Ridateci le bambine

2 febbraio 2008
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lippa.bmp

di Valter Binaghi

“Quando mia figlia andò all’asilo, venne chiesto alle mamme di cucinare una torta e di cucire un costume da angelo. – Non so cucire: magari posso darvi una mano a scrivere la storia, no? – No. Il primo lavoretto di mia figlia fu un guantone da forno, per me”.
Basta questo passaggio per rassicurarci: nonostante il titolo, che ha un suo incedere marziale, non ci troviamo di fronte a quel femminismo iperdentato che ci ha fatto giocare tutti gli anni Settanta noi maschi non in difesa (pur sempre dignitosa strategia) ma in tribuna, estromessi dal discorso sulla differenza di genere, vergognosi di avere tra le gambe non un organo riproduttivo ma un’usurpazione reazionaria. Questo della Lipperini è un libro piacevole e oserei dire necessario: ricerca puntigliosa, ma anche sguardo ampio e problematico, soprattutto un concerto di voci che fa parlare la sociologia, la cronaca e la Rete, ma anche molte donne e bambine, storie vere e battute fulminanti, raccolte dall’autrice per il loro valore emblematico o metaforico.
La tesi si può articolare in tre punti. 1) Quarant’anni di autocoscienza e battaglie femministe sembrano essere passate come acqua fresca sull’immaginario collettivo che continua imperterrito, dai giochi infantili agli stereotipi sentimentali dello spettacolo, ad assegnare “al genere maschile il rischio, l’avventura, l’esplorazione del mondo esterno, e a quello femminile la seduzione, l’attesa degli spazi chiusi, l’esaltazione della propria bellezza.” Queste caricature di machismo e di fragilità farebbero sorridere, se non fossero accompagnate da dati allarmanti sulle violenze perpetrate da uomini su donne, in netto aumento sia in famiglia che fuori, fino alla barbarie dello stupro collettivo. 2) Nel mondo del lavoro, come e più di prima, sono le donne a pagare il peso maggiore del precariato e della discriminazione, che tende a risospingerle ai margini della realizzazione sociale e produttiva quando non immediatamente legata all’estetica dello spettacolo o della moda. 3) “Stiamo forse allevando una generazione di baby-prostitute che vestono come lolite e vivono per le borse di Dolce e Gabbana?” La smania di utilizzare l’unica risorsa riconosciutale, il corpo, per conquistarsi un’identità sociale, spinge le adolescenti verso un’erotizzazione precoce che ha le sue manifestazioni più aggressive nelle cubiste dodicenni, ma paga un tributo sacrificale al limbo dell’anoressia, a proposito della quale l’autrice rivela le agghiaccianti solidarietà che percorrono i luoghi oscuri del Web.
Imputare tutto alla volgarità della TV o alle lusinghe della Rete è fuorviante: significa confondere l’effetto con la causa. “L’atteggiamento pornografico presiede al modo di concepire televisione, giornali, libri”, ma il medium riceve il suo contenuto dal sociale: amplifica, non crea il carattere psicologicamente regressivo dell’immaginario collettivo anche se, proprio per questo, secondo chi scrive pone problemi sull’età in cui consentirne l’accesso. Stare dalla parte delle bambine vuol dire innanzitutto permettergli di essere tali: ridateci le bambine, quelle splendide creature che sono a dieci anni, intraprendenti, critiche e curiose più dei maschi, ritardate il più possibile il momento in cui scopriranno Cioè, Maria De Filippi e il Lucidalabbra. Non perchè siano immunizzate dalle sozzure di Babele, ma perchè lo affrontino personalità strutturate da relazioni familiari solide e da un’educazione gestita da chi le ama, piuttosto che da chi le vende.
Noi che abbiamo figlie tanto amate accogliamo volentieri l’invito della Lipperini, e certo saremo ancora dalla parte delle bambine, ma quell’”ancora” può trarre in inganno: ciò di cui si parla non è in semplice continuità col passato, la situazione è peggiorata, e la cultura “progressista” ci ha messo del suo. E’ vero che la violenza sulle donne esisteva anche negli anni Cinquanta e Sessanta, ma essa era clandestina, perchè oltre alla condanna della violenza un’aura eticamente forte e un’attenzione corrispondente circondava le manifestazioni della sessualità. Oggi naturalmente si condanna lo stupro, ma si continua a strizzare l’occhio alla “deregulation della figa”: il corpo femminile è divenuto il luogo pubblico in cui si celebra la liturgia dei consumi, nonchè il ludibrio della cultura di massa (lo stesso virilismo porcaiolo che si è esteso dal cinema dei Vanzina al cabaret progressista di Zelig e agli editori ex impegnati di Pornoromantica). Ma i liberali di destra e di sinistra, anzichè vedere in questo stupro della dignità l’anticamera dell’aggressione, continuano a bollare come reazionario chi chiede che un velo sul corpo protegga l’intimità del soggetto. E allora basta con le ambigue concessioni all’industria dello spettacolo, anche se targata Veltroni: se non si vuole vittima di furti in vetrina, occorre dichiarare il corpo fuori commercio.
Insomma, Lipperini, oltre alla denuncia sacrosanta dei sintomi aggravati bisognerebbe riconoscere di aver sbagliato diagnosi e bersaglio, in questo caso e in altri, come a proposito del secondo capo d’accusa: la discriminazione di genere nel mercato del lavoro. Sbagliato scostarsi brutalmente dalla tradizione della famiglia contadina europea, che come ha mostrato Ivan Illich in un libro insuperato (“Il genere e il sesso”) era interamente strutturata sulla differenza di genere e sui compiti parimenti dignitosi che ne derivavano, prima che la società industriale creasse la discriminazione tra lavoro salariato e lavoro ombra (tra le mura domestiche). Anzichè puntare a difendere la famiglia dal mercatismo, imponendone la tutela alle politiche economiche e sociali, si è dichiarato superato il modello familiare che consentiva la trasmissione del capitale sociale, pretendendo di sostituirlo con la cultura dei diritti individuali e lo stato assistenziale. Anzichè agevolare la maternità delle lavoratrici, si è svilito il ruolo materno, suggerendo alle donne una rinuncia che sono loro per prime a trovare insoddisfacente. Il risultato? L’individuo imbottito di diritti naufraga nel precariato professionale e affettivo e lo stato sociale dichiara fallimento: le esistenze più fragili sono posteggiate alla sollecitudine prezzolata di baby sitter e badanti.
Infine, quello che per me è il cuore del libro: l’autrice è più che mai convincente nel mostrare gli effetti della miscela esplosiva che fa dell’investimento narcisistico sul corpo femminile il veicolo del successo sociale. La seduzione ad ogni costo, dalla dodicenne cubista alle agghiaccianti professioni di fede sull’icona di Ana (la modella brasiliana morta di anoressia), senza dimenticare lo stress complementare che colpisce i maschi (le pagine che Lipperini dedica al bullismo scolastico sono tra le migliori del libro), e questo doppio disagio andrebbe considerato per quello che è davvero negli adolescenti: la difficoltà di sperimentare modelli rassicuranti di relazione, per mancanza di riti collettivi e linguaggio condiviso. Ma anche qui, come non segnalare il fallimento della nuova educazione sentimentale che il sessantottismo ha preteso di sostituire a quella storica? Quando la rappresentazione sociale e mediatica dell’amore ha cominciato a preferire Darwin e Freud a Dante e Leopardi, uno scientismo d’accatto ha declinato l’eros nei termini della realizzazione pulsionale di un sè biologico, anzichè del luogo in cui si compongono le contraddizioni dell’esistenza individuale. Così anzichè vivere per giungere alla pienezza dell’amore, si educa a una sessualità narcisistica, che strumentalizza l’altro perchè perennemente incapace di trascendersi. Insomma, la tara è culturale prima che politica, e il discorso sarebbe lungo, eppure è proprio da qui che deve iniziare. Prima che dai complessi modelli macroeconomici, o dalle legittime preoccupazioni ecologiche, non è proprio a partire dalla drammatica infelicità dei giovani che una civiltà dovrebbe valutare se stessa, ed emendarsi dai veleni che continua a spargere?

(Recensione a “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini – Feltrinelli. Pubblicata su Satisfiction numero 2 il 2 febbraio 2008.)

120 Responses to Ridateci le bambine

  1. Giuseppe Iannozzi il 2 febbraio 2008 alle 10:23

    Si è sbagliata diagnosi perché le bambine non ci sono mai state: al massimo qualche suorina e qualche suffragetta anoressica.
    “…più che mai convincente nel mostrare gli effetti della miscela esplosiva che fa dell’investimento narcisistico sul corpo femminile il veicolo del successo sociale…”: quand’è che si parlerà dell’investimento narcisistico che si fa sul corpo maschile?
    E poi a me Maria De Filippi non sembra affatto malvagia, comunque non più di altre sue college anchorgirls. Ridateci i critici. Ridateci i critici, severi ed imparziali. O al limite un bel pezzo di Big Jim!!!

  2. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 10:57

    “violenze perpetrate da uomini su donne, in netto aumento sia in famiglia che fuori, fino alla barbarie dello stupro collettivo.”

    Sono sempre perplessa su dichiarazioni come questa, sul “netto aumento”, per dire.
    sappiamo come andavano le cose prima?
    Mi pare che ci fosse un grande sulenzio ufficiale e una grande indifferenza, perciò
    non abbiamo statistiche, ma abbiamo la voce di popolo e una volta, durante una gita in Veneto, mi è stato fatto notare come tutti i nasi di un paesino fossero identici al naso del ritratto del possidente locale.

    Dico questo non per indebolire l’allarme, ma per il grandissimo fastidio che ho sempre provato per un certo tipo di dichiarazioni infondate che diventano verità accettate.

    Lo stupro di donne e bambini è sempre stato diffuso, in guerra e in famiglia.

  3. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 10:57

    silenzio

  4. The O.C. il 2 febbraio 2008 alle 12:04

    Molti punti interessanti, tranne questo: “un velo sul corpo protegga l’intimità del soggetto”.

