A Gamba Tesa: l’Horror di Napoli

14 gennaio 2008
Pubblicato da

di
Francesco Forlani
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Marcel Duchamp,Ruota di bicicletta (Roue de biciclette) – 1913
© 2001 Succession Marcel Duchamp, ARS, N.Y. / ADAGP, Paris

a Maurizio Braucci, e Roberto Saviano
coraggiosi disotturatori di cessi.

Merdre!

– gridava il dottor Faustroll con scandalo dalle scene parigine. Si trattava ovviamente di un’invenzione l’aver trasformato in verbo l’insana parola. Ma se il fondatore della Patafisica, Alfred Jarry, fosse sbarcato a Napoli, che effetto avrebbe avuto su di lui una comunità che più d’ogni altra ha fondato sulle soluzioni impossibili la propria salvezza? Altrimenti che senso dare al progetto di una città, pensate bene, costruita ai piedi di un potente vulcano…

Qualche tempo fa mio fratello mi chiedeva perchè la letteratura napoletana, ma si dovrebbe precisare campana, fosse così scura, nera, disperata. Il post di oggi vorrei quindi dedicarlo proprio a questo, ovvero alla materia immonda che nutre l’immaginario dei romanzieri napoletani (campani) con un riferimento a due opere, uscite a circa un anno di distanza l’una dall’altra, Altrove, di Paolo Mastroianni (edizioni Effige) e 10, di Andrej Longo (Adelphi).

Un dibattito
anima la comunità letteraria napoletana da qualche tempo, con l’istituzione, a mio parere in modo completamente artificiale, di due fronti, l’un contro l’altro armati. Incazzatissimi. Da una parte ci sarebbero quelli che sostengono la necessità del confronto con la merda, secondo cui lo scrittore è colui, e alcuni dicono, soltanto quello, che si sporca le mani. Dall’altra ritroviamo quanti credono in una letteratura sostanzialmente libera di scrivere di quello che vuole, dalla morte del canarino alla prima goccia di sperma, le cui opere sono definite dalla maggior parte dei critici, a torto o a ragione, romanzi sentimentali o/e di formazione. (Bildungsroman)
Le due tribù se ne sarebbero state tranquille a farsi i cazzi propri se non fosse emersa una certa cosa ovvero una maggiore benevolenza di lettori e critici verso i primi, gli sporchi e cattivi ai danni degli ex buoni, diventati anche per questo, molto cattivi, anzi cattivissimi.

Cessi e successi
In un articolo apparso nel 2006 su Libération, Maître Zizek citava, per questioni tutto sommato simili alla nostra, Erica Jong, che in Paura di Volare aveva scritto : «i gabinetti tedeschi sono la vera chiave degli orrori del III Reich. Solo gente capace di costruire gabinetti del genere, è capace di tutto! »
Per chi non sia mai stato in Germania vale la pena ricordare che i cessi tedeschi sono fatti in tale maniera che prima che avvenga l’evacuazione per scarico si resta davanti al fatto compiuto in tutta la sua gravità, a lungo.
Per chi non abbia mai letto quello straordinario libro che è Paura di Volare, sempre nella stessa pagina, la scrittrice si attarda sui cessi italiani ravvisandone tutto il genio nostrano per la capacità di far sparire la merda prima ancora che ci si volti.

Scrive infatti:

“Spesso si è in grado di leggere qualche articolo del Corriere della sera prima di pulirsi il sedere con le notizie. Ma in generale in Italia l’acqua scorre veloce e la merda sparisce prima che si faccia in tempo a balzare in piedi e girarsi a guardarla. Per questo gli italiani sono grandi artisti. I tedeschi hanno già la merda da guardare. In mancanza di questo passatempo, gli italiani hanno pensato di scolpire e dipingere.”

Con la dovuta prudenza potremo allora affermare che prendere posizione nel dibattito (in verità non solo napoletano ma italiano) sulla letteratura sospesa tra reale e immaginario, tra romanzieri pronti a sporcarsi le mani con il reale ed altri che la disertano attraverso la fantasia, equivarrebbe a dover decidere tra due estetiche, una che chiameremo per comodità, dei cessi tedeschi e l’altra dei gabinetti italiani. Insomma una vera impasse…

A meno che
non vi sia una terza possibilità.
Premesso che non credo affatto ad una maledizione tutta partenopea, di legge di gravità del testo da Roma in giù e che si possano amare contemporaneamente Vittorio de Sica o Eduardo, Giuseppe Montesano o Erri de Luca, tanto per citarne alcuni, cercherò di spiegare perché a mio parere, i due libri in questione possono suggerire una prospettiva differente.
Innanzitutto va detto che Altrove, di Paolo Mastroianni e 10, di Andrej Longo, non sono raccolte di racconti ma Polittici.

Cos’è un polittico?
– ci domandiamo. Dal greco polu- “molte” + ptychē “pieghe”). Un dipinto o rilevo su legno o tela, costruito da più parti unite fra loro da una cornice fissa o da cerniera in modo da creare sportelli richiudibili.(wikipedia)
Tra i Polittici famosi vanno ricordati il San Gregorio di Antonello da Messina e la Misericordia di Piero della Francesca.
Altrove e 10 sono dei polittici, perché ogni narrazione è legata all’altra da una cornice/contesto in modo tale che sarebbe impensabile la sostituzione di un racconto con un altro.

