Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.

12 febbraio 2008
Pubblicato da

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di Francesca Matteoni

“In una certa stagione della nostra vita, noi siamo
soliti considerare ogni pezzo di terra come possibile luogo
di dimora”.
HENRY D. THOREAU

“Per quale diavolo di motivo volete tornare là? Non è che
un vecchio autobus”.
BUTCH KILLIAN, uno dei cacciatori d’alce che trovò il
corpo di Chris McCandless a Stampede Trail, in Alaska nel
Settembre 1992

 

ricordare la propria ignoranza

Quando tra il 1845 ed il 1847 il filosofo americano Henry David Thoreau si trasferì a vivere in una capanna nei boschi presso il lago Walden nel Massachussetts, non lontano dalla sua città natale, non compiva una fuga dalla civiltà moderna, ma, parafrasandolo, “recuperava la sua ignoranza” – seguiva un’attitudine primigenia nell’uomo di scoperta e indagine del mondo, che viene inesorabilmente repressa dall’aderenza a modelli prestabiliti (il lavoro, la famiglia, la reputazione) con l’età adulta. Era il suo un atto profondamente etico, teso a dimostrare che conformandosi senza riserve al modello sociale consolidato si finisce spesso con il disobbedire alla nostra indole più intima, azzittendo quel particolare “genio” che dà all’individuo la sua singolarità.

Doveva agitarsi qualcosa di simile nella mente del ventiduenne Chris McCandless, che nel 1990, dopo essersi laureato a pieni voti, decise di abbandonare lo stile di vita fino ad allora conosciuto, devolvendo i suoi risparmi in beneficienza e rinunciando alla sua identità anagrafica. Distrusse i documenti, si ribattezzò Alexander Supertramp, il supervagabondo, ed iniziò a viaggiare per l’America, attraversando Arizona, California, navigando in canoa il fiume Colorado fino al Pacifico, lavorando per un periodo come operaio nelle piantagioni di grano in South Dakota, preparandosi alla sua meta finale: le terre selvagge, ostili dell’Alaska. Quando nel settembre 1992 il suo corpo, denutrito ed in stato di avanzata decomposizione, fu scoperto all’interno di un bus abbandonato, lungo un sentiero poco percorso in un parco dell’Alaska sud-orientale, iniziò il mito o addirittura il “culto” di McCandless. Lo scrittore e avventuriero Jon Krakauer scrisse un articolo e conseguentemente un libro, Into the Wild, nel quale oltre a riportare le testimonianze di chi aveva conosciuto McCandless, propone storie di altri americani affascinati mortalmente dall’ultima frontiera o dal mito della natura incontaminata: l’ovest, il deserto americano, il grande nord.

Dopo aver letto due volte il libro, nell’agosto 2006, Sean Penn si recò al “Magic Bus”, come McCandless lo aveva ribattezzato, la sua ultima casa. In uno dei molteplici quaderni con le firme dei visitatori, Penn lasciò scritto queste parole da una poesia di Leonard Cohen: “Sei andato per la tua strada. Anch’io la seguirò”.
Fedele a questo verso Penn ricrea nella sua trasposizione cinematografica una totale immedesimazione con il protagonista, e seguendo una linea già tracciata con l’esordio alla regia in Lupo Solitario (The Indian Runner, 1991), fa esplodere come istinto primordiale il legame tra spirito umano e natura. Nella mitologia di Penn il viaggio di Chris inizia nella corsa del cervo che apre The Indian Runner, in quel battito accelerato dove si uniscono il cacciatore indiano e la preda. Mentre però nell’opera prima questo richiamo selvaggio e l’insofferenza verso la società si risolvevano in una violenza tragica, in Into The Wild prevale il denudamento dell’essere, il confronto con l’esperienza del proprio credo fino alle sue drastiche conseguenze – una graduale, quasi ascetica, spoliazione. La bellezza visiva dell’opera di Penn è indebitata con l’insegnamento di Terrence Malick: è impossibile non pensare a I giorni del cielo, quando sullo schermo scorre la distesa gialla dei campi di grano di Carthage nel Sud-Dakota; è ugualmente difficile non fare per un attimo il paragone tra la storia di McCandless e le fughe metafisiche nella boscaglia delle isole oceaniche del soldato Witt in La sottile linea rossa.

Ho pensato che questa bellezza del paesaggio, dell’esplorazione solitaria sia una risposta alla scelta di McCandless. Ma questo ragazzo non cercava primariamente il confronto con la natura, non era proiettato tanto verso l’esterno, quanto verso se stesso, né poteva sapere, inizialmente, quanto le due cose coincidessero.
Ci sono vari dubbi, reazioni contrastanti che la storia di McCandless alimenta. Non è stato il solo ad imbarcarsi in una simile avventura: come cinicamente osservano alcuni detrattori, quasi tutti residenti in Alaska, l’unica differenza è che lui è morto. Non gli perdonano l’incoscienza, la poca umiltà, lo scarso rispetto per il luogo di cui aveva sottostimato le difficoltà concrete con cui ogni indigeno si scontra quotidianamente.
Tutto giusto senz’altro dal punto di vista dell’autoctono, se non fosse che questa vicenda porta molti altri all’identificazione, ad essere toccati – forse, come suggerisce Krakauer, alcuni dei critici riconoscono in McCandless loro stessi da giovani e avendo percorso altre strade ne sono irritati, non inclini alla comprensione per qualcosa a cui da tempo hanno rinunciato.
C’è poi chi ha tentato di darsi una spiegazione ricorrendo al disagio, ad una realtà familiare problematica, una forma di alienazione mentale: credo che nessun discorso con simili premesse sia valido ed esaustivo.

Io non mi sono mai spinta così lontano. Ma, specialmente anni fa, trascorrendo la notte nei boschi, dormendo nei campi e nella brughiera in Inghilterra o Scozia, suonando per strada, vagabondando digiuna in Bretagna e soprattutto trovandomi nell’enorme silenzio della foresta nordica in Finlandia, ho sentito la solitudine come atto di libertà, la voglia di strapparsi di dosso i ruoli, la stancante/asfissiante pressione dei giudizi altrui, l’esibizione sterile dei saperi – quasi come respirare finalmente il mistero della mia persona e delle possibilità nel mondo. Diventare responsabili di noi stessi, questo può significare essere soli, imparare ad ascoltare a guardarsi intorno come se tutto fosse costantemente nuovo. Ma la maggioranza degli individui ha paura della solitudine, dei demoni interiori che essa può svegliare, delle conferme che sradica quando ci si addentra in lei così come nell’intrico della foresta.

