Palestina: istruzioni per l’uso

15 febbraio 2008
Pubblicato da

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La promessa incondizionata
di
Tiziana de Novellis

Questo testo è stato scritto pensando a ciò che sta accadendo a Gaza, con l’intento di evidenziare gli avvenimenti principali del conflitto israelo-palestinese, di cui troppo spesso si discute partendo da “petizioni di principio” anziché dalle reali conseguenze che tale conflitto ha avuto e ha su chi ne subisce gli effetti. La diplomazia internazionale, al di là della retorica di cui può fare sfoggio, è attentissima agli “equilibri” nel cosiddetto scacchiere mediorientale, molto meno attenta alle vittime di questi “equilibri”.

Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi.

Deuteronomio 4,1

Che certi caratteri nazionali durino nel tempo è, alla prova dei fatti, indubitabile. Il 5 giugno del 1950, il neonato Stato d’Israele (Ben Gurion ne aveva annunciato la nascita il 14 maggio 1948) vara in parlamento la “legge del ritorno”, secondo la quale “ogni ebreo ha diritto a immigrare nel paese”. Il diritto d’insediarsi “è di ciascun ebreo, nella misura in cui è ebreo”. Tale diritto sarebbe un diritto acquisito nel XIV secolo a. C., quando Mosè, errando nel deserto del Sinai, riceve da Dio i Dieci Comandamenti e guida il popolo ebraico in Palestina, la terra promessa da Dio stesso. Sulla base di tale diritto nasce, alla metà del XIX secolo, il sionismo, insieme a numerosi movimenti nazionalisti dell’epoca (bulgari, serbi, polacchi, ucraini, estoni). Sion è la collina di Gerusalemme ed è anche il simbolo del “ritorno” alla Terra promessa. Il movimento sionista fondato da Theodor Herzl, che predica la creazione di uno Stato ebraico in Palestina (Lo Stato degli ebrei, 1896), nasce come risposta all’antisemitismo dei pogrom antiebraici dell’impero zarista e alla deriva antisemita in Francia (caso Dreyfus). L’antisemitismo a sua volta è figlio della “scienza delle razze”, scienza inventata nel XIX secolo per giustificare il colonialismo e la dominazione dei bianchi (1885, Jules Ferry: “Ripeto che esiste per le razze superiori un diritto perché esse hanno un dovere. Hanno il dovere di civilizzare le razze inferiori”). La “scienza delle razze” separa gli ariani dai semiti.

Il sionismo s’inserisce perfettamente nella logica coloniale e si collega al movimento di colonizzazione britannica. Senza la Gran Bretagna, infatti, l’insediamento degli ebrei in Palestina e la loro organizzazione autonoma (1917, conquista di Gerusalemme ed insediamento di un’amministrazione indipendente sionista a fianco di quella britannica) non sarebbe stata possibile. Dal 1917 al 1939, l’Yishuv – comunità ebraica in Palestina – dà avvio alla politica di acquisto dei terreni, che è uno degli obiettivi e dei mezzi del movimento sionista. L’Yishuv impone l’uso della lingua ebraica, in sostituzione dello yiddish parlato dalla gran parte degli emigrati, e forma una sua milizia, la Haganah. Rispetto a tutto questo i palestinesi non hanno molte difese, a parte l’essere più numerosi, ma l’intensificarsi del “ritorno” degli ebrei della diaspora toglierà loro anche questo vantaggio. Fin dalle origini il pensiero sionista afferma il concetto del “popolo senza terra per una terra senza popolo”. Tale idea viene avallata nella letteratura del sionismo laburista dagli anni Trenta agli anni Settanta. L’esistenza di una popolazione araba già presente sul territorio viene del tutto trascurata.

La presa del potere di Hitler in Germania produce un rapido incremento dell’immigrazione e radicalizza l’opposizione fra palestinesi ed ebrei. Tra il 1936 e il 1939, la Palestina è teatro della grande rivolta araba. Il 17 maggio 1939 la Gran Bretagna fa marcia indietro sulla Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) e adotta la politica del Libro bianco, che limita l’immigrazione ebraica e vieta l’acquisto di terreni. Ben Gurion si rivolge allora agli Stati Uniti e chiede la creazione di uno Stato ebraico. Nel 1945, Harry Truman concederà 100.000 visti supplementari agli ebrei diretti in Palestina. Intanto, le rivolte dei palestinesi creano uno stato di tensione altissima e spingono gli inglesi, nel 1947, a portare la questione della Palestina alle neonate Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’assemblea dell’Onu voterà, con una maggioranza dei due terzi dei rappresentanti, la risoluzione 181, che prevede la spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico e uno palestinese, con Gerusalemme “sotto egida internazionale”. Dalla risoluzione 181 nasce lo Stato ebraico e 700-800 mila palestinesi si trasformano in rifugiati. Su questo voto grava, come un macigno, il peso dello sterminio degli ebrei operato dai nazisti e l’incapacità delle grandi potenze d’impedirlo. Ma saranno i palestinesi a pagare il prezzo di un crimine che non hanno mai commesso e del quale non hanno alcuna responsabilità.

La risoluzione Onu 181 è la premessa alla guerra. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza israeliana del 14 maggio, gli eserciti arabi di Transgiordania, Egitto e Siria, con l’appoggio di contingenti libanesi e iracheni, che rifiutano il piano di spartizione, invadono la Palestina. Il 25 maggio 1949 la guerra termina con la vittoria d’Israele. Ben Gurion ridelinea a suo vantaggio i confini stabiliti dalla risoluzione Onu e ai palestinesi non resta nulla. La Palestina scompare dalla carta geografica e il popolo palestinese si trasforma in un popolo di profughi, disperso tra i confini d’Israele, della Giordania e dei campi di esilio. Nel 1967, il presidente egiziano Nasser decide un nuovo attacco ad Israele, con il risultato che in soli sei giorni (5-10 giugno) gli eserciti siriano, egiziano e giordano saranno sgominati. Tutto il territorio storico della Palestina passa sotto controllo israeliano: “Territori occupati”. In seguito al conflitto le Nazioni Unite approvano la risoluzione 242, che stabilisce il principio “territori in cambio di pace”, principio che da allora sarà utilizzato per tutte le proposte di soluzione del conflitto. (I paesi arabi tenteranno senza successo un’ultima offensiva nel 1973 e solo grazie alla successiva mediazione di Henry Kissinger si giungerà al Trattato di Camp David, del 17 settembre 1978, in cui Israele restituisce il Sinai all’Egitto.)

Nel 1977 inizia la colonizzazione su vasta scala dei Territori da parte di Israele. Il numero degli insediamenti nei Territori raddoppia rapidamente e gli stessi insediamenti vengono trasformati da avamposti militari in città e villaggi. Lo scoppio della prima Intifada nel 1987, la sconfitta di Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo e la svolta pacifica di Arafat favoriscono la pacificazione dei primi anni Novanta (13 settembre 1993, Dichiarazione dei Princìpi sulle disposizioni temporanee di autonomia, firmata da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat). Nel 1995 viene definito l’accordo di Oslo II, che prevede la creazione di tre aree: zona A sotto totale controllo palestinese, zona B a controllo misto e zona C a controllo israeliano. L’assassinio di Rabin (gli subentrerà Shimon Peres) del 4 novembre 1995 da parte di uno studente israeliano di estrema destra, provoca come primo effetto negativo, l’arresto del ritiro d’Israele dalle città palestinesi, salvo Hebron. L’elezione del premier Benyamin Netanyahu – coalizione fra destra, estrema destra e religiosi – nel maggio 1996, blocca nuovamente il processo di pace fino al 1999, quando il leader laburista Ehud Barak vince le elezioni e riavvia le trattative. Lo scoppio della seconda Intifada nel settembre del 2000 e la vittoria del candidato di destra Ariel Sharon alle elezioni del febbraio 2001 bloccano nuovamente il processo di pace. Nel 2002 Sharon riprende il progetto ideato da Rabin della costruzione del Muro in Cisgiordania (nel 2007 sono realizzati 406 Km dei 790 previsti dal progetto).

Il Muro ingloba parte dei Territori a favore di Israele, andando ben oltre la linea verde tracciata per il confine, con il risultato che molti palestinesi si trovano dalla parte sbagliata del Muro. Il 13 marzo 2002 il Consiglio di Sicurezza adotta la risoluzione 1397, che per la prima volta menziona la prospettiva dei “due Stati: Israele e Palestina”. Il 27-28 marzo 2002, il vertice arabo di Beirut adotta il piano di pace saudita, che prevede “la fine del conflitto arabo-israeliano” in cambio del ritiro del ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati nel 1967. Nel marzo-aprile dello stesso anno Israele scaglia una violenta offensiva militare su tutti i Territori della Cisgiordania, giustificandola come una risposta all’attentato di Netanya. Il 6 settembre 2002, Sharon annuncia che gli accordi di Oslo non hanno più valore, mentre l’esercito israeliano prosegue l’occupazione della maggior parte delle città della Cisgiordania. Il 30 aprile 2003 viene pubblicata la Road Map elaborata dal Quartetto (Stati Uniti, Russia, Europa, Nazioni Unite) che prevede un processo di pace in tre fasi: fine del terrorismo, nascita dello Stato palestinese provvisorio entro il 2003 e di quello definitivo entro il 2005. Il progetto non sarà mai realizzato.

La guerra dei Sei giorni rappresenta il punto di partenza della ridefinizione dei confini politici e sociali dei Territori realizzata tra il 1967 e il 2007, anno in cui esplode lo scontro tra Hamas e Fath ed il conseguente fallimento del progetto di un governo di unità nazionale, previsto dagli Accordi della Mecca del febbraio 2007, firmato da Fath e Hamas sotto gli auspici della monarchia saudita e durato solo poche settimane. La rivalità tra la popolazione palestinese dei Territori e la leadership dell’Olp di Yasser Arafat – con base a Tunisi e rientrata nei Territori grazie al processo di Oslo, tra il 1993 e il 2000 -, che culmina nella seconda Intifada, e la graduale ascesa al potere di Hamas fino al successo elettorale del 2006 sono alla base dell’attuale conflittualità intrapalestinese, ma rappresenta soprattutto il tentativo da parte d’Israele e dei suoi alleati di impedire, sulla base del divide et impera di stampo coloniale, l’unificazione del demos palestinese sparpagliato in almeno cinque Stati del Medio Oriente.

L’Olp (Organizzazione di liberazione della Palestina) nasce per volontà del presidente egiziano Nasser nel corso di una riunione della Lega Araba al Cairo nel maggio 1964, con lo scopo di riconquistare i territori persi dai paesi arabi nel 1948. Solo nel 1969, con la nomina di Arafat come presidente e l’ascesa ai vertici dell’organizzazione del partito nazionalista Fath (Movimento per la liberazione della Palestina, fondato da Arafat nel 1959 in Kuwait) l’Olp si libera della tutela dei governi arabi. La nuova leadership dell’Olp mira a costituire un proprio Stato dall’esterno, prima dalla Giordania, poi dal Libano e infine da Tunisi, dove l’Olp trova rifugio. La proclamazione di Arafat ad Algeri nel novembre 1988, poco dopo l’inizio della prima Intifada (1987-93), di uno Stato indipendente palestinese serve a proclamare l’Olp e il suo partito Fath come unici rappresentanti del popolo palestinese. La stessa dichiarazione serve, inoltre, ad ostacolare i tentativi israeliani di promuovere una leadership palestinese nei Territori più “malleabile”, oltre che di indebolire e dividere l’opposizione palestinese. Allo stesso scopo, negli anni Ottanta, il governo di Ariel Sharon finanzia e sostiene il gruppo islamico egiziano dei Fratelli Musulmani di Mahdi Akif, presente nei Territori. Nel 1989, da questo stesso gruppo nascerà Hamas, Movimento della resistenza islamica.

