I cattivi maestri: Toni Negri per Luciano Ferrari Bravo

23 gennaio 2008
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Apologia del cattivo maestro
di
Toni Negri

1. Chi è un cattivo maestro? Riusciremo mai a dare una definizione, meglio, a risolvere il conflitto che costituisce il concetto stesso di «cattivo» «maestro»? Mi pongo questi problemi dal punto di vista della filosofia, che non è quello del diritto. Il conflitto tra la facoltà filosofica e quella giuridica può essere infatti estremo. Lo chiarisce bene Friedrich Nietzsche (Frammenti 1886-1887, in Colli-Montinari, Genealogia della morale, ed. it., p. 202):

«La questione se l’umanità abbia una tendenza al bene è preparata dalla questione se esiste un avvenimento che non si possa spiegare in nessun altro modo che con quella disposizione morale. Tale è la Rivoluzione».

Kant: «Un simile fenomeno della storia umana non si dimentica più, perché ha rivelato l’esistenza nella natura umana di una disposizione e di una facoltà verso il bene, quale nessun politico aveva finora escogitato in base al corso delle cose» (Conflitto della facoltà filosofica con quella giuridica, Sez. II, parr. 5/7)».

L’esempio è chiaro: il filosofo è per la rivoluzione, il giurista lo condanna, il filosofo ritrova il bene nella storia, il giurista definisce cattivo il filosofo.

Se è così, dal punto di vista del diritto, ovvero dell’ordine, il cattivo maestro è quello che deve essere escluso, sanzionato, bandito. Qui di seguito parleremo di quattro filosofi esclusi e banditi: Socrate dalla vita (più tardi fu massacrato dal platonismo), Machiavelli dalla patria (poi fu stravolto dal machiavellismo), Spinoza dalla chiesa (benedictus divenne maledictus), Nietzsche dalla ragione (e la sorella poi lo ascrisse al nazismo). Certo ci sarebbero tanti altri cattivi maestri di cui parlare, ma noi parleremo di questi, la cui condanna durò a lungo, soprattutto perché l’esclusione che subirono, dalla vita, dalla patria, dalla chiesa, dalla ragione, fu poi santificata nella storia della filosofia. La storia della filosofia è infatti una facoltà giuridica, ovvero di polizia, che serve a mettere ordine nel pensiero. Deleuze dichiara (da qualche parte) la sua speranza di aver appartenuto all’ultima generazione corrotta dalla storia della filosofia.

John Dewey parla della storia della filosofia come di un colossale sistema di ruminazione che neutralizza il pensiero… E tuttavia i cattivi maestri risorgono, risorgono sempre, la verità e il loro stile di vita si impongono. Ma in qualche modo il cattivo maestro resta segnato, in modo solforoso… Ecco l’idea di un filosofo «intelligente e irresponsabile», così come l’artista è «genio e sregolatezza». Il cattivo maestro ti affascina e ti fa paura.

2. Può darsi una definizione buona del cattivo maestro? Un discorso in positivo che ne mostri la capacità di definire con verità e onestà il mondo che lo circonda? Si potrebbe certamente dal punto di vita politico: tutti i cattivi maestri si sono battuti per la libertà. Oppure si potrebbe dare loro una definizione positiva dal punto di vista storico: i cattivi maestri hanno anticipato nuove idee, un nuovo mondo. Essi costruiscono sempre un evento.

Anche dal punto di vista estetico, proprio in questa costituzione dell’evento, il cattivo maestro trova il momento della verità. Essi si sono bruciati le mani con la fiamma che avevano acceso… Giordano Bruno, oppure Edith Stein, oppure Walter Benjamin si trovano in questa categoria: orrida quanto lo è l’immagine del rogo. In effetti non vale la pena di continuare a chiedersi se c’è idea positiva del cattivo maestro perché non c’è un’idea di cattivo maestro. Il cattivo maestro è determinato dalla reazione che un filosofo ha davanti al mondo nel quale vive, dall’intensità della sua volontà critica, dall’indignazione e dall’intenzione di trasformare il reale. Il cattivo maestro è determinato dalla malvagità del mondo. È mosso a filosofare dall’indignazione. Spinoza definisce così l’indignazione: «l’odio verso colui che ha fatto male a un altro». L’indignazione dunque è una passione negativa innervata dall’amore. Ma se il cattivo maestro è colui che deve essere escluso perché si indigna, se è colui che insorge davanti all’evento malvagio, chi è il buon maestro?

Diversamente da quanto avviene per il cattivo, esiste una grande tradizione che definisce unanime e soddisfatta il buon maestro. È la tradizione aristotelico-platonica. Se il cattivo maestro si muove sulla base dell’indignazione, il buon maestro si costruisce sulla base dell’ammirazione. Platonicamente egli ammira il principio, l’archè… Ma che cos’è l’archè? È insieme il principio e il comando, la genesi e l’ordine, essi sono unificati nel concetto e nel reale. È chiaro dunque chi è il buon maestro: colui che trae dalla trascendenza del principio la finalità del comando, colui che descrive il mondo come fatto e predisposto per chi comanda e per chi obbedisce, per chi ammira e non si indigna.

3. Da questo punto di vista potete stare sicuri che i cattivi non sono buoni. Ogni cattivo maestro è arrabbiato con qualcuno. Se la prende con qualcuno o con qualcosa. Il cattivo maestro irrompe in un rapporto di forza che si voleva predeterminato, rompe l’ordine egemonico e dunque corrompe l’essere. Socrate si indigna contro coloro che odiano la ragione e l’uomo, i misologi e i misantropi.. Nella parte centrale del Fedone è il demone della verità che irrompe. Questo demone è un evento, ovvero la verità che si fa singolarità. Socrate è davvero un corruttore, perché quando il demone irrompe, la verità rompe l’attesa della morte sulle trame della quale si costruisce il racconto del Fedone: Socrate costruisce l’immortalità sulla dimostrazione dell’universalità del concetto.