McCandless, mosso da una sete conoscitiva, da una dose di mancato buon senso, ma anche da un’ammirabile forza di volontà e dalla capacità di trovare sempre nuove risorse, cercava questa particolare solitudine che separa sottilmente il concetto di individuo da quello di singolo. La sua ricerca nasceva nell’amore fatale per i libri, che non abbandonò mai – Tolstoj, Thoreau, London, nello zaino insieme ad una scorta di riso e ad un fucile. Aveva creduto così intensamente alle parole da volerle vivere. Questo per me è abbastanza per provare rispetto, se non ammirazione. Non era un fuggiasco, ma un cercatore, un giovane uomo pieno di domande, più che di certezze da mettere in pratica. “Datemi la verità”, dice nel film, riprendendo le parole di Thoreau. Niente di più idealista e di più pericoloso: chi cerca la verità è pronto a scoperte impreviste, anche al nulla o ad un totale ribaltamento della sua prospettiva. La verità è un luogo vago, inesplorato. Nella sua geografia McCandless lo chiamò Alaska. Fece anzi un passo ulteriore, che si rivelò letale: si inventò una terra incognita, non tracciata sulla carta, semplicemente sbarazzandosi delle mappe topografiche. A pochi chilometri dal bus dove abitò potevano esserci, come infatti c’erano, tracce di costruzioni umane, capanni di cacciatori, rifugi con legna e scorte alimentari per chi si trovasse a vagare nei boschi e non molto lontano abitazioni, strade asfaltate. Ma lui non lo sapeva. Fu questa voluta ignoranza a segnare la trasformazione definitiva, portarlo dentro l’essenziale dove la vita è una continua sopravvivenza, la speculazione dello spirito un tutt’uno con la ricerca del cibo, la mappatura personale dell’ambiente. L’interno rovesciato come un guanto sull’esterno – ansie, sogni, affetti nella concretezza della terra abitata: le lastre di ghiaccio e melma nel fiume, la stortura dei rami, l’accensione di un fuoco, la notte che acuisce l’udito, l’asperità del freddo come un fiore arrossato sulle nocche, la pioggia scrosciante sulle lamiere, le prede scuoiate, il residuo delle ossa tra gli sterpi.

“Tutta la nostra vita è stupefacentemente morale”. Ancora Thoreau. Ma tornare nella natura mette a dura prova l’etica: sconvolge i confini di una mente educata, rende incerta la distinzione tra giusto e ingiusto, efferato e necessario, ci disarma con la sua cruda meraviglia ed il suo relativismo. McCandless, come scrive Krakauer, era combattuto riguardo all’uccisione di animali: particolare non sottovalutabile per chi volesse resistere nella terra selvaggia. Quando all’inizio dell’estate riuscì ad uccidere un alce, ma non a preservarne le carni, lasciando il cadavere infestato da parassiti ai lupi, scrisse nel suo diario che quella perdita costituiva “una delle più grandi tragedie della mia vita”. Non aggiunse spiegazioni. Nella parola “tragedia” sono uniti lo spreco di cibo, lo spettro corposo della fame, di una disperazione che non ha nulla di spirituale, e lo spreco di una bellezza vitale, il rimorso di aver ucciso a vuoto. La tragedia diviene il trauma di un passaggio compiuto: sia una realtà “morale”, l’evidenza amara dell’errore, che la violazione della moralità acquisita – la carta dei libri sfaldata in linfa, radice, carcassa sottostante, vuoto.

Liberato dall’ansia di riconoscimento, dalla delusione reiterata in cui si concludono quasi tutti i rapporti umani “adulti”(specialmente se non si scende a compromesso, se la direzione contraria dell’ego è sempre troppo manifesta, sconcertante per gli altri), ma anche dal cumulo di esigenze e aspettative che accompagnano coloro che ci troviamo ad amare, quale soluzione trovò McCandless a se stesso, nel crescere incessante del paesaggio? Noi non lo sappiamo. Il diario esiguo, la sua morte non ci rispondono: siamo chiamati a leggere quello che non c’è – intuire.
Un passo, ad esempio, de La felicità domestica di Tolstoj sottolineato e annotato: “la felicità è vera solo se condivisa”. Quasi ad indicare che ogni viaggio verso il centro prevede un ritorno alla periferia, un tendere le mani, accettare l’imperfezione nostra e altrui.
Ma non si accetta finché non ci si oppone, non si sperimenta.
E ancora forse trovò che l’uomo in sé non è così importante. Non sta al centro di nulla, se non delle sue convinzioni. Chiunque cerchi genuinamente è prima o poi folgorato dalla magnifica indifferenza di ciò che è bello, vivo e feroce nonostante l’essere umano.

Una brevissima scena del film di Penn mostra McCandless, allo stremo delle forze, visitato da un grizzly che si sofferma vicino l’autobus, in quello che è il suo habitat naturale. Chris resta immobile – cauto, spaventato – l’animale lo valuta appena, proseguendo il suo cammino. Tu sei niente. C’è un sollievo, una sottrazione di peso, nell’accorgersi di non essere più di ciò che guardiamo, che a sua volta non necessariamente ci guarda.

difendere le illusioni

Su questa scena mi fermo, perché il mondo che si apre fluisce in un’altra storia solo apparentemente simile e nell’opera di un artista molto diverso.
È facile fare un paragone con il destino di Timothy Treadwell, il “guerriero gentile”, che trascorse, completamente disarmato, tredici estati tra i grizzly della riserva nazionale di Katmai in Alaska. L’orso grizzly è il più grosso carnivoro terrestre. Può arrivare fino a tre metri in altezza. Treadwell, innamorato di questi animali, dette a tutti un nome, li filmò, si convinse di un legame speciale tra lui e gli orsi. Alla fine del settembre 2003, per un equivoco all’aeroporto, lui e la sua compagna non poterono far rientro in California: tornarono nella foresta, ma buona parte degli orsi conosciuti era ormai in letargo. Altri più feroci dall’interno erano sopravvenuti: fu probabilmente uno di questi ad uccidere i due, smembrandoli e divorandoli in parte. Nel 2005 il materiale documentaristico di Treadwell fu selezionato e raccolto nel film Grizzly Man, di Werner Herzog, accompagnato da una serie di interviste postume agli amici di Treadwell e ai testimoni della vicenda, e dal commento fuori campo di Herzog stesso.

A differenza di McCandless la figura di Treadwell non mi suscita tanto il rispetto, quanto la commozione – forse perché l’aspetto più commovente dell’essere umano sono spesso le sue titaniche illusioni. McCandless seguendo la traccia del suo spirito trovò la natura estrema – Treadwell, come suggerisce Herzog, spinto nella bellezza frastagliata del nord e dei suoi animali, aveva trovato lo scenario della sua salvifica illusione: mostrava nelle riprese non tanto la forza primitiva del luogo, ma il tormento della sua anima. Vedeva ciò che voleva vedere, traslando negli orsi e nelle volpi locali un senso di appartenenza, di gruppo sodale, che non aveva trovato nella comunità umana.