L’Olp di Arafat, fin dalla prima Intifada, si contende con gli altri partiti di ispirazione marxista (Fplp, Fdlp e Ppp) e con i due nuovi gruppi islamisti (Hamas e Jihad islamica) la leadership del movimento di liberazione palestinese, ma la distanza dai Territori e la marcata burocratizzazione dell’organizzazione producono una progressiva perdita del controllo diretto dell’Olp sulle iniziative nazionaliste dei residenti in Cisgiordania e nella Striscia. La prima Intifada porta infatti sulla scena politica una nuova generazione di militanti (gli insiders) che, anziché un esercito docile nelle mani dell’Olp, tende a divenire leadership autonoma dei Territori. Per questo motivo Arafat crea un canale segreto bilaterale Olp-Israele, in modo da riposizionare la sua organizzazione al centro della scacchiera politica palestinese. Da un giorno all’altro, infatti, l’intero movimento palestinese che ruota intorno alla Conferenza di Madrid (30 ottobre 1991) viene messo in disparte.

Da qui origina la grave frattura fra i returnees dell’Olp, che ritornano a partire dal luglio 1994 (i cosiddetti Plo-returnees, esponenti dell’Olp rientrati in massa dopo gli accordi di Oslo con Israele, da distinguere dai returnees, vale a dire semplici cittadini palestinesi rientrati nei Territori sia durante la guerra del Golfo del 1991 che durante il processo di Oslo, e dai deportees, combattenti dei Territori che, per avervi organizzato la resistenza, sono deportati da Israele) e gli insiders, cioè la stragrande maggioranza della popolazione palestinese dei Territori che combatte nella prima Intifada contro l’occupazione israeliana. Di fatto, sono proprio i Plo-returnees (Nabil Sa’t, Ahmad Qurai, Mahamud Abbas, Yasir Abd Rabbó), nonostante la scarsa conoscenza della situazione sul territorio, a negoziare con Yizhak Rabbin la Dichiarazione dei princìpi di Washington del 1993 e gli accordi di Oslo I (1993) e di Oslo II (1995). Questo modo di procedere rappresenta una vera e propria sfida della leadership dell’Olp a quella dei Territori e permette il massiccio rientro dei membri della stessa organizzazione, quasi centomila, promossi a cariche locali di poliziotti o di dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), nata dagli accordi di Oslo.

In sostanza, i Plo-returnees monopolizzano il potere e si pongono al centro di una vasta rete patrimoniale destinata alla redistribuzione delle risorse e della ricchezza. Se si considerano i governi palestinesi nel periodo di Oslo (1994-2004) si evidenzia come Fath mantenga il controllo costante dei tre Ministeri chiave dello Stato (Interni, Esteri e Finanze). Fino alla morte di Arafat la proporzione di Plo-returnees nel ruolo di ministri rimane altissima. Arafat, inoltre, fin dalle prime elezioni del 1996, redige personalmente le liste del suo partito favorendo un’elevata presenza di Plo-returnees, soprattutto a Gaza ma anche in Cisgiordania.

L’intreccio tra economia e politica, tra potere militare e potere economico messo in atto da Arafat crea le basi per la nascita della seconda Intifada (settembre 2000). La popolazione, stanca della corruzione e dei privilegi di una piccola casta di partito, fa esplodere una rivolta non solo contro l’occupante ma anche contro la propria leadership. Con la seconda Intifada va in pezzi il sistema di privilegi della classe dirigente palestinese e si prepara la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006. Le Brigate al-Aqsà, oggi note come braccio armato di Fath, sono il movimento armato che nel 2001 si rivolta contro la corruzione locale (in particolare, molti Plo-returnees vengono assassinati) e molte proteste sono dirette contro lo stesso Arafat.

Queste proteste, però, non possono essere interpretate solo come la rivolta degli insiders contro i Plo-returnees. La linea di frattura è anche generazionale, tra i nuovi combattenti e la vecchia guardia. Ma non solo. Anche tra le zone più periferiche e povere della Palestina rispetto a quelle centrali e più ricche. Infine lo scontro esprime il tentativo di riportare la lotta nazionale, e non gli interessi economici corrotti, al centro del processo politico palestinese. La delusione della generazione dei combattenti locali per il modo in cui Arafat e Fath concentrano il proprio potere aiuta a comprendere la rivolta popolare e il successo di Hamas a Gaza. La morte di Arafat nel 2004 rappresenta l’inizio della fine del sistema di Oslo.

Dopo aver rifiutato per anni ogni tipo di partecipazione alle strutture politiche dell’Anp, a seguito della seconda Intifada Hamas cambia rotta e partecipa alle elezioni municipali del 2005 dove ottiene quasi la metà dei consensi, fino alla maggioranza assoluta ottenuta nelle elezioni legislative del gennaio 2006. Questa vittoria rappresenta la protesta della popolazione contro l’ordine di Fath e di Arafat da una parte, ma soprattutto il rifiuto netto degli accordi Oslo. In Hamas la proporzione di attivisti della società civile è molto alta e costituisce un tratto sociologico significativo del movimento. L’anima “sociale” di Hamas è quella più legata alle origini del Movimento, come branca della Fratellanza musulmana egiziana, una forma di islamismo istituzionalizzato. Hamas è un movimento complesso, con un profondo radicamento territoriale e una pratica di “rappresentanza dal basso” che rompe i vecchi equilibri dell’era di Arafat.

Infatti, la struttura di Hamas funziona con l’elezione dei rappresentanti al Consiglio consultivo – maglis al-sura –, incaricato di delineare la strategia generale, da parte dei membri locali di Hamas. Il Consiglio a sua volta elegge i componenti dell’Ufficio politico che si occupa di questioni di ordinaria amministrazione. Consiglio consultivo e Ufficio politico formano commissioni ad hoc che regolano le diverse attività di Hamas, anche quelle di assistenza sociale, di pubbliche relazioni, educative, finanziarie e religiose. Ed è attraverso la “selezione dal basso” che Hamas definisce il suo gruppo dirigente diffuso. Una diffusione che arriva fin dentro le prigioni di massima sicurezza israeliane. In sostanza, Hamas rappresenta l’espressione di una nuova conflittualità politica palestinese contro il vecchio modello clientelare rappresentato da Fath-Arafat-Plo-returnees. Israele, da parte sua, ha sempre provato a mettere in crisi la leadership palestinese nella speranza di dividerla, se non di distruggerla. (È interessante notare, inoltre, come dopo la presa del potere di Hamas a Gaza nel giugno 2007, sia Israele che la comunità internazionale stiano cercando di replicare le misure prese a Oslo. In particolare con la creazione, il 20 giugno 2007, di un governo di emergenza diretto da Abu Mazen, con cui Israele “dialoga”, collabora per la sicurezza, e a cui concede il rilascio dei prigionieri. Contemporaneamente taglia elettricità e gas alla popolazione di Gaza, colpevole di aver votato Hamas.)

Dopo la formazione del suo primo governo nel marzo 2006, Hamas crea un organismo militare, noto come Forza esecutiva (Tanfezia), che diviene il perno del nuovo regime e l’organo esecutivo del golpe del giugno 2007. Haniyya, in qualità di primo ministro, nomina un nuovo capo della polizia e smantella la Forza preventiva, braccio armato dell’Autorità palestinese. Le sedi delle forze di sicurezza controllate da Fath vengono sbaragliate e l’edificio presidenziale di Abu Mazen passa in mano alle milizie di Hamas. I capi di Fath si trasferiscono in Cisgiordania e Abu Mazen dichiara lo stato di emergenza, liquidando il governo di unità nazionale guidato da Hamas, mentre un nuovo esecutivo viene insediato a Gaza. Hamas, che non disconosce il diritto del presidente di sciogliere il governo, contesta però la facoltà di Abu Mazen di fomarne uno d’emergenza. Hamas ha dichiarato che il governo rimarrà in carica fino a che una nuova compagine non otterrà il voto in parlamento. E questo è praticamente impossibile sia per Hamas che per Fath, senza un sostegno reciproco (i parlamentari di Hamas, che sono più della metà, al momento sono incarcerati in Israele, mentre quelli di Fath, anche se momentaneamente di più, non raggiungono il 50 per cento dei membri del parlamento, quota necessaria per il funzionamento della struttura parlamentare).

Di fatto, dopo il golpe di Hamas il mandato del presidente dell’assemblea è scaduto e il parlamento non è in grado di eleggerne un altro. Così il paese è ora composto da due territori geograficamente distinti governati da due governi. Grazie alla sua autorità di fatto, Hamas governa Gaza e Fath governa la Cisgiordania, con il sostegno della comunità internazionale e l’aiuto finanziario dei paesi arabi. Fallito sul campo, un governo di “unità nazionale” parallelo si è mantenuto invece nel fronte delle carceri, con i quattro leader Marwan Barguti (Fath), ‘Abd al-Halid al-Natsa (Hamas), ‘Abd al-Rahim Malud (Olp, scarcerato nel luglio 2005) e Sayd Bassam al-Sa’di (Jihad islamica): dalla loro convergenza scaturisce il Documento dei prigionieri.

Dopo il golpe, Hamas rafforza il suo potere potenziando le sue forze di sicurezza e di polizia e disarmando le milizie fedeli ad Abu Mazen. Il rafforzamento dell’apparato militare, inoltre, sta modificando gli equilibri interni al movimento, con il rafforzamento del “capo di Stato maggiore” delle Forze armate, Ahmad Gabiri, sotto cui operano quattro comandanti di brigata, a cui si affiancano le milizie dei Comitati di resistenza popolare (Crp) che godono del sostegno del clan più potente della Striscia (Abu Ris). I due referenti politici di Gabiri sono oggi i cosiddetti “superfalchi di Gaza”, Mahmud al-Zahar e Sa’id Syam (che si proclamano nemici non solo del “traditore Abu Mazen”, ma anche del “pragmatico Haniyya”). Al-Zahar, ex ministro degli esteri, è tra i più oltranzisti del movimento, ed è il principale referente di Teheran e viene considerato come l’organizzatore, di concerto con l’Iran, del golpe a Gaza del giugno 2007. A Gaza, oggi, vi sono crescenti avvisaglie di una tendenza a instaurare un regime a partito unico. La libertà di espressione è stata spesso violata e sono state messe in atto persecuzioni di esponenti di Fath. Per il momento Hamas ha dichiarato che non intende instaurare una repubblica islamica a Gaza e che rispetta il sistema politico esistente. Ciò nondimeno esiste la tendenza ad imporre la piena osservanza delle leggi islamiche nella vita pubblica.