«Ebbene, o Fedone, egli disse, non sarebbe dunque una condizione lamentevole questa, di uno che, pur essendoci qualche ragionamento vero e saldo e di cui sia pur possibile capire che è vero e saldo; per il fatto che poi egli venga a trovarsi dinnanzi a ragionamenti i quali, benché siano sempre gli stessi, cioè veri o falsi, ora gli appariscono veri ora no, non già incolpasse sé medesimo e la sua particolare imperizia, ma, per il piacere di liberarsi dal tormento di simile alternativa, finisse col respingere da sé quella ch’è unicamente sua colpa e la gittasse addosso ai ragionamenti stessi, e così oramai seguitasse tutto il resto di sua vita, odiando e maledicendo ogni ragionamento, e si privasse della conoscenza e della verità di ciò che realmente esiste?»

Machiavelli è indignato contro gli utopisti e contro i tiranni. Anch’egli risponde alla voce di un demone, del demone repubblicano e democratico. Mentre scrive i Discorsi sulle Deche di Tito Livio, commentando le regole del comando sovrano, raccontando l’autonomia del politico, egli avverte come dietro la sovranità ed il politico si annidi l’odio della moltitudine: ecco dunque, allora, la scoperta del soggetto politico, dell’evento demoniaco. Sono i Ciompi, il proletariato fiorentino, che insegnano come il potere si fa, senza ordine, contro l’ordine, inseguendo la volontà e la gioia dei singoli. Questa è la Repubblica.
Spinoza è indignato contro i teologi e la superstizione religiosa. I teologi danno del Dio che vive in noi un’immagine superstiziosa: le Chiese sono un asylum ignorantiae. «Resta, infine, da indicare quanto la conoscenza di questa dottrina giovi alla pratica della vita… In quanto insegna che noi agiamo per il solo potere di Dio, e che siamo partecipi della natura divina, e tanto più quanto più perfette sono le azioni che noi compiamo, e quanto più comprendiamo Dio. Questa dottrina, dunque, oltre a rendere l’animo del tutto tranquillo, ha anche il merito di insegnarci in che cosa consiste la nostra somma felicità o beatitudine, e cioè nella sola conoscenza di Dio, dalla quale siamo indotti a fare soltanto quelle cose che l’amore e la pietà suggeriscono. Donde intendiamo chiaramente quanto siano lontani dalla vera valutazione della virtù coloro i quali, in cambio della virtù e delle buone azioni, come se si trattasse di una somma schiavitù, si aspettano di essere ricompensati da Dio con sommi premi, quasi che la stessa virtù e il servire Dio non fossero la stessa felicità e la somma libertà».

Quanto a Nietzsche, egli è indignato contro la stanchezza dello spirito, contro la rassegnazione e il risentimento, contro l’istinto d’armento, contro il populismo, la plebe, la massa. Ed egli cerca la rivolta degli schiavi contro la morale della rassegnazione. L’aristocratico pathos della distanza del saggio dagli ignoranti diviene coscienza dell’insopportabile e quindi motore di rivolta. «È dunque passato tutto ciò? Quel contrasto di ideali, grandissimo per tutti, sarebbe così messo ad acta per sempre? Oppure soltanto aggiornato a un’epoca lontana?… Potrà mai darsi che in qualche tempo avvenire torni a divampare l’antico incendio ancor più terribile, dopo una assai più lunga preparazione? E più ancora: non sarebbe proprio questo da desiderare con tutte le forze? e anche da volere? anche da promuovere?… Chi a questo punto comincia, al pari dei miei lettori, a meditare, ad approfondire i suoi pensieri, difficilmente potrà venirne presto a capo – una ragione sufficiente, per me, per venire a capo lo stesso, essendo divenuto da un pezzo abbastanza chiaro quel che io voglio, quel che io voglio precisamente con quella pericolosa parola d’ordine che è espressamente scritta nel mio ultimo libro: “Al di là del bene e male”… Se non altro questo non significa: “Al di là di buono e cattivo”…»

4. Nella storia del pensiero, il cattivo maestro genera discepoli, ma li genera ambiguamente. Proprio perché egli è un evento di libertà, il cattivo maestro non disciplina la generazione: egli avrà discepoli fedeli e infedeli, l’ambiguità e l’alternativa vivranno nella sua discendenza. Questo vale per Socrate. Egli ha discepoli materialisti come Senofonte e i megarici, ma d’altra parte i filosofi platonici e accademici ne rivendicano un’eredità trascendentale. È su questa ambiguità che Socrate permane il punto di riferimento originario della filosofia morale. Machiavelli ha come allievi i rivoluzionari rinascimentali e quelli protestanti che portano l’idea di repubblica attraverso l’Europa e al di là dell’Atlantico. Ma a questa epopea corrispondono gli altri, allievi e falsificatori di Machiavelli, i teorici della ragion di Stato, gli uomini e i preti del Concilio tridentino, i maestri dell’ipocrisia e dell’inquisizione. A Spinoza fu concesso un destino più alto, l’ambiguità si svolse nella teoria, nel contrasto tra l’illuminismo materialista di Diderot e l’idealismo degli Schelling e degli Hegel. Il pensiero rivoluzionario dei Lumi e l’astuta vicenda del Geist vissero a lato l’una dell’altra, la prima come Abele e la seconda Caino. Quanto a Nietzsche, da lui derivò tutta la post-modernità, e il suo pensiero fu piegato dai nazisti e dai detrattori del genere umano a loro filosofia: ci volle un secolo perché la post-modernità forte della «morte dell’uomo» fosse recuperata e sviluppata interamente. Perché questo avviene? Perché, come si è detto, il cattivo maestro non dà certezza dogmatica. Egli è un vero partigiano che sa dove porsi nella lotta pratica, nella storia, laddove dunque gli uomini sono costretti alla scelta.

