee non ci sei mai stato e neppure io fino a oggi. Ti dico che il paese è molto bello, devi lasciare perdere la periferia e andare diritto al borgo attaccato alla riva. Ci sono villette a due piani, circondate da staccionate in legno. Camminando ho visto delle altalene, mi sono immaginato i bambini sopra a dondolare. I seggiolini erano deserti, capisci, ma ci vedevo bimbi a giocare.
Le finestre, nel crepuscolo perfetto da macchina fotografica, mi piacevano con le loro tendine in ordine. I giardini avevano l’erba verde – è terra buona questa -, e i fili per stendere stavano tesi nell’aria.

Pensare che cinquant’anni fa qui non c’era niente.
Le vie, che ora sono asfaltate e con tutta la segnaletica in ordine, erano strade di terra che un poco di pioggia rendeva impraticabili. Le baracche di legno erano messe con meno ordine e criterio delle villette e i deportati stavano in quaranta per ogni alloggiamento. Erano uomini per modo di dire, smagriti, smunti e usati.
Erano attrezzi – niente di più – per scavare la collina, dove si apriva una vasta cava per costruire i V2.
Si fiaccavano alla pioggia e al vento, stavano nella melma almeno fino alle caviglie e camminavano. Alla fine si sfasciavano, smettevano come un motore che grippa. Morivano e venivano cremati.

Tu pensa che di questo male non c’è traccia.
Cosa conta di quegli uomini, la vita e il passato? Ora ci sono contrade bellissime con case ordinate e la terra è fertile di un verde brillante.
Importa che quegli uomini e donne sono diventati atomi di carbonio?
Pensaci un attimo, padre, tu che guardi dal balcone di casa i temporali cadere sulle colline. Un uomo diventa un filo di ferro, le pelle si scarna da lui, si fa osso, materia minerale più che umana.
Poi un giorno smette. Sta camminando, nel fango delle strade, e cade giù di faccia. Finito (il suo corpo per quanto smilzo è un ingombro) lo mettono in un forno perpetuo. L’uomo brucia e si sfa in cenere e il fumo di sé sale nel cielo. Arriva nelle nubi, che lo portano più in là, poi si mischia al vapore e cade sotto forma di pioggia nei campi e negli alpeggi. Una vacca lo bruca e lui, ormai atomo di qualcosa, diventa latte. Viene portato nelle case ricche dei gerarchi nazisti. E i loro figli, o loro stessi, si bevono il latte cinereo degli uomini e delle donne che hanno uccisi. Terribile no?
E’ qualcosa di atroce, ma è insito nei processi della materia, che sordamente fa il suo mestiere. Esso non spiega la sofferenza dell’innocente, la morte ingiusta del giusto; è semplicemente un male stolto. Noi tutti, io, te, mamma e Silvio, ad esempio, siamo parte di questo male e per quanto facciamo come gli austriaci, che cancellano tutto mettendo in scena una lindezza artificiale, non possiamo nascondere l’atroce appartenenza alla materia bruta.
Di Ebensee, più che la tragedia della storia, l’ammazzamento di decine di migliaia di vittime, mi infetta la consapevolezza di un male stupido come un sasso, sciocco come una pianta riarsa, che è inumano, perché precedente l’uomo; e che durerà anche dopo l’uomo, perché appartiene all’eterno.
Sarà, infine, un monolite nero che starà nel vuoto e di noi non si avrà più traccia.

7 Responses to Materia paterna

  1. amarezza di un disturbo post trauma il 9 gennaio 2008 alle 12:53

    […] Nazione Indiana, c’è un mio racconto si intitola Materia Paterna. Eccolo anche qui di seguito.  a mio padre, che non è mai stato ad […]

  2. ndr il 9 gennaio 2008 alle 16:12

    tu dai qualità umane a cose che non l’hanno? antropomorfizzi nel tentativo di una spiegazione razionale?? i sassi, le piante, la cenere, il latte non hanno domande. solo l’uomo razionale non è saggio. il saggio essendo capace di accettare? boh. non so. non un sasso o una pianta ha fatto del male a Ebensee. forse loro gli unici ad averlo volto, il male, ad aver, per così dire, purificato il male. è chi, umano, rinuncia al sasso come sasso, alla pianta come pianta, e giudica in base al fastidio e alla possibilità d’uso ogni cosa. il sasso non sarebbe così stupido, né la pianta riarsa così sciocca. il male è umano. con qualcosa di inumano, come reagire? il male è umano. il bene, pure.
    non c’è bene o male, su questa terra, che non venga dall’umano.
    persino chi, perdona l’intrusione religiosa, è più che umano, inumano, si è dovuto fare umano per portare la sua parola. per chi crede, ecco.
    comunque. che mi piace avevi capito, e quindi la finisco qua.
    ;-)
    ciao.

  3. bombasicilia il 9 gennaio 2008 alle 18:18

    […] continua su Nazione Indiana […]

  4. Effe il 10 gennaio 2008 alle 11:33

    in realtà rimane, di tutto, qualcosa di meno e qualcosa di più.
    Rimangono le parole.
    Nulla finisce finché è raccontato

  5. tashtego il 11 gennaio 2008 alle 08:24

    faccio un po’ fatica a individuare il tema di questo post.
    e poi, perché paolin si rivolge al padre?

    ps: sull’atomizzazione e diluizione post mortem, coincidenza vuole che ieri abbia scritto una cosa simile ner blog che porto avanti con fatica.

  6. Chapucer il 11 gennaio 2008 alle 08:33

    tutto cambia
    eppure tutto rimane,
    se solo lo vogliamo conservare.

  7. demetrio il 11 gennaio 2008 alle 11:28

    tash

    non c’è un tema, è una parte – minima – di un romanzo che ho scritto. In particolare questa è una lettera che il protagonista scrive al padre. Un’altra parte di questo romanzo la trovi sempre qui sotto il titolo “Il trono di Grazia”.

    ciao.

    d.



indiani