  5. sergio pasquandrea il 2 febbraio 2008 alle 12:30

    La critica all’ipererotizzazione contemporanea è condivisibilissima, ci mancherebbe altro. Che l’utopia della liberazione sessuale sia naufragata in un osceno mare di veline e letterine è una triste realtà. Che una certa concezione radicalizzata (“iperdentata”, come dice Binaghi) del femminismo abbia prodotto non donne più libere, ma solo tristi imitatrici dei peggiori lati del maschilismo, è purtroppo vero.
    L’importante è non buttare il bambino con l’acqua sporca.
    Il problema è che la posizione di Binaghi è da un lato di critica tout-court della modernità, dall’altra di accettazione acritica della tradizione come “valore in sé”, come si esprimeva lui stesso su questo forum.
    Ora, l’idealizzazione della “famiglia contadina” come luogo di realizzazione del sé mi sembra oltremodo ingenua. Dire che quella famiglia si inseriva in una società dai ruoli meno fluidi e meglio definiti e dalle identità di genere meno ambigue è un conto, affermare che ciò equivalga all’autorealizzazione è un altro. E anche definire i ruoli dei due sessi “parimenti dignitosi” mi pare piuttosto questionabile, dato che alla donna veniva riconosciuto come unico ruolo quello della subalternità.
    La posizione di Binaghi esclude (coscientemente, credo) ogni possibilità di autodeterminazione in nome della fusione nel grembo sovrapersonale della tradizione, dell’ordine cosmico. Una tradizione che Binaghi rappresenta come portatrice di valori astorici, che il singolo è tenuto ad accettare senza possibilità di giudizio: ma che per qualcun altro potrebbe rappresentare semplicemente una gabbia in cui le aspirazioni del singolo vengono schiacciate ogni volta che tentano di uscire dalle ferree maglie dell’ordine.
    Il punto credo, è questo: Binaghi tende a vedere certi valori come iniettati dall’alto, e quindi indipendenti dalle condizioni storiche che li hanno generati. Cadendo, mi pare, in un biologismo ancora più estremo di quello che rimprovera ai suoi avversari (la donna madre e sposa, l’uomo che porta a casa la pagnotta).
    E infine, siamo proprio sicuri che la violenza consumata nel silenzio delle mura domestiche sia preferibile a quella che viene alla luce del sole? Siamo proprio sicuri che la violenza sulle donne sia “in aumento”? Mi pare che nella società tradizionale, idolatrata da Binaghi, la donna violentata fosse bollata ipso facto come puttana, e il violentatore al contrario giustificato e quasi ammirato. Che oggi una donna possa denunciare uno stupro, e che lo stupro stesso sia considerato reato contro la persona, e non contro la morale pubblica, a me pare un passo avanti.
    Infine, mi trovo del tutto d’accordo sulla critica contro la riduzione della sessualità alla pura fisicità. Ma dove trovare un esempio migliore di sesso ridotto a puro connubio carnale se non nelle parole di San Paolo: “meglio sposarvi che ardere” (o in altre parole: fate sesso se proprio dovete sfogare la carne, ma ricordatevi che sarebbe meglio farsi eunuchi come ho fatto io, perché il sesso è peccato a prescindere)?

  6. Giuseppe Iannozzi il 2 febbraio 2008 alle 12:47

    Alcor ha ragione. Non ci sono dati attendibili circa il passato, se non la certezza che ieri si perpetravano stupri e sevizie sulle donne, ma non solo: perché a subire violenze anche infanti, bambini, anziani, ragazzi (o giovinetti) e uomini. Non è che ieri si guardasse il pelo nell’uovo: una volta che si era in gualdana, chi finiva sotto finiva sotto e poco importava se si trattava d’una vecchia sdentata o d’un imberbe giovinetto. I comportamenti dei soldati erano violenti. Questo lo sappiamo. Ma nessuno ci può dire, con netta certezza, che i comportamenti tenuti ieri fossero meno cruenti di quelli dei soldati moderni: ne è tragica prova quanto è accaduto in Iraq e nella Guerra del Golfo, solo per citare due disumani eventi… che ci hanno messi di fronte alla bestialità dell’uomo, dell’uomo che svestitosi del ruolo di soldato ha obbligato sotto minaccia i prigionieri ad orge fino all’annichilimento più barbaro. A guardare bene, ahinoi, neanche oggi si va molto per il sottile: l’uomo (si legga “la civiltà che si dice civile”) è non meno crudele di quella di ieri. Anzi, oggi è addirittura ipotizzabile che l’uomo sia più crudele rispetto ai bei tempi andati!
    Si parla poi tanto della violenza (sessuale) sul posto di lavoro da parte degli uomini, ma non si parla quasi mai della violenza che le donne si fanno da sole, da donna a donna; né si parla dei ricatti femminili applicati agli uomini, perché ci sono non pochi casi in cui un atto galante come mettere il cappotto sulle spalle d’una collega può essere indicato dalla femmina come un “abuso” e trattato come tale per vie legali. Fece una certa eco il caso d’un uomo che porse il cappotto a una collega: questa se la prese e denunciò l’uomo per “abuso sessuale”, e, reductio ad absurdum, vinse anche la causa. Sì, si era negli USA. E con ciò?

  7. valter binaghi il 2 febbraio 2008 alle 13:25

    Pasquandrea, se vuoi criticare me parti da quello che ho scritto, non da quello che presumi. Quanto alle differenze di genere nelle società pre-industriali farei riferimento a Ivan Illich – Il sesso e il genere (Mondadori), autore tutt’altro che succube della tradizione. Poi, come al solito, quando si vuole attaccare il magistero cattolico in tema di sessualità, se ne attacca una caricatura a partire da espressioni letterali della Scrittura, senza considerare le encicliche o la teologia del XX secolo. Pazienza.

  8. valter binaghi il 2 febbraio 2008 alle 13:28

    O.C.
    Il velo non è il burka. E’ il rispetto dell’intimità, il pudore che il costume mediatico di oggi non garantisce. Spingere le ragazze alla vetrinizzazione forzata, unico requisito per il successo sociale, è per me uno stupro bello e buono: della dignità.

  9. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 13:33

    Ho visto mesi fa a fuori orario un film che non so perché nel ricordo credevo fosse di Olmi, (ma non lo ritrovo nella sua filmografia e perciò forse è di un altro) forse perché l’avevano trasmesso appena prima dei Recuperanti, sulla famiglia contadina come luogo dell’orrore.
    Li le bambine erano molto coperte, per dire.
    La famiglia contadina come arcadia è una di quelle illusioni che non si capisce mai come possano resistere.
    La famiglia di cui tu parli, Valter, è idealizzata, la famiglia in sè non difende da nulla, bisogna sempre vedere da chi è composta, difende l’ordine sociale, che certo può essere meglio del caos. Ma io andrei a guardare sotto i tappeti, prima di dire che la casa è pulita.

  10. Giuseppe Iannozzi il 2 febbraio 2008 alle 13:48

    Presumo che la famiglia per Binaghi possa essere una e una soltanto, quella arcaica e compassata di Fogazzaro. Ma come bene dice Alcor, bisogna “guardare sotto i tappeti”, cosa che Binaghi non fa. Più che del libro, ho l’impressione che Binaghi parli di sé, della famiglia così come egli la vorrebbe. Uno scritto soggettivo questo, che di critico ha ben poco, forse nulla.

  11. valter binaghi il 2 febbraio 2008 alle 13:52

    La famiglia come luogo di trasmissione del capitale sociale.
    L’individualismo della società consumistica come luogo della sua dissipazione.
    Così vi piace di più?

  12. marco rovelli il 2 febbraio 2008 alle 14:16

    A me, né l’una né l’altro.

  13. The O.C. il 2 febbraio 2008 alle 14:24

    Caro Valter, a quel poco di esperienza che ho nel mondo della scuola mi sembra che la “vetrinizzazione” e le cubiste sedicenni col culo di fuori in discoteca (che poi, dico, che male c’è?) sono più un fenomeno indetto, e indotto, dai media e dalle scrittrici luterane e dai mocciani alla moda, che non la realtà di persone e adolescenti normali (l’ho detta, la parolaccia) che sanno distinguere tra una poesia di prevert e il tronista di turno.

  14. marco rovelli il 2 febbraio 2008 alle 14:29
  15. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 14:43

    Anch’io la penso come Marco.

    La famiglia trasmette tante cose, positive e negative, anche capitale sociale, spesso però ruota, e si tiene intorno al capitale tout court.

    Quanto all’individualismo della società consumistica, checché se ne dica, è quasi come l’arcadia, un concetto astratto da un lato, e complesso dall’altro, ma che dissipi capitale sociale, beh, in che modo? Dovresti specificare.

    L’individualismo della società consumistica, può dissipare un certo tipo di capitale sociale, ma è anche in grado di crearne uno differente.

    Insomma, mi sembrano, a ben guardare tutti slogan, o anche generalizzazioni di comodo.
    Noi vediamo sempre le emergenze che ci vengono messe sotto gli occhi, ma il corpo sociale è molto più complesso e plastico e trasversale, mi verrebbe da dire: fino al prossimo articolo, o libro, che ce lo fa analizzare in un’ottica nuova.

    Tu tendi, a mio avviso, a offrire schemi rigidi, e ideologici.
    Funzionano sempre quando servono a una poetica, o a un consistere individuale nel mondo, che poi siano anche “veri”, ci sarebbe da discutere.

  16. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 14:51

    E infatti il film non era di Olmi, l’ho trovato:

    “Maria Zef” di Vittorio Cottafavi

    un film terribile.

  17. massey il 2 febbraio 2008 alle 14:53

    la copertina del libro senza il cartiglio di dedica a santa Barbie è ribrezzevole, sembra uno strip della Immacolata

  18. sergio pasquandrea il 2 febbraio 2008 alle 15:09

    “Pasquandrea, se vuoi criticare me parti da quello che ho scritto, non da quello che presumi”.
    Mi sembrava di aver risposto a tue precise affermazioni. A che cosa ti riferisci di preciso?

    “Quanto alle differenze di genere nelle società pre-industriali farei riferimento a Ivan Illich – Il sesso e il genere (Mondadori), autore tutt’altro che succube della tradizione”.
    Grazie del consiglio, non mancherò di leggere appena avrò un po’ di tempo. Bel nome, comunque, quello dell’autore.