L’ambiguità o i paradossi non possono essere sciolti se non da un punto di vista pratico. Non c’è una doppia verità come teorizzano da sempre i filosofi platonici e i politici disincantati e inquisitori: c’è sempre una soluzione pratica dei problemi reali. Solo nella pratica il concetto di cattivo maestro si scoglie, meglio autodissolve la propria ambiguità e il suo generare diviene reale. Dobbiamo fare nostro il dispositivo del cattivo maestro: che fosse cattivo ce l’hanno detto, ma che sia un maestro possiamo scoprirlo soltanto noi, praticamente, immergendoci nell’evento del suo apparire. Costruire un cattivo maestro è un corpo a corpo che dobbiamo imporci. Il cattivo maestro in un corpo nuovo, è un nuovo paradigma, è una trasvalutazione di valori.

Così Nietzsche: «Ci avviciniamo alla conclusione. I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni; e per quanto possa essere certo che da un pezzo il secondo valore è prevalso sul primo, ancor oggi non mancano luoghi in cui si continua con esito incerto a combattere questa battaglia. Si potrebbe persino dire che nel frattempo essa si è portata sempre più in alto e che appunto è divenuta sempre più profonda, sempre più spirituale: sicché oggi non esiste forse alcun segno più determinante della “natura superiore”, della natura più spirituale, che essere scissi nel senso che si è detto ed essere ancora realmente un campo di battaglia per quelle antitesi».

5. Di quale cattivo maestro abbiamo bisogno oggi? Probabilmente di molti. Che si sia entrati in un mondo nuovo, infatti, nessuno dubita più. Non ci basteranno dunque tutti i cattivi maestri insieme ad orientarci, socratici, machiavellici, spinozisti, nietzscheani… No, non basta. Questa volta i cattivi maestri devono diventare moltitudine. Nessuno ha mai provato a confrontarsi con una moltitudine di uomini liberi, ed eguali, capaci di amore e forti! Noi dobbiamo provarci. Questa moltitudine di cattivi maestri è la carne del mondo che viene, è l’accesso a un età di mostri. L’indignazione, ovvero, come si disse di Socrate, la corruzione dei giovani, sono il nostro ideale morale.

6. Luciano Ferrari Bravo ha vissuto interamente quel mutamento di paradigma che caratterizza la storia presente e che ci ha introdotto dal moderno al post-moderno. È stato un cattivo maestro perché ha inventato, con estrema dolcezza, un nuovo modo di stare al mondo

Nota
Il testo di Toni Negri è tratto da:
Luciano Ferrari Bravo. Ritratto di un cattivo Maestro
Con alcuni cenni sulla sua epoca
per la Manifesto Libri
2003 pp.152 16,00 €

Questo libro non è solo l’omaggio di un compagno a un fratello di studio e di lotta. Esso vuol dar conto del lavoro teorico di Ferrari Bravo, mostrando quanto grande sia stata la sua importanza nell’elaborazione di un sapere critico e rivoluzionario. La sua ricerca si svolge fra Padova e Venezia, fra gli anni Sessanta e i Novanta, a stretto contatto con le lotte sociali e operaie e con i principali eventi del secondo Novecento. Il testo ripercorre i vari passaggi dell’opera di Ferrari Bravo: dalle prime elaborazioni del paradigma operaista all’esame della storia del movimento operaio italiano e della questione meridionale; dallo studio della teoria dell’imperialismo alle più recenti analisi della globalizzazione capitalistica e dei movimenti che la sfidano sul suo terreno. Ma rievoca anche la persecuzione subita da Ferrari Bravo (più di sei anni di carcere preventivo, per essere poi dichiarato innocente) con il processo del “7 aprile”.

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61 Responses to I cattivi maestri: Toni Negri per Luciano Ferrari Bravo

  1. valter binaghi il 23 gennaio 2008 alle 02:40

    Detestabile questo signore, e la sua apologia del negativo parodisticamente reiterato sul proscenio della storia, come un tic nervoso, o una paresi nell’anziano. Bisogna avere totalmente frainteso il socratismo (riducendolo alla confutazione e rimuovendo la maieutica) e soprattutto ridurre l’intera storia del pensiero alla propria miserevole parabola generazionale, per avanzare di tali tronfie pretese. E’ evidente infatti che dietro l’apologia di un altro si cela la sua: quella di Toni Negri, il cattivo maestro per eccellenza, il filosofo del passamontagna.

  2. Pensieri Oziosi il 23 gennaio 2008 alle 08:21

    Cattivo maestro è il maestro che abolisce il dubbio, lo spirito critico verso ciò che insegna.

  3. Holits il 23 gennaio 2008 alle 10:08

    “a stretto contatto con le lotte sociali e operaie..” come no, ammiratelo nell’atto di elaborare la rivoluzione mentre fa il cambiostampi.

  4. Gunale il 23 gennaio 2008 alle 10:59

    Tanto livore verso chi scrive di un proprio compagno mi sembra, in questo caso, sprecato. Le pagine più significative – quelle che hanno lasciato segni più apprezzabili, altri le ha scritte: e con risultati diversi
    (più di sei anni di carcere preventivo, per essere poi dichiarato innocente).

  5. antuàn il 23 gennaio 2008 alle 11:25

    …e Toni Negri, ahinoi, di cattivi maestri ne se qualcosa.
    a.

  6. antuàn il 23 gennaio 2008 alle 11:26

    …e Toni Negri, ahinoi, di cattivi maestri ne sa qualcosa.
    a.

  7. The O.C. il 23 gennaio 2008 alle 11:38

    (più di sei anni di carcere preventivo, per essere poi dichiarato innocente). Free Sandra Lonardo.
    http://www.youtube.com/watch?v=Z0_kjAaajcw

  8. Gunale il 23 gennaio 2008 alle 14:55

    Dove è detenuta preventivamente Sandra Lonardo?

