La missione

20 gennaio 2008
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di Giovanni Agnoloni

John Goldman non era un uomo dalle grandi qualità. Qualcuno diceva che la sua migliore era la puntualità, ma lui quasi si detestava per questo. Avrebbe preferito di gran lunga essere una persona disordinata, ma possedere una vena artistica. Invece, era basso, bruttino e praticamente invisibile. La gente non gli prestava attenzione, perché la sua apparenza fisica era insignificante. Cercava documenti quando gli era richiesto; li leggeva quando il capo glielo ordinava; a volte andava anche fuori dall’ufficio a recuperare dei crediti della società, se il responsabile era impegnato altrove. In altre parole, era un rimpiazzo vivente.
Ciò nonostante, era diventato uno dei principali centri d’interesse della branca segreta della compagnia per cui lavorava, la GAMMA5, che si occupava di traffico d’armi. Probabilmente vi domanderete perché una divisione tanto importante avesse preso di mira un personaggio così da poco. La risposta è semplice: perché aveva molto da guadagnare e niente da perdere. E possedeva un dono raro, oggigiorno: l’invisibilità. Una persona come lui avrebbe potuto facilmente aver accesso alle più delicate aree di un settore operativo, semplicemente sembrando un guardiano o uno spazzino: come copertura, sembrava perfetta. Ecco perché, una domenica, fu convocato al centro dirigenziale della compagnia, proprio quando stava per farsi una tazza di tè. Potete facilmente immaginare che era un single. Le donne non lo gradivano molto, e comunque lui era troppo concentrato sulle sue insignificanti occupazioni per andar loro dietro. All’età di quarant’anni, il suo piacere più grande era passare una giornata intera in poltrona, guardando film. Lo chiamarono nel momento in cui la teiera stava fischiando. Imprecò silenziosamente e andò a rispondere.
“Signor Goldman?” la voce chiese.
“Sì, sono io. Chi parla?”
“La sua compagnia, la DEF Inc. Il signor Brown la vuole vedere subito. Ce la fa a venire entro un’ora?”
“Non c’è problema. Ma posso chiederle per quale ragione?”
“Temo di non poterla informare, al momento. Posso solo dirle che è a proposito di qualcosa di estremamente importante.” E riattaccò. Goldman si versò la tazza di tè, deciso almeno a bersela. “E io che credevo che i manager fossero quelli che lavoravano meno…” ragionava intanto, mentre – già che c’era – mangiava voracemente una brioche, inzuppandola nel tè. Com’era naturale, non aveva obiettato circa il fatto di essere chiamato a lavorare di domenica, come se fosse un fatto assolutamente normale. Ma quello faceva parte del suo carattere. Ciò che lo stupiva, più che altro, era perché il Direttore Generale avesse insistito per vedere proprio lui. Gli attraversò la mente il pensiero che potesse aver commesso qualche grave ammanco, ma era praticamente certo che non potesse essere così. Era anche troppo preciso.