Nella frammentazione politica e sociale palestinese s’inseriscono i clan, vere e proprie fazioni armate, capaci d’influenzare gli equilibri di potere tra Fath e Hamas. Mumtaz Dugmus è il capo di una delle hama’il (clan familiari) più potenti di Gaza, che controlla il territorio insieme ad altri clan – Sawwa, Hillis, Masri, Kafarna, al-Astal, Abu Taha, Barbah -, e con lui lo stesso Arafat dovette scendere a patti. Oggi anche Hamas deve fare i conti con gli appartenenti al clan di Abu Ris, la famiglia che controlla i tunnel di Rafah. I sotterranei (oltre 200) sono un affare redditizio. Il proprietario del tunnel preleva il 25 per cento del prezzo di acquisto di ogni arma che transita nella sua proprietà. Se a transitare sono persone o somme di danaro, il costo va dai 30 ai 50 mila dollari.

Ai clan-fazioni armate si aggiungono le famiglie influenti a Gerusalemme e in Cisgiordania e i clan armati di Nablus (la città più popolata della Cisgiordania), di Hebron e di altre città, che esercitano la loro influenza su Fath, in particolare i clan Hillis, Saqura, Sawwa e Abu Sa’ban. Quello dei clan è un potere reale che resiste all’occupazione israeliana e alla resa dei conti tra Fath e Hamas. Un esempio è quello di Muhammad Dahlan, capo clan e leader dell’Anp, costretto a scappare da Gaza dopo la sconfitta di Fath nella Striscia, con l’accusa di aver usato per fini personali gli ingenti fondi provenienti dagli Usa e da altri paesi per addestrare truppe di Fath (una fortuna intorno ai 100 milioni di dollari). Accanto ai clan c’è anche Gays al-Islam, gruppo qaidista, responsabile dei rapimenti del caporale israeliano Ghilad Shalit e del corrispondente della Bbc nella Striscia Alan Johnston (liberato dopo 113 giorni grazie alla pressione armata di Hamas).

La narrazione araba della nakba (catastrofe) sottolinea la fuga di circa 900 mila persone dai territori degli scontri nel corso della guerra del 1948, rimaste del tutto senza casa e senza mezzi. Attualmente, i rifugiati di Palestina residenti nelle cinque aree sono 4,5 milioni: 735 mila in Cisgiordania, oltre 1 milione nella Striscia di Gaza, 410 mila in Libano, 446 mila in Siria, 1,8 milioni in Giordania. In media, solo il 30 per cento di questi risiede nei 59 campi per rifugiati, con percentuali variabili da Stato a Stato (18 per cento in Giordania, 47 per cento nella Striscia, 53 per cento in Libano). Proiezioni demografiche stimano i palestinesi residenti in aree diverse da quelle operative dell’Unrwa intorno a 1,2 milioni, distribuite fra Egitto, Libia, Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e altri paesi del Golfo, oltre che negli Usa. Sessant’anni dopo la catastrofe, i campi rimangono aree di sovraffollamento con cattive condizioni abitative. L’Unrwa (agenzia specializzata nell’assistenza ai rifugiati palestinesi, prevista dalla risoluzione 302 dell’Onu) fornisce servizi di istruzione primaria e di assistenza sanitaria, ma non svolge funzioni di amministrazione o di polizia. Nei territori occupati da Israele le condizioni di vita nei campi sono pessime, soprattutto nelle zone ai confini con il Muro.

Gli individui di origine araba rimasti all’interno dei confini di Israele e che hanno poi acquisito cittadinanza israeliana sono oggi 1,3 milioni, il 20 per cento della popolazione. La popolazione ebraica-israeliana, anche se maggioranza, percepisce la minoranza araba come una minaccia. La minaccia sarebbe soprattutto legata al rischio demografico, al rapido aumento della popolazione araba, dovuto all’alto tasso di natalità che raddoppia ogni vent’anni, contrapposto alla fine del ritorno degli ebrei. E la richiesta della minoranza araba di coesistere nello Stato d’Israele, trasformando lo Stato del popolo ebraico, fondato sulla “legge del ritorno” e sulla lingua ebraica come idioma dominante, in uno Stato bilingue e biculturale – in sostanza in uno Stato arabo-ebraico – è vissuta dagli ebrei-israeliani come una vera e propria minaccia.

Un fatto innanzitutto salta agli occhi: fino al XX secolo la politica coloniale è stata strumento e mezzo di dominio su vaste aree del mondo. Lo stesso Stato d’Israele non sarebbe sorto senza l’espropriazione dei territori palestinesi realizzata dal movimento sionista grazie all’appoggio dell’impero britannico. Questo fatto è indiscutibilmente significativo solo se si tiene presente, invece di dimenticarlo come oggi si è soliti fare, che l’oppressione e il dominio e i conflitti sanguinosi che li accompagnano non sono una cosa nuova o inaudita. La vecchia storia si ripete senza differenze considerevoli rispetto a quella di uno, due o quattro secoli fa. E il massacro dei non combattenti, delle donne e dei bambini, si inscrive nella stessa storia senza rappresentare una novità. Israele è un fenomeno coloniale quanto lo sono l’Australia e gli Stati Uniti, nati dalla conquista e dall’espropriazione degli autoctoni. E il cosiddetto “diritto al ritorno” conferma la dimensione coloniale del movimento sionista.

È concepibile risalire a tremila anni or sono per determinare quale terra appartenga a chi? E in nome di un presunto diritto “naturale” o “religioso” – la promessa incondizionata sulla terra d’Israele – è concepibile l’esercizio cruento del potere da parte di uno Stato su milioni di persone? Oggi il popolo israeliano dispone da sessant’anni di uno Stato mentre il popolo palestinese vive in esilio forzato o sotto occupazione. E questa espulsione, effettuata soprattutto tra il 1948 e il 1950, anche se a lungo negata o rimossa – da Israele così come dall’Occidente – è un fatto ormai assodato anche dalla nuova generazione di storici israeliani (ad esempio, la più recente, e fortemente contestata, storiografia post-sionista di Ilan Pappe ammette l’esistenza di un piano di guerra finalizzato a espellere la popolazione araba dal territorio palestinese e di atrocità commesse a tal fine durante il conflitto). Questa espulsione non può continuare a essere occultata o rimossa. L’ingiustizia fatta ai palestinesi necessita, ora più che mai, di essere riconosciuta. Il riconoscimento di questa ingiustizia, così come di molte altre ingiustizie dell’epoca coloniale, rappresenta il primo passo verso la riconciliazione fra israeliani e palestinesi.

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58 Responses to Palestina: istruzioni per l’uso

  1. patty il 16 febbraio 2008 alle 07:20

    “Quello che per uno è un terrorista per un altro è un combattente per la libertà”. I terroristi di sinistra additarono George Washington, non si mise egli alla testa di eserciti rivoluzionari per rovesciare il dominio britannico?
    “Geoge Washington è un terrorista” dichiarò un appartenente all’Armata Rossa durante il suo processo davanti alla corte della Germania Occidentale, quando si decideva della sua vita.
    “Essere definiti terroristi è un onore”.
    Gli americani possono non gradire che George Washington fosse definito terrorista. Eppure gli americani, un tempo, acclamarono Fidel Castro come eroico combattente per la libertà. Questo avvenne quando, insieme ad un gruppo di guerriglieri,sconfisse l’esercito del dittatore Batista. In seguito, a causa della forma di governo da lui stabilita, Fidel Castro è stato considerato dagli Stati Uniti, alla stessa stregua dei rivoluzionari che uccisero con una bomba lo zar Alessandro II e misero in moto la rivoluzione russa.
    1974. Israele condanna il vescovo cattolico malchita Ilario Capucci, a 12 anni di prigione per aver utilizzato la sua auto per il contrabbando di armi.
    Dietro intercessione di Papa Paolo VI, nel 1977 fu scarcerato e nominato Ispettore della comunità malchita dell’America Latina. Il Times di new York riportò “liberato alla tacita condizione che stesse lontano da Medio Oriente”. Ma Capucci non è stato lontano.
    Nel gennaio del 1979 “senza autorizzazione ecclesiastica, si è recato nella capitale della Siria per assistere al Consiglio Nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, di cui è membro”.
    Dopo un breve periodo di “disapprovazione” il “vescovo politico ribelle”
    fu ricevuto da Papa Giovanni II e nominato Ispettore delle cominità malchite dell’Europa Occidentale.
    Ecclesiaste 8: 9 “..l’uomo domina l’uomo a suo danno”. Sempre, ovunque e comunque.

  2. andrea inglese il 16 febbraio 2008 alle 09:36

    Ringrazio Francesco per aver pubblicato questo articolo, e Tiziana per averlo scritto. Articolo indispensabile che tra i tanti meriti ha quello di offrire importanti informazioni sulle recenti evoluzioni dei conflitti tra Fath e Hamas, e il peso in tutto cio’ dei “clan”.

  3. The O.C. il 16 febbraio 2008 alle 11:57

    L’appoggio dell’Impero britannico?

  4. Lorenzo Galbiati il 16 febbraio 2008 alle 20:40

    Ringrazio anch’io per l’articolo.
    Una domanda tecnica per l’autrice o per chi ne ha le competenze.

    Il golpe di Hamas.

    Io non ho seguito quella vicenda nel dettaglio e ancora mi chiedo, molto semplicemente: com’è che il golpe lo fa chi è al potere?
    E’ esatta dal punto di vista giuridico la parola “golpe” per l’azione di Hamas?
    Qual era il vero obiettivo del “golpe”, se tale è stato, prendere possesso di Gaza ed autoghettizzarsi? Non credo. Quale allora? Un altro che non ha avuto successo, immagino.
    E quindi: Abu Mazen “dichiara lo stato di emergenza, liquidando il governo di unità nazionale guidato da Hamas, mentre un nuovo esecutivo viene insediato a Gaza. Hamas, che non disconosce il diritto del presidente di sciogliere il governo, contesta però la facoltà di Abu Mazen di fomarne uno d’emergenza.”
    Ha ragione Hamas o no?
    Se ha ragione Hamas, il golpe l’ha fatto Hamas o non piuttosto Abu Mazen?

    Beh, non è una domanda, sola… ;-))

    Cmq credo siano questioni non secondarie, su cui sarebbe bello far luce dal punto di vista giuridico.

  5. the o.c. il 16 febbraio 2008 alle 23:00

    Al di là del golpe, se Hamas diventasse tipo il partito per la giustizia e benessere turco le cose cambierebbero. Modello democrazia ceristiana.