Entrambi i libri sono ambientati in Campania, e la materia di cui narrano è sostanzialmente qualcosa che dovrebbe somigliare alla vita ma che vita, in senso stretto, non è.
I personaggi si muovono attraverso le macerie della vita – da intendersi come comunità, tradizione, spirito di solidarietà – con un solo obbiettivo, salvare la pelle.
Che siano migranti oppure oriundi, sono come macerie di umanità per quanto pronti a stravolgere ogni destino, l’infamia che li veste, come una rivolta al disegno imposto dalla situazione, dalle rovine che li abitano.

Paolo Mastroianni, attraverso uno stile freddo, burocratico gela ogni onnipotenza o tentazione di onnipotenza del narrante inchiodandolo al mero ruolo di spettatore. I sei racconti nascono sulle note biografiche dei personaggi a riprova del fatto che “essi” vivono a prescindere dall’attenzione rivolta dallo scrittore alle loro misere vite . Grazie a un efficace dispositivo narrativo, costituito di contrappunti, richiami, flashback, ogni singola storia, personaggio, si lega ai successivi in relazioni o ambienti che si incrociano di racconto in racconto.

In Andrej Longo sono invece i personaggi a narrare i fatti, con una prima persona che muta di legge in legge attraverso i dieci capitoli – il suo è un decalogo- e cambia voce ogni volta. Ora è una giovane donna, poi un affiliato alla camorra, un cantante neomelodico.

Si tratta di
storie terribili, di scenari apocalittici, socialmente insopportabili, ma non per questo meno veri, e forse la potenza dei due libri sta proprio nel fatto che entrambi gli autori abbiano rinunciato a farsi portavoce – e meno che mai portaparola, da opinionista di Repubblica- dei miserabili per lasciare loro l’ultima chance di “redenzione”, di salvezza.

Così la madre di Adelina nel capitolo intitolato Non desiderare la donna d’altri . (in Andrej Longo).
Adelina minaccia infatti di uccidersi pur di non sposare il boss Carmine Acciardi, a un quarto d’ora dall’inizio del rito nuziale. La madre all’inizio terrorizzata dai capricci della figlia, si sente sempre più coinvolta come se la richiesta d’aiuto della figlia portasse un senso di riscatto alla sua “grama” esistenza. E’ Adelina a ricordarglielo quando afferma di non voler fare la sua fine , ovvero sposare un uomo che non ama solo per convenienza. La figlia ama un altro, un marinaio che “campa onesto”.
“Mancavano dieci minuti a mezzogiorno, tempo per parlare non ce ne stava più. Ho pensato di nuovo che era una giornata di merda.E che bisognava trovare una soluzione.” La madre aiuta così la figlia a fingere un attacco di epilessia, a guadagnare tempo. A salvarsi.

In Altrove, (Paolo Mastroianni) in uno dei racconti più belli, secondo me, di questi ultimi anni, ancora una madre, Anna Cioffi, deve salvare la pelle dalla tragedia appena consumata, la perdita del figlio Salvatore, suicida, tra i giochi di legno della piazza di fronte alle case popolari in cui vive.
E per salvare il figlio, almeno nel ricordo, e se stessa, è attraverso l’affabulazione che si inventa una via d’uscita. Il suicidio del figlio come una rivolta all’infelicità della madre e alle percosse del padre, la scuote dal sonno in cui era sprofondata per tutta la vita. Per fuggire da una vita senza amore popolata di mostri da pareti domestiche che le si chiudono addosso soffocandola, si ritrae nei sogni dove il figlio Salvatore, ed il vero padre, un operaio rumeno venuto in trasferta a Caserta per conto del proprio governo, camminano lungo i viali alberati della Reggia.

“Con una sensazione gradevole si proiettò altrove, in una vita diversa e serena, senza grandi delusioni né grandi entusiasmi, al fianco di un uomo smilzo taciturno che un lavoro normale, in una cittadina tranquilla, avrebbe condotto a casa verso le 5 del pomeriggio, ogni giorno.”

Quali conclusioni
trarre da letture del genere? Che ci sono modi e modi di sporcarsi le mani.
In Andrej Longo come in Paolo Mastroianni credo sia avvenuto qualcosa di forte e per certi versi “nuovo”. Come se entrambi rifiutassero il ruolo di narratori della merda altrui. Non si propongono come gli Scrittori, che vestiti i panni di Atlante si trascinano le altrui pene pagina per pagina. In Altrove e in 10 lasciano che siano gli stessi personaggi a farsi interpreti della propria merda, come se il solo racconto potesse bastare, determinasse una qualche possibilità di salvezza, indicasse un “altrove”.

In definitiva 10 e Altrove non sono assimilabili né alla categoria “cessi tedeschi” dove in qualche modo sei costretto a “prenderti” la tua merda, né a quella dei gabinetti italiani, del tipo “ la cosa c’è ma non si vede”. Come la sinistra.
La terza via credo sia qualcosa di simile a un’estetica che potremmo definire dei cessi otturati. E già! Non ci sono gabinetti, tedeschi o italiani, poco importa, che siano a riparo da una tale evenienza. Deve accadere allora qualcosa alla parola semplicemente letteraria perché possa agire sulla realtà ossia divenire poetica, come quanto raccontato da Heinrich Böll in Foto di gruppo con signora.