    “Poi, come al solito, quando si vuole attaccare il magistero cattolico in tema di sessualità, se ne attacca una caricatura a partire da espressioni letterali della Scrittura, senza considerare le encicliche o la teologia del XX secolo. Pazienza.”
    Non intendevo affatto attaccare il magistero cattolico, che è ben più complesso e articolato (e se è per questo conosco preti molto più aperti in materia di sessualità rispetto a tanti “laici”). Volevo solo far notare che la riduzione del sesso a puro rapporto carnale non è solo nel pensiero materialista contemporaneo a cui tu fai riferimento, ma si annida anche in tradizioni interne o vicine a quella cristiana.

  19. véronique vergé il 2 febbraio 2008 alle 15:39

    La violenza sulle donne è affrontata nel silenzio della casa, tra pareti duri, tra paura e incubo segreto. C’è una violenza privata; trappola solo una ferita, una tristezza, una vergogna che fa camminare capo basso.
    C’è una violenza publica nella guerra: il corpo femminile è straziato, luogo focolare dell’odio.
    La nostra società è violente per le bambine, perché il corpo diventa prigionero della società dei consumi “liturgia:” la bambina non vive la libertà del corpo nella natura: diventa la modella.
    La madre cerca la modella nella figlia: la nostra società è pazza.
    C’è un’ erotizzazione precoce, perché la nostra società non puo desirare l’età adulta.

  20. valter binaghi il 2 febbraio 2008 alle 17:07

    la nostra società non puo desiderare l’età adulta.

    Più della religione, più del femminismo, più del libro di Loredana (che è un libro da leggere, secondo me), questa è la cosa che m’interessa più di tutte.
    Credo che nessuno, Ratzinger compreso, stia rispondendo seriamente a questa domanda. Perchè l’uomo non desidera più l’età adulta?
    Non è questa le vera emergenza di specie?

  21. […] recensito qui, su Nazione […]

  22. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 18:15

    Se mi dici che non può desiderare la vecchiaia che grava sui giovani e non produce, ma anzi, costa, capirei, ma l’età adulta è quella della produttività, perché la nostra società non la vorrebbe?

  23. sergio pasquandrea il 2 febbraio 2008 alle 18:38

    In effetti la nostra società coltiva l’ideale di una giovinezza perpetua, il sogno di rimanere a 40 anni non solo ancora aitanti come ventenni, che sarebbe anche comprensibile, ma anche altrettanto privi di legami e di responsabilità.
    Sul perché, questa è una bella domanda. Qualcosa su cui riflettere stasera.

  24. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 20:04

    Ho un forte senso di spaesamento.

    Tutti questi nuovi soggetti io li incontro sui giornali e li vedo alla televisione, ma ancora non mi è capitato di incontrarne uno solo nella vita privata.

    Non voglio dire che nulla è mutato, ci mancherebbe, ma tutte queste cubiste dodicenni io non le vedo.

    Vedo e sento invece una grande fatica e un pessimismo collettivo, che però mi sembra abbia a che fare con cose diverse.

    Ma naturalmente potrei essere io a essere fuori dal mondo.

  25. La Lipperini il 2 febbraio 2008 alle 21:37

    Cercavate dati?
    Eures-Ansa, rapporto sull’omicidio volontario in Italia. Un omicidio su quattro avviene in famiglia. Settanta per cento vittime: donne. Ottanta per cento uccisori: uomini appartenente alla cerchia parentale (padri, mariti, compagni, fidanzati, ex).
    A richiesta, si forniscono dati anche su: posizione lavorativa delle donne in Italia, spesa sociale in Italia rispetto agli altri paesi europei, posizione Italia nella classifica del gender gap secondo il Word Economic Forum: ultima, ve lo dico subito, dei paesi europei), distribuzione cura famiglia e figli e genitori anziani (novanta per cento donne, dieci uomini), visibilità femminile in televisione (prima categoria rappresentata: cartomanti, ultima: politiche).
    Enjoy.

  26. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 21:42

    Nessuno nega questo, mi pare, ci si perplime che sia una novità.

  27. La Lipperini il 2 febbraio 2008 alle 22:13

    Alcor, di grazia. E’ importante che sia un fenomeno nuovo, per caso? O non è importante che questo fenomeno, da quando i dati vengono resi noti, si aggravi anno dopo anno?
    (e poi, scusami: ma sei stata tu a parlare di “dichiarazioni infondate” e l’immarcescibile OC a parlare di fenomeni indotti da scrittrici luterane?).
    Se poi preferiamo ignorare i dati di cui siamo in possesso ORA e discettare su quanto percepiamo nel nostro piacevole piccolo mondo. O anche: valutare quanto nuoccia alla copertina l’assenza del cartiglio. Oppure: non stigmatizzare certe vergognose affermazioni (suffraggette anoressiche: mi stupisco che non un solo commentatore abbia rilevato la volgarità della definizione. Anzi, forse non mi stupisco), benissimo.
    Come non detto.
    Ri-enjoy.

  28. gianni biondillo il 2 febbraio 2008 alle 22:16

    Alcor: “Nessuno nega questo, mi pare, ci si perplime che sia una novità.”

    Io, a dir la verità, Alcor, mi perplimo perché tutto ciò NON sia, ancora oggi, una novità.

    Vorrei fosse una novità l’inversione di tendenza dei dati indicati da Loredana. Novità che manca, purtroppo.

  29. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 22:31

    Ma, veramente io commentavo le parole di valter, la rece.

    Leggere per credere.

  30. Giuseppe Iannozzi il 2 febbraio 2008 alle 22:33

    O non è importante che questo fenomeno, da quando i dati vengono resi noti, si aggravi anno dopo anno?

    Rispetto a quali anni?
    Rispetto a dieci anni fa? a venti? a cinquanta? a cento? a duecento?

    E: di grazia, da quando vengono resi noti i dati?
    Da quando? da 10, 20, 30, 50, 100… anni?
    E da chi sono stati resi noti?
    Come sono stati raccolti questi dati? in che area geografica, in quale periodo storico, su un campione di…?
    Estrazione sociale del/i campione/i?

    Ieri c’erano più nuvole di oggi!!!

    Have a starry night, Ladies and Gentleman

  31. Alcor il 2 febbraio 2008 alle 22:40

    vedo adesso:

    “discettare su quanto percepiamo nel nostro piacevole piccolo mondo”

    parrebbe che fosse riferito a me, se così è provo un certo stupore, non sapevo che la Lipperini mi conoscesse, né me né il mio piacevole piccolo mondo.

    Ma in effetti, essendo piccolo è anche possibile.

  32. sparz il 2 febbraio 2008 alle 23:25

    non avete forse letto e ben afferrato che i veri nemici del Binaghi sono il sessantottismo, Darwin e Freud. That’s all.

  33. la funambola il 2 febbraio 2008 alle 23:27

    completamente d’accordo con alcor :)
    i dati son dati, ieri non si stava meglio e il tuo piccolo mondo… speriamo che sia quantomeno piacevole.
    buone donne, buone :)
    baci
    la fu

  34. schifosi il 2 febbraio 2008 alle 23:48

    Oh, certo, è più importante dare adosso alla Lipperini, anche salendo su cataste di corpi violentati pur di sembrare più alti/e, che parlare di quello che succede là fuori.

  35. gianni biondillo il 2 febbraio 2008 alle 23:54

    in effetti comprendo poco la deriva di questi commenti. Ma credo, in fondo, che il difetto sia nel manico. Cioè nella lettura capziosa di Valter, che pare recensire il libro, ma nell’hard core, parla come sempre delle sue ossessioni (vedi il commento di sparz).

  36. Oblomov69 il 3 febbraio 2008 alle 00:00

    La domanda che dobbiamo porci è la seguente.
    Le epoche e le civiltà sono come degli organismi, qualcosa in cui la funzionalità di una parte è influenzato dalla funzionalità di un’ altra parte? Sul piano diacronico l’Occidente va accettato in blocco? Sul piano diacronico la modernità ( anzi la post modernità) va accettata in blocco?
    è possibile conservare o recuperare qualcosa di buono di un epoca o di una cultura senza necesssariamente ripudiare alcune conquiste civili.
    é posssibile realizzare la propria individualità mantenendo legami sani con una comunità? é possibile liberarsi della sesssuofobia cattolica mantenendo un rispetto per il pudore dei corpi?
    Se ciò non è possibile allora ripudamo questo tipo di sche per la prima volta nella storia mette a repentaglio la stessa sopravvvienza del paese almeno con il giudizio ( visto che non possediamo la macchina del tempo).

  37. mario Pandiani il 3 febbraio 2008 alle 00:08

    Questo tema dei datidoxa mi colpisce molto, è sintomatico del caos che caratterizza questa società, caos che sovente benedico, potrebbe esserci un ordine ben più spiacevole, e c’è chi nel mondo lavora per questo.
    Sembra che “rilevamento statistico vs opinione personale” sia lo scontro da cui non si esce, sembrerebbe che chi ha i dati li valuti assoluti e chi non li ha faccia di tutto per screditarne la validità sollevando eccezioni o puntigli.
    Naturalmente Lipperini ha fatto il commento più appropriato; i dati indicano una tendenza a crescere anzichè a diminuire, non sono quindi una realtà assoluta ma parlano una lingua che bisogna capire nel suo messaggio allarmante e soprattutto presente.
    La violenza sulle donne e i deboli è una cosa che prima di ogni altra considerazione mi fa arrossire, certo, è vecchia come il mondo, ma noi viviamo in un’epoca che ha fatto della consapevolezza la propria bandiera, che ha rigettato Dio, la tradizione, i valori di famiglia, onore, paese, per sostenere l’idea di un uomo franco autodeterminato, etico, equosolidale, che non fa più quelle cose, molti, troppi, sono morti combattendo per aprire la gabbia ipocrita del mondo bacchettone e oppressivo del passato e adesso che l’uomo è libero, adesso che può parlare, esprimersi, criticare, essere se stesso, crolla di fronte ad una banale statistica e scopre di non essere cambiato, è questo che volevi dire Giuseppe?.
    Ma le statistiche hanno una virtù taumaturgica, sono il prozac dell’uomo moderno, certe statistiche rilevano sempre quello che fanno gli altri, niente come una statistica sullo stupro ci fa sentire innocenti, le amiamo per questo.
    Non voglio dire che sia meglio tacere certe cose, non credo neanche che tacere sia il velo cui allude Valter (che non è mai grossolano anche se è allineato ad un magistero che non riconosco), ma credo che non c’è cambiamento possibile se non ci si prende carico di un male che è nostro ben prima di essere commesso da qualcun altro, la nuova condizione sociale ce lo impone, additare è un gesto borghese, l’uomo nuovo condivide, e deve condividere anche questo, esserne responsabile.
    La violenza, questo penso che sia ben rilevato nel libro, parte dall’oggettivazione dell’altro, dal non riconoscerlo come persona, da Barbie al calendario Pirelli possiamo trovarne gli indizi, ma non sono che segnali che catalizzano ciò che sta nel sangue delle persone, un’infezione di cui è difficile pensare la cura, al di là delle inutili pubblicità progresso degli sdegnati.
    Io non so se ha ragione la statistica o l’osservazione personale dal proprio “piccolo mondo”, quello che so è che senza farne esperienza in qualche modo è difficile esprimersi su un fatto come quello della violenza, di cui quella che leggiamo sui giornali non è che l’aspetto pirotecnico, l’eiaculazione di un desiderio represso di molti, troppi uomini.