Stava guidando per le strade di San Francisco, diretto al centro operativo della compagnia. Il sole risplendeva, e la temperatura era davvero piacevole. Un tempo perfetto per una nuotata nell’oceano, pensò, mentre augurava mentalmente una diarrea al suo capo. Gli ci volle una mezz’ora per arrivare. Lasciò la macchina nel parcheggio e prese l’ascensore per salire. Quando le porte scorrevoli si aprirono sul trentacinquesimo piano, entrò in un corridoio che, in un giorno lavorativo, sarebbe stato pieno di gente indaffarata, ma adesso era assolutamente vuoto. Dalla sua estremità più lontana, però, poteva sentir parlare una voce felpata. La stanza a cui si stava avvicinando era quella del Direttore Generale: Thomas Brown, un uomo che in cinque anni era stato capace di guadagnare tanto denaro da non sapere come spenderlo. I suoi piedi provarono a rispettare il più possibile la superficie spugnosa del corridoio. Poi udì la voce suadente del signor Brown che lo chiamava: “Buongiorno, Goldman. Prego, entri.” Era semplicemente eccezionale. Poteva farti sentire perfettamente a tuo agio… ancora di più, farti pensare che fosse un perdente, e quello era il momento in cui ti metteva con le spalle al muro.
“Sono terribilmente dispiaciuto di averla dovuta disturbare di domenica…” Brown iniziò.
Goldman non rispose. Sapeva che il suo capo non si stava scusando, ma stava solo mettendo alla prova la sua flemma.
“Abbiamo qualcosa d’interessante da proporle,” quindi continuò. Già due eufemismi: quel noi sottinteso e l’uso del verbo proporre. Un uomo come Brown non “proponeva”, ma ordinava, e lo faceva sempre da solo. Se non riuscivi ad afferrare questo, potevi anche dimetterti all’istante, tanto in ogni caso non saresti durato più di una settimana. Goldman era il migliore a capire il carattere del suo capo, e Brown lo sapeva. John poteva leggerglielo negli occhi. Sebbene contasse poco nella compagnia, il Direttore Generale era orgoglioso di lui. E il suo era quel tipo di orgoglio che profuma di denaro, e che non ha nulla a che fare con la lealtà. John rimase zitto, e Brown continuò a parlare:
“Vogliamo che consegni un set di armi ad uno dei nostri clienti nella zona portuale. Diciamo… stanotte alle dieci?”
Il punto interrogativo non voleva dire che si trattasse di una domanda. Era già stato tutto deciso, incluso il fatto che sarebbe stato licenziato, se avesse rifiutato. Ma non poté fare a meno di chiedere qualche delucidazione: “Armi, signor Brown? Credevo vi occupaste di computer.”
“Ciò che appare non corrisponde sempre a quello che sta sotto la superficie,” il capo rispose. La massima implicava che adesso John non avrebbe dovuto divulgare l’informazione, se teneva alla propria tranquillità. È buffo quante cose si possano dire con una semplice frase. E il loro numero tende a crescere esponenzialmente quando sei in una posizione di comando.
“Che devo fare, esattamente?” Goldman domandò.
“Vada al molo 13 e aspetti lì finché non vede una barca che attracca. A quel punto, faccia finta di allacciarsi una scarpa. Sarà il segnale che è la persona giusta.”
“E poi?”
“Poi dovrà solo seguire il capitano. Lo riconoscerà, perché porta sempre un cappellino giallo.”
“Avrò già le armi con me?”
“Certo, ma questa è un’altra questione. Gliele darò io personalmente.”
Goldman considerò il problema. Era molto strano che il signor Brown corresse il rischio di sporcarsi le mani in questo modo. L’affare doveva essere della massima serietà, se non voleva che nessun altro, a parte Goldman e il fantomatico capitano, fossero messi a parte della situazione. Armi, aveva detto. Ma che sorta di armi?
“Avrà una valigetta con sé, al momento dell’incontro. La darà al capitano non appena arriverete ad un hangar.”
“Un hangar?”
“Sì, un posto sicuro che lui conosce, dove nessun occhio indiscreto spierà i vostri movimenti.”
Ci fu una pausa tra loro. Goldman si sentì imbarazzato. Quindi il capo disse: “Adesso le dispiace venire con me, cortesemente?”