“…uno schifo, le dico. (…)Siccome Wilhelm, mio marito che pure aveva fatto l’idraulico, poi il tecnico e infine il disegnatore, si dimostrò di una schifiltosità incredibile, e siccome io e Margret morivamo dal ribrezzo, sa chi ha risolto il problema? Leni. Non fece altro che cacciar dentro la mano, e mi sembra ancora di vedere il suo bel braccio sporcarsi di giallo fin sopra il gomito. Afferrò la mela la butto nella pattumiera, tutta quell’orribile broda scese giù di colpo gorgogliando, e Leni andò a lavarsi: si lavò a fondo, certamente, più e più volte e si strofinò braccia e mani con l’acqua di Colonia, e fece un’osservazione- ora mi torna in mente- che per me fu come un fulmine. “i nostri poeti sono stati i più coraggiosi disotturatori di cessi”

Merdre alors!
tanto per chiudere.

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40 Responses to A Gamba Tesa: l’Horror di Napoli

  1. sparz il 14 gennaio 2008 alle 16:55

    fantastico, semplicemente così, Francesco.
    a.

  2. nadia agustoni il 14 gennaio 2008 alle 17:07

    fulminante.

  3. nadia agustoni il 14 gennaio 2008 alle 17:19

    Riprovo perchè il commento non è arrivato
    fulminante Francesco.
    N.

  4. lunkhead il 14 gennaio 2008 alle 17:25

    E’ uno scritto semplicemente illuminante!
    Se potessi farei la mia tesi di laurea sull’argomento. Ma, ohimè, non posso.

  5. bruno il 14 gennaio 2008 alle 18:47

    Non bisognerebbe però dimenticare la polemica di quest’estate a cui il Mattino ha dato voce. I rappresentanti della “libera scrittura” si sono compattati nel fronte “anticatastrofismo” bersagliando Saviano e tutti gli appartententi al filone “coprofilo” di non ricordo bene quali nefandezze. Parlare di Sandokan, di rifiuti tossici sversati in Campania, di controllo criminale del territorio pareva quasi fosse sinonimo ci collusione. Pareva quasi che il vero cancro non fossero coloro che stanno assassinando questa terra ma chi ne denuncia l’omicidio. Ricordo bene, su tutti, gli articoli di Pascale,Cilento, Di Consoli. Questa gente non si è limitata a “farsi i cazzi suoi” ( cito dal post ) e a scrivere di ciò che gli pare meglio ( cosa di cui gli saremmo stati tutti grati ) ma ha creato un vero e proprio fronte contro la scrittura “sporca di merda” ( cito ancora ).
    Ora che la merda sta per sommergerci ( e qui non cito ma mi limito ad osservare ) dove sono questi signori ? Dov’è la loro voce compatta?
    Ho letto qualche timido rigo di biasimo sui giornali. Poi il silenzio.
    Avranno tirato lo sciacquone.

  6. gianni biondillo il 14 gennaio 2008 alle 19:02

    Effeffe: Bracci o Braucci???

  7. lorenzo il 14 gennaio 2008 alle 19:09

    se non sbaglio “merdre” era gridato da père ubu, non da faustroll, con scandalo dalle scene parigine.

    buona luce,
    lorenzo

  8. gianni biondillo il 14 gennaio 2008 alle 19:17

    Non ho letto i libri in questione, quindi non posso addentrarmi.
    Ricordo però una recensione su “10” abbastanza dura di Fofi che distingueva l’operato di Saviano dalla successiva ondata di “cattivismo”, termine che indicava a suo dire una nuova tendenza tutta napoletana che indugiava volutamente (e in modo ruffiano) sui caratteri violenti della società partenopea. Detto così la cosa si complica ancora di più, no?

  9. bruno il 14 gennaio 2008 alle 19:28

    Dissento con dovuto rispetto. Fofi non conosce la storia di Napoli. Questa città non è mai stata particolarmente violenta. Oggi è diventate brutale. La letteratura si sofferma su questo fenomeno non secolare.
    E d’altra parte si scrive ancora di mafia, mi pare. E nessuno parla di catastrofismo o di compiacimento ruffiano.

  10. Colleoni il 14 gennaio 2008 alle 20:29

    Molto vicini ai disotturatori di cessi sono i raccoglitori differenzianti.

  11. francesco forlani il 14 gennaio 2008 alle 20:31

    @Gianni
    corretto lo scorretto correttore che m’avea storto il nom de l’ami.
    Non ho letto la nota di Fofi ma ho letto i libri. te li passo?

    @ Lorenzo
    Merdre!
    Vero Ubu, Ubu, ubu, ma Faustroll, l’ho chiamato, mi ha detto di lasciargliela come attribuzione. Però Lorenzo come la pronuncia Fernando Arrabal, ti assicuro non la pronuncia nessuno.

    @ Bruno
    mi metti ansia
    effeffe

  12. michele d'amelio il 14 gennaio 2008 alle 21:32

    bè,ci sono tutti..
    c’è maurizio braucci:infaticabile organizzatore di quanti
    c’è andrej longo:esperto canoista
    c’è antonello da messina:mitico
    un saluto vero a tutti gli amici
    un bacio forte a Napol

    daje Roma alè irene aliseibellissima

  13. furlen il 14 gennaio 2008 alle 23:52

    per fortuna che c’è Canea, ero terrorizzato dall’idea che il post creasse unanimità di giudizio.
    effeffe
    ps
    merdre! però sei invecchiato, sei entrato solo al quattordicesimo commento…

  14. The O.C. il 15 gennaio 2008 alle 00:26

    Mazza che titoli a effetto speziale.