    Leggerò il libro, è ben recensito e mi fido dell’autrice, anche per la pertinenza con cui è intervenuta in questo dibattito.

  38. Oblomov69 il 3 febbraio 2008 alle 00:22

    La domanda che dobbiamo porci è la seguente.
    Le epoche e le civiltà sono come degli organismi, qualcosa in cui la funzionalità di una parte è influenzato dalla funzionalità di un’ altra parte? Sul piano diacronico l’Occidente va accettato in blocco? Sul piano diacronico la modernità ( anzi la post modernità) va accettata in blocco?
    è possibile conservare o recuperare qualcosa di buono di una epoca o di una cultura senza necessariamente ripudiare alcune conquiste civili.
    é possibile realizzare la propria individualità mantenendo legami sani con una comunità? é possibile liberarsi della sessuofobia cattolica mantenendo un rispetto per il pudore dei corpi? E possibile per una donna lavorare e nelllo stesso tempo impedire che il proprio istinto materno e la propria femmminilità inaridiscano?
    Quando faccio queste considerazioni a volte mi sembra di voler salvare capra e cavoli. Indubbiamente facendo un bilancio su scala planetaria dei guadagni e delle perdite questo mi sembra il peggiore dei mondi possibili.
    Tuttavia la credenza nelle magnifiche sorti e progressive e la concezione dellla subordinazione totale dell’individuo alla totalità oppresssiva e rassicurante di arcaici modelli di società contadine non sono entrambe forme di determinismo che mortificano le posssibilità dell’uomo?

    Condivido molte delle cose che hai scritto ( ne scrivo di simili nel mio blog) tuttavia ho meno certezze di te ( ma non per questo me ne faccio un vanto).
    Scusami se sono un po’ uscito fuori tema

  39. Giuseppe Iannozzi il 3 febbraio 2008 alle 00:31

    La recensione di Valter è molto soggettiva. Di critico ha poco o niente.
    Purtroppo il pericolo grave è che parlando d’un libro si finisca poi col parlare di sé stessi. Necessità narcisistica?! Valter lo fa e, ahinoi, lo fanno tanti altri.

    Senza dei dati affidabili per poter operare dei seri paragoni fra il tempo presente e quello passato, ci si riempie tutti la bocca di belle parole, e di politicamente corretto e scorretto: ma non si cava un ragno dal buco. Senza dei dati si fa dell’opinionismo, ma questo serve a ben poco, forse solo ad abbozzare delle linee di condotta morale che si dovrebbero tenere. Ma di opinionisti a tempo pieno sono pieni i talk-shows, i caffè, ecc. ecc.

  40. massey il 3 febbraio 2008 alle 01:18

    “valutare quanto nuoccia alla copertina l’assenza del cartiglio”
    La feltrinelli non ignora l’ effetto copertina e taglia via il cartiglio perchè la Barbie ha molti devoti e nominarla invano può risultare sacrilego presso la massa dei potenziali compratori del libro. L’illustrazione epurata risulta così conforme al kitsch dominante. Dunque vende di più. Per finanziare la causa delle bambine, of course

  41. Alcor il 3 febbraio 2008 alle 01:41

    Rispondo soltanto a “schifosi” perché è tardi e soprattutto perché mi è piaciuto il nick, gli altri dopo di lui non li ho letti.

    Se leggi bene, @schifosi, vedrai che della Lipperini non si è mai parlato, nei commenti, salvo dopo che è intervenuta, toppando, secondo me, perché non ha letto bene nemmeno lei, e questo solo perché da un paio di giorni c’è un dibattito con/su valter binaghi, con il quale polemizziamo più o meno pacatamente.

    Chi mai e perché mai dovrebbe prendersela con la Lipperini? io non ho letto il libro e perciò non ho materia, ma ho letto valter, e mi pareva di avere materia.
    La recensione mi è sembrata uno spunto dal quale valter è partito per sostenere le sue idee, come mi pare abbia notato anche biondillo.

    Bonne nuit, e soprattutto, calma e gesso.

  42. valter binaghi il 3 febbraio 2008 alle 02:40

    Singolare che mi si rimproveri di partire da un libro per ragionare sul mondo che c’è dietro (le mie idee, certo, anche se biondillo e sparzani non gli riconoscono tale dignità: ossessioni, le definiscono – un giorno mi spiegherete dove sta il confine). Per me recensire un libro significa innanzitutto vedere se tiene fede alle sue promesse (e questo lo fa, mi pare di averlo mostrato), e poi vedere che cosa mi dice che non so, e fino a che punto mi permette di comprendere in ampiezza un problema. io dico che dà un grosso contributo, e mi permetto di aggiungere che l’integrazione della personalità adulta (che è la vera alternativa al narcisismo maschile e femminile, di cui il libro sostanzialmente parla come di un male sociale) ha bisogno di un supporto comunitario, di una coppia genitorioale, di una trasmissione del capitale sociale tra generazioni, che la famiglia “cattolica” ha a suo modo garantito, e che la cultura liberal o socialdemocratica non garantisce più, perchè approda a una società di singles in perenne crisi di competizione erotica.
    Quando Sparzani dice “i miei nemici sono Darwin e Freud” mi fa un po’ sorridere. Il mio nemico è l’idolo. Il principio di autorità che ha tanto nuociuto al nume Galileo e che poi si utilizza per recintare il sacrario dei numi della scolastica progressista.

  43. elena rosa il 3 febbraio 2008 alle 03:22

    a me le cose che dice valter binaghi fanno stare in un certo senso male. perché ledono alla mia libertà, perché mi ricordano uno dei periodi più totalitari e violenti della mia vita, quello appunto vicino al mondo cattolico o meglio alla fede cristiana.
    posso sempre non leggere è vero, o anche non aprire nazione indiana.
    fino ad oggi ho scelto di stare zitta.

  44. valter binaghi il 3 febbraio 2008 alle 10:03

    vedo però che la lontananza non ha migliorato la sua stabilità emotiva
    se bastano poche righe di uno scrittorucolo in rete per “ledere la sua libertà” e farla stare così male. Confetto Falqui?

  45. Martina il 3 febbraio 2008 alle 10:28

    Jane Austen sul finir del ‘700 ha scritto cose che ogni giovane donna dovrebbe leggere, soprattutto a due secoli di distanza. Amor proprio e volontà di autodeterminazione, però, non sono foraggiate nelle donne, come non lo sono in tutti i gruppi di persone emancipabili da una situazione che definirei “sotto” (sotto-messi: sotto-sviluppati, sotto-valutati, sotto-acculturati e via dicendo).
    Il fatto che qualcuno sia un “sotto” prevede che qualcuno sia un “sopra” e che da lì detti, con la scusa della distanza educativa, sociale, culturale, economica, i precetti per una lieve diminuzione della distanza. La lieve diminuzione della distanza ha la funzione di salvaguardare il “sopra” dal pericoloso conflitto innescato dalla richiesta di abolizione della distanza stessa, ovvero dalla richiesta che i tanto stombazzati diritti universali siano non solo riconosciuti, ma anche garantiti a tutti.
    L’emancipazione prevede ancora, purtroppo, che oltre alla presa di posizione personale si ricorra a forme collettive di alleanza.
    Un esempio: è antipatico rendersi conto che i curatori di Nazione Indiana siano 15 uomini e 2 donne? Care signore, costruiamo il sito Paese Brigasco (che pure loro sono stati divisi, chiusi in riserva e delegittimati culturalmente con una politica di francesizzazione forzata) e ridimensioniamo la proporzione tra curatori e curatrici :-)

    Saluti da Martina

    (Binaghi, hai il tatto di una mucca al pascolo!)

  46. giorgio mascitelli il 3 febbraio 2008 alle 11:07

    Caro Binaghi,
    il suo è un intervento intelligente perchè critica il femminismo e il sessanotto nel suo punto più debole: ovvero nella pretesa di rivoluzionare un elemento archetipale antropologico come il rapporto tra uomo e donna con le categorie del politico. Però non deve dimenticare che tale affermazione era connessa con una tensione etica verso la giustizia che ne limitava gli effetti collaterali consumistici, non quelli biopolitici purtroppo. Mi perdoni però se le dico che la sua critica pur acuta affonda a sua volta in una visione mitica e non storica del problema. La caratteristica fondamentale della famiglia contadina tradizionale è la promiscuità con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano di una morale dei rapporti tra sessi. Inoltre essa viene messa irreversibilmente in crisi dal processo di urbanizzazione industriale: è già possibile leggere in Balzac gli effetti della crisi di questa famiglia, anche se naturalmente in Italia ciò accade con un secolo di ritardo. Dunque il femminismo e il sessantotto vengono dopo e se mai contestano la famiglia borghese. L’attuale tendenza pornografica dell’apparato mediatico può anche aver tratto giovamento dalla liberazione dei costumi, ma non coincide con essa e soprattutto oggi dipende dalla sua utilità nei processi pubblicitari e commerciali. Se se ne vuole uscire bisogna lottare contro questo modo di produzione: paradossalmente quindi la contraddizione è del conservatorismo tradizionalista che in quanto conservatore difende questo sistema che promuove tale pornografia e in quanto tradizionalista lo critica. Pensi in concreto a quei telepredicatori protestanti americani che devono la loro influenza sociale a tv private che trasmettono pubblicità che come tutte usano metodi subliminali per indurre stati di eccitazione sessuale nello spettatore

  47. Cino Lumi il 3 febbraio 2008 alle 11:08

    “Il mio nemico è l’idolo”

    Il mio nemico è ieri
    quando tu mi guardavi
    in cima a un batticuore
    e me lo nascondevi

  48. Giuseppe Iannozzi il 3 febbraio 2008 alle 11:18

    In realtà, prima di criticare il pezzullo di Binaghi, avevo posto delle domande. Il pezzullo è solo un pretesto, una formalità.
    Ma tutto tace. Nessuna risposta viene.
    Vorrà dire che applico la regola della maestra di scuola: “Non risponde, quindi è chiaro a tutti che non ha studiato e non sa.”