  9. The O.C. il 23 gennaio 2008 alle 15:32
  10. g.allegro il 23 gennaio 2008 alle 16:06

    stupisce soprattutto l’assoluta sfrontatezza intellettuale ed etica del sig. Negri, che persegue la strategia di autodefinirsi “filosofo” (appoggiato da certi intellettuali di sinistra di dubbio gusto) con l’obiettivo di rimuovere alla radice la propria macchia indelebile. ovviamente nessuno si sognerebbe d’impedire al sig. Negri di scrivere e sostenere qualunque idea a suo piacimento: solo, un certo qual stile suggerirebbe un rispettoso silenzio. anche per evitare una surreale autoparodia quale è questo articolo.
    e scusate lo sfogo

  11. effeffe il 23 gennaio 2008 alle 16:36

    “Luciano Ferrari Bravo ha vissuto interamente quel mutamento di paradigma che caratterizza la storia presente e che ci ha introdotto dal moderno al post-moderno. È stato un cattivo maestro perché ha inventato, con estrema dolcezza, un nuovo modo di stare al mondo”

    Do you remember Luciano Ferrari Bravo?
    Non lo ricordate? Non sapete chi sia? Che cosa abbia scritto? Non è mai troppo tardi per scoprire, ri-scoprire “cattivi maestri” del genere.
    effeffe

  12. luminamenti il 23 gennaio 2008 alle 18:17

    Ho sempre apprezzato l’intelligenza, la preparazione culturale del professore Toni Negri. Uno delle menti più preparate che l’Italia abbia mai avuto. In Italia ci sono (e ci sono state) personalità con cui è possibile fare conversazioni trascendendo quelle che sono le categorie comuni del discorso che spesso sono troppo limitate e soffocanti.

  13. valter binaghi il 23 gennaio 2008 alle 19:02

    Corruptio optimi pessima

  14. marco mantello il 23 gennaio 2008 alle 19:19

    Perché non aboliamo la categoria del ‘maestro’?
    Perché ho l’impressione che il primo passo di Nietsch su ‘rvivoluzione’ e ‘tendenza al bene’, così come interpretato da Toni Negri (‘morale’ intesa come sinonimo di ‘bene’ o di ‘giusto’, poi’ non è mica tanto chiaro….), somigli a una predica di Ratzinger su ‘reazione e tendenza a dio’? Morire per delle idee, ma di morte lenta, col beneficio del dubbio: io la vedo così, questo non è affatto incompatibile con le ‘rivoluzioni’ (anche quelle ‘non di massa’, quelle di chi entra ‘calndestinamente’ in un cpt e ne racconta l’essenza, in tempi di leggi razziali imperanti, bisogna farsi sentire. Mi reputo una persona democratica, non amo la violenza, poi però, sotto sotto, mi domando se il conflitto politico, il conflitto delle idee, che è conflittto fra diverse percezioni di ciò che è ‘giusto’, sia sufficiente. In ogni caso è il problema del ‘potere’, che si ripropone, non quello della ‘morale universale’. Quella lasciamola ai preti, di qualsiasi colore essi siano.

  15. marco mantello il 23 gennaio 2008 alle 19:31

    Perché non aboliamo la categoria del ‘maestro’?
    Perché ho l’impressione che il primo passo di Nietsche su ‘rivoluzione’ e ‘tendenza al bene’, così come interpretato da Toni Negri (‘morale’ intesa come sinonimo di ‘bene’ o di ‘giusto’, poi, non è mica tanto chiaro….), somigli a una predica di Ratzinger su ‘reazione e tendenza a dio’? Morire per delle idee, ma di morte lenta, col beneficio del dubbio: io la vedo così, questo non è affatto incompatibile con le ‘rivoluzioni’ (anche quelle ‘non di massa’, quelle di chi entra ‘clandestinamente’ in un cpt e ne racconta l’essenza, in tempi di leggi razziali imperanti, bisogna farsi sentire. Mi reputo una persona democratica, non amo la violenza, poi però, sotto sotto, mi domando se il conflitto politico, il conflitto delle idee, che è conflitto fra diverse percezioni di ciò che è ‘giusto’, sia sufficiente. In ogni caso è il problema del ‘potere’ e delle sue forme di esercizio, che si ripropone, non quello della ‘morale universale’. Quella lasciamola ai preti, di qualsiasi colore essi siano.

  16. beccalossi il 23 gennaio 2008 alle 23:07

    mi pare che toni negri non abbia perso il vizio: santificare i suoi discepoli, fare dei suoi compagni degli eroi, per pubblicizzare sè stesso.
    vomitevole.

  17. tashtego il 23 gennaio 2008 alle 23:28

    Mi sorprende soprattutto la citazione iniziale da Nietzsche.
    «La questione se l’umanità abbia una tendenza al bene è preparata dalla questione se esiste un avvenimento che non si possa spiegare in nessun altro modo che con quella disposizione morale. Tale è la Rivoluzione».
    Non sono un filosofo né un appassionato di filosofia, ma sostenere che la rivoluzione ha origine da una disposizione morale per così dire, basica, dell’umanità, mi fa fare un salto sulla sedia.
    Sinceramente, ingenuamente, fino ad oggi credevo fosse altro.
    Credevo fosse il prendersi qualcosa che è ingiustamente negato ai molti dall’oppressione e dall’avidità dei pochi, credevo nascesse dalla reazione alla fame a allo sfruttamento da parte di affamati e oppressi, che non avesse niente a che fare con il “bene”, ma con la giustizia e giustizia può farsi anche nel commettere il male (uso termini convenzionali anche se non li condivido), perché ha a che fare con l’equità, con l’eguaglianza, eccetera.
    Ma non potrei sostenere dispute sull’argomento con nessuno.
    Per impreparazione e per disinteresse.
    D’accordo poi sull’osservazione che quella di Negri non è propriamente una trattazione disinteressata dell’argomento “cattivi maestri”.

  18. Gunale il 24 gennaio 2008 alle 00:07

    Condivido i dubbi di Effeffe. Più che critiche al testo, prevalgono le critiche all’autore. Dimenticando a chi, il testo, è dedicato.