  15. furlen il 15 gennaio 2008 alle 02:55

    horror, incenso e mirra
    effeffe

  16. véronique vergé il 15 gennaio 2008 alle 08:16

    Devo dire che sono scandalisata di vedere il Sud morire sotto gli occhi di tutti: scuole chiuse, aria irrespirabile…Il nord rifitua di accogliere immondizia, invece ha durante anni marcito la terra di Napoli: è una vergogna.

  17. tashtego il 15 gennaio 2008 alle 08:42

    vorrei sapere da francesco se a suo parere questi due libri di storie napoletane si distaccano dall’eterno bozzettismo partenopeo, disperato o pulcinellesco che sia.
    come se nel dramma della città non possa darsi vero dramma personale, ma solo il manifestarsi ennesimo, sempre uguale a se stesso, di napoletanità sofferente, basta che ci intrattenga.

  18. furlen il 15 gennaio 2008 alle 10:57

    @ Tashtego
    come ho scritto non ci sono nei due libri tracce “dell’eterno bozzettismo partenopeo” di cui parli. In modo sicuramente diverso Paolo Mastroianni e Andrej Longo, affrontano la città, seguono con grande pietas coloro che la abitano, più in un tentativo di riscatto che non di “complaisance” rispetto al male. Come se il metafisico male di vivere raccontato da Eugenio Montale diventasse “male di abitare”.
    Ripensavo per esempio soprattutto all’anomalia di 10. Un’opera a primo acchito inconcepibile nella linea editoriale Adelphi. L’uso del dialetto, delle immagini forti…Eppure quando si legge 10 il pensiero corre immediatamente al decalogo di Kieślowski. Lo stesso ritmo di narrazione. Una sensibilità più da Europa Centrale.
    Non c’è retorica, né tanto meno approccio folclorico. In paolo Mastroianni il gelo ti prende dalla prima all’ultima pagina con una cartografia che valica ogni confine. I personaggi, si muovono tra le terre d’origine e quelle di destinazione e che sono tutto tranne che terre di destino. Una letteratura che innanzitutto riconosce ai propri personaggi la dignità di un nome, di un cognome e non l’astratta categoria di “esclusi”. Un libro di sensibilità ebraica, direi, con un’attenzione all’altro- Jabes, levinas..- che in tempi come i nostri popolati da nickname e noms de plume mi sembra già una bella novità.
    effeffe

  19. Canea il 15 gennaio 2008 alle 12:02

    spostare gli occhi dal sé alle cose di tutti, ai luoghi pubblici, ecco cosa si crede che basti. Ci si lorda le mani perché non affondano nel proprio Io ma nell’Io collettivo. Azzerato Sartre e tutta la letteratura novecentesca nella banalità di quest’assioma, che forse ti/vi rende le coscienze più tranquille a pensare che così svolgete un ruolo civico. Di presidio. E l’aria intanto si gonfia. Si tralascia il vero senso del fare letteratura in nome di un banale schematismo. E poi l’idiosincrasia tra predicare e fare, tra piaggerie verso il Saviano e la scrittura da sciòman del dandismo spazzatura

  20. Alcor il 15 gennaio 2008 alle 12:56

    “esplode furibonda una canea”

  21. mf il 15 gennaio 2008 alle 13:21

    @effe
    adelphi che pubblica un inedito contemporaneo giovane e pure italiano perchè il calasso mitteleuropeo scopre assonanze (queste sì, inedite) tra il sud come lo vede l’inedito contemporaneo italiano e pure napoletano e la polonia o il centro-europa terra perduta sfumata à la kieslowski… se non fosse una boutade, sarebbe una geniale lettera interna di un consulente editoriale paraculo per convincere Bobi a stampare… insomma, sei un geniale paraculo.

  22. effeffe il 15 gennaio 2008 alle 14:34

    quando Canea non mi insulta mi viene perfino da replicare. Tu dici Sartre. Io dico Camus. Tu ti dici Canea io mi dico Francesco Forlani. Cherchez l’erreur.
    effeffe

  23. Canea il 15 gennaio 2008 alle 15:44

    Beh si Camus e allora? Ancora di più, e quando lo leggerai, scoprirai che fu proprio Camus a spostare lo sguardo verso il sé delle cadute. Camus è stato l’intellettuale eccezionale per eccellenza, non avendo mai abiurato il proprio impegno anche quando preferì non cedere alle facile lusinghe della letteratura colletiva
    Insulti? Mah. Fioretto o spada per me pari son, Tu usi la parola merdre, io altre… tu provochi? mah io anche

  24. sparz il 15 gennaio 2008 alle 17:31

    Canea, non so cosa intendi tu col dandismo spazzatura, se intendi il forlani, che tra parentesi Camus se l’è già letto da prima che tu vagissi, così averne!