In una delle scene conclusive l’obbiettivo di Treadwell è vicinissimo all’espressione dell’orso – Herzog interviene con un terribile, indimenticabile, commento:
“Ciò che mi turba è che, su tutti i volti di tutti gli orsi ripresi da Treadwell, non ho mai visto affinità, comprensione o pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura. Per me non esiste nessun mondo segreto degli orsi. Questo sguardo vuoto suggerisce solo una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore”.

Dentro di sé, io credo, Treadwell era consapevole, seppure remotamente, delle leggi di necessità e sopravvivenza che dominano la vita degli orsi, lo scenario delle terre selvagge, ed era probabilmente implicito in questa comprensione scomoda, l’eventualità della sua stessa morte. Non per gli orsi, come ripeteva con enfasi nei video, ma per la sua illusione.

Eppure chiunque abbia amato intensamente un cane, un gatto, il corpo morto di un animale boschivo, lo ha a volte, se non sempre, preferito all’uomo, riconoscendo in lui il senso dell’uguaglianza. Un’uguaglianza però che non appartiene ad una superiore e perduta armonia del creato, ma alla cognizione radicale della propria mortalità.

smembramento: andare all’altro mondo

Ecco dunque noi viaggiamo attraverso la morte. E tutto quello che chiamiamo esperienza non è che un processo di scarnificazione. Chiunque abbandona la società affronta il suo morire ed il conseguente mutamento.
In una nota fiaba popolare, Pelle d’asino, la protagonista è costretta ad abbandonare la casa paterna e la sua identità, mascherandosi sotto la pelle putrescente dell’asino. I suoi abiti, l’investitura umana, la legittimazione come membro della società, viaggeranno con lei, nel sottosuolo, la casa dei morti. Prima di essere nuovamente riconosciuta, segnando il passaggio da figlia assoggettata al volere paterno a donna libera e adulta, Pelle d’asino deve perdere tutto, scomparire – essere la bestia selvatica che indossa.
Più di altre la fiaba ha un fortissimo sostrato sciamanico.

Lo sciamano siberiano si travestiva con pelli, ossa e parti animali, per chiamare a sé gli spiriti e soprattutto la protezione dell’“animale madre”, lo spirito in forma di renna, alce, uccello, che ne aveva generato l’anima. Durante i viaggi estatici lo sciamano raccontava di venir squartato e mangiato dagli spettri, per essere poi ricomposto a partire dalle ossa, attentamente collezionate. Acquisiva così il sapere: osservando il corpo dilaniato dai demoni. Ogni demone gli trasmetteva una qualità.
Gli spiriti dell’altro mondo avevano quasi sempre una forma animale: erano dunque riconoscibili, ma anche imprevedibili e pericolosi come gli abitanti della foresta.

Gli Inuit affermano che essere sciamano significa “nascondersi”. Lo sciamano è colui che “diventa seminascosto” oppure “chi si rifugia nell’impossibile nascondiglio”. Così facendo, disumanandosi in un luogo impervio e inimmaginabile, mantenendo tuttavia un legame con la sua gente umana per potervi fare ritorno, lo sciamano viene ucciso e sanato: impara a curare se stesso, per essere in grado di guarire gli altri. Apprende la lezione del nulla, ben iscritta nell’osso – impara, ripetutamente, a vivere la sua propria fine.

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“che vuol dir questa solitudine immensa?”

Nel 1831 a Firenze, un uomo singolare che aveva trascorso buona parte della vita tra le mura della biblioteca della casa natale, viaggiando disperatamente nei libri, pubblicò una “canzone” che aveva per tema la riflessione lontanissima di un pastore, nella notte, nella steppa asiatica dei venti. L’idea era venuta a Giacomo Leopardi dalla lettura di un articolo francese sui canti eroici orali dei Kirghisi, una nazione nomade dell’Asia centro-settentrionale: canti tristi che i pastori improvvisavano sedendo sulle rocce dislocate della piana, sotto la luna. Con un’adesione immaginativa, più che emotiva, alla sorte di fatica e precarietà del nomade, Leopardi scrisse il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, un’opera antieroica sulla condizione umana. Perché proprio un nomade, perché non un altro uomo qualunque, suo vicino e conterraneo?

Il nomade per nascita non ha bisogno di esplorazioni, rinunce, allontanamenti dalla comunità per esperire il limite dell’uomo, la sua originale collocazione nel mondo. Non ha nessuna idilliaca visione della natura da coltivare o una società animale che sopperisca alle mancanze della sua propria. Uomini, animali, potenze terrestri e celesti cooperano e si avversano in modo egalitario.
La sua solitudine è quella di ogni creatura vivente.

Penso a Dersù Uzala nella foresta siberiana che vede un uomo in ogni cosa: nel borbottio del fuoco, nel sole, nell’acqua, nella tigre. Quello che passa per infantile animismo è una forma di rispetto ed umiltà – la sapienza connaturata che non possediamo nulla, non controlliamo nemmeno le prede cacciate, non ci assicuriamo con un tetto e del cibo la vita quotidiana. Abbandonato un rifugio Dersù lascia una scorta di riso per chiunque passerà di lì, per una tacita fratellanza dove l’esistere coincide con il resistere, più che con l’affermazione individuale.

Meno di un secolo dopo il Canto notturno, all’inizio del Novecento, il lappone Johan Turi scrisse La vita del lappone il primo libro sulla sua gente, già vessata dai governi norvegese e finlandese, per testimoniare cosa significava essere gli ultimi nomadi europei – non reclamare un diritto sulla terra stagionalmente percorsa, ma esserne il frutto e la voce.

Il lappone “non capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il vento non gli soffia nel naso”.
Nelle migrazioni invernali, le famiglie cercano di proteggere gli elementi deboli, sebbene alcuni vecchi muoiano per il freddo e gli stenti e non ci sia tempo per i riti o il dolore – vanno seppelliti in fretta, prima di procedere.
Un sentimento cosmico del destino, ma anche del bene che è nella vita (un bene indifferente: che non fa differenze), permea il rapporto tra nomade e animale, dove chi ha la meglio deve rendere merito allo sconfitto. Il lupo, il più odiato dei nemici, cacciato atrocemente e quasi sterminato, viene descritto come una creatura soprannaturale e maligna, a cui però si riconosce, quando gli uomini ne stanano e uccidono i cuccioli con l’aiuto dei cani, la stessa paura che ci abita tutti.
Alla renna, che è nutrimento, riparo, mezzo di trasporto e compagno di giochi dei bambini, il lappone deve tutto.

