El Boligrafo Boliviano 12

15 gennaio 2008
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di Silvio Mignano

2 febbraio 2007

Il container delle nostre masserizie è ancora in viaggio, lo immagino perso nel vuoto dell’oceano, come quei minuscoli graffi schiumosi che si scorgono all’improvviso nel cobalto omogeneo guardando dal finestrino dell’aereo, e che a me piace figurarmi come balene – ma non so mica se da lassù si vedrebbe davvero una balena.
Il ritardo mi preoccupa unicamente per Beatriz. Noi siamo sufficientemente vaccinati per cavarcela, e in fondo con che coraggio lamentarci, la nostra è una condizione da gitani di lusso. Edoardo poi è troppo piccolo per risentirne, per lui ogni luogo – immagino, certamente sbagliando – è la prosecuzione del precedente, un unicum abitato dalle sue fantasie. Ma Beatriz ogni tanto ricorda i suoi giocattoli, i suoi libri, Cicciobello, i cartoni animati. Buona com’è, lo fa senza troppo protestare, ma con tristezza, come si parlerebbe di ricchezze possedute un tempo e ormai sfumate. Come se non dovesse rivederle mai più, le sue cose, senza nemmeno capire perché le ha perdute e chi o che cosa gliele ha portate via.
Le dico che stanno arrivando e che presto le riavrà tutte.
Mi guarda e risponde: «Ah, sì, il signore, il signore le porta in aereo», ma so che non ci crede e che lo dice per farmi contento, per tranquillizzarmi, lei a me. Ed è questo che mi fa male.

5 febbraio 2007

Per Beatriz è il primo giorno di scuola, nella petite section de maternelle, nel Colegio Franco-Boliviano. Ormai scuola, perché per lei l’asilo sarà per sempre quello di Basilea, dove le parlavano rigorosamente in schwitzer-deutsch. Vestita con la sua tutina grigia, una borsetta a tracolla con Minni e dentro acqua, succo di frutta, biscotti e fazzolettini, si lascia accompagnare all’entrata del collegio e poi su su, lungo le scale e i corridoi, fino all’aula individuata attraverso scrupolosi elenchi affissi fuori. Mamme eleganti, troppo eleganti, bimbi e soprattutto bimbe molto sicure di sé.
Beatriz non piange, sorride sempre con quell’aria che ormai ho imparato a conoscere di chi voglia rassicurare, lei a noi, mai il contrario. Ci saluta ed entra in una casetta giocattolo, mettendosi già all’opera. So bene che all’inizio non parlerà con anima viva, che è timida almeno quanto lo ero io alla sua età, ma qualcosa mi dice che sopravviverà meglio di suo padre.

Nel pomeriggio è la prima volta di Edoardo. La prima volta che cammina da solo, senza aiuto di sostegni. Sul tappeto del salone, un salone che non è nostro e che appartiene allo stato italiano, fa decine di passetti brevi e scattanti, come un buffo pupazzetto a molla, le braccine in alto, i gomiti piegati e i pugni stretti, senza perdere l’equilibrio, e intanto ride di gusto e continua a camminare, da una stanza all’altra, incapace di fermarsi, di interrompere il nuovo gioco. Io penso solo che doveva accadere in Bolivia, a diecimila chilometri da casa, a quattromila metri d’altezza.
Dania piange.

9 febbraio 2007

Forse lo stupore appartiene ai primissimi mesi di vita. Mi chiedo se quello di Beatriz non sia ormai già qualcos’altro, curiosità, intelligenza, fantasia, desiderio di scoprire, comprendere, soprattutto inventare.
Mentre lo stupore, il marchio di fabbrica del poeta, è nel faccino di Edoardo, seduto al seggiolone, che si accorge di una mosca che vola tra i piatti e socchiude la boccuccia, corruga la fronte, si fa domande che io non so nemmeno come formulare.
Avrà già visto delle mosche prima d’ora, in Svizzera? Chissà, potrebbe essere perfino la prima volta.

18 febbraio 2007

Nella plaza 16 de Julio un gruppo di ragazzini gioca a qualcosa di simile al rubabandiera. Due squadre in fila indiana, due sedie all’altro lato dei giardinetti, ogni concorrente corre con un palloncino, arriva in fondo, lo sistema, ci si siede sopra e lo fa scoppiare con il peso del proprio corpo, poi torna alla base, passa il testimone a un compagno e così via. Tutto qui, con la semplicità densa di significato di una rayuela cortazariana.
Le voci argentine, maschili e femminili, arrivano fino alle mie finestre, in un’atmosfera ancora bagnata dalla pioggia di questa mattina. La luce del tardo pomeriggio rimbalza sul mattonato fattosi specchio tra le aiole, e mi chiedo una volta ancora se non sia questa la felicità che inseguiamo da sempre e che si ostina ad abitare nei luoghi estranei, nelle vite degli altri.

27 febbraio 2007

Su un muro in avenida 6 de agosto: «Alquilo corazón, dos plazas».

28 febbraio 2007

In calle Federico Zuazo: «No tenemos líneas, somos pura curvas».

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8 Responses to El Boligrafo Boliviano 12

  1. sparz il 15 gennaio 2008 alle 12:47

    bel post, Gianni, ma ferma quelle mosche per carità, sono già uscite dallo schermo e mi infestano lo studio!

  2. Chapucer il 15 gennaio 2008 alle 17:42

    La felicità ha un sapore che non si può definire
    ma la si può intuire
    respirando un’atmosfera…

    La si avverte su quel mattonato, che rimbalza

  3. charley varrick il 15 gennaio 2008 alle 20:06

    Fermatela.

  4. Chapucer il 15 gennaio 2008 alle 22:16

    ma di cosa sa di preciso…?

  5. cappuccetto rosso il 15 gennaio 2008 alle 22:29

    di lampone!
    quello selvatico che cresce nei boschi
    è diventato raro…

  6. cappuccetto rosso il 15 gennaio 2008 alle 22:43

    Buona notte…

  7. tashteghino il 16 gennaio 2008 alle 05:09

    a me me piasce el boligrafo. a me me piasce cappuccetto rosso che parla di lamponi al boligrafo.
    viva stalinnne, viva leninne.

  8. Cappuccetto rosso il 17 gennaio 2008 alle 14:18

    zzzz…..
    azzzz……
    Zac!



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