  25. Canea il 15 gennaio 2008 alle 18:14

    ne dubito

  26. bruno il 15 gennaio 2008 alle 19:09

    @tashtego
    A me pare, e a voler essere pignoli e cercare di mettere ansia, come dice effeffe, che anche nel suo libro ci siano tracce di quel bozzettismo di cui parla. L’episodio dell’avvocato inseguito da un probabile scippatore di Rolex, al di là del finale intimistico ( ma non tanto ) lo avrei visto bene isnerito fra i “bozzetti” del Giudizio Universale di De Sica. E non certo in senso dispregiativo, tutt’altro. Ebbi già modo di farle i complimenti per la sua raccolta.
    Però quando si parla di Napoli e della sua produzione artistica sento sempre un diffuso e malcelato fastidio, come se un artista napoletano dovesse essere costretto a virtuosismi sul filo del disincanto per tenersi ben lontano dall’antica accusa di bozzettismo o, ancor peggio, di macchiettismo. Ritratti di piccola umanità dolente che se allocati altrove diventano da bozzetti dispratamente pulcinelleschi a miracoli di lirismo. Viceversa se ci si addentra nel vente molle della città, come è stato fatto da Viviani a Lanzetta a Saviano, si diventa catastrofisti, ci si sporca le mani di merda.
    Del tempo, ecco di cosa deve scrivere uno scrittore napoletano, del tempo. Sperando che ogni tanto piova.

  27. tashtego il 15 gennaio 2008 alle 21:07

    @ bruno
    Parli del mio libro?
    (Dove credi di andare, Francesco Pecoraro, Mondadori, 2007, per chi fosse curioso)
    Può essere che quel racconto – Farsi un Rolex – fosse bozzettistico, anche se non lo credo.
    Bisognerebbe accordarsi sul termine “bozzettistico”.
    Trovo non-banale la forbice proposta da Forlani (non male l’esempio del water tedesco* v/s quello italiano, peccato per la banalità della visione della Jong che vede gli italiani artisti: ma de che?), tuttavia il sospetto di bozzettismo – che non è niente di grave, ma solo una modalità narrativa di tipo corale (il presepe ne è un esempio) che punta più alla restituzione di un clima, di un insieme, di una cultura e un modo di vivere, di una forma mentis (quale?) che non alla definizione di vere figure umane in carne ed ossa, possibilmente intrattenendo: si pensi alle “macchiette” per esempio che popolano le vedute di Canaletto – non avendo letto i libri di cui sopra, mi è venuto leggendo del racconto della mamma napoletana che aiuta la figlia a fingersi epilettica per non sposare il camorrista invece del “povero pescatore” onesto: insomma, sarebbe venuto a chiunque di fare il gesto di mettere mano alla pistola al sentir nominare il “pescatore che campa onesto”, parbleu.
    Napoli si è auto-condannata alla tipologia (fin dalla Veduta della città), auto-celebrandosi anche nelle visioni più apocalittiche, tipo La danza degli ardenti di Jean Noel Schifano, o nelle pagine di Malaparte, si è auto-affossata nel compiacimento della propria diversità-singolarità, pure nel lavoro di grandi come Rea, Marotta, Ortese (so che qui effeffe salta sulla sedia, ma la desolazione de Il mare non bagna Napoli per me rientra nella tipologia), Eduardo, Totò, De Sica, la commedia napoletana, eccetera: so che sto dimenticando molte penne robuste. Pochi le voci che hanno cercato davvero di tirarsene fuori, se non altro per vedere meglio, come La Capria, parzialmente Troisi, Saviano, e chissà quanti altri che non conosco. Persino Croce, in un saggio che ho letto di recente “Un paradiso abitato da diavoli”, indulge.

    *non mi trattengo dal citare la classificazione di un mio amico che, tra l’altro, inserisce il water tedesco nella categoria “caca & ammira”.

  28. furlen il 16 gennaio 2008 alle 00:51

    @canea, impegno, intellettuali in questo senso?

    L’engagement dont je parle est plus modeste : Un non pour commencer, et la décision de s’y tenir autant qu’on le pourra. Certes, je sais notre faiblesse commune. Vous avez observé vous-même que je n’ignorais pas qu’aucun de nous ne peut répondre de ce qu’il fera. Faut-il donc pour autant renoncer à toute promesse, donc à toute action ?

    Quand nos intellectuels progressistes visitent officiellement la Pologne ou la Russie, peuvent-ils répondre de ce qu’ils feraient le jour où la police soviétique viendrait frapper leurs amis ? Quand « Esprit » publie ce qu’il a publié, et dont nous nous souvenons encore, sur les révoltes ouvrières d’Allemagne et de Tchécoslovaquie, en juin 1953, ses rédacteurs peuvent-ils répondre de maintenir une si confortable position quand ce serait le tour des ouvriers français d’opposer leurs poitrines aux tanks du progrès ?

    Ils ne le peuvent pas, personne ne le peut, et pourtant ils voyagent et écrivent, ils s’engagent autrement dit, même s’ils refusent les conséquences de leurs actes. Mais cet engagement souffreteux nage dans la mauvaise foi à partir du moment où, sans cesser de servir une cause, nos progressistes prétendent nous enlever le droit d’évaluer les conséquences de leur attitude, ou de prendre nos propres engagements.

    S’ils ont choisi, qu’ils le disent ; s’ils n’ont pas choisi, qu’ils n’agissent pas comme s’ils l’avaient fait, et surtout qu’ils ne jugent pas de trop haut ceux qui, non sans peine, essaient de donner un contenu à leur fidélité. Sans ces peines et ces fidélités, l’histoire, leur fameuse histoire, qu’ils définissent modestement le lieu où ils se trouvent, ne serait après tout qu’une aventure de chiens couchants.