    Così sia!

    Buona domenica

  49. elena rosa il 3 febbraio 2008 alle 11:23

    il confetto falqui te lo lascio binaghi, lo tieni in mano, lo guardi, e decidi tu cosa farne. o.k?
    (quella della stabilità emotiva è un classicissimo proprio).
    e p.s: lascia stare le parole. la cosa che tu sia uno scrittore non l’ho davvero presa in considerazione.

  50. The O.C. il 3 febbraio 2008 alle 11:32

    Cara Lippeche, vedi che luterano era per ridere. Saluti.

  51. Silence il 3 febbraio 2008 alle 11:45

    Qualcuno spieghi a Iannozzi che le persone che tacciono potrebbero non aver voglia di comunicare con lui esso medesimo.

  52. valter binaghi il 3 febbraio 2008 alle 11:54

    Mascitelli, sono daccordo nel giudizio sul conservatorismo politico (che a parole difende la famiglia e nei fatti ne erode alle basi la dignitosa sussistenza), infatti non mi reputo affatto tale. Nemmeno mi riconosco, in una difesa strenea della famiglia cattolica pre-industriale (finita per sempre).
    Semplicemente, mi limito ad osservare (e se permettete ho una certa esperienza: 25 anni da insegnante) che dove esiste una famiglia capace di selezionare e mediare, l’approccio dei teenagers ai media e al pattume porno-consumistico che diffondono è del tutto diverso che in altri casi. Del sessantottismo critico soprattutto l’adesione indiscriminata a un soggettivismo che rifiuta la sostanza etica dei valori comunitari, familiari e non. Finito il cemento della militanza di movimento, di quell’estatico progetto di nuove relazioni umane è rimasto ben poco.
    Quanto al tatto che dovrei dimostrare a chi mi prende a schiaffoni solo perchè gli resuscito fantasmi di collegio, il politicamente corretto non è tra i miei doveri: l’esistenza di donnette isteriche non sminuisce comunque la nobiltà dell’universo femminile.

  53. sergio pasquandrea il 3 febbraio 2008 alle 12:12

    “Semplicemente, mi limito ad osservare (e se permettete ho una certa esperienza: 25 anni da insegnante) che dove esiste una famiglia capace di selezionare e mediare, l’approccio dei teenagers ai media e al pattume porno-consumistico che diffondono è del tutto diverso che in altri casi. Del sessantottismo critico soprattutto l’adesione indiscriminata a un soggettivismo che rifiuta la sostanza etica dei valori comunitari, familiari e non. Finito il cemento della militanza di movimento, di quell’estatico progetto di nuove relazioni umane è rimasto ben poco.”

    Sai che cosa stavo pensando, Valter (scusa se ti chiamo per nome, ma il cognome fa un po’ troppo compagno di scuole medie)? Che in fondo mi trovo sempre d’accordo con la parte “mediana” del tuoi articoli, nel senso che non ne condivido mai premesse e conclusioni, ma la parte analitica mi trova sempre d’accordo.
    Poi non so che cosa significhi, è solo un’osservazione che mi è venuta in mente adesso.
    Con stima, sinceramente.

  54. Giuseppe Iannozzi il 3 febbraio 2008 alle 12:37

    Qualcuno spieghi a Iannozzi che le persone che tacciono potrebbero non aver voglia di comunicare con lui esso medesimo.

    Qualcuno ti spieghi che il risultato non cambia: “Non risponde, quindi è chiaro a tutti che non ha studiato e non sa.”

    Non rispondere, poi, <i<Silence, è soltanto sintomo di grande maleducazione e di non disponibilità al dialogo, mentre io mi sono aperto al dialogo in maniera critica.

    Ma prendo atto del silenzio in risposta. E giacché non ho tempo da perdere ulteriormente con chi il dialogo lo ricusa a priori, sono io che vi regalo un po’ del mio di silenzio.

    Buon uncinetto!

    Cordialità in ogni caso,

    g.

  55. Cino Lumi il 3 febbraio 2008 alle 12:57

    Ecco, caro, regalaci il tuo silenzio: è la cosa più gradita, e attesa, che ci aspettiamo da te.
    Che il dio di Binaghi e quello di Tashtego benedicano la tua magni-fica decisione, che si spera irrevocabile.

  56. tashtego il 3 febbraio 2008 alle 13:35

    interessante osservare come ogni lettura di binaghi, nessuna esclusa, venga eseguita sub specie ideologica e persino una serie di questioni complesse come quelle legate alla sessualità e alla condizione della donna, sia biologica che sociale che culturale eccetera, diventa occasione per il peana di destra, con sottesa invocazione repressiva.

  57. Giuseppe Iannozzi il 3 febbraio 2008 alle 14:44

    Niente è irrevocabile, tranne quelli come te, ahinoi! :-(

    Ogni tanto passo, per vedere se il silenzio è stato rotto o se invece continua. E noto con piacere che il silenzio continua, un silenzio assordante che ha dato risposta a tutte le mie domande. E’ una soddisfazione non da poco constatare che ho praticamente ragione su tutto il fronte.

  58. Poeta x eccellenza il 3 febbraio 2008 alle 15:15

    Iannozzi.
    Dice che tace,
    noioso batrace,
    ma poi, credendosi sagace,
    ritorna e non ti lascia mai in pace.
    A me non piace.
    Di attenzione è troppo vorace,
    è patologicamente loquace,
    e scrive soltanto fregnace.

  59. valter binaghi il 3 febbraio 2008 alle 15:20

    @tashtego

    il peana di destra, con sottesa invocazione repressiva.

    Ma non ti entra in testa che il pudore non è politicamente schierato e la prudenza è diversa dalla repressione?

  60. Cino Lumi il 3 febbraio 2008 alle 15:24

    Sapevo che non avresti mai resistito, vecchio Joe, la vetrina ti attira troppo.

    Ma dimmi, caro, visto che sei tornato (purtroppo), quali erano le tue domande? Perché tu hai fatto delle domande, vero? Ed è proprio un “peccato” (Binaghi, mi scusi, mi è scappato) che non se ne sia accorto nessuno…

  61. tashtego il 3 febbraio 2008 alle 15:42

    il pudore non si impone.

  62. La Lipperini il 3 febbraio 2008 alle 17:25

    Mi ricollego e rispondo io.
    Mi par di capire che fossero state chieste le fonti da cui ho attinto sulla violenza contro le donne e, in assoluto, sul gender gap, e che ho riportato nel libro. Le elenco, sapendo in anticipo che non servirà che a suscitare ulteriori cachinni:
    Istat, Eures-Ansa (già citato nel mio primo intervento, peraltro), Isfol, Ocse, Word Economic Forum, Doxa, Eurisko, Censis, Ministero pari Opportunità, Ministero Interni.
    Aggiungo, per correttezza, che il virgolettato riportato da Binaghi è presente nel libro, ma che è una citazione di un lungo servizio di Newsweek sul fenomeno del baby-target di Mtv.

  63. Giuseppe Iannozzi il 3 febbraio 2008 alle 17:42

    @ LA LIPPERINI

    Grazie.

    Nessun cachinno, non da parte mia.

    Cordialità,

    g.

  64. valter binaghi il 3 febbraio 2008 alle 18:01

    @tashtego
    Il pudore non si impone, perchè è spontaneo o non è.
    Semmai si difende, come qualcosa di delicato e fragile, che in un bambino non sa ancora difendersi da solo.
    Ci sono molti modi di aggredire e stuprare, e scambiare l’incuria per tolleranza democratica è pericoloso.
    A latere: se rinasco un altra volta faccio il regista, rigiro “Don Camillo” e la parte di Peppone è solo tua.

  65. beccalossi il 4 febbraio 2008 alle 00:45

    da sempre il potere punta a conquistare il pudore. perchè sa che, conquistato il suo pudore, avrà conquistato l’individuo.

    l’obiettivo del potere è decidere, in completa autonomia, cosa è pubblico e cosa è privato, e imporre questo confine a tutti i “sudditi”. questo progetto mi sembra esattamente l’essenza del totalitarismo.

    il paradosso degli ultimi cinquanta anni è che se da un lato, feriti dalle esperienze totalitarie della prima metà del secolo, abbiamo messo la difesa della proprietà privata in cima alle nostre esigenze (la casa, gli averi, il lavoro, la fede, i dati personali, l’appartenenza politica), dall’altro abbiamo accettato la pubblicizzazione del corpo. Insomma: sbarre di ferro alle finestre e intanto patata al vento.

  66. Salvatore F. Riggi il 4 febbraio 2008 alle 01:01

    patata al vento è bello
    così uno può lessare e condire e infornare a piacimento

    Salvatore F. Riggi, per gli amici Tore

  67. The O.C. il 4 febbraio 2008 alle 10:39

    Ecco, appunto. Peppone e Don Camillo. Non sarà che hanno leggermente scassato ‘a minghia?

  68. Uto Ughi il 4 febbraio 2008 alle 12:42

    Iannozzi sputa fuoco e fiamme dicendo che nessuno risponde alle sue scomodissime (?) domande, poi qualcuno risponde e…? Morta lì, cresta abbassata, “cordialmente” etc. Massimamente ridicolo, come sempre, senza mai un’eccezione, mai un guizzo, mai niente di sensato.

  69. valter binaghi il 4 febbraio 2008 alle 16:30

    In effetti faccio torto a tashtego se lo paragono a Peppone. Quella era un’Italia ingenua, in cui cattolici e comunisti avevano fin troppo in comune. Tashtego è post, io sono post, tutti siamo post.
    L’atomismo glorioso della differenza.