  6. Tiziana de Novellis il 17 febbraio 2008 alle 12:22

    Ringrazio Patty per l’interessante e Andrea per gli elogi (in effetti dubitavo dell’utilità dell’intervento che è nato da una necessità personale di tentare di sciogliere la matassa)
    Per Lorenzo, da quello che sono riuscita a capire su Hamas e sul golpe – preciso di non essere un’esperta, ed inoltre le fonti in mio possesso sono poche e “intricate” -, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, Fath rifiuta di riconoscere il governo di Unità nazionale guidato da Hamas e con prevalenza di ministri di Hamas, intanto all’interno del movimento islamico prevale la componente più radicale che s’impossessa delle forze armate e di sicurezza fino al golpe di giugno 2007. Abu Mazen, in realtà, non accetta la sconfitta elettorale dell’Anp e con l’appoggio di Israele e paesi Occidentali di trasferisce in Cisgiordania dove forma un governo “Fath” (non eletto dai palestinesi) e dichiara illegittimo il governo di Hamas nella striscia. L’isolamento di Hamas a Gaza è stato perciò determinato da Abu Mazen e da Israele, che dopo la vittoria elettorale di Hamas sbaracca i suoi presidi a Gaza, con l’intento di isolarla economicamente e politicamente e mentre Hamas spara razzi di “latta” sul confine, Israele mette in ginocchio la popolazione tagliando luce e gas…. (la vecchia storia del divide et impera che rende nella sostanza irrealizzabile la costituzione di uno Stato palestinese previsto dalla Road Map, non a caso Israele sta riproponendo la replica degli accordi di Oslo, in cui viene riconosciuto solo l’Olp come unico referente dell’autorità nazionale palestinese, mentre gli Stati Occidentali disconoscono Hamas, considerato il braccio armato dell’Iran, e accendono una nuova scintilla verso il conflitto con l’Iran….)
    Per O.C. è molto probabile che se hamas non fosse stato isolato non avrebbe prevalso la componente più radicale del movimento.

  7. Tiziana de Novellis il 17 febbraio 2008 alle 12:31

    Aggiungo che sarenne interessante conoscere il contenuto del Documento dei prigionieri, nel quale le principali organizzazioni palestinesi trovano un accordo per guidare il paese. E forse, non è un caso che siano rinchiusi nelle carceri di Israele.

  8. massey il 17 febbraio 2008 alle 13:07

    “è molto probabile che se hamas non fosse stato isolato non avrebbe prevalso la componente più radicale del movimento”

    è molto improbabile, Hamas è irredentista perchè il Corano lo è in saecula, la dc no

  9. georgia il 17 febbraio 2008 alle 13:09

    molto interessante il tuo pezzo.
    Mi piacerebbe, se tu ne fossi a conoscenza, se ci dicessi due parole sul congelamento delle tasse dei palestinesi effettuato da israele il giorno dopo la vittoria di hamas. Io non ho capito molto ma mi sembra che le tasse i.v.a compresa, dei commerci ecc. palestinesi vengono, naturalmente, depositate in banche israeliane (visto che ai palestinesi è proibito, tra l’altro, aprire banche, battere moneta e emettere francobolli) e congelarli vuol dire mettere completamente in ginocchio qualsiasi forma di organizzazione e commercio nei territori. Credo che il rifiuto da parte di abu mazen nascesse proprio da lì, e da un tentativo di rendere meno catastrofico questo congelamento di tutte le entrate.
    Tu conosci qualche articolo o altro che ne parli?

    Forse può interessarti che l’espulsione forzata dei palestinesi del 48 oggi è ammessa anche nei testi scolastici israeliani. Ti lascio due link:
    CORRIERE DELLA SERA Davide Frattini, “INDIPENDENZA EBRAICA, CATASTROFE PALESTINESE” UN LIBRO DI SCUOLA ROMPE IL TABU’ IN ISRAELE Corriere della sera, 23 luglio 2007, p. 15
    Alberto Stabile, Per noi la libertà per loro la catastrofe, La repubblica, 23 luglio 2007, p 21.
    geo

  10. The O.C. il 17 febbraio 2008 alle 13:40

    Ci sono almeno quattro gruppi di moderati nell’Islam: i cittadini delle nazioni musulmane, i regimi alleati dell’Occidente, i liberali secolarizzati, i partiti islamici moderati.

    I cittadini islamici festeggiano regolarmente il Ramadan ma non mettono al centro della loro vita la politica. Sono una maggioranza silenziosa (troppo silenziosa) che non partecipa ad azioni violente e molto spesso nemmeno le appoggia.

    Le monarchie ‘illuminate’ come la Giordania sono allineate con i governi occidentali ma piuttosto allergiche alle libertà politiche (troppo allergiche se pensiamo alla tetragona casa regnante saudita).

    I liberali secolarizzati sono quella ristretta cerchia della intellettualità araba e mediorientale che crede negli stessi valori occidentali, la democrazia, la libertà di parola e il rispetto dei diritti civili.

    I partiti moderati islamici, infine, condividono gli ideali religiosi dei fondamentalisti ma perseguono i loro obiettivi attraverso libere elezioni, quando ci riescono. Secondo lo studioso Kamran Bokhari, i liberal e i moderati islamici sono gli alleati privilegiati dell’Occidente e l’azione politica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea dovrebbe concentrarsi verso questi due gruppi.

    L’islamismo è stato uno dei grandi movimenti del XX secolo. Ha avuto origine in Egitto nel 1928 con la fondazione dei Fratelli Musulmani ed ha trionfato nel 1979 con la rivoluzione iraniana, quando nasce la prima Repubblica islamica.

    È ipotizzabile che un regime autocratico come l’Egitto un giorno possa essere guidato da un partito conservatore e pragmatico come la nostra vecchia Democrazia Cristiana?

    Il presupposto è che questi partiti religiosi trovino un accordo con i liberali e con chi, in passato, ha militato per le altre ideologie secolari come il nasserismo, il socialismo e il comunismo. Un arco costituzionale abbastanza ampio da resistere alla violenza jihadista e alle tentazioni fondamentaliste e ultraortodosse.

    L’Islam è una religione assolutamente “plurale”, non piramidale e monolitica come vorrebbero farci credere i seguaci di Al Quaeda.

    Joshua Muravchik ha elencato i punti essenziali che, se fossero rispettati, confermerebbero che il processo riformistico è già iniziato.
    1) La struttura di questi stati è democratica?
    2) Hanno rinunciato alla violenza e condannato il terrorismo?
    3) Garantiscono uguali diritti alle donne e alle minoranze?
    4) Accettano che ci sia una varietà di interpretazioni sul Corano?

    Wasatia è stato creato nel 2007 da Muhammad Dajani, uno dei membri del movimento palestinese Fatah. Il piccolo partito si batte per il “diritto di ritorno” dei rifugiati palestinesi, vuole fare politica “pratica”, condanna le violenze di Hamas e Fatah. L’obiettivo è di “insegnare ai giovani che le bombe suicide non sono l’Islam”.

    Fatah non è mai stata un movimento liberale anzi fu una organizzazione pioniera nel terrorismo. Oggi conta importanti personalità liberali come il primo ministro Salam Fayad e il ministro degli esteri Riad Malki.

    I liberal sono il gruppo che ha maggiore affinità con la democrazia e i valori occidentali ma sfortunatamente non sono stati in grado di imporsi durante le ultime elezioni in Egitto, Iraq e Palestina.

    Per vincere la battaglia che si combatte nell’Islam i liberal hanno bisogno delle forze moderate. Alcuni partiti religiosi islamici oggi hanno una funzione simile a quella svolta dai movimenti di liberazione nazionale e dei partiti di sinistra del secolo scorso.

    I moderati islamici potrebbero diventare la base e il collante di uno schieramento più vasto, così come accadde con i partiti di massa europei, democristiani e socialisti, che nel XX secolo sconfissero il Nazifascismo e il Comunismo.

  11. massey il 17 febbraio 2008 alle 14:07

    O.C. finalmente scrivi qualcosa di più delle solite pisciatine.
    Giusto quello che scrivi, ma si parlava di Hamas

  12. The O.C. il 17 febbraio 2008 alle 14:17

    Attento agli schizzi.

  13. massey il 17 febbraio 2008 alle 14:33

    mafish mushkela :-)

  14. Tiziana il 17 febbraio 2008 alle 16:48

    Molto interessanti i commenti di Georgia e di O.C. (condivido pienamente l’analisi fatta da O.C.) Non ho informazioni sulla questione delle tasse dei palestinesi congelate in banche israeliane, ma la considero molto probabile. Sicuramente a Gaza la situazione economica è aggravata dalla frontiera “blindata” che impedisce molte attività legate al commercio (ad es. quello dei fiori)

  15. Tiziana il 17 febbraio 2008 alle 16:55

    Per Massey: Sul corano e sulla fede islamica circolano troppi luoghi comuni, bisognerebbe studiarli con attenzione prima di esprimere giudizi. E poi, cosa dire, dell’integralismo “cattolico”?

  16. Lorenzo Galbiati il 17 febbraio 2008 alle 17:52

    @Tiziana
    Mi pare di capire che un’azione illegale o comunque politico-militare di Hamas (che non è stata un golpe) abbia fornito ad Abu Mazen l’occasione per fare, quello sì, un golpe (o qualcosa di simile), con l’appoggio di Israele e dell’Occidente….

    Forse tutta la stampa dovrebbe chiedersi appunto questo: se golpe c’è stato, chi l’ha fatto, senza schierarsi a priori con Abu Mazen solo perché si presenta meglio, è più laico e democratico mentre gli altri sono i fanatici terroristi.

  17. Tiziana il 17 febbraio 2008 alle 18:25

    Abu Mazen è della stessa generazione di Arafat, che fece fuori gli insiders della prima Intifada dalle trattative di Oslo. Non credo che volesse in nessun modo accettare una sconfitta elettorale e rinunciare al monopolio del potere nei Territori. Questa condizione ovviamente favorisce l’attuale leadership israeliana e la politica anti-Iran di Bush…

  18. Tiziana il 17 febbraio 2008 alle 18:30

    Tra l’altro, molti israeliani autorevoli sostengono che è necessario trattare con Hamas. (Amos Oz: “Serve coraggio ora Israele tratti con Hamas, la Repubblica del 13/02/2008)

  19. georgia il 18 febbraio 2008 alle 11:14

    L’intervista a Oz segnalata da tiziana può essere letta QUI

  20. sebastian il 18 febbraio 2008 alle 12:21

    Alcune osservazioni all’articolo di Tiziana de Novellis, peraltro apprezzabile per la quantità di informazioni e per l’equilibrio dei punti di vista.

    L’immigrazione ebraica in Palestina e l’acquisto di terreni dai latifondisti arabi iniziò sotto l’impero ottomano, anche se ebbe un incremento dopo la prima guerra mondiale. I dati dei censimenti e le stime parlano di 80000 ebrei circa in Palestina nel 1922 e di 553,600 (di cui 500.000 concentrati tra Jaffa, Haifa e Gerusalemme) nel 1945, mentre la popolazione araba salì da 590.000 a 1.060.000. I dati si riferiscono all’intero mandato britannico e comprendono anche l’odierno Regno di Giordania. Quindi gli inglesi, perlomeno fino al 1936, quando iniziò la grande rivolta araba contro l’immigrazione ebraica, non ostacolarono l’immigrazione ebraica, ma questo era parte del mandato loro affidato dalle Nazioni Unite, che citava espressamente la creazione di un focolare ebraico in Palestina. I terreni poi non furono espropriati ma acquistati dai latifondisti arabi e fino al 1945 la popolazione ebraica si concentrò nelle tre aree urbane sopra indicate.