    Albert Camus, Réponse à Domenach

  29. furlen il 16 gennaio 2008 alle 01:13

    @ tash
    no, tash, non salto sulla sedia, ci mancherebbe altro, però mi sono chiesto a lungo quanta responsabilità su certi malintesi o diresti tu, caroselli, napoletani, venisse dalle opere e quanto invece dalla percezione diciamo, ambientale, delle stesse. Schifano come del resto fernandez hanno delle responsabilità enormi nell’aver imposto in francia un’immagine, e dunque un cliché modellato sulle proprie esperienze. Fin qui niente di male se si legge napoli attraverso la lente di Basile o di Roberto de Simone della gatta cenerentola. Io per esempio mi sento più affascinato da quella energia che non dalla prosa e sensibilità anglosassone di lacapria. Il che non significa accettare o quanto meno imporre un aut aut tra le molteplici modalità di raccontare. Tu citi per esempio la danza degli ardenti. bene. un testo a dir poco barocco tradotto da uno dei romanzieri più sobri che io conosca, ovvero felice piemontese. e potrei citarti tantissimi esempi di apparente contraddizione, che è a mio parere più sintomo di salute mentale, come qui su NI, che non di “confusione sotto il cielo della letteratura”. Il bordello vero è quando si lavora sull’apparato digestivo dei lettori rendendo appetibili- grazie a un regime di consenso- le più grandi boiate. Pensa al male fatto da Arbore alla canzone napoletana…

    Dicevo prima di influenze ambientali spesso ricercate da un certo giornalismo letterario come quando ci si inventa la categoria scrittori napoletani.Io non ho mai sentito parlare di scrittori altoatesini, torinesi, alessandrini o baresi. Qualcuno mi spiega perché?
    Anche se mi ricorda un po’ quanto era accaduto con gli chansonniers francesi.
    malaparte era toscano, annamaria ortese romana e schifano parigino. esattamente come yves Montand era italiano, Moustaki greco, Brel belga e Aznavour armeno.

    Per chiarirti però la mia idea di foklore narrativo ti farò un esempio concreto,
    Il mare non bagna napoli, (capolavoro europeo e ancora una volta un polittico) e quella gran boiata che è stata l’albergo dei poveri. Un Tahar ben Jelloun fa più male, ti assicuro, di un peppe lanzetta, che vale la pena ricordarlo, uno dei maggiori critici del romanzo che abbiamo mai avuto in italia, napoletano, Giancarlo Mazzacurati ne presentò la prima opera tra gli sguardi accigliati e scandalizzati della AKKademia partenopea.

    effeffe

  30. Paolo Mastroianni il 16 gennaio 2008 alle 12:36

    Abnorme, paradossale, drammatica, senza speranza/ possibilità di salvezza. La questione Campania degli ultimi anni. (Che forse é un’anticipazione, una rappresentazione con colori più estremi di una situazione diffusa che affligge l’Italia (e l’Europa, e l’occidente, e…)).

    Come un’epidemia sconosciuta nella sua fase più acuta che, falcidiando, ossessiona, s’impone, costringe a parlarne (GABINETTO TEDESCO). O a fare finta forzosamente di niente (GABINETTO ITALIANO).

    GABINETTO TEDESCO
    Parlarne. L’inefficacia del parlarle al momento, adesso che non ci sono strumenti adeguati. Come terapie inappropriate, datate, (buone per altro tipo di malattia) che rinforzano anziché indebolire l’epidemia, consentendole di formare anticorpi. Dibattiti, argomentazioni, narrazioni lungo canali battuti e inefficaci => Cliché, bozzettismo, cose già scritte, già dette.
    Le tentazioni del caso…
    Drammatizzare i morti ammazzati, l’economia soffocata, i tumori (per avere più ascolto). Presumere di saper interpretare il dolore; ostentare coraggio da eroe per essersi avvicinato o mischiato all’inferno.
    Esprimere sdegno e amarezza per i governanti (di qualunque colore) concentrati solo sui propri interessi e a durare. Gridare indignazione e fastidio per la loro indignazione fasulla, per il finto sbracciarsi le maniche quando la situazione diventa visibile.
    Raccontare allibiti degli interminabili fiumi di droga, rifiuti e cemento, dell’insaziabilità contro natura dei clan (e di chi prende parte al saccheggio). [E i loro figli che rimarranno ammazzati da un tumore o da un colpo nemico? E i loro nipoti che non avranno un prato pulito in cui andare a giocare?]
    Invocare, come unica soluzione possibile, che venga qualcuno da fuori (Mussolini, baffone o un imprenditore del nord).
    Soffermarsi sulla sconfitta, crogiolarsi nel vittimismo (che solitamente raccoglie comprensione e compassione dagli altri).
    Urlare le ingiustizie subite (pensando di avere diritto a una rabbia più lucida e pura).
    Fare proclami, indignarsi perché ‘gli altri’ (un salumiere?!) non hanno il coraggio di opporsi a chi chiede tangenti rischiando di lasciare orfani i figli.
    Vagheggiare con occhi da visionario prese di coscienze collettive e definitive, sentirsi avvilito al pensiero che il DNA dei Campani non contempli rivoluzioni, ma solo senso di colpa, capacità di sopportare e subire.
    Impegnarsi a spiegare a chi sta fuori e non sa, a chi emette giudizi sommari e disprezza aggiungendo dolore al dolore.
    Parlarne per sentirsi lontano dalle colpe commesse soltanto da altri, per sentirsi vergine pura, capace, senza farsi sfiorare da un dubbio, di distinguere il bene dal male.