  70. luminamenti il 4 febbraio 2008 alle 19:05

    “La famiglia come luogo di trasmissione del capitale sociale”.
    Come no, che cosa fantastica. E’ proprio dentro questo nucleo che si espande l’investimento narcisistico, la realizzazione pulsione del Sé.
    Perché Dante e Leopardi erano per la famiglia?
    Ancora si pensa darwin e freud, io invece guarderei a cosa ha prodotto la società del Capitale a causa della famiglia.
    Concordo con Marco Rovelli.
    E’ da almeno 10 anni che si sentono sempre questi discorsi. Appena si chiede come, iniziano i guai

  71. luminamenti il 4 febbraio 2008 alle 19:16

    Perchè L’età adulta non è forse un idolo? Freud non va bene, mentre la psicologia dell’età evolutiva che costruisce il falso mito dell’età adulta sì.
    Tutto quello che si scoperto dopo invece viene ignorato e ancora si crede che per poter capire un fenomeno occorrono dati e analisi sociologiche.
    L’ondata statistica ormai ha pervaso tutti e poi si utilizzano per le proprie propensioni ideologiche.
    Mentre come è fatto l’uomo e la donna questo interessa a pochi e sopratutto si fa fatica a sapere

  72. Ragione il 4 febbraio 2008 alle 20:01

    antifeminist.altervista.org

    Volete risposte? Andate a cercarvele qui.
    Siete servìti.

  73. valter binaghi il 4 febbraio 2008 alle 21:09

    @Luminamenti
    Alla fine dei tuoi commenti io ho sempre in testa il solito Jarry:

    “Ah, signore! Per quanto bello e importante tutto ciò non vale la Polonia.
    Se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i Polacchi”

  74. valter binaghi il 4 febbraio 2008 alle 21:13

    @luminamenti

    come è fatto l’uomo e la donna questo interessa a pochi

    Dai, spiegacelo tu, magari saltando la storia dei pollini con cui si attardava il prof di religione alle medie. Vai direttamente al sodo.
    Pendiamo dalle tue labbra.

  75. Paolo Mitili il 4 febbraio 2008 alle 21:21

    Lo vedete che, al fondo, torniamo sempre al ciulare?

  76. Faviv il 4 febbraio 2008 alle 22:22

    Francamente mi sembra che dire che 40 anni di femminismo non siano serviti a niente e siano passati come acqua sia un po’ semplicistico. Non è vero e lo dimostra il fatto che per molte donne che ancora hanno posizioni subalterne ce ne sono altre che invece studiano, fanno i dottori, sono manager. Senz’altro sono poche, ma prima quante erano? Di più? Mia nonna dice di no. Non sarà la Doxa ma prima del ’68 lei c’era.

    Per quanto riguarda il machismo e la femminilità, poi, questo è un discorso che riguarda l’identità di genere e che sarebbe troppo lungo affrontare qui; basti sapere che il modo (attualmente) più usato per far fronte al discorso sul genere è attraverso la teoria queer (che forse lei rinnegherà, non lo so. Comunque è interessante e andrebbe conosciuto).

    E in che modo la cultura progressista ci ha messo del suo? Che vuol dire? Meglio prima quando si andava a dormire nel fienile? Cioè, io non ho capito, dobbiamo lasciare i nostri lavori in città e tornare nell’agro? Questa me la deve spiegare un po’ meglio.
    Anzi no, non mi interessa.

    “E’ vero che la violenza sulle donne esisteva anche negli anni Cinquanta e Sessanta, ma essa era clandestina, perchè oltre alla condanna della violenza un’aura eticamente forte e un’attenzione corrispondente circondava le manifestazioni della sessualità.” NOn mi risulta che lo stupro sia legale, quindi è clandestino anche adesso. L’aura eticamente forte forse c’era, forse no. Secondo me l’aura eticamente forte e l’attenzione alla sessualità portava solo a situazioni come quelle rappresentate nel film “Malizia” con Laura Antonelli; posizioni di potere contro posizioni inferiori. Poi, faccia lei…

    Cordialmente,
    Fabrizio.

  77. luminamenti il 4 febbraio 2008 alle 22:38

    @binaghi. E perchè mai dovrei spiegartelo io quando non lo sa più nessuno cos’è un uomo e una donna, quando occorrerebbe più cautela i fronte all’enorma quantità di nuove informazioni si ricavano dalla ricerca scientifica che difficilmente si può ignorare (i fatti) mentre tu solo ce lo hai spiegato a tutti noi meglio di freud e darwin? ma come ce lo hai spiegato? solo con una ideologia. E una ideologia vale quanto un’altra, in quanto convinzione. Un indagine dentro le neuroscienze non farebbe male a tutti i sociologi e ideologi.

  78. La Lipperini il 4 febbraio 2008 alle 22:55

    Luminamenti, tanto per precisare, almeno per quanto riguarda il mio libro: la sociologia non c’entra assolutamente nulla. Tanto meno l’ideologia. I dati sono utilizzati per suffragare fatti, episodi, fenomeni. Questo SE stiamo parlando del libro medesimo e non della recensione.
    Fabrizio: mai sostenuto che il femminismo non sia servito a niente. E’ innegabile, però, che sia in atto un’ondata conservatrice che riguarda soprattutto la questione di genere.

  79. Faviv il 4 febbraio 2008 alle 23:36

    @Lipperini – La mia rilfessione sul femminismo non era rivolta a lei, signora Lipperini, ma al testo di Binaghi. Spero che anche lei veda nelle battaglie del femminismo un retaggio che forse oggi si sta perdendo ma che per molti anni ha spronato le donne ad essere polemiche, politiche e autocoscienti. Il fatto che le battaglie femministe non abbiano scosso “l’immaginario collettivo” non è materia del contendere, a mio avviso. Le donne dovevano (e ancora, in molti casi, devono) capire che il loro corpo è un corpo politico; quello che succede a loro si riflette sulla società e sull’individuo. Si possono cambiare le cose solo partendo dagli individui e le possibilità che hanno le donne sono troppe per essere buttate via.
    E adesso ritornerei alla questione del queer ma andrei troppo fuori strada…
    Grazie per avermi letto.
    Fabrizio

  80. valter binaghi il 4 febbraio 2008 alle 23:41

    Avrei qualcosa da rispondere a Fabrizio, ma non ce la faccio più. Ho tre o quattro post in giro per la Rete e in ognuno mi ritrovo Luminamenti, che problematizza punti e virgole a suon di citazioni cervellotiche: non sappiamo più cos’è uomo e donna, perchè non abbiamo letto abbastanza.
    E’ peggio delle cavallette. Basta, io getto la spugna.

  81. lucio il 5 febbraio 2008 alle 00:07

    A Lumina, te possino! E’ tutta colpa tua!
    lucio

  82. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 07:34

    Certo lucio è colpa mia se la famiglia non è quella che vorrebbe imporre Binaghi, lui che sa tutto della natura umana ( è fermo a freud e darwin)

  83. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 07:38

    sono d’accordo con la Lipperini per quanto riguarda l’ondata neoconservatrice, ecco perché occorrono articoli sulla ricerca più avanzata in campo delle neuroscienze, neuropsicoanalisi per demolire l’idea che i conservatori in nome di Dio (non nominare Dio invano) decidano nuovamente cosa può fare ed essere un uomo ed sopratutto come essere donna.

  84. gina il 5 febbraio 2008 alle 08:37

    Faviv
    mi permetto
    “Spero che anche lei veda nelle battaglie del femminismo un retaggio che forse oggi si sta perdendo ma che per molti anni ha spronato le donne ad essere polemiche, politiche e autocoscienti”.
    Si sta perdendo? davvero?

    “Il fatto che le battaglie femministe non abbiano scosso “l’immaginario collettivo” non è materia del contendere, a mio avviso. Le donne dovevano (e ancora, in molti casi, devono) capire che il loro corpo è un corpo politico; quello che succede a loro si riflette sulla società e sull’individuo.”
    L’hanno scosso, l’immaginario collettivo, e si vede, anche da questa recensione:).
    Le donne dovevano capire che il loro corpo è politico?

    Lipperini
    non ho ancora letto il tuo libro, ma so che nn è diciamo così catastrofista, che hai rilevato anche dei moti, dei fenomeni di reazione positiva, e dal basso.
    Come ci sta, dentro, una recensione del genere:)?

  85. The O.C. il 5 febbraio 2008 alle 10:58

    “quando occorrerebbe più cautela i fronte all’enorma quantità di nuove informazioni si ricavano dalla ricerca scientifica”. Capito? Niente più fiocchi rosa o fiocchi azzurri. Anche i bambini e le bambine sono un fatto ideologico. Li chiamano già “bambin”.

  86. Dio il 5 febbraio 2008 alle 13:05

    @lipperini: cartellino rosso, a casa. @Faviv: provvederò quanto prima a farti diventare donna, così sei contento (scusa se ti ho fatto nascere maschio). @tutti gli altri: è una bella giornata, magari si ragiona di più a spasso che sul web…

  87. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 13:13

    @the O.C Non me lo sono inventato io che la determinazione sessuale (psichica) del genere umana sia tema dove emergono varianti culturali che incidono sull’assetto genetico (per l’esattezza sull’espressione genica)

    Non l’ho scoperto io che il DnA è influenzabile, che i messaggi non seguono solo la via DNA-RNA-Proteine, ma che che c’è una via inversa: Proteine-RNA-DNA.

    Mica basta il pene e la vagina per parlare di uomo e donna o maschio e femmina!

    Ma puoi leggere un assaggio con Donna Haraway, tanto per iniziare.

    Se un bambino appena nato viene lasciato in una foresta in mezzo a degli animali, assume tutti i comportamenti dell’animale che lo alleva.

    E se questo periodo supera i 2 anni ( e anche meno) le possibilità di recuperarlo alla condizione umana è praticamente impossibile. Ci sono caso documentati. Che cosa significa? Significa che il nostro modo di essere è altamente plasmabile e questo dovrebbe fare riflettere su come s’impara ad essere uomini ed essere donna.

    Quando si parla di esseri umani il conservatorismo è la peggiore cosa che si possa pensare, il cervello umano è il più fluido e riplasmabile di tutti gli animali.

    Ma di ricerche in questo campo ce ne sono tante e non basta dire non è così. Bisogna essere più aperti a comprendere che siamo in continua evoluzione. Certo, ci si può spaventare a pensare a come potremmo pensare, ma questo è legato alla paura di perdere un’identità, ma in verità la nostra identità è pià plasmabile di quello che crediamo.
    C’è un bel libro, uscito di recente che mostra come evolutivamente l’uomo è fatto per essere capace più di chiunque altro a sopportare i cambiamenti: Resisto, dunque sono, dello psicologo dello sport Pietro Trabucchi, che tratta di una qualità umana che è la Resilienza. Aveva ragione Spinoza quando diceva che nessuno sa cosa può in corpo.