  19. Colleoni il 24 gennaio 2008 alle 00:11

    Strano che Toni non metta in galleria Giovanni, il suo maestro indignato e giustiziato…

  20. valter binaghi il 24 gennaio 2008 alle 01:57

    Se voleva parlare di Ferrari Bravo parlava di Ferrari Bravo. Questa semplificazione della storia della filosofia serve a creare una categoria che è fatta apposta per lui, o per quello che lui crede di essere. Che la rivoluzione nasca dall’assoluto slancio etico verso il bene (e possa quindi trasformarsi in sacerdozio o mestiere) l’ha creduto forse solo Robespierre, l'”incorruttibile”. Un’altro ch’era meglio perderlo.

  21. francesco forlani il 24 gennaio 2008 alle 02:07

    caro valter volevo solo dirti che “live” mi sembri più umano. E’ come se le dita ti si trasformassero sulla tastiera cacciando artigli, “griffes” da intellettuale post-post moderno, di quelli insomma con le idee marcate (griffate)da monsieur certitude.
    abbi dubbi valter ma fà che non siano sospetti…
    tell me why…
    effeffe

  22. Alcor il 24 gennaio 2008 alle 09:37

    Il punto critico è sempre il passagio dalla teoria alla pratica.

  23. Alcor il 24 gennaio 2008 alle 09:38

    Il punto critico è sempre il passaggio dalla teoria alla pratica.

  24. The O.C. il 24 gennaio 2008 alle 10:04

    “Ho sempre apprezzato l’intelligenza, la preparazione culturale del professore Toni Negri. Uno delle menti più preparate che l’Italia abbia mai avuto. In Italia ci sono (e ci sono state) personalità con cui è possibile fare conversazioni trascendendo quelle che sono le categorie comuni del discorso che spesso sono troppo limitate e soffocanti”.

    Il punto critico è il passaggio dalla teoria alla minchioneide. Per fortuna che oggi le vittime dei meravigliosi anni Settanta parlano e si vedono in faccia, e non solo grazie alla ‘controinformazione’ tipica dei Giannulli.

    Per quanto concerne la pratica degli arresti domiciliari, dice l’ex procuratore capo di Milano Gerardo D’Ambrosio, oggi, sul Corriere: “Io non lo avrei firmato un provvedimento così grave per la moglie di Mastella… Da parte dei magistrati ci vuole più rispetto per le istituzioni”. Anche i manettari (ogni tanto) piangono, ma si sa, i Mastella non sono tra le menti più preparate che l’Italia abbia mai avuto. Non sono e basta.

  25. The O.C. il 24 gennaio 2008 alle 10:14

    I “prufissuri”. Pfui.

  26. valter binaghi il 24 gennaio 2008 alle 11:00

    Grazie della simpatia umana Effeffe, è reciproca.
    Io provo a essere compassionevole più che posso con gli uomini, e spietato con le idee. E’ una regola che mi sono imposto, quando mi sono accorto che gli uomini cambiano e riparano al mal fatto, mentre le idee (sbagliate) continuano a tiranneggiare nei secoli dal loro iperuranio, infrangibili.

  27. massey il 24 gennaio 2008 alle 12:50

    come per l’OT, io definirei un nuovo standard: l’OC ( off competence )

  28. luminamenti il 24 gennaio 2008 alle 14:01

    L’unico rivoluzione in cui credo, fino ad oggi, è quella che ho sempre pensato ma che ho trovato formulata come a me piace in Inchiesta su Gesù di Pesce: “Il suo insegnamento (di Gesù) centrale si riassume in due atteggiamenti: avere una totale fiducia in Dio e preoccuparsi dei bisogni delle persone, cominciando dai più deboli e più poveri. Avere totale fiducia in Dio significa non appoggiarsi alle proprie forze, al proprio lavoro per procurarsi di che vivere, ma confidare che sia lui a preoccuparsi di noi. Se sono certo che Dio provvederà al mio bene sempre e in ogni caso, riuscirò anche a preoccuparmi del bene degli altri, libero dall’assillo che il bene altrui possa crearmi danno. E’ un utopia che rende l’uomo libero dalla preoccupazione di sé stesso, lo fa capace di amare gli altri a cominiciare dai più poveri. E’ però un’utopia pratica, se posso dire così, capace, com’è stata, di incendiare il cuore dei singoli e delle masse. Da un lato è irrealizzabile, dall’altro trova sempre santi e leader religiosi che cercano di attuarla” (Mauro Pesce)

  29. The O.C. il 24 gennaio 2008 alle 14:08

    Te quiero Massy.

  30. tashtego il 24 gennaio 2008 alle 14:31

    “gli uomini cambiano e riparano al mal fatto”

    binaghi tu hai la mentalità del pentito.
    la visione del mondo da pentiti è deformata.
    tutto ciò che non si adegua ai nuovi canoni adottati post pentimento diventa perciò stesso parte del mondo precedente, dal quale il pentito vuole prendere le distanze, perché vorrebbe non esserci mai vissuto dentro.
    il secondo novecento italiano è una factory per la produzione di pentiti, di tutti i tipi.
    ma anche il fascismo fu oggetto di una storica rinnegazione (si dice così?) de massa.
    alcuni, come te, in assoluta buona fede, altri come molti che conosco, più che altro per convenienza.
    ma io rispetto la convenienza al pari della buona fede, che poi tradotta in una parola significa sincerità.
    ogni “mal fatto”, come dici tu, per esempio va misurato per rapporto alla sincerità delle intenzioni.
    e comunque le tue idee post pentimento non sono meno iperuranie e “sbagliate”, come dici tu, di quelle che adesso strenuamente combatti.
    la cosa buffa è che uno come te sia ratzingeriano, cioè un cattolico fondamentalista, in altre parole de destra, in altre parole che gli va bene lo status quo, adora le gerarchie, lo arrapano la sopraffazione e lo sfruttamento che vanno alleviate non per via politica, ma solo con carità e opere di bene, di quelli che ti dicono come e quando devi morire, eccetera: ravvediti, anche tu, che non hai niente da invidare al toni, qui sopra.

  31. gbr il 24 gennaio 2008 alle 14:34

    il cattivo maestro “è mosso a filosofare dall’indignazione. Spinoza definisce così l’indignazione: «l’odio verso colui che ha fatto male a un altro». L’indignazione dunque è una passione negativa innervata dall’amore”.