    Dal punto di vista della strategia imperiale e coloniale inglese, invece non si trova un interesse degli inglesi a favorore gli ebrei, visto che questo avrebbe creato loro problemi con la maggioranza araba in una zona ricca di petrolio e in una posizione chiave sulla rotta dell’India e delle colonie africane. Infatti quando fu chiaro agli inglesi che la coesistenza di arabi e ebrei diventava problematica, bloccarono o limitarono l’immigrazione ebraica a partire dal 1936, senza aprire spiragli meanche durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, anche in conseguenza degli attentati dell’Irgun contro gli inglesi dal 1946 in poi, gli inglesi favorirono i Giordani nella prima fase della guerra tra israeliani e arabi e lascìarono in eredità a re Abdullah di Giordania un nutrito gruppo di ufficiali che costituirono il nerbo della sua Legione Araba nel corso della guerra del 1948-1949. Non condivido quindi la derivazione automatica dello stato di Israele dal colonialismo britannico. Tra l’altro Israele fu immediatamente riconosciuta sia dai paesi occidentali e sia dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi del blocco sovietico, anche se la guerra fredda aveva già spaccato il mondo in due.

    Una seconda osservazione riguarda i confini del 1948, che non furono stabiliti a suo piacimento da Ben Gurion, ma che furono ricalcati sulla linea del cessate il fuoco quando furono stipulati gli armistizi con le nazioni arabe belligeranti (Siria, Libano, Giordania, Egitto).

    Ci furono poi profughi sia da parte araba che parte ebraica, ivi compresi gli ebrei espulsi dai paesi arabi o dagli insediamenti ebraici nelle zone che caddero sotto il controllo arabo. Numericamente i due flussi si equivalsero (circa 600.000 persone) e circa i motivi della fuga dei profughi arabi dalle terre annesse a Israele la versione offerta dalla vulgata del mito fondatore dello stato di Israele è in conflitto con quella proposta da alcuni (non tutti) gli storici israeliani dell’ultima generazione (esodo volontario o espulsione forzata). Il flusso dei profughi ebrei fu invece pressoché totale e forzoso, cancellando comunità esistenti da secoli, come quelle della città vecchia di Gerusalemme e quella di Hebron.

    Credo poi meriti un accenno anche la guerra del 1956, se non altro per il fatto che determinò il passaggio di Israele nel campo occidentale e quello dei paesi arabi nel gruppo degli alleati dell’Unione Sovietica. Fino ad allora i rapporti di Israele con il paesi del blocco sovietico erano buoni, ad esempio fu la Cecoslovacchia che vendette ad Israele buone parte degli armamenti usati nella guerra del 1948-1949.

    Un altro elemento importante è la massiccia immigrazione in Israele dai paesi della ex Unione Sovietica a partire dal 1990, che ebbe diversi effetti sulla società israeliana. Arrivarono infatti molti tecnici specializzati e dotati di istruzione superiore, che furono il presupposto per la nascita di centri di ricerca avanzati e dello sviluppo della industria hi-tech israealiana, ma la maggioranza dei nuovi immigrati si orientarono verso i partiti di destra, esprimendo in molti casi le frange più estremiste di coloni israeliani nei territori occupati.

    Va anche ricordata l’ondata di attentati suicidi scatenata da Hamas tra il 1994 e il 1997, che furono un serio e premeditato ostacolo ai negoziati tra Arafat e Rabin e alle operazione di ritiro graduale di Israele dai territori, determinando anche uno spostamento a destra della politica israeliana.

  21. georgia il 18 febbraio 2008 alle 12:44

    Va anche ricordata l’ondata di attentati suicidi scatenata da Hamas tra il 1994 e il 1997, che furono un serio e premeditato ostacolo ai negoziati tra Arafat e Rabin e alle operazione di ritiro graduale di Israele dai territori, determinando anche uno spostamento a destra della politica israeliana

    Sì ma va anche detto che non furono gli attentati ad interrompere il processo di pace, rabin disse chiaramente che nessun attentato, stavolta, avrebbe fermato il processo di pace … infatti fu subito ucciso. Fu l’assassinio di rabin a bloccare tutto e non a caso la moglie accusò pubblicamente netanyahu, che tra l’altro era, e sarà, il maggior sponsor del guerrafondaio american enterpriese institute e in particolare del gruppo che andrà al pentagono e che vorrà, senza se e senza ma, la guerra all’iraq, che, per quanto dittatura feroce, con l’11 settembre non c’entrava una mazza.
    Io non ho nessuna simpatia per hamas, ma NON sono loro a bloccare la pace, loro servono solo da alibi per bloccarla.
    geo

  22. Tiziana de Novellis il 18 febbraio 2008 alle 15:46

    Ringrazio Sebastian per il sostanzioso intervento che mi permette di mettere a confronto alcuni dei dati storici in mio possesso e di integrarli. Preciso di non essere un’esperta, come ho già detto ho affrontato l’argomento prima di tutto per comprensione personale, ma soprattutto per riportare l’attenzione sulle vittime che i fenomeni “nazionali” continuano a determinare, nonostante tutto. (Chi può negare che Israele non sia stato un fenomeno nazionale?)
    E al di là di chi abbia favorito o meno il sionismo – se l’impero britannico, nel 1917 con la lettera di Lord James Balfour allora ministro degli esteri a lord Walter Rothschild, rappresentante degli ebrei britannici che scrive: “guardo con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”; se la Società delle Nazioni, nel 1922, che affida il Mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna (che appoggia il governo sionista almeno fino al 1939); se la risoluzione 181 del 29 novembre 1947 che vara la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno palestinese – il risultato è che il popolo palestinese ha pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo:
    Maggio 1920, sanguinose sommosse a Gerusalemme contro l’immigrazione ebraica;
    Agosto 1929, nuove sommosse a Gerusalemme, manifestazioni in tutta la Palestina, pogrom a Hebron;
    aprile-ottobre 1936, sciopero generale palestinese che determina l’inizio della “grande rivolta araba”, che durerà fino al 1939;
    9-10 aprile 1948, massacro di un centinaio di abitanti del villaggio palestinese di Deir Yassin;
    15 maggio 1948, guerra tra Israele e paesi arabi, nakba dei palestinesi;
    5-10 giugno 1967, Israele occupa il resto della Palestina (Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme Est), oltre che il Sinai egiziano e il Golan siriano, a partire dall’estate inizia la colonizzazione di questi territori;
    6 ottobre 1973, offensiva delle truppe egiziane e siriane per riconquistare i Territori;
    14 marzo 1978, Israele invade il Libano del Sud;
    6 giugno 1982, inizio dell’invasione israeliana del Libano e assedio di Beirut;
    14-18 settembre 1982, ingresso delle truppe israeliane a Beirut Ovest, massacri nei campi di Sabra e di Chatila (800 morti secondo la commisione d’inchiesta israeliana, 1500 secondo l’Olp);
    dicembre 1987: inizio a Gaza, poi in Cisgiordania, della prima Intifada o “rivolta delle pietre”
    25 febbraio 1994, massacro nella moschea di Hebron, il colono Baruch Goldstein assassina 29 palestinesi;
    4 novembre 1995, assassinio di Rabin da parte di uno studente di estrema destra a seguito del quale Israele blocca la sua ritirata dalle città palestinesi, salvo Hebron;
    febbraio-marzo 1996, come rappresaglia per l’assassinio da parte dei servizi segreti israeliani di Yehia Ayache, detto l’ “ingegnere” di hamas, questi organizza attentati terroristici a Gerusalemme, Tel Aviv, Ashqelon, che fanno più di 100 morti e dstabilizzano il governo Peres;
    aprile 1996, operazione “uva della collera” dell’esercito israeliano contro il Libano, il 18 aprile un centinaio di civili rifugiati nel campo Onu di Cana muoiono sotto le bombe israeliane;
    27-29 settembre 1996, l’apertura da parte della municipalità ebraica di Gerusalemme di un tunnel sotto la Spianata delle Moschee provoca le violenze più gravi nei Territori occupati dalla fine della prima Intifada (76 morti);
    28 settembre 2000, il capo del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, l’indomani ci sono i primi scontri e l’inizio della seconda Intifada;
    17 aprile 2001, prima incursione israeliana in una zona sotto controllo palestinese a Gaza;
    1° giugno 2001, attentato contro la discoteca Dolphinarium a Tel Aviv (20 morti);
    gennaio 2002, assassinio mirato di Raed al Karmi, esponente delle brigate Al Aqsa;
    marzo-aprile 2002, offensiva israeliana in tutta la Cisgiordania (operazione “Bastioni”) a seguito dell’attentato di Netanya in Isreaele;
    6 settembre 2002, Ariel Sharon annuncia che gli accordi di Oslo non hanno più valore, mentre l’esercito prosegue l’occupazione della maggior parte delle città della Cisgiordania;
    20 marzo 2003: inizio della guerra in Iraq;
    29 giugno 2003: a seguito della pubblicazione della Road Map (30 aprile), cessate il fuoco di tutte le organizzazioni palestinesi, compreso Hamas e Jihad islamica;
    21 agosto 2003: Hamas annuncia la fine del cessate il fuoco a seguito dell’assassinio di un suo dirigente, Ismail Abu Shanab;
    1 ottobre 2003: il governo israeliano vota il prolungamento del “Muro di sicurezza”.

    La mia cronologia si ferma qui, ma non il conflitto e le sue vittime.

    P.S. chiedo scusa per eventuali errori di trascrizione

  23. massey il 18 febbraio 2008 alle 18:07

    è tutta una gentilezza qui, ma che bel post.
    A Geo, che ringrazio anch’io, voglio dire che, secondo me, Hamas non ha interesse alcuno in una pace cui non consegua uno stato retto da sharia. Se ne stropiccia cioè dei confini del 67, della capitale, dei profughi. E nemmeno le attribuisce un valore tattico, visto che la ostacola pervicacemente. E’ possibile piuttosto che la consideri una sciagura per la causa della sharia internazionale e probabilmente non a torto

  24. sebastian il 18 febbraio 2008 alle 18:26

    @Tiziana,
    Lo scopo del mio intervento era di complementare il tuo primo contributo con alcuni punti che ritengo rilevanti circa la storia della Palestina nell’ultimo secolo, mettendo in discussione a dire il vero un solo punto, cioè la continuità coloniale tra l’impero britannico e lo stato di Israele. Per il resto non posso nè tantomeno voglio mettere in discussioni la cronologia da te citata nel tuo ultimo post o dubitare del pesantissimo prezzo che il popolo palestinese paga e ha pagato. Neppure una controlista di vittime israeliane avrebbe senso.

    @georgia
    nel caso specifico di Rabin, sono d’accordo che la sua uccisione tolse di mezzo l’unico leader con sufficiente carisma per reggere la pressione degli attentati e di continuare intanto i negoziati. Diciamo che si realizzò una sinistra comunanza di interessi. Perlomeno il principio enunciato da Rabin (la pace si fa con i nemici) si sta forse faticosamente riaffermando, considerando quello che alcuni in Israele, tra cui Amos Oz, stanno scrivendo, e che Tiziana ha giustamente ricordato.

  25. georgia il 18 febbraio 2008 alle 21:06

    amos oz è sempre stato per la pace, non è una novità, lo è solo per te
    ;-), ma … è servito a poco fino ad oggi.
    Che poi la pace si faccia con i nemici mi sembra una cosa di uno scontato mostruoso. Se non con il nemico con chi si dovrebbe mai fare la pace? con l’amico di merende? :-)))))
    Solo che la propaganda mostruosa e asfissiante degli ultim anni ci ha adeguatamente convinto che con il nemico non si dialoga mai, e che chi lo vuole fare è solo un terrorista e basta.
    Ma che mondo di merda, falso e ipocrita, abbiamo creato tutti noi umani d’occidente !!!???!!!
    E pure conformista da cortile e da stagno :-(
    geo

  26. edo fotografo il 18 febbraio 2008 alle 22:46

    @ georgia:
    quando ti indigni mi ricordi qualcuno.
    cmnq hai proprio ragione, è un mondo di merda.