“Certo,” John abbozzò come risposta, essendo assolutamente impreparato ad un simile invito. Si alzò dalla sedia dove si era accomodato, mentre Brown si era già diretto verso la porta. Camminarono lungo tutto il corridoio e raggiunsero l’ascensore. Goldman non sapeva che dire, così preferì restare in silenzio. L’ascensore arrivò, e loro entrarono. John vide il capo premere il bottone del sottosuolo.
“Che tipo di arm…” sentì poi la propria voce domandare. Era imprudente, lo sapeva, ma aveva già iniziato a parlare, quando se ne rese conto. Comunque, Brown lo interruppe subito con un gesto. “Vogliamo parlarne fra poco?” propose, con un’espressione che non lasciava adito a repliche.
Non scambiarono più parole per il resto della discesa. Goldman guardò distrattamente il Direttore Generale. Si chiese che cosa potesse passargli per la testa. “Sembrano tutti così rilassati,” ragionava dentro di sé, “nonostante debbano sostenere tanta pressione. Qual è il loro segreto?” Lo pensò senza alcuna invidia. Onestamente, non desiderava essere un manager. Credeva ci fosse qualcosa di sbagliato, in quel ruolo. Se avesse dovuto dire che cosa, in particolare, non lo avrebbe saputo, ma era un suo fermo convincimento. Forse era basato su un’opinione superficiale, ma qualche volta le impressioni superficiali sono le più esatte. L’ascensore rallentò. Sul display apparve il simbolo del sottosuolo. Le porte scorrevoli si aprirono, e i due uomini entrarono in un altro corridoio, stavolta meno elegante, ma comunque lungo. Mentre lo stavano percorrendo, John poté udire distintamente il suono picchiettante delle suole delle loro scarpe contro il pavimento. Sebbene fossero solo loro, sembravano molti di più. Infatti, Goldman si girò per controllare se qualcuno li stesse seguendo, ma Brown notò il suo riflesso e gli disse: “Non si preoccupi. Non c’è nessun altro nell’intero edificio, a parte noi.” John non replicò: non ce n’era bisogno. Nel frattempo, erano giunti alla fine del corridoio. Ciò che Goldman vide davanti a sé era un sotterraneo ampio e vuoto. In effetti, c’era una sola auto lussuosa, parcheggiata: senza dubbio era quella di Brown. Goldman non aveva mai messo la sua in un posto del genere: a dir la verità, non sapeva neanche che esistesse. Brown procedette verso il centro dell’area, e John lo seguì. Il capo si fermò proprio sotto un vetro trasparente, attraverso il quale si poteva vedere l’interno del grattacielo. Brown gli disse di restare dov’era. Quindi il Direttore Generale andò alla sua macchina, aprì il bagagliaio e ne estrasse una valigetta. Poi ritorno dal suo impiegato.
“Ora, Goldman,” disse, “questo è il suo compito. Deve portare questa valigetta al molo che le ho detto. Ricordi di essere lì alle dieci. È tutto chiaro?”
“Perfettamente,” John rispose. Stava cominciando a sentire il peso della responsabilità che aveva accettata.
“E un’altra cosa,” il capo soggiunse. “Non apra mai, dico mai, questa valigetta. Questo è fondamentale. La persona a cui la consegnerà lo capirebbe, se lo facesse. E non è il tipo con cui uno possa correre certi rischi.”
A questo punto, John pensò che almeno avrebbe potuto arrischiarsi a dire: “Ma ha promesso che avremmo parlato del contenuto della valigetta.”
Brown sorrise enigmaticamente e rispose: “Non lo abbiamo appena fatto, Goldman?” Poi cambiò espressione all’improvviso. “Adesso io tornerò a quell’ascensore, e lei non mi seguirà. Aspetti qui finché non vedrà aprirsi il bandone sul muro lì davanti.” Non aggiunse altro e si girò.
“Signor Brown?” John lo fermò.
“Sì?” il capo replicò. Sembrava offeso dall’interruzione del subordinato.
“Che ci guadagnerò, io, da tutta questa storia?”
Brown aspettò un secondo, prima di rispondere. “Più di quanto non creda.” E poi se ne andò davvero.
Goldman attese fino a che il rumore attutito dei passi di Brown non fu che un sussurro che si spegneva nella distanza. Subito dopo, udì un click, quindi cominciò un ronzio sordo, e vide la luce del sole penetrare attraverso un pannello che si apriva lentamente.