    Trascurando tutte le implicazioni filosofiche, qui secondo me sta il succo del discorso di Negri. Il cattivo maestro è mosso dall’odio. Giustificato, ma odio. Innervato, ma odio. Il cattivo maestro è un giustiziere.
    Mi vengono in mente – non per trascurare l’oggetto e per parlare dell’autore, anche se, come si diceva sopra, il post non sembra postato per ricordare Ferrari Bravo – mi vengono in mente alcune cose che stanno sritte sul libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là.
    Lì la cosa più importante del racconto, mi pare, sta nel tentativo di conciliazione che parte dalla madre che cerca di non far provare odio o rancore ai bambini.
    ciao

  32. luminamenti il 24 gennaio 2008 alle 14:59

    Però tash se le opere di bene sono ispirate al principio che ho riportato sopra, cioè dimenticarsi di sé per occuparsi degli altri, il gesto è politico e religioso insieme per come lo vedo io. Perchè se il politico (l’uomo politico) si occupa degli altri e non di sé (l’esempio è calzante del presente) il cambiamento c’è! Non è che con un legge si possa imporre di occuparsi degli altri invece che di sé. Naturalmente poi le leggi ci vogliono per produrre su larga scala il bene. Ecco perché il gesto che Gesù annuncia è insieme religioso e politico.
    In quanto a Ratzinger non credo proprio che lui si occupi del bene degli altri. In quanto alla carità, questa è cattivamente intesa, visto che se uno legge San Paolo, ci si accorge che si riferisce ai doni dello Spirito. Ma il contenuto vero e significato è altro, esoterico e cabalistico. San Paolo era ebreo!

  33. luminamenti il 24 gennaio 2008 alle 15:05

    Naturalmente nulla vieta che una persona atea, o che cmq non creda nello Spirito, possa occuparsi degli altri senza occuparsi di sé.

    Il nucleo centrale del fare il Bene può essere conquistato partendo da posizioni radicalmente diverse senza confliggere se il primo valore è sempre quello della libertà.

  34. furlen il 24 gennaio 2008 alle 15:27

    Non per polemizzare con gbr (un po’ troppo in malafede) ma credo di aver indicato nel”post” che si tratta della nota introduttiva di Toni Negri al libro che raccoglie alcuni testi di Luciano Ferrari Bravo.

    A breve metterò la nota di Sergio Bologna allo stesso e per finire ci sarà un testo dell’autore che lo ripeto “va assolutamente letto”.

    Per quanto riguarda Toni Negri vorrei solo dire che non solo gli sono riconoscente per avermi dato la possibilità non solo di seguire per tre anni ogni martedì al college de philosophie di parigi, Gratis, va specificato,il seminario organizzato da lui insieme a molti dei redattori di futur anterieur prima e di multitudes poi, con interventi tenuti da filosofi, artisti economisti di mezzo mondo,ma anche di avermi offerto l’occasione ( e so di deludere qualcuno,) non di imparare a smontare una P 38 ma semmai a “smontare” una serie di teoremi dettati dai poteri di oggi, sia di matrice liberal che di area post comunista o socialdemocratica, attraverso lo studio e l’analisi dei linguaggi e dei movimenti sociali dell’epoca, dai grandi scioperi del settore pubblico e ospedaliero del 95 a quello degli intermittenti dello spettacolo.

    Se studiare i linguaggi significa per alcuni poi mera teoria e non pratica politica, beh, non so cosa aggiungere o replicare.
    effeffe

  35. gbr il 24 gennaio 2008 alle 15:58

    ma perché in malafede?
    certo che c’è scritto che si tratta di una nota introduttiva a Ferrari Bravo.
    però il contenuto parlava in generale di cattivi maestri.
    chiedo scusa se ho offeso, non volevo dire “effeffe è in malafede perché fa passare l’apologia di Toni Negri sotto e sembianze di un post su Ferrari Bravo”, né alcunché di simile.
    pensavo di portare uno spunto al dibattito proprio sui cattivi maestri, anche perché Ferrari Bravo non lo conosco, non ne ho mai letto (ancora).
    insomma, ho messo lì una cosa per vedere cosa ne pensate e, chiaramente, in primis, cosa ne pensa chi ha messo il post.
    tutto qui.
    ciao

  36. girolamo il 24 gennaio 2008 alle 16:16

    Vorrei far presente, sommessamente, che Luciano Ferrari Bravo NON ERA un allievo di Toni Negri: chiunque abbia frequentato libri e riviste dell’operaismo sa che alcuni concetti chiave furono forgiati proprio da Luciano, e passati, con la generosità dissipativa che lo caratterizzava, ad altri, che ne hanno fatto l’uso che ne è seguito. Da questo punto di vista Ferrari Bravo è stato davvero (per me sicuramente, fatti miei) un “maestro”, buono o cattivo ciascuno lo decide da sé, indipendentemente dall’ironia con la quale è usata la locuzione “cattivo maestro”, tipica della mentalità inquisitoria che cercò di attribuire rilevanza penale, in penuria di prove sostanziali, a stati d’animo, volizioni, intenzioni, ecc.
    E ricordo ancora, sommessamente, che Luciano Ferrari Bravo non è l’unico tra i detenuti del “caso 7 aprile” ad essere prematuramente morto: cancro e infarto hanno falciato via almeno una dozzina tra gli arrestati di quel giorno fausto o infausto, a seconda. Ciascuno, da questo dato, ne tragga le conclusioni che crede: rimane il fatto certo di una giustizia che incarcera per mezzo decennio, spegnendo non le intelligenze, ma le vite dei presunti innocenti (fino a prova contraria) riconosciuti come tali per sentenza definitiva.
    Che Negri abbia sentito il bisogno, 5 anni fa, di omaggiare un amico e compagno che non c’è più con un libretto dal quale non ha ricavato una lira è così scandaloso?