    GABINETTO ITALIANO
    Non parlarne. L’ipocrisia, la forzatura di non parlarne al momento, di fare finta di niente.
    Le tentazioni del caso…
    Tacere per non sentirsi schiacciato, per non convenire sul fatto che non ci sono speranze.
    Tacere per tenersi distante, al riparo, forte della vivibilità tutto sommato accettabile del proprio quartiere, degli amici e dei riferimenti di sempre.
    Astenersi dal dire per convincersi di saperla più lunga degli altri, di avere la soluzione (addirittura banale) a portata di mano (che gli altri non capirebbero).
    Tacere per non sentirsi diverso dagli altri italiani, per non porsi il problema di sentirsi accettato.
    Non parlarne per sentire di avere definitivamente scampato il pericolo dopo essersi trasferito in un’altra regione.
    Parlare inopportunamente di altro percorrendo, magari, strade improbabili, per sentirsi migliori, esclusivi, infinitamente distanti dai luoghi comuni.

    Le comprensibili tentazioni di parlare o tacere di un colossale tumore. Le parole e i silenzi efficaci, la cura che verranno da soli, matureranno col tempo.

    GABINETTO OTTURATO, STURATO (???)
    In attesa di avere cose efficaci da dire, ho illuminato semplicemente alcune cose che ho visto per quelle che sono, mi sono limitato silenziosamente a mostrarle. E le scene osservate, i silenzi di Altrove sono forse apparsi a Francesco come una strada diversa.
    Se mi sembra improbabile (sicuramente da un punto di vista statistico) che Altrove rappresenti una strada diversa, va riconosciuto a Francesco il coraggio di aver aperto un fronte di discussione assai interessante (aldilà dello stile, delle metafore usate).
    Così come gli va riconosciuto il coraggio, di essersi armato, tra le tante possibili armi, col libro di un pressoché sconosciuto esordiente (ingegnere per giunta) edito da una piccola casa editrice.

    Saluti

    Paolo Mastroianni

  31. tashtego il 16 gennaio 2008 alle 13:26

    su forlani – che considero uno spirito libero – niente da dire, i libri viene voglia di leggerli.
    come al solito napoli, invece di essere “altro da noi”, è solo la manifestazione più acuta e drammatica di cui disponiamo per studiare la nostra condizione di Paese in tutti i suoi aspetti e per riflettere e mettere eventualmente alla prova gli strumenti di cui disponiamo come scriventi e il rapporto della cultura con la cosidetta realtà.
    quindi provo una sorta di stima ed interesse preconcetto per ogni autore che affronta questi problemi, indipendentemente da come li risolve.
    (sono sintetico, devo lavorare)

  32. véronique vergé il 17 gennaio 2008 alle 08:43

    Per rispondere a effeeffe,

    Non sono d’accordo per Tahar Ben Jelloun. Primo è un autore che scrive con una poesia magnifica, colorata della luce dell’oriente. Penso che scrivere su Napoli è un rischio, soprattutto per lo straniero che fa corpo con la città, è un vincolo d’amore, di incanto sotterraneo. Il cliché è forse nell’abbagliamento che vela gli occhi del amante di Napoli.
    Amo molto Dominique Fernandez che ha sentito l’aria di Napoli e ha nutrito il suo immaginario. Cio che dice dell’omosessualità latina è intelligente. In realtà Napoli è una città che ispira passione e libri.

  33. furlen il 17 gennaio 2008 alle 10:34

    cara verò
    ho scritto sull’atelier du roman di qualche anno fa un articolo saggio su Anna Maria ortese/ ben jalloun
    non ce l’ho con me quel numero – risale a sei anni fa- ma lo puoi trovare alla biblioteca dell’istituto di cultura a parigi. l’albergo dei poveri, che ti ricordo l’illuminato intellettuale aveva “venduto” a due case editrici (einaudi e Pironti)è come si dice in francia un vero arnaque del lettore.oltre ad essere una visione quanto meno folclorica e truffaldina della città.
    effeffe
    effeffe

  34. véronique vergé il 17 gennaio 2008 alle 17:20

    D’accordo effeffe, ma Tahar Ben Jelloun ha scritto testi belli, soprattutto il primo romanzo che mi ha fatto impressione.
    Buona serata a te.

  35. l.r. carrino il 21 gennaio 2008 alle 13:32

    Devo dire che ho letto con molto interesse, partecipazione, l’articolo e i commenti. “Letteratura napoletana” mi ha fatto un po’ sorridere.
    Hol etto dieci qualche mese fa, non appena è uscito. Mi manca (nel senso proprio etimologico) quello di Mastroianni. Oggi vado a ‘presentificarlo’, soprattutto quando dice:
    “ho illuminato semplicemente alcune cose che ho visto per quelle che sono, mi sono limitato silenziosamente a mostrarle.”
    che, alla fine di tutto, è la giusta misura.

    Ma ci penso ancora un attimo su quello che voglio dire, poi ritorno.

  36. Nicole il 22 gennaio 2008 alle 15:11

    Bellissimo articolo….Complimenti davvero….