L’ora di cena arrivò in fretta. Aveva un paio di cose da sistemare nel suo appartamento, così provò a non pensare a quella preziosa valigetta. Non aspettava visite, ma in ogni caso fu una buona idea non lasciarla in salotto. Si chiedeva che cosa potesse contenere. Nonostante le parole enigmatiche del signor Brown, non gli veniva nessuna idea plausibile. Non poteva essere piena di fucili, date le misure ridotte. A meno che non fossero scomposti in più parti. O forse si trattava di un piccolo ma sofisticato revolver. O magari il suo capo non gli aveva detto la verità: poteva essere un affare di droga o qualcos’altro di illegale. Sarebbe senz’altro impazzito, se quella storia non fosse finita presto. Lo tormentava la tentazione di aprire la valigetta, specialmente perché non aveva un lucchetto. Tuttavia, l’avvertimento di Brown era stato inequivocabile. Perciò, cercò di tenere a bada i suoi istinti e si mise a passare l’aspirapolvere per il salotto. Alla fine, decise di riposarsi una mezz’oretta e di farsi una doccia, e poi mise una pizza surgelata nel forno. Quando fu pronta, la mangiò con appetito.

Alle nove e venti uscì di casa. Aveva la valigetta con sé. Era sollevato all’idea che nessuno gli avesse telefonato. Nel suo stato di tensione, non avrebbe sopportato una chiamata muta o qualche altro tipo di minaccia. Aprì la portiera dell’auto e mise la valigetta sul sedile anteriore del passeggero. Poi accese il motore e partì. Le strade erano insolitamente vuote. Forse la gente si era divertita tutta di sabato, e ora voleva solo andare a dormire, in vista del ritorno al lavoro dell’indomani. John si chiese quale sarebbe stata la sua remunerazione, ma, essendo una persona pratica, smise subito di fantasticare. Il suo unico dovere, adesso, era di consegnare la valigetta. Attraversò il lungomare, passando oltre la zona turistica, e infine entrò nell’area industriale. Il panorama cambiava radicalmente, là, con gru e hangar dappertutto. Delle potenti luci artificiali illuminavano la zona. Ebbe l’impressione che poche persone stessero camminando nei dintorni. Non sarebbe stato facilissimo trovare il molo 13. Comunque, erano ancora le 9,45, dunque aveva una quantità ragionevole di tempo per cercare. Mentre avanzava lungo la strada principale, si accorse che ogni cinquanta metri c’era un cartello, che indicava il numero del molo più vicino. Non aveva chiesto al signor Brown se dovesse portare con sé una pistola. Ne aveva una a casa, ma, siccome non aveva ricevuto istruzioni precise, aveva preferito non prenderla. Dopo tutto, se era una questione così segreta, non c’era motivo di far tanto chiasso. Circa tre minuti dopo, trovò il molo 13. Svoltò a sinistra, in modo da entrare in una traversa molto corta, oltre la quale non poteva proseguire in nessun modo, perché c’era il mare. Erano le 9,55. Si guardò intorno per vedere se qualcuno stesse venendo, ma non vide nessuno. “Meglio così,” pensò. Poi gli venne voglia di accendersi una sigaretta, ma considerò che poteva essere pericoloso. La luce che avrebbe prodotto poteva essere interpretata come un avvertimento. Si sarebbe dovuto controllare, finché la barca non fosse arrivata.
L’attesa, in ogni caso, non durò molto. Un altro paio di minuti, e vide una luce che si avvicinava sull’acqua. Doveva provenire dalla barca. Quando fu più vicina, notò che l’imbarcazione era molto vecchia. Una copertura perfetta per attività di contrabbando, dato che nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo. Credette di scorgere l’ombra di un uomo, a bordo, così ricordò la raccomandazione di Brown, e si chinò per allacciarsi una scarpa. Una cima venne gettata sulla piattaforma. John capì che doveva afferrarla e legarla al gancio lì vicino. Poi l’uomo scese dalla barca. Portava un cappellino giallo, come previsto, e lo guardava con l’intensa espressione dei lupi di mare. Però sembrava triste. Goldman non riuscì a definirne l’età. Comunque non c’era tempo per conversare. L’uomo disse soltanto: “Sono il capitano Snipes. Mi dica il suo nome.”