 

“Il Lappone ha quasi la stessa indole della renna; entrambi tendono verso sud e verso nord, seguendo la consuetudine di sempre. Entrambi si intimoriscono facilmente, e per colpa di questa paura vengono scacciati da ogni parte. Ed è per questo che ora il lappone è costretto a vivere in posti dove non ci sono altri uomini oltre a lui, soltanto lassù sulle montagne nude; rimarrebbe lì anche per sempre, se solo potesse stare al caldo e avere pascolo per la sua mandria di renne. E il lappone conosce il tempo, un po’ l’ha imparato anche dalla renna. E per lui è facile scaldarsi e trovare le strade, la trova anche al buio, con la nebbia e il nevischio; comunque sono molti i lapponi che ci riescono. E sciare e correre sono cose che fanno parte della sua indole. Ai tempi antichi i lapponi abitavano nei boschi di pini e vivevano in pace su ogni montagna, e quando non c’era più pascolo, quando le renne avevano sollevato con gli zoccoli tutta la neve, si spostavano su un’altra montagna o in un altro posto dove il pascolo non era ancora esaurito; quando la mandria ha pascolato in un posto, lì la neve diventa così dura che la renna non riesce a scavarla una seconda volta. Ed è bello quando c’è un buon pascolo: non c’è molto lavoro e non bisogna spingere le renne correndo sugli sci, a meno che non ci siano lupi. Nelle annate cattive la renna fugge a valle e i lapponi la seguono fino al mare, e un tempo molti abitavano lì, finché il contadino non li spaventò e li fece fuggire verso le montagne, e li inseguì finché le montagne li fermarono. E i lapponi salirono in montagna e costeggiarono le cime”.

Una volta l’Europa era tutta Lapponia.

(La prima fotografia è di Alex Bernasconi)

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48 Responses to Il sogno del nomade. Appunti dalla terra estrema.

  1. luminamenti il 12 febbraio 2008 alle 08:08

    Molto bello questo testo. Mi ha fatto sentire affine a Francesca Matteoni.
    Se uno legge l’antologia di Stephen Trimble, Words from the Land (Salt Lake City 1989) trovo i migliori scrittori di “storia naturale” di oggi.
    C’è Edward Abbey che descrive la solitudine dei boschi e il suo percorso d’un fiume nello Utah. C’è Anne Zwinger, devota di Thoreau, autrice di A Conscious Stillness: Two Naturalists on Thoereau’s Rivers. Affine è Annie Dillard che le descrizioni sulle Galapagos. Peter Matthiessen che ha fuso la raffigurazione della terra con la pratica zen. E molti altri. E l’indimenticabile Gary Snyder che dopo aver assorbito il culto dell’azione e del lavoro nei boschi. E il suo amore per i racconti indiani e la religiosità arcaica

  2. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 09:58

    non l’ho ancora letto.
    ma nel film quello è un orso bruno, non un grizzly.

  3. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 10:31

    Il film di Herzog si astiene da ogni complicità col suo personaggio centrale, Treadwell, ma ne ammira il coraggio demenziale.
    La stessa cosa non accade per Penn, che aderisce all’allucinazione culturale di McCandless, la stessa di Thoreau, di London (che peraltro in Alaska stava quasi per morire di scorbuto) e di tantissimi altri.
    Herzog sa che il mito della natura è una balla, sa che il mito della “scoperta di sé” attraverso di essa è una balla ancora più grande.
    Herzog sa che il mondo è un mostro indifferente che non è lì per nutrirci.
    È lì e basta.
    Il film di Penn è bello, ma la sua è una bellezza che mi ha ricordato il cinema ribellistico dei primi anni Settanta, del quale recupera qualche residuo fossile in aluni personaggi che McCandless incontra per strada: l’America dell’utopia hippy, per esempio, che qui e là sopravvive a brandelli, la manod’opera che vive di nomadismo a limite della legge, i reduci fatti a pezzi dalle guerre, eccetera.
    Non c’è scampo né dentro la società, né fuori.
    Il mito della Natura con la N maiuscola è il più duro a morire, l’idea che la natura sia in sé etica lo è ancora di più.
    Unica etica possibile è quella umana per gli umani, e si può costruire solo in opposizione al fascismo basico della sopraffazione naturale.
    Peraltro la Natura quasi non esiste più, l’abbiamo quasi tutta racchiusa in una teca: vedere ma non toccare.
    L’immagine dell’autobus arrugginito parcheggiato dio sa come su quell’altipiano fangoso e sparuto è molto eloquente: le sequenze dell’alce sono le più belle e lucide del film.
    Ma tanto meno la natura esiste, quanto più cresce il suo mito.

  4. Chapucer il 12 febbraio 2008 alle 10:49

    il culto del mito non morirà mai finchè ci saranno anime nomadi a
    tastare i terreni per carpirne l’essenza.
    Francesca ha colto, sfidando il suo istinto, animale, nostro.

  5. andrea branco il 12 febbraio 2008 alle 11:09

    grazie.

  6. francesca matteoni il 12 febbraio 2008 alle 11:15

    @Tashtego – probabilmente hai ragione e quello è un orso bruno. Dovrei rivedere il film. Mi sa che mi sono confusa con il libro (che ho letto dopo), dove effettivamente appare, anche se non visto, un grizzly, ma all’autore a Krakauer non a McCandless.

    Detto questo: sono d’accordo su Herzog. Credo che però oltre all’ammirazione per il coraggio demenziale, come dici tu, di Treadwell, ci sia anche una sorta di compassione per quest’uomo illuso. E’ un po’ ciò che cercavo di dire e senz’altro ciò che ha trasmesso a me. Io non vivo in una grande città, ma in un luogo circondato dalle montagne – le “mie”, quelle dove vive mio padre, sono ancora relativamente selvagge e dimenticate. Mi viene da dire che è l’idea di natura (con tutto l’idillio che ne consegue o il mito della forza) ad essere in una teca, non tanto la natura stessa.
    Sull’etica: non penso che la natura sia etica, quello è un dominio che appartiene all’uomo e che spesso esattamente come la ferocia naturale, porta alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, invece che alla comprensione e alla cura. Ma credo che la natura ci renda un’uguaglianza di fondo proprio grazie alla sua totale indifferenza.

    Concordo sulla scena dell’alce. Mi ha fatto uno strano effetto, anche perché anni fa ormai, mi capitò, sebbene da un autobus (e meno male – non vorrei mai avere a che fare con un alce furiosa), di vederne uno a nord della Finlandia. Provai una gioia estrema, infantile. Se penso a questo mio breve episodio, ciò che successe a McCandless è ancora più significativo.

  7. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 11:55

    quello di Herzog è il film che mi ha fatto soffrire di più da molti anni a questa parte: erano anni che non assistevo a niente di più desolante.
    quanto al mito della purezza naturale, dell’etica della solitudine e della wilderness, non mi riferivo a te, ma ad ambedue i film e a molti altri luoghi della cultura americana: i musei americani sono pieni di quadri stupefatti di fronte alla scoperta di un ambiente naturale così vasto e potente, niente di apparentemente (allora) assoggettabile, nienta a che fare con la nostra di natura, così residuale.
    il film di penn non dà scampo a nessuno: tutto vi è fallito, la famiglia del ragazzo per prima, oltre che ogni possibile utopia alternativa, fino al fallimento del progetto purificatore di McCandless.
    america come una sorta di discarica di relitti ideologici, di frammenti di modelli alternativi andati a male, in una generale mancanza di senso che coinvolge il paesaggio, la natura stessa e il suo mito.
    ma penn, che è un artista vero, non si dà pace per tutto questo.