  27. sebastian il 19 febbraio 2008 alle 00:19

    “La pace si fa con i nemici”. In bocca a me suona banale e scontato, in bocca ad Yitzhak Rabin a metà degli anni 90 molto meno. Volente o nolente, la guerra è sempre stata una opzione negli ultimi cento anni in Palestina (rileggendo quanto ha scritto Tiziana, vedrai che non sempre l’iniziativa di riscatenare la guerra è stata degli israeliani) e il rapporto con il nemico, quale esso fosse, non è mai stato intepretato come un rapporto che potesse evolvere nella pace. Rabin ha avuto il merito di ficcare in testa all’opinione pubblica israeliana che la via della normalità passava attraverso il compromesso e la trattativa con personaggi francamente odiati se non disprezzati come Arafat (non è il mio punto di vista, ma quella di buona parte della società israeliana degli inizio degli anni 90, a torto o a ragione non sto io a deciderlo).

    Ovviamente sarebbe più bello che un vento di irenea tolleranza si mettesse a soffiare dal deserto del Negev o sorgesse dalle acqua del Mar Morto ad addolcire il cuore degli uomini, ma la realtà è ben più dura e cinica e il riconoscere un interlocutore in un nemico è fenomeno difficile e di fatto contro il sentire comune di chi sia vissuto a lungo in uno stato di guerra. E questo non è dovuto a qualche martellante propaganda, ma a come siamo fatti noi tutti quanti merdosi esseri umani. Guarda la ex-Jugoslavia, dove negli anni 90 hanno ripreso a regolare i conti aperti dalla seconda guerra modiale, quando hanno ripreso a regolare i conti aperti dalla guerra mondiale precedente, quando hanno ripreso a regolare i conti aperti dai tempi dei Turchi e così via. O i Francesi e i Tedeschi che si sono fatti la guerra pressochè di continuo dalla battaglia di Valmy (1792) fino al 1945 prima di capire che era meglio smetterla, forse solo perché gli uni erano sfiniti e gli altri erano in ginocchio. Beati quelli nati in Europa Occidentale dopo il 1945, le prime generazioni a memoria d’uomo a non aver conosciuto la guerra e le sue ruvide regole, consuetudini, conseguenze, intossicazioni. Ma forse per questo, noi, che apparteniamo a queste uniche e beate generazioni, non siamo i più indicati a compilare le pagelle di buono e di cattivo per quelli che nella guerra sono immersi sin da quando sono nati, come Amos Oz che in “Storia d’amore e di tenebra” racconta di una infanzia passata a Gerusaleme anche sotto i tiri dei cecchini arabi e giordani mentre gli inglesi, titolari del mandato sulla Palestina, si rimiravano pensosi le unghie.

    E così per me il fatto che Amos Oz scriva che bisogna negoziare con Hamas è tutto meno che ovvio e scontato, visto che non so cosa rappresenti Hamas per te, ma agli occhi degli israeliani per cui Oz scrive Hamas è l’organizzazione che da Gaza spara i razzi su Sderot e che organizza gli attentati sugli autobus, davanti alle discoteche e nei centri commerciali. Ed è anche bene ricordare che Oz ricorda la necessità della trattativa ai suoi concittadini, non a noi, sono loro a dover decidere di negoziare, noi no, noi non siamo quelli in guerra.

  28. georgia il 19 febbraio 2008 alle 11:03

    @edo fotografo,
    chi ti ricordo? :-)
    geo

  29. Tiziana il 19 febbraio 2008 alle 15:42

    @sebastian
    non è ovvio né scontato il fatto che Amos Oz intervenga a favore del dialogo con Hamas, condivido pienamente. Così come sono convinta che il riconoscimento del “torto” fatto ai palestinesi sia un passo importante (così come sta facendo una parte significativa della società israeliana) verso la riconciliazione.

    Una riflessione sul rapporto, per così dire, alterato tra “verità storica” e “ideologia dominante” in certi sistemi di governo, nonostante questi siano per definizione (come nel caso d’Israele) delle democrazie.
    Fino a un certo momento della storia dello Stato d’Israele, l’ideologia dominante (in pratica il sionismo) si è costantemente protetta dalle “verità di fatto”, dall’impatto della realtà e degli eventi storici con l’ideologia stessa, fino al punto di falsificare la narrazione storica. Ciò è successo fino a quando una nuova storiografia, come quella di Ilan Pappe, ha cominciato a rivelare gli eventi storici che hanno privato il popolo palestinese di una terra in cui vivere.
    A mio parere questo sistema di rimozione, su cui si è fondata la nascita dello Stato israeliano, finora ha permesso esclusivamente l’autoconservazione del potere statuale, ma ha finito per incrinare la fiducia di tanti cittadini israeliani verso lo Stato, determinando movimenti di dissenso.
    In sostanza, e ciò vale per molti sistemi di governo in tante parti del mondo, nei termini della categoria mezzi-fini la falsificazione della realtà operata da uno Stato realizzerà esclusivamente il fine del mantenimento del potere attraverso la rimozione metodica delle verità di fatto, ma non convincerà i singoli che la realtà propagandata sia quella vera.

  30. Lorenzo Galbiati il 19 febbraio 2008 alle 19:42

    Io non ci vedo nulla di grandioso nelle parole di Oz.

    Si parla di trattare per evitare l’ipotesi di una nuova occupazione, e con l’argomento seguente: ci sarebbero più morti e anche con l’occupazione troverebbero il modo di spedirci razzi, quindi…

    Si tratta di semplice buon senso.

    Personalmente trovo assurdo che si giudichino pacifiste posizioni che si limitano a consigliare delle tregue.

    Ma non c’è solo buon senso, purtroppo, c’è anche manifestazione di superiorità morale verso Hamas (è l’intervistatore del resto a portarlo lì), e c’è ipocrisia nel ricordare la guerra al Libano: Oz dice chiaramente che non sarebbe andato alla guerra con il Libano, che sarebbe bastata una rappresaglia di piccola entità come risposta ai soldati uccisi o rapiti al confine.

    Bene, ora (a parte la domanda: e questa sarebbe la posizione di un pacifista?), l’Amos Oz di oggi, cioè del 13 febbraio, che dice che non “sarebeb andato alla guerra con il Libano”, che sarebbe bastata una rappresaglia, è lo stesso Amos Oz che scriveva questo:

    “Amos Oz: Io, scrittore pacifista. È una guerra giusta
    Tratto da “Corriere della Sera”, 18 luglio 2006

    Molte volte in passato il movimento pacifista israeliano ha criticato le operazioni militari delle sue forze armate. Questa volta no. Questa volta la battaglia non c’entra con l’espansione e la colonizzazione israeliana. Non c’è territorio libanese occupato da Israele. Non ci sono rivendicazioni territoriali da una parte o dall’altra. Mercoledì l’Hezbollah ha sferrato un violento attacco, senza precedenti, all’interno del territorio israeliano. Si è anche trattato di un attacco all’autorità e all’integrità del governo libanese eletto. E questo perché attaccando Israele l’Hezbollah ha anche privato il governo libanese della prerogativa di controllare il proprio territorio e di prendere decisioni in fatto di guerra e di pace.
    Il movimento pacifista israeliano disapprova l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania. Ha disapprovato l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982 perché quell’invasione puntava a distogliere l’attenzione del mondo dal problema palestinese. Questa volta Israele non sta invadendo il Libano. Si sta difendendo da un attacco e da un bombardamento quotidiano di decine di città e villaggi, cercando di annientare l’Hezbollah ovunque sia in agguato. Il movimento pacifista israeliano dovrebbe sostenere il tentativo di pura e semplice autodifesa da parte di Israele finché questa operazione prende di mira soprattutto l’Hezbollah e risparmia, quanto più possibile, le vite dei civili libanesi (compito non sempre facile visto che i lanciamissili Hezbollah usano spesso civili libanesi come sacchi di sabbia umana… ecc.”

  31. sebastian il 19 febbraio 2008 alle 21:08

    @Lorenzo
    A me va benissimo anche un pacifismo opportunista, che riesce a spiegare ai suoi concittadini che la pace conviene più della guerra, anche se per raggiungere la pace bisogna negoziare con una organizzazione, come Hamas, considerata come una banda di terroristi. Ripeto e ripeterò fino alla nausea che la necessità di trattare con Hamas a noi che ce ne stiamo fuori può sembrare ovvia, per l’opinione pubblica israeliana di oggi è di enorme rilevanza.

    Siamo realisti, mi sai indicare una guerra che sia terminata perché entrambe le parti (una non basta, devono essere entrambe le parti) siano arrivate a una chiara consapevolezza della immoralità della guerra stessa? A me non viene in mente nessun caso, anche scavando nei ricordi scolastici a partire dai Sumeri. La pace è arrivata quando qualcuno l’ha imposta o per sfinimento o per convenienza. Evitiamo per favore la spocchiosa presunzione di voler ammettere negli altri solo degli elevatissimi canoni di moralità che noi Europei mai abbiamo avvicinato (e non solo gli Europei, ovviamente) e che i nostri padri e i nostri nonni non hanno neanche sfiorato se non immaginato.

    Quindi ogni passo verso la pace, quale ne sia il motivo, per me è benvenuto, perché il mondo va cambiato a partire da quello che è e da quello che gli riesce di essere, non a partire da quello che ci piacerebbe che fosse.

    Circa la questione Hezbollah, Oz è arrivato alla conclusione che le uniche opzioni per interrompere i lanci dei missili fosse o rompergli i giocattoli letali o spingerli più a nord per renderli non più pericolosi. Vedi altre opzioni?

    @Tiziana
    Non sono d’accordo con te sul ruolo catartico di Pappe o della “nuova storiografia”. Dal punto di vista meramente accademico non tutti gli storici dell’ultima generazione condividono le interpretazioni di Pappe e le posizioni storiografiche tradizionali, aldilà delle mitizzazioni derivanti dal mito fondatore dello stato di Israele (limitazione da applicare a qualsiasi mito fondatore) non sono state così completamente scalzate. Credo poi (ripeto credo) che l’impatto sulla società israeliana di Pappe sia abbastanza limitato.

    Cosa serve o serverirebbe per rendere gli israeliani più consapevoli delle sofferenze dei palestinesi? Non lo so, forse dare loro la possibilità di vivere assieme, come per uno poco accadde dopo i primi accordi di pace.

    @Lorenzo
    Mi è venuto in mente adesso, guarda che la guerra è anche bella. Non lo dice solo James Hillman o il fascino delle storie di guerra dall’Iliade in poi. Se vai ad Alba, bella cittadina in provincia di Cuneo, e cerchi la tomba di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, troverai sulla lapide la semplice iscrizione “Scrittore e partigiano”. Beppe Fenoglio quandp ha voluto trovare il senso della sua vita, l’ha trovato nella guerra e nella scrittura.