“Goldman,” John rispose brevemente. Quindi il tizio cominciò a camminare, e lui gli andò dietro senza protestare. Ripercorsero la corta strada da cui John era venuto, e poi fecero nuovamente ingresso in quella principale. Intanto, Goldman si domandava perché il capitano gli avesse rivelato il suo nome, se la missione era così delicata. A meno che Snipes non fosse un cognome falso; ma in questo caso, perché usarlo? Il capitano attraversò la strada. Raggiunse il marciapiede opposto e quindi si diresse verso un hangar in rovina. La sua porta era arrugginita, e lui tolse il lucchetto. Poi fece cenno a Goldman di aspettare, ed entrò. Attraverso l’apertura, John vide una luce al neon che si accendeva. Infine, la testa di Snipes fece capolino per chiamarlo, perciò entrò anche lui.
L’ambiente era l’immagine stessa del degrado. C’erano vecchie ancore, corde, attrezzi di vari tipi sparpagliati dappertutto, anche se John non riusciva a veder bene, poiché la luce era debole e il tempo disponibile poco. Guardò Snipes, stendendo verso di lui il braccio con la valigetta. Il capitano gli rispose annuendo. Ricevette il delicato oggetto e lo mise su un tavolo lì vicino. A questo punto, Goldman pensò che il suo compito fosse finito. Stava per girarsi e andar via, quando sentì Snipes che gli diceva: “Aspetti.” Rimase sorpreso quando lo vide passargli un mucchietto di documenti. Diede loro una scorsa veloce. C’era un assegno da trecentomila dollari, insieme ad un passaporto canadese con la sua fotografia incollata sopra e un nome diverso stampato. Sotto, trovò anche un biglietto aereo per Vancouver e un fogliolino con un indirizzo: accanto ad esso poté leggere la scritta LA SUA NUOVA CASA. Era indubbiamente la grafia del signor Brown. John alzò gli occhi, pieni di stupore. L’espressione del capitano parlava da sola, ma comunque l’uomo disse: “Se ne vada e basta.” Goldman ubbidì. Mentre stava uscendo, gli parve di sentire la voce del marinaio che diceva: “Grazie,” ma gli sembrò troppo strano per prestarvi attenzione. Con la testa che vagava nei cieli del dubbio e dell’entusiasmo, ritornò alla macchina e partì. “Perché tutto questo, perché?” si domandava. Raggiunse la strada principale, e gettò un’occhiata all’hangar dove Snipes ancora si trovava: la luce al neon, infatti, era sempre accesa. Girò a destra e procedette fino alla fine del rettilineo. Poi sentì un gran botto, dietro le sue spalle.

Il giorno dopo, mentre sedeva nella sala d’aspetto dell’aeroporto di San Francisco, John Goldman sentì dal notiziario radio che Richard Snipes, un anziano e gravemente malato ex-capitano della Marina americana, era morto in un’esplosione apparentemente accidentale. Il fatto era successo in un hangar presso il molo 13 del porto industriale della città. Il funerale si sarebbe svolto l’indomani. Tra le figure pubbliche che avevano espresso le proprie condoglianze alla famiglia del defunto, c’era anche un famoso imprenditore, il signor Thomas Brown, un caro amico della vittima.
John allora comprese tutto, e tremò. Attraverso lui, Brown aveva aiutato il capitano Snipes a morire.

(Immagine: Eberhard Havekost – Totale Idylle, 1996)

One Response to La missione

  1. Chapucer il 21 gennaio 2008 alle 08:50

    hey…
    metti giù quella pistola!
    Ok?



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