  8. luminamenti il 12 febbraio 2008 alle 12:08

    Bisognerebbe vedere cosa s’intende per etica. La natura sembrerebbe indifferente. Però se mi addentro nella biologia teorica, quella di Massimo Barbieri per esempio, mi asterrei dal dire cazzate ideologiche accompagnate da tanta sufficienza e ignoranza e qulceh pseudoconvinzione imparata sentita un po’ qui unj po’ la e diventata luogo comune. Meglio rimanere aperti alla domanda, all’interrogazione.
    E guardarsi attorno leggendo quello che veramente di nuovo si muove nel campo della biologia teorica.
    Che poi la Natura non esiste più è un’altra cazzata colossale, se uno studia un po’ di geografia e va in giro “veramente”, non ci basta una vita per visitare tutte le zone ancora praticamente incontaminate del mondo.
    Altra cosa è dire una parte del mondo naturale si è ridotto.
    I numeri assoluti sono una cosa, i rapporti e le proporzione numeriche altra cosa.
    Che poi la natura sia indifferente e che non esista più e non si possa toccare, mi sembra un’altra fesseria, se penso all’uomo in quanto oggetto/soggetto naturale (non appartiene anche lui alla natura?).
    Basterebbe riflettere sul suo patrimonio genetico che non è affatto indifferente al fatto di consumare un pasto a base di frutta e verdura o consumi un pasto industriale.
    Quindi non è la natura un mito, ma quello che si è voluto pensare della natura. Il mito sulla natura nasce come fantasia reattiva a un certo modello di sviluppo della società. Ma la società potrebbe benissimo svilupparsi senza risparmiarsi lo sviluppo tecnologico senza distruggere la natura che cmq è ancora abbodantemente presente. Il processo non è irreversibile. E la natura ci nutre ancora, non se ne può fare a meno. Ma basta prendere un libro di scuola elementare per sapere della luce, della fotosintesi clorofilliana, dell’acqua, per non parlare del cibo.

  9. sparz il 12 febbraio 2008 alle 12:10

    grazie, Francesca, imparo sempre un sacco dai tuoi post, Thoreau l’ho solo sfiorato, sarà bene riguardare meglio. A.

  10. mauro baldrati il 12 febbraio 2008 alle 12:18

    Bello questo pezzo, sto per andare a vedere il film.

    Trovo i commenti di tashtego interessanti, come spesso accade, ma troppo spietati.

  11. - il 12 febbraio 2008 alle 12:26
  12. Fabian Lloyd il 12 febbraio 2008 alle 13:01

    Il pezzo è davvero bello, peccato che che il film di Penn non ne sia all’altezza…

  13. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 13:14

    @ luminamenti
    vabbè.

  14. beccalossi il 12 febbraio 2008 alle 14:22

    “Il mito della Natura con la N maiuscola è il più duro a morire, l’idea che la natura sia in sé etica lo è ancora di più.
    Unica etica possibile è quella umana per gli umani, e si può costruire solo in opposizione al fascismo basico della sopraffazione naturale.”

    tashtego ora esco e scrivo questa frase sulla corteccia del pero che ho in giardino. spero rimanga nei secoli e secoli amen.

    perche’ mi pare che il punto sia proprio questo: il recupero e lo sdoganamento della Natura dopo la delusione sofferta nel vedere un uomo incapace di Etica?

  15. luminamenti il 12 febbraio 2008 alle 14:33

    Vabbé Tashtego, prova a vivere senza nutrirti di acqua.

  16. franz krauspenhaar il 12 febbraio 2008 alle 14:40

    Mi permetto di suggerire a tutti una visione attenta del filmato postato dall’anonimo. Un importante contributo alla discussione, io ritengo.

  17. marco rovelli il 12 febbraio 2008 alle 15:05

    Vero, Franz, sto ancora schiantando dal ridere…
    (Scusa Francesca, non ho ancora letto il tuo pezzo – colpa di Franz che mi ha dirottato).

  18. nadia agustoni il 12 febbraio 2008 alle 15:32

    Bel pezzo Francesca .

  19. filippo Tuena il 12 febbraio 2008 alle 16:13

    Penn gioca durissimo, e la sua lentezza, a volte esasperante, è un carico di tensione che diventa opprimente. Seduti sulla poltrona del cinema noi sappiamo come va a finire la storia e conosciamo, o riconosciamo in quella serie di privazioni che Chris si procura un destino che si avvicina all’autoannientamento. L’uomo che accompagna il protagonista al limite delle terre selvagge e lo avvisa che potrebbe non sopravvivere all’inverno e, con noncuranza, fa manovra con la macchina ripresa dall’alto, tornando verso la civiltà, getta un’ombra inquietante su tutto il film. Perché quell’avvertimento è quello che ci saremmo sentiti di dire se fossimo stati noi ad accompagnare Chris. Da quel momento in poi lo spettatore sa che la previsione si trasformerà in certezza e osserva Chirs con un misto di pietà e di dolore. Il finale non giunge inaspettato, anche se paradossalmente improvviso, proprio perché in qualche modo le terre selvagge ormai ci sono lontane. Non siamo in grado di adattarci.
    Splendida mi sembra tutta la sequenza dell’alce. L’inutilità dell’abbondanza, la vischiosità del superfluo, mi verrebbe da commentare.

  20. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 16:33

    @filippo tuena
    se posso:
    la capacità di sopravvivenza da cacciatori raccoglitori sta proprio nella capacità di gestire l’abbondanza momentanea, trasformandola in cibo conservabile per i momenti di magra.
    se fosse riuscito ad affumicare l’alce – non credo sia un procedimento facile – se la sarebbe potuta cavare, forse.
    l’abbondanza non è inutile, è assolutamente indispensabile.

  21. andrea branco il 12 febbraio 2008 alle 16:48

    McCandless non uccide il piccolo. Non ne ha cuore. E dell’alce grande, cerca di salvarla (per sé) tutta. La doveva scuoiare tutta. Ma, aldilà dello scuoiamento e affumicamento non riuscito, il cacciatore è nomade, e McCandless si aggrappa all’ultimo rantolo di civiltà, il bus, per sopravvivere. Gli scompaiono gli animali, il disgelo del fiume. Si sceglie un pezzetto di mondo, e si autoconfina lì. Comincia a rispettare la natura solo quando arrivano le difficoltà vere, prima la dà per scontata. L’ho trovato molto americano. Statunitense, ecco. Non so, sono ancora incerto sul film.