  32. Lorenzo Galbiati il 20 febbraio 2008 alle 01:11

    Sebastian,
    non condivido mai nessun elogio alla guerra, nessun appello alla sua necessità. pur sapendo che la guerra di difesa è legittima.
    e quindi non giudico i partigiani di nessun tipo, essendo la guerra per il possesso della propria terra legittima, appunto. il problema è: come si decide di chi è la terra. e in effetti il mio giudizio etico sulla guerra è in base alla terra su cui avviene. Hamas non ha il diritto di sparare razzi su terra israeliana ma Israele occupa illegalmente con l’esercito e costruisce anno dopo anno colonie e strade israeliane su terra che non gli appartiene, dove può fare quel che vuole. i palestinesi non sono un popolo che gli si oppone militarmente, non avendo blindati e aeronautica, quindi ecco il terrorismo. un pacifista questo deve dire, a mio avviso: che l’occupazione è un crimine, e che non ci sarà la pace, che è frutto della giustizia (la Chiesa insegna – e insegna bene una volta tanto, ma è anche il principio della nonviolenza gandhiana, questo) finché Israele non si decide a smobilitare e a restituire la terra, decidendone i confini con tutte le parti in gioco.
    israele non fa questo, non vuole questo. e Oz nemmeno. si preoccupano sempre e solo di ribattere colpo su colpo. e intanto da 40 anni annettono la terra. e ora non esiste più terra per uno stato palestinese, ma tanti cantoni separati, buchi di un formaggio svizzero, bantustan dicono in molti. la scusa del “loro vogliono distruggerci” e quindi finché non se ne stanno buoni buoni e non ci riconoscono come stato noi non ce ne andiamo, è il leit motiv che giustifica la falsa coscienza di Israele e dell’Occidente tutto (e quindi anche ONU) che lo sostiene e che boicotta Hamas e favorisce il golpista (se golpe è stato) Abu Mazen.
    si vorrebbe insomma che un popolo oppresso e martoriato da decenni se ne stesse con la testa chinata finché l’oppressore che gli mangia la terra in ogni momento all’improvviso, di sua iniziativa, decidesse di andarsene e tornare a confini che ora non esistono più. veramente, il massimo dell’umiliazione.
    certo che con Hamas israele e USA e Europa hanno buon gioco, visto le dichiarazioni dei loro leader e il loro statuto: basta ricordare che loro sono quelli che vogliono distruggere israele per avere la ragione dalla propria parte.
    purtroppo non è nella cultura dei popoli arabi la tattica nonviolenta, che di certo avrebbe dato migliori frutti. ma lotta sarebbe stata, non pace.

    ora, se vogliamo parlare di pace e di pacifismo, siamo chiari: essere pacifisti significa essere contro ogni guerra. Oz non è neanche lontanamente un pacifista e grazie a lui e ad altri come lui israele continuerà ad espandersi, a preferire l’occupazione di nuova terra alla pace, come dice Chomsly descrivendo in breve la politica di quello che chiama lo stato satellite degli USA in medioriente.
    chiaro anche qui che gli stati arabi han dato una mano a Israele con le guerre mossegli.
    ma per quanto riguarda il Libano, mi pare sia stato Israele a invaderlo e occuparne una fetta per molti anni. e a tutt’oggi ci sono confini incerti, e terre contese tra libano e siria che occupa Israele, se non erro. e ci sono ancora un numero imprecisato di prigionieri libanesi nelle carceri israeliane. un pacifista quindi, come prima cosa, chiederebbe di far luce su queste cose: i prigionieri, i confini, le terre contese. altro che demonizzare hezbollah (che essendo il partito di dio in effetti potrebbe essere diabolico visto che il diavolo è diavolo in quanto si trasforma ;-)
    e bombardare e distruggere e seminare di mine tutto il libano meridionale per un tafferuglio in frontiera, una frontiera ancora contesa con un paese che si è invaso e occupato per molto tempo, e abbandonato da non molto.

    è ora di tornare a dire che la guerra è un abominio, a ricordarci lo spirito del dopo seconda guerra mondiale, spirito da cui è nato l’ONU, che peraltro ancora oggi non applica il suo statuto per favorire la pace.
    forse perchè i 5 membri permanenti sono quelli che (USA in vetta distaccati) regolano il traffico d’armi mondiale?

  33. Tiziana il 20 febbraio 2008 alle 14:39

    @sebastian
    l’importanza di Pappe è legata al processo di sistematica rimozione storica fatto da Israele per decenni nel negare la nakba. E ribadisco, la negazione delle verità di fatto e la sistematica protezione dell’ideologie dominanti – anche nei sistemi democratici – dall’impatto della realtà è un fenomeno gravissimo e inquietante (quante guerre sono state giustificate grazie a questa rimozione, se non a vere proprie bugie? tanto per cominciare la guerra in Irak…)

    @Lorenzo
    La tua analisi è lucidissima. Concordo pienamente e ti ringrazio di averla fatta. (Ciò non toglie che quando una voce si dichiara a favore del dialogo e della pace, l’occasione, per così dire, va presa al balzo, nonostante tutto…)

  34. Tiziana il 20 febbraio 2008 alle 14:46

    Vorrei aggiungere al commento di Lorenzo che gli Stati Uniti sono, praticamente, in stato di guerra permanente, forse perché l’economia statunitense si fonda, soprattutto, sulla produzione e sulla vendita di armi?

  35. massey il 20 febbraio 2008 alle 15:20

    da fonte SIPRI, il fatturato mondiale di armi per gli eserciti è stato nel 2006 di 1200 mlrd di dollari. Di questo, usa e russia fatturano il 30% a testa, cioè 360 mlrd $ cad. Poichè l’esercito usa ne consuma per ca. 530 mlrd deduco che ne deve importare per 170mlrd$. Io di benefici per l’economia usa francamente non ne vedo

  36. sebastian il 21 febbraio 2008 alle 00:24

    @Lorenzo
    per prima cosa mi scuso di aver tirato in ballo Hillman e la lapide di Fenoglio, ma in certi casi indulgo un po’ troppo alla provocazione fine a se stessa, con il nostro discorso proprio non c’entrano. Ora un punto alla volta:

    1) mi pare che il termine pacifista può avere diversi significati, c’è chi ammette la guerra difensiva, chi neppure quella, chi qualsiasi forma di violenza anche non armata. A parer mio Oz è un pacifista che ammette solo la guerra difensiva e per lui attaccare una forza militare che oltre il confine del suo paese lancia missili contro i civili è una forma di difesa. Quindi approva una risposta armata che sconfini in Libano (tra l’altro in una porzione del territorio libanese non sotto il controllo del governo libanese) ma si scaglia duramente contro Olmert quando la reazione militare diventa una assurda e inutile punizione collettiva per tutto il Libano. Grossman la pensa come Oz e anche di recente sostiene che Olmert non sia più degno di essere il primo ministro di Israele. Oz tra l’altro non vede la spedizione in Libano contro Hezbollah come una rappresaglia per un tafferuglio di frontiera (francamente qualcosa di più), ma come un tentativo di rimuovere una reale minaccia contro una parte del suo paese. Senz’altro Oz merita degli esegeti migliori da me, ma credo che gli stia a cuore poter dimostrare che il ritiro dai territori occupati (al momento il Libano meridionale e Gaza) possa avvenire senza che nascano minacce alla sicurezza di Israele, perché questa è una condizione necessaria per convincere i suoi concittadini della non pericolosità del ritiro dalla Cisgiordania.
    Se invece richiedi a Oz di essere contro ogni guerra, allora gli stai chiedendo una santità che non è di questo mondo o che ancora non è stata di questo mondo, perlomeno tra quelli di noi umani che fino ad oggi si sono trovati in una situazione di guerra.

    2) Israele si è ritirato del tutto dal Libano. Occupa ancora dei territori siriani, cioè le alture del Golan. Questo è un punto dolonte, almeno per un paio di motivi. Dal Golan provengono alcuni dei maggiori affluenti del Giordano e riconsegnare il Golan ai siriani vuol dire riconsegnare loro le sorgenti di buona parte dell’acqua a disposizione di Israele. Poi il Golan domina l’Alta Galilea e dal 1948 al 1967 i militari siriani hanno sparato sui kibbutz israeliani dalle ormai proverbiali alture del Golan.

    3) la terra e la guerra. Qual’è la terra di Israele? Nessuna, perlomeno in Palestina? Quella della risoluzione ONU del 1947, rifiutata dagli arabi? Quella entro i confini del 1948, stabiliti semplicemente a partire da quale zolla di terra era calpestata da uno scarpone israeliano o da un cingolo giordano al momento della tregua? La Grande Israele biblica degli integralisti ebraici? I territori occupati dal 1967 o parte di essi? Con Gerusalemme come la mettiamo?
    Per Oz (anche per me) si tratta dei confini pre 1967 e sposa l’equazione pace e sicurezza in cambio di territori. Non è di sicuro d’accordo con chi costruisce colonie in Cisgiordania

    4) Israele è tutto meno che un monolite. Gli ebrei discutono, si azzuffano, si dividono. Se vuoi la pace devi convincere realisticamente la maggioranza degli israeliani dell’utilità della medesima, tenendo presente che nel parlamento ci sono 12 partiti (non male per 6 milioni di persone) e le maggioranze si costruiscono con faticose mediazioni. Oz, Yehoshua, Grossman cercano di spostare l’opinione pubblica israeliana verso il negoziato e la pace.

  37. Tiziana il 21 febbraio 2008 alle 13:18

    @massey
    Be’, l’economia americana non è l’economia “degli americani tutti”. Che il governo Bush spenda in armamenti più di quanto guadagnino le industrie militari statunitensi ne è una conferma. Non sarà un caso che i maggiori guadagni, per guerre ed armi, li ottengano, ad esempio, la Lockeed Martin e la Northrop Gruman, in prima fila nel finanziare la campagna elettorale di Bush nel 2004 e primissime nella classifica delle industrie militari. Comunque, i dati sulla produzione, vendita, acquisto di armi sono difficili da decifrare. Ad esempio, le vendite “illegali” sono difficilmente calcolabili. Difficilmente calcolabili anche gli introiti provenienti dall’indotto dell’industria militare, che è enorme. Leggendo il rapporto SIPRI 2007, ma anche quello di “Sbilanciamoci” dello scorso anno (“Economia a mano armata”), si capisce quanto questa difficoltà sia tale anche per gli esperti. Tuttavia, si concorda sul fatto che i maggiori produttori di armi sono statunitensi – 6 tra i primi dieci, che da soli coprono il 58% della produzione totale – e che questi produttori è dalle guerre che traggono i maggiori profitti. E dicendo “statunitensi” si deve intendere, ovviamente, “transnazionali” e dunque, in buona parte, “fuori controllo”, anche per quanto riguarda i loro bilanci, che non entrano mai completamente tra quelli ufficiali di uno Stato…

  38. Tiziana il 21 febbraio 2008 alle 14:38

    Vorrei chiedere a Sebastian come vivono gli israeliani (mi riferisco alla gente comune) la “minaccia demografica” della popolazione araba residente fuori e dentro i confini d’Israele.
    Olmert, in proposito, ha dichiarato in un’intervista (Ha’retz, 15/11/2003):
    “I palestinesi vogliono cambiare l’essenza del conflitto dal paradigma algerino a quello sudafricano: da una lotta contro quella che chiamano “occupazione” alla lotta per “una testa un voto”. Questa è naturalmente una lotta molto più pulita, molto più popolare e alla fine molto più potente. Per noi significherebbe la fine dello Stato ebraico.”
    (Vale a dire se i palestinesi, per ipotesi, chiedessero di diventare cittadini israeliani, automaticamente ne diverebbero la maggioranza…)

  39. massey il 21 febbraio 2008 alle 15:05

    si parlava dell’economia usa nel suo complesso. Comunque la Lockeed Martin fattura intorno ai 40mlrd$, cosa vuoi che sia. Procter&Gamble, che fa detersivi, fattura il doppio, circa 80mlrd$. Voglio dire che l’industria di pace fattura di più dell’industria di guerra, dunque?