    Invece vedo in giro certezze assolute su quanto faccia bene la famiglia (ma dove? nella fantascienza? ma dove vivete sulla luna?), si sono persi i valori, l’uomo è fatto per questo e la donna per quest’altro (ma non e nei dieci comandamenti che già si nota il maschilismo, cioè una ideologia costruita come una tavole politica?) eccetera eccetera…

  88. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 13:16

    In quanto alle differenze tra bambini e adulti, a parte le ovvie differenze volumetriche e di potere e forza, in quanto a capacità di ragionamento, c’è un’ampia letteratura scientifica che smentisce l’idea che i bambini siano intellettivamente meno capaci degli adulti. Puoi leggere per esempio se vuoi approfondire: Sergio Piro

  89. Ridley Scott il 5 febbraio 2008 alle 14:58

    Salve a tutti.

    Sto preparando un remake della mia opera prima, I Duellanti.
    Avrei pensato al dottor Luminamenti per sostituire Carradine e al dottor Binaghi per il ruolo che fu di Keitel. Li vedo proprio bene nei panni di D’Hubert e Feraud.

    Qualora, come mi auguro, il progetto andasse in porto, chiederei la loro partecipazione, sempre in veste di protagonisti, anche alla serie televisiva a cui sto lavorando. E’ un progetto già acquistato da Rai Uno e che andrebbe in onda la domenica, subito dopo la trasmissione della santa messa. Si tratta della riduzione per il piccolo schermo di una serie di capolavori letterari, uno ogni puntata. La prima, quella che vedrebbe impegnati i nostri due eroi, è la riduzione de I Teologi di Jorge Luis Borges. Luminamenti è perfetto per Giovanni di Pannonia, altrettanto dicasi di Binaghi, unico, indiscutibile volto possibile per Aureliano di Aquileia.

    Le riprese inizieranno il 21 marzo prossimo negli stabilimenti sempre aperti del B.R.A.

  90. gianni biondillo il 5 febbraio 2008 alle 15:17

    Non credo che “La famiglia” (mononucleare occidentale) in sé sia un male. Ma non credo neppure sia un bene. E’ una possibilità, non l’unica.

    E al di la delle facili battute sulla logorrea criptica di Luminamenti, i suoi ultimi commenti mi paiono limpidi e interessanti.

  91. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 16:26

    Troppo buono Gianni. Che io stia subendo una mutazione evolutiva? Per l’amico Binaghi non credo, perchè l’evoluzione non è in nessun caso ammissibile, e tanto più per luminamenti che nacque involuto e con il solo scopo di fare incazzare Binaghi.
    Peccato che non riesca a ricordare una poesia letta qualche sera fa di Rumi sulla benedizione che uno riceve quando il “male luminamenti” ti tocca. Non riesco più a ricordare in quale libro l’ho letto. Sto invecchiando, la mia memoria prodigiosa è da un anno a questa parte in leggera crisi.

  92. Ridley Scott il 5 febbraio 2008 alle 17:06

    “la mia memoria prodigiosa”!!!

    Ecco perché ad attori così non si rinuncia facilmente: “limpidi”, “interessanti” e soprattutto “modesti”.

    Saranno film di culto, come tutti i miei del resto. A(l) B.R.A. sono già tutti in fremente attesa.

  93. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 17:44

    Che vuoi regista, di fronte a tanti esemplari di (falsa) modestia ci vuole pure che ci sia un involuto come me che facci il (falso) presuntoso.
    Per compensazione e per esperienza diretta della schietta e sincera natura umana che abita dentro i cuori dei frequentatori evoluti di NI escluso luminamenti, ovviamente.
    Ma gurda un po’ in questa società dell’immagine, quanti individui alla Ridley Scott che coltivano l’essere invece dell’apparire. Un conversione all’umiltà e alla modestia. Quasi quasi mi commuovo di fronte a tante anime semplici su NI. Che vuoi mentre tu ti senti finito, io mi sento infinito (è un ricordo della mia memoria prodigiosa, Sgalambro su Micromega, saggio sull’empietà)

  94. Giuseppe Iannozzi il 5 febbraio 2008 alle 17:57

    Ho avuta la risposta che volevo.
    Mi ritengo soddisfatto e non ho altro da aggiungere.

    Buona sorte,

    g.

  95. luminamenti il 5 febbraio 2008 alle 18:15

    Quiz:

    La modestia è la vile riuscita di chi si annulla ma solo un pochino e proprio così si mette in risalto.

  96. Ridley Scott il 5 febbraio 2008 alle 19:43

    Lumi, non mi sembra di averti mai dato dell’ “involuto”.
    Non ricamare sulle parole di chi viene ad offrirti la possibilità di essere ancora più infinito di quello che già sei.
    I miei attori li ho sempre scelti tra gli interpreti di rango, ricordi?

    Comunque, se il dottor Binaghi è d’accordo, potete sempre scambiarvi i ruoli, tanto la riuscita del film, con voi, è assicurata prima ancora del “si gira”.

    p.s.

    Tra l’ “essere” e l’ “apparire” continuo a preferire la patonza: l’unica che c’è e appare contemporaneamente.
    A Sgalambro e Battiato, l’uva passa, che mi dà più calorie.

    Vi aspetto sul set.

  97. ruggero solmi il 5 febbraio 2008 alle 21:39

    iannozzi si ritiene soddisfatto come una zanzara che ha succhiato il sangue ed è morta.

    luminamenti: o di chi racconta lunghissime barzellette con altri mezzi.

    lipperini: ancora dalla parte delle bambine. mi compiaccio , ma il mio range è 18-60.

    saluti,
    rs

  98. Salvatore F. Riggi il 5 febbraio 2008 alle 21:49

    Ruggero, c’è un piccolo… ‘problema’: sembra che il sangue di luminamenti abbia proprietà taumaturgiche, soteriche…

    Salvatore F. Riggi per gli amici Tore

  99. Giuseppe Iannozzi il 5 febbraio 2008 alle 23:03

    @ SOLMI

    Mon Dieu, che uomo di spirito!
    Sembra di stare in un asilo per solo bambini, la qual cosa è oltremodo noiosa.

  100. gianni biondillo il 5 febbraio 2008 alle 23:18

    100.

  101. ruggero solmi il 5 febbraio 2008 alle 23:25

    iannozzi è un galbiati completamente stupido.

  102. Salvatore F. Riggi il 5 febbraio 2008 alle 23:32

    Hai visto? Te lo avevo detto: è già risorto…

    Salvatore F. Riggi, per gli amici Tore

  103. apokalypsis il 6 febbraio 2008 alle 00:34

    domanda: perché il sito di iannozzi si chiama bio-iannozzi? una delle tante stranezze della vita.

  104. Salvatore F. Riggi il 6 febbraio 2008 alle 00:52

    Perché lo chiedi? Non dirmi che hai avuto il coraggio di visitarlo!

    Salvatore F. Riggi, per gli amici Tore

  105. apokalypsis il 6 febbraio 2008 alle 01:13

    ci vogliono due palle così, Tore.
    we can be heroes just for one day.

  106. precisator il 6 febbraio 2008 alle 01:39

    a dire il vero, il sito si chiama (alquanto misteriosamente) “bio-giannozzi”.

  107. Giuseppe Iannozzi il 6 febbraio 2008 alle 09:06

    Continuate pure a parlare e straparlare, bambini. Nel bene e nel male è sempre tutta pubblicità, grasso che cola in mio favore.
    E se fate i bravi magari vi regalo pure un paio di gianduiotti. :-D

  108. gina il 6 febbraio 2008 alle 09:49

    (A chi è interessato, segnalo il no 87 (2007) della feminist review, interamente dedicato al femminismo italiano contemporaneo, e interamente consultabile on line (in particolare i pezzi di cristina morini e laura fantone, ma è tutto abbastanza interessante. Clic su corrent issue in altro a sinistra.
    http://www.feminist-review.com/
    This issue of Feminist Review focuses on new issues and debates within Italian feminisms. For example, especially among younger Italian feminists, precariousness has become an organising principle for articulating conditions of work, life, politics and creativity. This issue engages critically and imaginatively with these debates and developments. The authors adopt a range of disciplinary perspectives to address these issues. Topics include the issue of generational legacy and exchange within Italian feminisms; the examination of contemporary feminist political activism; Italian feminisms’ engagement with female migration; precarious sexual identities; Italian women’s new relationship with the labour market. The issue will include a substantial ‘Open Space’ section, drawing on workshops held in Italy with feminist groups and activists.

  109. Uto Ughi il 6 febbraio 2008 alle 10:51

    “Nel bene e nel male è sempre tutta pubblicità”

    Lo sappiamo bene che è l’unica cosa che cerchi. Degli argomenti di cui si parla te ne fotti, del fatto che i tuoi commenti abbiano un senso idem, intervieni solo per apparire, invadente, inutile, sempre a sproposito, come sempre fanno i troll.

  110. Uto Ughi il 6 febbraio 2008 alle 10:53

    “Nel bene e nel male è sempre tutta pubblicità”

    Lo sappiamo bene che è l’unica cosa che cerchi. Degli argomenti di cui si parla te ne fotti, del fatto che i tuoi commenti abbiano un senso idem, intervieni solo per apparire, invadente, inutile, sempre a sproposito, come sempre fanno i troll.