  22. luminamenti il 12 febbraio 2008 alle 17:28

    @tashtego vive di fantasie. Sogna l’abbondanza e la proietta pure sui nostri antenati (i raccoglitori-cacciatori). Molto probabilmente è proprio la mancanza dell’abbondanza che ha consentito lo sviluppo del cervello e la transazione a Homo sapiens sapiens.

    L’aumento delle dimensione del cervello creò il problema di reperire l’energia necessaria da destinare a una struttura che si è triplicata in due milioni di anni (da 450 a 1450 grammi) e che, pur rappresentando solo il 3% del peso corporeo, richiede il 20% dell’energia consumata.
    L’accorciamento dell’intestino ha permesso al cervello di utilizzare più energia. Inoltre, anche per consentire la crescita del cervello senza modificare la pelvi, lo sviluppo del cervello fu differito dopo la nascita, facendo venire al mondo neonati che devono compiere ancora gran parte dello sviluppo per essere autonomi. Rimaneva, però, il problema di garantire un sufficiente apporto energetico attraverso l’allattamento materno e in presenza di penuria alimentare.
    La soluzione adottata per reperire energia extra (visto che mancava, altro che abbondanza!!!) da destinare al cervello e per consentire il prolungamento dell’allattamento materno è stato lo sviluppo di una resistenza selettiva all’insulina, evolutasi per ottimizzare l’utilizzazione e l’immagazzinamento di energia da diete a base di poca carne.
    La riduzione della sensibilità all’insulina interessa il metabolismo dei carbodrati ma non quello dei grassi. In questo modo viene ritardata l’assunzione di glucosio che rimane nel sangue per essere utilizzato immediatamente dal cervello (che così poteva crescere), consentendo al fegato di sintetizzare i grassi dalle proteine per immagazzinarli nel tessuto adiposo (inoltre il cervello è l’organo con alto peso secco in grasso, 60%) che divenne deposito di energia da utilizzare proprio nei periodi maggiore penuria (questo spiega la difficoltà dell’uomo a vincere l’obesità attuale, dato che di penuria non ce n’è più, mentre i geni funzionano ancora come quelli di allora e siamo in attesa di una qualche mutazione adattativa all’obesità attuale che ancora non c’è però). Accorcio, perchè il discorso fin dentro i più piccoli dettagli sarebbe troppo lungo da scrivere. I raccoglitori-cacciatori non avevano a disposizione abbondanza di cibo e sopratutto non avevano abbondanza di cibo animale. Considerata quindi la dieta dei cacciatori-raccoglitori, che praticavano anche un’intensa attività fisica, si ritiene che la resistenza genetica all’insulina innescatasi in condizioni di penuria di cibo, è stato il meccanismo che ha consentito l’evoluzione cerebrale e la sopravvivenza e sviluppo dell’homo sapiens sapiens. Di indispensabile per farci evolvere c’è voluta la penuria e l’intelligenza del nostro materiale genetico nel trovare una soluzione!

  23. tashtego il 12 febbraio 2008 alle 17:44

    @lumina
    che noia: parlo di abbondanza momentanea, di conservazione della carne e di altre cose.
    tipo il pesce, hai presente?
    tipo le aringhe e il baccalà.
    che c’è? ti sei svegliato più pedante del solito?

  24. alanina il 12 febbraio 2008 alle 18:18

    a me, invece, il film ha lasciato un sapore fastidioso.

    quello che ci ho visto io (per volermene stare sempre terra terra) è la storia triste di un ragazzo preso da un delirio di onnipotenza. anoressico. suicida.
    se è vero, per esempio, che c’era un ponte per traversare il fiume a sei miglia da lui. ma lui non aveva voluto prendere mappe.
    se è vero che non si sono mai trovate tracce di veleni nei resti del suo cibo o nel suo corpo. però era arrivato a pesare trenta chili.
    non a caso, diventa oggetto di culto tal quale come un’indossatrice moribonda.

    io, non riesco a vedere coraggio né lotta né ricerca nel coltivare in sé così scarso senso della realtà.

    vero è che il film è (forse volutamente) abbastanza ambiguo da consentire a ciascuno di vederci quello che vuole (sarà un pregio o un difetto?)

    ma io, senza togliere nulla al pezzo di francesca, che segue un legittimo percorso, concordo sostanzialmente col punto di vista youtube.

  25. valter binaghi il 12 febbraio 2008 alle 18:43

    Non ho visto il film ma quoto alanina (e anche Sordi):

    “non riesco a vedere coraggio né lotta né ricerca nel coltivare in sé così scarso senso della realtà.”

    Più che da una mitologizzazione della natura, nasce da una mitologizzazione della libertà: come se libertà fosse sinonimo di autosufficienza.

  26. Alcor il 12 febbraio 2008 alle 20:59

    Io della natura ho paura.

    E anch’io ho visto un alce (alcia, era femmina) con stupore infantile, andrò a vedere il film.

  27. luminamenti il 12 febbraio 2008 alle 21:11

    @tasghtego la noia sei tu con le fesserie che metti in giro. Sei tu che hai citato i raccoglitori-cacciatori. Il mio intervento era pertinente e mi sveglio sembre bene.

  28. helena il 12 febbraio 2008 alle 21:24

    Mi è venuto in mente il cantico di San Franceso, ovvero sopratutto il titolo “Cantico delle Creature” (laudato sii…cum tutte le tue creature) e il famoso “nostra corporal sorella morte”…

  29. francesca matteoni il 12 febbraio 2008 alle 21:34

    @Alcor – se non la conosci leggi THE MOOSE (l’alce) di Elizabeth Bishop.
    Al limite la metto nei commenti prossimamente!
    E’ bellissima.

    Una nota: so che il post è molto lungo, però se vi prendete la briga di leggerlo, che vi colpisca positivamente o meno la vicenda di Chris, arrivate fino in fondo. Insomma: vero che per più di metà parlo di McCandless, ma poi arrivo da altre parti. Ai nomadi veri e soprattutto a Leopardi.

    Il commento di trattino: quando sono riuscita a svegliare i neuroni e capire che dovevo mettere l’audio a ciò che stavo guardando mi ha fatto assai ridere! Però a qualcuno per tirar fuori la meschinità non serve il luogo selvaggio.

    Riguardo a McCandless: una delle cose che trovò, così lascia intuire il film e più latamente il libro, fu il bisogno di condividere la bellezza. Ne La felicità domestica la protagonista infatti si chiede come e con chi condividere la felicità. Per questo, anche se sono sostanzialmente d’accordo con molte delle cose notate da Tashtego, non mi sentirei di definire il percorso di McCandless un fallimento. Se lo si pensa in funzione del fatto che morì – che non ebbe modo di tornare indietro (o andare avanti), senz’altro. Ma a me piace pensare che lui cercasse una risposta e credo che la trovò o almeno la suggerisce ai suoi interpreti. E questa risposta, sebbene non così consapevole, non andava così lontano da quello che trovò Leopardi quando poi scrisse la Ginestra. Volgersi all’uomo. Scusate lo dico rozzamente, ma ci ho già scritto oltre tremila parole sopra non voglio esagerare. Anche quando parlo di illusioni la citazione è un rimando al contino di Recanati.