  37. s|a il 24 gennaio 2008 alle 17:02

    C’è un bellissimo romanzo – peccato che sia in spagnolo e non è tradotto – in cui si parla degli anni del terrorismo in Spagna e dei cattivi maestri: il modello del cattivo maestro del romanzo, Ruiz de Pablo, è proprio Toni Negri (assieme ad altri in un collage). Il romanzo è Volver al mundo, Anagrama, 2003, dello scrittore J. A. Gonzalez Sainz, tra l’altro traduttore allo spagnolo di Magris (e suo amico), e di Severino, Del Giudice, Ceronetti. Un grande e decisamente un buon maestro.

  38. s|a il 24 gennaio 2008 alle 17:06

    … purtroppo il post precedente si è mangiato il link di s|a
    au revoir

  39. Alcor il 24 gennaio 2008 alle 17:42

    “Se studiare i linguaggi significa per alcuni poi mera teoria e non pratica politica, beh, non so cosa aggiungere o replicare.”

    Se questo è riferito a me, effeffe, non è quello che intendevo dire, se avessi voluto dirlo lo avrei detto.

  40. furlen il 24 gennaio 2008 alle 17:55

    gbr
    quanto dici mi fa tirare un respiro di sollievo. Mi permetto solo di dirti che se da una parte sono contento che leggerai l’autore che mi sembrava giusto proporre dall’altra spero con tutto il cuore che tu possa spezzare la catena ferrari bravo-negri-anni di piombo- vittime del terrorismo, perchè viziata, come certi processi, da pregiudizi e in taluni casi leggende che non fanno bene né alla storia con la s minuscola nè tanto meno alla storia del nostro paese.

    Girolamo ti ringrazio di essere intervenuto. Talvolta occorre precisare più di una volta le cose, insistere. A proposito poi dell’attribuzione che tu fai di paternità dell’operaismo a Ferrari Bravo lo ritrovi anche in Sergio Bologna.

    effeffe

  41. francesco forlani il 24 gennaio 2008 alle 18:00

    @alcor
    lo so, infatti mi riferivo a un commentatore “telefonico”. Con cui ci siamo parlati poco fa.
    sei luce dei miei occhi, alcor, non scordarlo
    effeffe

  42. valter binaghi il 24 gennaio 2008 alle 18:25

    @tashtego
    Sono un apolide che ha il cuore a sinistra (infatti vengo qui) e la testa a destra (infatti vengo qui a dire ciò che manca).
    Il pentitismo come ideologia o pura paraculaggine qui non c’entra, anche se il pentimento (che è altra cosa) è buona cosa, perchè significa letteralmente che uno soffre per aver fatto male: è presumibile che quello, almeno, non farà più.

    @girolamo
    Non lo conosco Ferrari Bravo, ma il pezzo di Negri non parla di lui, e la cosa che m’interessa è dire che la rivoluzione, come diceva prima Tashtego, se si va a vedere davvero nella storia, è la rivolta di chi subisce torti e soperchierie, prima di diventare un costume ideologico della borghesia contemporanea, che si pente di se stessa producendo figli ingrati e ribelli. Questo e non altro sono le contestazioni delle avanguardie artistiche prima, dei movimenti sociali poi, una volta che hanno abbandonato il terreno concreto dello scontro di classe e diventano ideologia rivoluzionaria ovvero, come nel caso di Negri, professione intellettuale. Essi sono il pendant ideologico del capitalismo mercantile, che non può risparmiare nessuna forma dalla merce e proclama l’idenità di progresso e accelerazione. La dialettica torna ad essere quello che già Kierkegaard aveva detto di quella hegeliana: l’appetito onnivoro dei tre stomaci, che tritura il tempo senza discernimento.

  43. Alcor il 24 gennaio 2008 alle 18:34

    @Effeffe
    Alcor ha una luce debolissima, infatti serviva a misurare la vista:–)

  44. girolamo il 24 gennaio 2008 alle 18:49

    Ogni volta che si apre un post, o partecipo a una discussione, su Negri e compagni devo tristemente riconoscere che il messaggio che è passato è che in un qualche passato borghesi figli di papà hanno preso in mano la pistola o la molotov perché lo hanno letto sui libri di Negri.
    Tristemente, perché significa riconoscere che Calogero e il mandante dei calogeremi hanno vinto.
    Tristemente, perché la causa e l’effetto, l’antecedente e il conseguente si confondono e diventano interscambiabili. Come nel paese in cui arriva Carlo Levi: le relazioni causali sono rimaste alla stazione precedente, a Eboli.
    Se tutti credono che la terra sia piatta, la terra, pragmaticamente, piatta diventa.

  45. valter binaghi il 24 gennaio 2008 alle 19:21

    Girolamo, io non parlavo solo di Negri, anche di me e di tanti, forse un’epoca intera. La rivoluzione come categoria dello spirito e mestiere.

    Non c’entra assolutamente un cazzo con il thread, ma quello che ho visto adesso in TV mi ha fatto rivalutare Caligola, che aveva nominato senatore il proprio cavallo.

  46. furlen il 24 gennaio 2008 alle 20:07

    ” Invece credo di rendere giustizia a Luciano Ferrari Bravo considerandolo, non solo per dati anagrafici, uno dei fondatori di quel pensiero politico che prese il nome di ‘operaismo’ negli anni ’60 e poi nei decenni successivi perse il nome di battesimo, diventando pratica ancorata a singoli, frammentati, percorsi individuali, esistenzialmente indipendenti ma legati pur sempre da misteriosi fili sotterranei”. Sergio Bologna

  47. tashtego il 24 gennaio 2008 alle 22:26

    in molti presero la pistola, perché la risposta delle classi dirigenti e dello stato al ’68 e al ’69 fu assolutamente violenta.
    toni negri fu totalmente inessenziale.
    credo.
    l’italia è tutt’oggi uno stato di polizia, come è stato dimostrato dal G8 e in molte altre occasioni.

  48. valter binaghi il 25 gennaio 2008 alle 00:40

    non c’è solo la pistola. c’è anche la mobilitazione permanente, che è una perenne fuga in avanti del pensiero, la proiezione dell’autentico nell’altrove, l’orrore dell’integrazione e quindi il civismo impossiblie, ma lasciamo perdere.