  111. Giuseppe Iannozzi il 6 febbraio 2008 alle 12:53

    Continua, ti prego. :-D

  112. Uto Ughi il 6 febbraio 2008 alle 13:13

    cvd

  113. Bambino il 6 febbraio 2008 alle 18:05

    Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 22 ottobre 2007

    Anche gli uomini subiscono violenze sessuali. Ha stupito il caso dell’universitario aggredito e violentato da due egiziani in un parco milanese. In realtà, non è affatto un’eccezione. Presso il solo centro antiviolenze della Clinica Mangiagalli di Milano, le violenze sessuali contro uomini, quasi tutti maggiorenni, sono almeno dieci ogni anno. Ma è un numero poco rappresentativo. Infatti, come ricorda Alessandra Kustermann, la maggior parte degli uomini violentati non sporge denuncia.
    A venire informati, a volte dopo molti anni, delle violenze subite dai maschi, sono psicoterapeuti, medici, sacerdoti. Quasi mai la polizia, e molto raramente i centri contro la violenza sessuale. Anche la famiglia, le mogli, i genitori, vengono tenuti all’oscuro. Tra le donne, invece, il silenzio, anche se ancora troppo diffuso, è per fortuna in forte calo. Come mai questo diverso comportamento, di fronte alla violenza sessuale? Perché le donne riescono a parlarne, ed i maschi tacciono?
    Questo silenzio, profondo, ha le sue origini nella stessa identità sessuale. L’essere posseduti con violenza da un altro uomo, infatti, getta il maschio in una vera e propria crisi di identità. In questo subire passivamente il desiderio di un altro egli teme di venir trattato, come si esprimono le Scritture di diverse religioni “come una donna”.
    Prima ancora della rabbia per la violenza subita, ciò che spinge l’uomo nel silenzio e nella confusione, è infatti proprio questo: perché è stato così fortemente desiderato da un altro uomo? E’ stato forse, in qualche modo che magari gli è sfuggito, lui stesso a provocare quanto è accaduto? Ne è dunque egli stesso responsabile?
    Le stesse inquietudini, e domande confuse, si affacciano anche alla mente di una donna abusata. Lei però sa che l’essere desiderata dagli uomini fa parte della sua identità sessuale. Venir presa contro la sua volontà viola, certamente, la sua integrità personale, non nega però la sua identità di genere, che prevede, e spesso sollecita (con le suggestioni della moda e della seduzione), il desiderio maschile. La denuncia contro il violentatore dunque, oltre che chiedere giusta riparazione per il sopruso subìto, afferma definitivamente i suoi poteri femminili: quello di suscitare il desiderio maschile, e, soprattutto, quello di essere lei a decidere a quale distanza tenere quel desiderio, quella richiesta. L’affermazione del diritto di reagire con la denuncia all’abuso ha così efficacemente accompagnato lo sviluppo dell’autocoscienza della dignità femminile.
    Per un uomo non è ancora così. Il desiderio di altri uomini, per loro è un elemento inquietante, perturbante, che non sanno dove collocare: molte aggressioni in risposta ai complimenti, anche tranquilli e non morbosi, di omosessuali, nascono proprio da questo. La violenza, poi, li lascia completamente disorientati. Non li mette in grado di spiegarsi quanto è accaduto, e quindi neppure di denunciarlo.
    Tutto viene inghiottito da un grumo oscuro, di sbalordimento, furore, caduta di autostima, senso di colpa. Una miscela psicologica fortemente distruttiva, che finisce spesso col minare l’equilibrio psichico dell’uomo che ha subito l’abuso.

  114. Dalia il 6 febbraio 2008 alle 21:25

    Sono d’accordo su molte cose affermate da Valter Binaghi,in particolare su quello che dice riguardo alla necessità di un’attenzione all’immagine della donna “senza veli”. E’ vero, lo stupro della dignità è gravissimo e se si osa accennare a “fare qualcosa” si viene presi per oscurantisti.Tempo addietro ho partecipato a una discussione su questo argomento che secondo me dovrebbe essere molto più presente nel dibattito intellettuale.La violenza contro le donne si struttura sulla mancanza della stima e del rispetto, sulla svalutazione della donna che è vista non più come oggetto del desiderio,che è cmq un aspetto dell’eros, ma solo come oggetto.I media presentano un’immagine della donna degradata e degradante, commentandone le doti fisiche con ammiccamenti e volgarità;spesso inoltre i telefilm mostrano situazioni dove il sesso si mescola alla violenza. Tutto questo, quando è recepito da soggetti più fragili psicologicamente per cultura o per età, si imprime nel loro immaginario con il risultato che considereranno la donna una non-persona e il sesso violento come eccitante.L’immagine della donna proposta dai media è la “faccia pulita”della violenza contro le donne.

  115. lisa il 7 febbraio 2008 alle 00:39

    Claudio Risè ci parla delle violenze agli uomini. Certo,sebbene siano in proporzione numericamente irrilevanti rispetto a quelle alle donne, non sono irrilevanti dal punto di vista umano. Tuttavia lo scritto di Risè non mi convince per varii motivi. Innanzitutto Risè si ostina come spesso fanno alcune donne a collegare la violenza sessuale a un insopprimibile desiderio nei confronti dell’aggredita. Ma invece la violenza sessuale ha origine dal disprezzo per la donna, non dal desiderio. Tanto è vero che nella quasi totalità dei casi non è rivolta a una specifica donna ma a quella che capita a tiro, a prescindere da età e bellezza, e che spesso è accompagnata da derisione, umiliazione e atti di brutalità (quando non dall’uccisione della donna).Applicando questo schema anche all’uomo violentato cade nella trappola di rendere protagonista il desiderio e quindi il senso di colpa nei confronti della propria capacità seduttiva.Inoltre se l’uomo è tanto scioccato dalla violenza subita, una componente di tale shock è senza dubbio quello di trovarsi trasformato da potenziale aggressore ad aggredito. Lui è abituato a identificarsi con l’aggressore ed è questo che lo spiazza.Un’altra considerazione:l’uomo subisce cmq violenza da una persona del suo stesso genere.Questo ha un segno diverso da quando la violenza è compiuta da un genere diverso.
    Mi sembra assurdo e fuorviante il discorso che in filigrana è sotteso all’articolo e cioè che la violenza subita dall’uomo è più grave rispetto a quella subita dalla donna perchè quest’ultima è più abituata storicamente e socialmente a sopportarla quasi come “fardello” della sua seduzione, e a gestirla grazie all’autocoscienza maturata dal percorso fatto nella sua condizione di vittima.

  116. Faviv il 7 febbraio 2008 alle 09:10

    @gina
    Se noti bene ho scritto che ***forse*** si sta perdendo, a mio avviso ci sono persone (come lei, immagino e spero) che contribuiscono a tenerlo vivo e baldanzoso.

    >L’hanno scosso, l’immaginario collettivo, e si vede, anche da questa recensione:).
    Probabilmente ha ragione lei, io stavo citando implicitamente l’articolo di Binaghi e comunque dico che non è il motivo della contesa.

    Le donne dovevano capire che il loro corpo è politico?
    Certamente. Ci sono corpi biologici, corpi politici, corpi tecnologici e via discorrendo.

    @Dio
    Fallo subito ma senza dolore! :-) Le tette non troppo grosse, se possibile.

  117. gina il 7 febbraio 2008 alle 09:58

    Faviv
    l’immaginario collettivo è proprio una delle materie del contendere invece (imho), immaginario collettivo al quale non si sottragono nemmeno le donne, come si vede anche dai commenti al post.
    Sul corpo politico eccetera.
    Anche qui, le donne e non solo lo sanno molto bene, solo che una delle caratteristiche di deriva del controllo compreso quello del discorso:) sta nel non permettere di considerare acquisito nessun diritto, nessuna libertà neppure quelli diciamo così più elementari.
    E questo non riguarda solo l’autodeterminazione femminile, ma anche il diritto di parola e di dissenso per esempio, tanto per restare alla più stretta attualità.
    E’uno stato di tensione continua, all’interno del quale bisogna imparare ad orientarsi, a seconda appunto, pianificando il più possibile le strategie di resistenza.
    Per restare al corpo politico e tecnologico et cetera (che coesistono, complicando:), su quello femminile si giocherà con tutta probabilità l’intera campagna elettorale. Ferrara stesso ha già provveduto a minacciare anche le donne di destra (vedi prestigiacomo), l’ordine di marcia è ormai stabilito, il corpo femminile sarà per l’ennesima volta e del tutto strumentalmente IL campo di battaglia.
    A nulla vale imho prendere posizione immediata, pavloviana, sugli attacchi ormai quotidiani che vengono sia dalla scienza che dai partiti di “destra” di “sinistra” per non parlare di quello di “centro” sia dalle gerarchie cattolico romane. Ma ciò non vuol dire che non ci si stia attrezzando:)

  118. Salvatore F. Riggi il 7 febbraio 2008 alle 10:41

    ma ‘imho’ che cazzzzo significa? mi state facendo venire i complessi e i sensi di colpa.

  119. Faviv il 7 febbraio 2008 alle 11:10

    @Salvatore In My Humble Opinion (nella mia modesta opinione).
    @ Gina – d’accordo con lei per tutto quanto riguarda la complicatezza del corpo femminile e di come questo verrà strumentalizzato (fra le altre cose da uomini, uno su tutti il citato Ferrara; e da esponenti del clero che non dovrebbero entrarci niente e ci entrano sempre di più).
    Off topic: sulla questione dell’aborto è già stato discusso moltissimo in queste pagine. Personalmente ricordo un pezzo molto bello di Francesca Matteoni.
    Per quanto riguarda le donne e l’immaginario collettivo poi… che dire? Binaghi nel suo articolo dice che il femminismo non ha cambiato la percezione della donna come accogliente, materna, dolce e accomodante e quella dell’uomo come invadente, macho, esploratore e cacciatore.
    Io credo che il femminismo abbia cercato (spesso riuscendoci) di cambiare questo stato di cose. Certo, è anche compito delle donne continuare a interrogarsi senza mai considerarsi vincitrici, e non parlo qui delle femministe (che da sempre si interrogano e interrogano gli altri), ma di quelle donne che il femminismo non sanno neanche cosa sia.
    CONCLUDENDO: il discorso è lungo, e credo che questo non sia nemmeno il luogo adatto per parlare delle implicazioni e degli innesti che immaginario collettivo (senza parlare di esperienza personale), corpo politico et al. hanno in comune. Continuate con le strategie di resistenza! Continuate ad essere politiche ed assertive! Questo è l’unico augurio che da uomo (gay, e studioso di letteratura femminile), posso farvi.
    Un consiglio per un libro divertente: Boating for Beginners di Jeanette Winterson, non pubblicato in Italia.

  120. gina il 7 febbraio 2008 alle 16:08

    faviv
    so che hai CONCLUSO, facciamo che con una buona dose di autonomironia parlo da sola in (un) (non è) questo (il) luogo : non è necessario né sufficiente “sapere” “qualcosa” del “femminismo” per agire rapporti paritari:)
    winterson comunque è una brava scrittrice.



indiani