    Libertà per me è la parola più importante del vocabolario e la più vicina a responsabilità – non penso di dover dire altro.

    Una nota su Herzog: Grizzly Man è un film che ferisce dolorosamente proprio con la sua bellezza. Non so secondo me è difficile non sentirsi presi in mezzo, tra il regista e Treadwell e sperare contro noi stessi almeno per qualche secondo che l’amicizia con i grizzly esista.

    @Filippo, parli di autoannientamento. Mi pare interessante riflettere su quanto questo coincida con il “nulla”, il “nadir “che il ragazzo trova. Noi spettatori non lo accompagnamo. Eppure concordi o critici (c’è un articolo che ho usato qui: http://www.mensjournal.com/feature/M162/M162_TheCultofChrisMcCandless.html, che parla dei detrattori e delle reazioni degli Alaskans alla vicenda) ci sentiamo chiamati in causa.

    Infine restando a Penn- qualcuno ha visto Lupo Solitario? Mi piaceva molto l’idea di continuità tra le due opere…

    Per il resto grazie a voi.

  30. Martino il 12 febbraio 2008 alle 22:19

    Gran bel pezzo quello di Francesca e se mi passa questa maledetta influenza me ne vado a vedere pure il film. Sull’utilità o meno, sul coraggio o meno, sul fallimento o meno… semplicemente affermare che ognuno insegue se stesso e accontentarsi di celebrare chi riesce a dare un esempio di dispendio della propria vita per ampliare lo spettro dei possibili, spingendosi fino al più estremo margine di incarnazione della propria idea di bellezza nel proprio destino, immagino non basti per placare la fame di ragioni, eh?

  31. Alcor il 12 febbraio 2008 alle 22:32

    Un alce è sbucato
    dal bosco impenetrabile
    e sta lì, con che imponenza,
    in mezzo alla strada.
    Si avvicina; annusa il cofano
    caldo della corriera.

    Torreggiante, privo di corna,
    alto come una chiesa,
    familiare come una casa
    (o sicuro come le case).
    Una voce maschile ci rincuora
    “E’ assolutamente innocuo…”

    Alcuni passeggeri
    esclamano sottovoce,
    in tono infantile, sommesso,
    “Che razza di bestioni”.
    “Di una bruttezza, poi”.
    “Guardate! E’ una femmina!”.

    Maestosa, ultraterrena,
    con comodo ispeziona
    la corriera. Perché,
    perché proviamo
    (proviamo tutti) questa dolce sensazione di gioia?

    (Chissà perché tutte l’abbiamo vista da una corriera?)

  32. andrea branco il 12 febbraio 2008 alle 23:42

    @ Francesca
    Il post è lungo ma si legge bene. Il film l’ho visto due settimane fa, è fresco, e riesco a parlarne meglio che di Leopardi. o dei Lapponi (ma mi hai fatto ricordare che ho visto una mostra sugli sciamani, a Firenze, tempo fa. compreso orso imbalsamato. molto belli gli abiti, e un sacco di cose interessanti).
    ma visto che ci sono: “Perché proprio un nomade, perché non un altro uomo qualunque, suo vicino e conterraneo?

    Il nomade per nascita non ha bisogno di esplorazioni, rinunce, allontanamenti dalla comunità per esperire il limite dell’uomo, la sua originale collocazione nel mondo. Non ha nessuna idilliaca visione della natura da coltivare o una società animale che sopperisca alle mancanze della sua propria. Uomini, animali, potenze terrestri e celesti cooperano e si avversano in modo egalitario.
    La sua solitudine è quella di ogni creatura vivente.”

    Ci sono più tipi di nomadi, secondo me. Leopardi era un nomade. Dell’anima. Dei sensi. Del pensiero. Molto più vicino a lui e conterraneo un pastore errante, che non altri. “non ha bisogno di esplorazioni…”
    Nomade poi è forse chi accetta di più, e magari comprende meno.

    sulla libertà, data l’istigazione;) ecco mario borsa:
    “Chi non sente la libertà come un dovere non può invocarla come un diritto”.

    e finisco qua. grazie ancora francesca

  33. francesca matteoni il 12 febbraio 2008 alle 23:54

    Grazie a te, Andrea. Mi ero scordata di risponderti prima – quando dicevi della natura data per scontata. Nel libro di Krakauer c’è una riflessione simile verso la fine. Il ragazzo era così proiettato verso se stesso da compiere molti errori… ma direi che è anche una cosa tipica di molti ventenni.

    @Helena: direi che il paragone ci sta tutto.
    @Alcor Рfelice che tu la conoscessi! Per me trovare quella poesia ̬ come incontrare una vecchia compagna.
    @Martino: grazie.

    Prima di scordarmi ancora qualcosa – se Fabian Lloyd ritorna, al di là di cosa pensa del film di Penn, il suo nick è azzeccatissimo, direi.

  34. sergio pasquandrea il 13 febbraio 2008 alle 01:20

    La natura mi dà la febbre da fieno.
    E i nomadi, quelli veri, non viaggiavano da soli. Un uomo solo, in mezzo al gelo della Lapponia o alle sabbie del Sahara, è un uomo morto.
    E i cacciatori-raccoglitori non sono necessariamente le persone pacifiche che spesso si descrivono. Jared Diamonds, in “Armi acciaio e malattie”, descrive le bande nomadi della Nuova Guinea e la violenza che scoppia facilmente quando due di questi gruppi umani, non inseriti in un più ampio insieme sociale, si incontrano. Per non parlare delle tribù di nativi americani delle praterie, che spesso e volentieri si scannavano a vicenda.
    E i nomadi nei loro spostamenti seguivano perlopiù vie fisse, tracciate da tradizioni millenarie.
    Insomma, per dire che non ho visto il film, e non ho dubbi che possa essere anche molto bello, però tutta una serie di miti (la natura, il vagabondaggio solitario, la libertà dell’autosufficienza) mi trovano alquanto dubbioso.

    Fermo restando che questo è un gran bel post.

  35. ruggero solmi il 13 febbraio 2008 alle 02:02

    fermo restando che se non condivide niente come fa a “gradirlo”?

    saluti,
    rs

  36. Giovanni Nuscis il 13 febbraio 2008 alle 02:09

    “Non era un fuggiasco, ma un cercatore, un giovane uomo pieno di domande, più che di certezze da mettere in pratica.”

    Bellissimo scritto. Grazie, Francesca.