  49. tashtego il 25 gennaio 2008 alle 08:22

    se mi levi “la proiezione dell’autentico nell’altrove” e metti una cosa tipo “la perenne proiezione nell’altrove” te lo sotto-scrivo.

    (resta il fatto che “l’autentico” non esiste: pensare che esista è tipico dei pensieri reazionari. manco “l’altrove” esiste: pensare che esista è tipico dei pensieri rivoluzionari. poi ci serviamo di tutti e due, ma per finta, per fingere una dialettica che di questi tempi probabilmente non c’è, nel senso che siamo tutti uguali, noi del GR)

  50. Alcor il 25 gennaio 2008 alle 09:06

    Tash, quando usi l’accetta ti avvicini in effetti molto a un faber, ma per finta.

  51. Marco Guzzi il 25 gennaio 2008 alle 13:20

    Probabilmente il cattivo maestro è colui che non insegna la verità, ma trasmette le sue ossessioni e le sue paure.

    Poiché credo che la verità sia la sostanza della vita, il cattivo maestro non incrementa la vita del suo allievo, non lo matura, non lo lascia crescere nelle virtù e nella conoscenza.

    Questo dono di vita conferisce autorità autentica, vera maestria.

    Gli allievi di Toni Negri hanno maturato le loro virtù e accresciuto la loro bellezza interiore? Sono divenuti, ascoltandolo, più umili e più pazienti, più coraggiosi e più giusti?
    Io credo di no.

    Ma alla fine, come insegnano le grandi tradizioni, ognuno ha il maestro che si merita, e che è in grado di seguire.

    Marco Guzzi

  52. luminamenti il 25 gennaio 2008 alle 14:33

    Penso che se c’è una verità, lo ripeto, se esiste, perché ho dubbi persino sul senso di questa parola (qual è la sua genealogia?), questa verità è indicibile, non comunicabile, profondamente intima (altra parola che genealogicamente mi mette in crisi) e quindi non insegnabile nel senso tradizionale, magari solo osservabile nell’esempio di vita di una persona, esempio come opera, azione, fare che esclude la parola. Ma poi, ciò che una persona fa è riproducibile? La parola, la lingua che nella loro essenza non sono comunicazione, tuttavia ci è indispensabile da una parte per un consenso e un dissenso e un accordo componibile tra gli individui, quando riescano a diventare soggetti, da un’altra parte richiamano a pensare (la verità). Ma è sempre un pensare attorno, necessario per vivere come soggetti, ma inutile al fine di dire, produrre la “nostra” verità come verità per gli altri. Insomma, non credo che si possa affermare: io ho la verità e tu no. Credo anche pericolosa questo volerlo affermare. Credo invece nella verità della liberazione, che è incomunicabile, indicibile, solitaria, vissuta nell’estrema solitudine dalle verità altrui e credo nella libertà come valore del soggetto che decide da solo. La società in questo senso per me non esiste. Libertà come conquista laica individuale.

  53. effeffe il 25 gennaio 2008 alle 14:45

    carissimo Marco
    le cose che dici nella prima parte del tuo commento sono più che condivisibili.
    in tal proposito ti propongo di dare uno sguardo, se ne hai voglia, al numero due della rivista che faccio, dove dal fumettaro Munoz al filosofo michea, passando per altri contributi molto significativi ritroverai le stesse coordinate da te proposte.
    http://www.lavieri.it/sud/archivio/sud_02.htm
    Coordinate che non vedo contraddette nel post sia per quanto riguarda ferrari bravo sia toni negri.
    effeffe
    ps
    La differenza sta tutta nel nome da dare ad un’energia che è la stessa, poi si può scegliere sempre, per carità tra Spinoza e leibniz che, va ricordato
    in una lettera del 1686 al Langravio di Hessen, scrisse: Spinoza è “l’uomo più empio e pericoloso di questo secolo”.

  54. tashtego il 25 gennaio 2008 alle 14:52

    @alcor
    di fronte a termini come “l’autentico” & “l’altrove” che tipo di strumento proponi, oltre l’accetta?

  55. Alcor il 25 gennaio 2008 alle 16:25

    l’analisi?

  56. effeffe il 25 gennaio 2008 alle 16:27

    con o senza l’elmetto?
    effeffe

  57. Marco Guzzi il 25 gennaio 2008 alle 16:46

    Carissimo effeffe, sono andato, ma non mi si lascia leggere la rivista.
    Sarà un problema mio o della pagina?
    Comunque riproverò.
    Grazie dell’indicazione.
    Marco Guzzi

  58. effeffe il 25 gennaio 2008 alle 17:25

    Leggi in pdf: parte I. II.
    (2,80; 2,5 Mb)

    se clicchi “parte. I.. puoi scaricarti il numero in pdf
    effeffe

  59. valter binaghi il 25 gennaio 2008 alle 19:05

    Tashtego, l’autentico non è la robinsonata delle origini o l’ipostasi della divina grazia. E’ quando uno distingue la cosa vera dalla sola. In termini di vita: quando non sei lì di passaggio, ma è il posto giusto, il momento giusto e senti che stai facendo la cosa giusta. Io dico che questo l’ideologia rivoluzionaria (non il comunismo ma la sua versione piccolo-borghese dal 68′ in poi) l’ha fregato alle giovani generazioni. Si diceva “riprendiamoci la vita” e invece io non ho mai visto tanta finzione ideologica, tanto velleitarismo e tanta maniera come in quegli anni. L’autentico è altrove: trovare serenità e realizzazione nella società alienata è da alienati ecc..

  60. tashtego il 25 gennaio 2008 alle 19:49

    non ho mai provato, una sola volta in vita mia, la sensazione che stavo facendo “la cosa giusta”, binaghi, ma questo è OT.

  61. valter binaghi il 26 gennaio 2008 alle 00:16

    Bè, secondo me hai scritto un libro giusto.



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