  37. francesco forlani il 22 gennaio 2008 alle 19:46

    ho visto paolo in questi giorni ed abbiamo discusso ancora della cosa. mi piacerebbe, che ritornassi
    effeffe

  38. l.r. carrino il 26 gennaio 2008 alle 03:24

    eccomi, scusami francesco per il ritardo.
    ho avuto qualche difficilotà a trovarlo; allora ho ordinato il libro di paolo mastroianni (paolo, lo era anche gadda ingegnere, e vidi che cazzo è stato capace di fare con a lingua…) sul sito dell’editrice.

    prima una dico una cosa. ho scritto un libro su camorrista omosessuale (acqua storta, per i tipi di meridiano zero[pubblicità becera:)]; oggi sono stato a fahrenheit con giartosio) e quindi il discorso che hai fatto, francesco, capisci che mi interessa molto, nel senso che il rischo è quello di cadere nella ‘parodia’ del teatro buffo del ‘700, nella retorica, nel cliché, e di parlare di cose ‘per sentito dire, soprattutto quando uno ‘non si sporca’ ma vede soltanto riflesso il suo bel faccione nello schermo del pc (in questo senso, io mi sento più un cesso otturato, seguendo l’onda definita precedentemente:).

    Napoli non si autocompiace (per estensione, gli scrittori di), ma semplicemente si mostra, con tutto il suo bitume, le sue puzze, ma senza mandolini né pizze margherita. Napoli in questo momento è noir (sempre per estensione) e questo non lo affermo io ma i fatti.

    Quindi, ad esempio, non necessariamente uno si deve allenare sul divano di casa con un pisello in bocca e una pistola nel deretano (mi si perdoni la mia origine francese) per essere verosimile, credibile. Ma ci sono personaggi che vanno detti, per ‘mostrare’ quello che una buona parte d’italia non ha capito: Napoli sta soffrendo, parecchio.

    […] lasciano che siano gli stessi personaggi a farsi interpreti della propria merda, come se il solo racconto potesse bastare, determinasse una qualche possibilità di salvezza, indicasse un “altrove”.

    esatto. d’accordissimo. un approccio, un contributo, un modo per dire. non ci sono giudici, né morali nascondere tra le parole. ‘mostrare’ è la parola chiave. poi, ognuno, con la propria sensibilità, se ne fa l’idea che vuole. un meccanismo di azione sulla realtà (come dice Francesco, sì), una possibilità senza dubbio.

    in questo senso, allora sì: romanzi di “formazione” di una consapevolezza (non dico coscienza), di quello che c’è.

    grazie dell’ascolto.

    luigi romolo carrino.

  39. furlen il 26 gennaio 2008 alle 14:23

    Giusto quanto dici soprattutto se “calerai” questa tua idea di letteratura sulla lettura di altrove. Come te non credo alla letteratura come reportage né agli autori come “inquisitori” della realtà. Politiche in questo senso sono tutte quelle narrazioni che non solo trascendono la pretesa universale visione di sè- e in seconda battuta del mondo- mascherando ego narcisisti e la di loro self satisfaction con l’autoassegnazione dal mondo di salvare il mondo, con uno schiocco di lingua, una parola.
    Certe scritture minimaliste o esageratamente fantastiche, sono per certi versi ben più dirompenti, quando però si colgono dal principio come non necessariamente minimaliste. Kafka divelse la saracinesca delle burocrazie moderne con un semplice ed innocuo grimaldello, uno scarafone.
    Nella storia del fumetto tutti sanno quanto fosse politico e dirompente “l’eternauta” in pieno regime dei colonnelli…

    Io credo che una letteratura che valga la pena sia quella capace di essere visionaria, ovvero di produrre visione- e non televisione come la quasi totalità della soi disante nuova letteratura italica. Capace ovvero non solo di cogliere i nessi presenti in certe dinamiche – sociali, antropologiche, culturali- ma anche di produrre un linguaggio- laddove i teorici dei corsi di scrittura traducono linguaggio con grammatica.

    Ecco perché dei due libri di cui ho parlato mi ha colpito la composizione. E in questo senso vale la pena leggerli, proprio per quel tentativo riuscito di de-territorializzare le storie. Come allora non seguire Ferdinand Celine nella sua messa a nudo di una letteratura coi cessi à l’italienne- attenta solo ai propri sospiri e sussurri, alla messa in piazza della propria appartenenza al sistema?

    Come il tale che ripeteva incessantemente sono uno scrittore, sono uno scrittore, vanificando ogni tentativo di concentrarsi sull’opera, nel caso ve ne fosse stata una.
    “Artisti senza opera”, “scrittori senza libri venite”, ci dicono i pubblicitari ora editor.Ma noi non andremo…
    effeffe

  40. Oblomov69 il 31 gennaio 2008 alle 00:07

    ” Napoli si è auto-affossata nel compiacimento della propria diversità-singolarità”. Ben detto! Anche Erri de Luca purtroppo ha preso quella strada! Si è ficcata in petto la napoletanità come una dolorosa medaglia! Chi viene da una città cosi’ e colì ha lo sguardo affinato, i riflessi pronti, ecc.
    L’ultima è il paragone tra ebrei e napoletani. Ma dove la vede la somiglianza? A parte la yiddisch mama e l’essere comune bersaglio di qualche coro razzista nelle curve di uno stadio. La cultura ebraica col suo continuo meditare sul bene e sul male ( non che gli ebrei siano per questo più o meno morali degli altri), su Dio, su Giobbe mi sembra molto più vicina al protestantesimo di una volta. Sulla religiosità la somiglianza neppure regge. Monoteisti puri gli ebrei, cattolico-pagani i napoletani.
    Forse De Luca asserendo questa presunta somiglianza vuole alimentare il mito dei napoletani come un popolo ingiustamente perseguitato a causa di un forte attaccamento alla propria identità. Quando la realtà è insopportabile si tendono a creare dei miti.
    Erri de luca ha scritto ogni tanto anche delle belle cose ma rischia di precipitare in un decrescenzimo raffinato.



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