  37. tashtego il 13 febbraio 2008 alle 08:42

    d’accordo con sergio, tra gli altri.
    il solitario ce la può fare solo a certe rare condizioni: i trapper dell’Ovest americano si rifornivano regolarmente delle provviste che servivano ad integrare la caccia.
    la caccia non era primaria fonte di cibo, serviva per procurarsi pellicce da vendere.

    un altro punto cruciale è il nostro sentirci e considerarci come diversi e saparati dalla natura (selvaggia o no), mentre siamo natura, lo sono le nostre città, le nostre macchine, persino i computer sono natura.
    natura e realtà coincidono.
    per questo non ha senso il concetto di contaminazione.
    una colonia di uccelli, o di formiche, o di foche, contamina esattamente come facciamo noi: è solo la scala della contaminazione che cambia.
    le specie vincenti e invasive come la nostra modificano fortemente il territorio e distruggono le altre specie.
    il tutto si svolge sempre nella “natura”.

  38. Martino il 13 febbraio 2008 alle 09:01

    Scusate, non per fare del relativismo spicciolo, ma, al di là del contenuto dell’esperienza, non vi sembra che sia qui in causa il senso dell’esperienza stessa dell’avventura (nell’opposizione già approfondita dell’avventura con la noia e la serietà, nonché dell’avventuroso con l’avventuriero: Jankelevith docet)? Perché a me pare che giudicare un’esperienza a partire dal proprio gradimento nei confronti del mito che contiene sia una cosa un po’ tristemente soggettiva, come dire: youtubiana (Adolfo Celi vs. Vladimir Jankelevitch). Ricorderei anche il bellissimo diario tenuto da Werner Herzog durante le riprese di Fitzcarraldo, col suo magnifico titolo, “La conquista dell’inutile”, mi chiedo: è forse questo che qualcuno sta cercando di dire qui: che la conquista dell’inutile è “inutile”?

  39. cristina annino il 13 febbraio 2008 alle 09:25

    grazie, Francesca, sai quanto scrivi mi abbia potuto interessare, avvincere e ovviamente insegnare. Bravissima!

  40. luminamenti il 13 febbraio 2008 alle 10:01

    Finalmente tashtego ha detto qualcosa di condivisibile nell’ultimo suo post, che però implica una completa revisione di quanto aveva detto prima

  41. tashtego il 13 febbraio 2008 alle 11:34

    @lum
    meno male.
    stavo in ansia.

  42. sergio pasquandrea il 13 febbraio 2008 alle 11:37

    @ ruggero solmi
    “fermo restando che se non condivide niente come fa a “gradirlo”?”

    Perché è scritto bene, contiene concetti interessanti (che in parte non condivido, ma questo è un altro discorso) e mi ha fatto riflettere.
    Saluti
    SP

  43. francesca matteoni il 13 febbraio 2008 alle 12:08

    @Sergio, a me pare che tu abbia colto alcuni punti importanti per me, su cui sono da sempre contrastata. L’idea di comunità nomade, direi che è centrale, che segna la differenza tra l’esperienza di MacCandless o un qualsiasi occidentale intraprenda il viaggio solitario nella natura (lontano dalla società), e la reale tradizione nomadica. Pensa che l’ultimo paragrafo, prima di rubare il verso a Leopardi, si chiamava proprio comunità nomade. La solitudine a cui associo il nomade si estende per forza di cose alla sua comunità. Come è vero che essi mappano una rotta sulla terra che costantemente seguono e ripercorrono, così che alla fine “sono” quella data terra. Ho usato La vita de Lappone, proprio perché ha di fondo questo singolare paradosso: il lappone che conosce ed è quel pezzo di natura in cui si muove, ne viene dispossessato dai governi. (Naturalmente tutto questo va volto al passato, ai tempi in cui il libro fu scritto). Sull’indole pacifica – mai creduto che un nomade sia pacifico. Nel caso del lappone, è in genere così, però ad esempio questa pacificità svanisce nella caccia ai cuccioli di lupo che venivano uccisi in modo orribile. Mi fermo, perché ne parlerei per ore.

  44. sergio pasquandrea il 13 febbraio 2008 alle 13:14

    La cosa che più mi affascina nel nomadismo e nella vita dei cacciatori-raccoglitori è che questo è stato lo stile di vita dell’Homo Sapiens per centinaia di migliaia, se non milioni, di anni. La nostra comoda vita sedentaria e urbana ha 10 o 20mila anni, che è un tempo ridicolmente breve se raffrontato a quello totale dell’evoluzione umana.
    Voglio dire che ciò che a me sembra irrinunciabile (quattro mura di pietra, una quantità di oggetti e suppellettili, il piatto in tavola, il cibo in dispensa, i libri sugli scaffali) per un tempo lunghissimo non è stato nemmeno lontanamente parte dell’orizzonte cognitivo dell’uomo. E’ un pensiero che a volte mi sconvolge.

  45. orsola puecher il 13 febbraio 2008 alle 13:51

    grazie Francesca del cammino errante

    Una volta l’Europa era tutta Lapponia

    per questo si prova una profonda ammirazione e tenerezza per Oetzi

  46. véronique vergé il 13 febbraio 2008 alle 15:48

    Un testo sublime che mi ha fatto pensare a Jim Harrison.

  47. Cappuccetto rosso il 14 febbraio 2008 alle 13:58

    e per la tigre siberiana…
    ;-)

  48. Gabriele il 18 febbraio 2008 alle 14:20

    Post molto bello, dove tutto ruota in armonia, toccando tanti argomenti diversi. Mi ha ricordato, sia nella forma sia nel contenuto, il libro migliore di Antonio Franchini: Quando vi ucciderete maestro, perchè anche lì si parla di un atto estremo, l’arte del combattimento, che però non va mai a segno, in quanto non arriva mai al suo vero scopo: che è uccidere. Così il confronto con la natura: portato alle estreme conseguenze, quando , come tu dici, “il fuori e il dentro coincidono”, quando non c’è più letteratura, questo confronto è mortale. L’ho avvertito tante volte in montagna: oltre una certa altezza, non siamo più previsti e la natura amica è un vaneggiamento.
    Aggiungo ai titoli suggeriti da altri commenti un articolo di James Hamilton -Paterson, che ha vissuto di pesca in un villaggio sperduto delle Filippine, e si confronta con la sofferenza animale. E’ questo uno dei misuratori del nostro grado “civiltà”: quanto siamo lontani dall’uccisione di ciò che mangiamo (Do the fish fell pain? in “Granta” 83).
    Comunque grazie, Francesca. Mi è venuta voglia di incamminarmi col mio cane per San Giacomo di Compostela o di vagare per le Alpi. Di sentire il freddo che il partigiano Johnny di Fenoglio sente nel suo corpo, senza più differenza tra dentro e fuori, e che gli rivela l’essenza stessa della libertà. Grazie per aver parlato di un bel film con profondità.



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