  40. massey il 21 febbraio 2008 alle 16:20

    minaccia demografica: certo che è così, chi vuole uno stato unico vuole la fine di Israele.
    Il Pakistan, nato nel 47, un anno prima di Israele, si è separato dall’India perchè, come sostenne Muhammad Jinnah al parlamento indiano, i musulmani, nello stato unico, avrebbero contato nulla. Olmert non fa che citare Jinnah, ma è solo buon senso

  41. massey il 21 febbraio 2008 alle 16:25

    scusate il garbage

  42. massey il 21 febbraio 2008 alle 20:37

    shukran, Francesco Bey, sei un ottimo amministratore

  43. georgia il 22 febbraio 2008 alle 11:15

    scrive sebastiano Israele si è ritirato del tutto dal Libano
    L’affermazione non è del tutto esatta, Israele occupa ancora le “fattorie di sheba’a”.
    Il golan è chiaro che va restituito alla siria, se si vuole la pace.
    Le sorgenti dell’acqua servono a tutti non solo ad israle che tra l’altro ha privato i palestinesi di quasi tutta l’acqua. Il problema dell’acqua è un problema gigantesco nella zona, perchè non solo gli israeliani hanno il diritto di bere e di mettere su piscine. In questi 40 anni di occupazione israle ha solo preso, non ha costruito nulla per gli occupanti, nè una strada e neppure un semaforo, credo che nella storia coloniale sia un caso unico (dopo il sud africa naturalmente), addossare dunque tutte le responsablità al nemico oppresso e derubato mi sembra solo propaganda infingarda e basta.
    Poi esiste il problema gigantesco di gerusalemme est. Israele ha dichiarato gerusalemme ( tutta) come propria capitale (non riconosciuta internazionalmente). Se davvero si vuole la pace è chiaro che devono essere restituiti tutti i territori occupati nel ’67.
    Invece di restituire i territori israele ha continuato ad annettersene altri con la costruizione del muro. Non mi sembra che siano i sistemi migliori per volere la pace.
    Solo rabin era deciso a fare veramente la pace e infatti è stato ucciso e dopo è successo il finimondo.
    L’invasione del libano è stata l’ennesima azione sbagliata, casomai qualcuno avesse veramente voluto la pace, e chi l’ha sostenuta non può essere considerato un pacifista a meno che non sia grullo. Ad ogni modo per israle è stata una sconfitta e c’è chi vorrebbe farla dimenticare con una vittoria … speriamo bene che non accada, perchè di guerre ne abbiamo tutti pieni i buttiglioni.
    Il riconoscimento di israle è vero è importante, anzi indispensabile, ma forse non è casuale che una volta riconosciuta israele da parte dell’olp è salita alla ribalta hamas (in passato, e forse non solo, finanziata da israele contro arafat) con la sua intransigenza integralista che tanto fa comodo ai falchi israeliani. Non esistono buoni o cattivi, ma solo propaganda più o meno mirata. Quando si passera dalla propaganda alla storia e alla politica forse si arriverà alla pace, ma per ora non ne vedo i presupposti.
    In passato israele uccideva in attentati mirati gli intellettuali palestinesi, molti importanti scrittori sono stati fatti saltare nelle loro macchine e uccisi all’estero. Una volta eliminati quasi tutti, è stato più facile gonfiare a dismisura la propria propaganda, mancando dall’altra parte difese culturali (che a volte servono molto di più di armi e carriarmati).
    Sì è vero i tre scrittori, in particolare Oz, sono per la pace, ma non basta perchè sono in realtà funzionali al sitema che ha, grazie a loro, una faccia pulita (l’unica rimastagli) da presentare al mondo. La fiera del libro di parigi e di torino, se davvero ci fosse stata volontà di pace, poteva essere una occasione unica per presentare al mondo gli intellettuali di ambedue i paesi: I militari in guerra e gli intellettuali a dialogare, ma evidentemente tutta ‘sta vogli di pace non esiste neppure nelle strutture culturali, alòtrimenti non si sarebbe voluta, a tutti i costi (anche rischiando un problema diplomatico con l’egitto) la presenza israeliana in occasione della data della fondazione e della conseguente nakba.
    Sulla bomba demografica è vero che in un unico stato potrebbe essere la fine dello stato ebraico, ma non sarebbe la fine di Israle che diventerebbe uno stato non pù monoreligoso, ma uno stato con più religioni (con uguali diritti). mai sentito parlare di divisione fra stato e chiesa? Era già hannah arendt a richiedere, fin dall’inizio, uno stato non teologico. Ma oggi i laici in quella zona sono perle rare in via di estinzione e capisco che tutto questo sia al momento pura utopia.
    geo

  44. massey il 22 febbraio 2008 alle 12:30

    la sharia non riconosce nè lo stato nè la chiesa nè un cazzo, è tutto. Il suo totalitarismo è tale che nemmeno i più miti e distaccati credenti come i sufi sono perseguitati. Vaglielo a dire tu ad hamas&co di aspirare a uno stato non teologico, può darsi che li convinci.

    Ma non hai capito che Israele è pronto a restituire il golan, a rientrare nei confini pre 67, a riconoscere gerusalemme est, a ritirare gl insediamenti in Cisgiordania come ha già fatto a Gaza? L’unico punto ostico è il ritorno dei profughi del 48 per le ragioni demografiche che dicevamo prima. Il ritorno dei profughi in Israele, si intende.

    Abu Mazen queste cose le ha capite. Ma le hanno capite anche Hamas e anche Hezbollah , peccato che non gli sconfiferano

  45. georgia il 22 febbraio 2008 alle 12:51

    Ma la palestina era uno uno dei posti più laici del medioriente fino a che strumentalemnte non gli è stata igozzata di finanziamenti hamas.
    Ancora oggi la palestina non è solo hamas.
    E poi scusa ma il ritiro da gaza non è stata una restituzione di territori, non è stato stipulato alcun trattato di pace, è stato solo un ritiro ai confini, perchè l’occupazione per difendere poche colonie era diventato troppo gravoso, un ritiro con conseguenti congelamenti dei soldi dei palestinesi che poveretti sono obbligati a depositare tasse e altro nelle banche israeliane. Molto più economico e sicuro bombardare dall’alto e magari con aerei senza piloti. Se questa è la pace allora quasi meglio l’occupazione ;-).
    per il resto mi sembri troppo ottimista :-).
    Riguardo allo stato teologico cominci israele a dare il buon esempio che ha fatto persino una legge che certe case e terreni (anche a gerusalemme est) possano essere acquistate solo da persone di religione ebraica. Vaglielo a spiegare che quello vuol dire stato teologico … peccato che non gli sconfiferi ;-)
    geo

  46. massey il 22 febbraio 2008 alle 15:00

    La palestina era uno dei posti più laici. Eh già, poi venne l’islam is the solution. Ma hai ragione, Hamas è una creatura americana come Bin Laden. Doveva fare da contrappeso a Fatah che era marxisteggiante. Sai, la politica si fa per priorità e poi volge come volge.

    Israele ha già dimostrato di essere credibile ( territori contro pace ) con la restituzione del Sinai all’Egitto a seguito di un trattato di pace solido. Ti ricordo che in 15 anni di occupazione hanno creato colonie, sviluppato turismo. Vedi Sharm el Sheik, Dahab, Arish, Taba ecc. Gli è bruciato, e ancor gli brucia, lasciare il Sinai, ma l’hanno fatto.

    Gaza non l’hano restituita, hanno imposto ai coloni di sbaraccare. A mio parere per dimostrare che anche il gruviera della cisgiordania può essere bonificato. Lascia perdere i congelamenti e i bombardamenti dall’alto, questo è avvenuto dopo, quando Hamas ne ha fatto una base di attacco, disconoscendo la buona volontà di Israele.

    In Israele gli arabi hanno le loro moschee e i cristiani le loro chiese

    Quali “certe” case? Devi precisare. Anche in Svizzera certe proprietà e certe posizioni sono riservate ai discendenti di Guglielmo Tell

    Gli orrori della guerra, sono d’accordo con te, sono orrori della guerra, dalle confische dei fondi, al muro, ai check point, alle infinite sofferenze

    La Palestina non è solo Hamas. Intanto ha vinto le elezioni. Una sciagura. Ma bastano pochi uomini determinati, a volte, per condizionare gli sviluppi della storia. Ti ricordo che Lenin poco prima dell’insurrezione scrisse: il partito bolscevico è riunito sul mio divano

  47. georgia il 22 febbraio 2008 alle 17:38

    Ma hai ragione, Hamas è una creatura americana

    No, hamas non è una creatura americana, e neppure israeliana, semmai è creatura dell’invasione del libano.
    Solo che come a berlusconi piace più di la sinistra ultra radicale, la destra israele preferì veder aumentare hamas contro arafat ….Beh non è un mistero, nè fantapolitica, lo ammettono anche gli israeliani ;-)
    geo

  48. massey il 22 febbraio 2008 alle 18:51

    rinuncio, ma Israele no, cazzo… e li ammiro perchè non gettano la spugna, contro ogni falsificazione, ogni negazione, ogni evidenza, ogni elementare osservazione dei fatti…
    ma lo sai che tutte, tutte le guerre le hanno scatenate gli arabi, dal 48 al 73 più le guerreggiate continue. Il Libano, il secondo Libano, chi cazzo ll’ha voluto se non hezbollah… certo, si può dire che Israele reagisce sproporzionatamente, eh già, voglio vedere te avere a che fare con un vicino che ti batte col manico della scopa sul pavimento tutte le notti e quando sembra che cominci venire a patti ne subentra un altro più perfido…

  49. georgia il 23 febbraio 2008 alle 13:48

    ma lo sai che tutte, tutte le guerre le hanno scatenate gli arabi, dal 48 al 73 più le guerreggiate continue

    La storia non è mai un piccolo bignami raccontato ai bambini, come vorrebbe la propaganda, la storia è complessa, e non esitono solo date, esiste sempre un prima e un dopo. Ti hai parlato del problema dell’aqua, BENEperchè non lo studi anche nei pressi del 1967, avresti delle sorprese ;-)
    Va beh secondo me un po’ storia a te non farebbe proprio male, prova a cominciare dallo storico israeliano Ilan Pappe che ha scritto un bellissimo libro, tradoto ed edito da enaudi.
    Beh certo è un israeliano non proprio aderente alla propaganda di destra, quindi pericolosamente imparziale, ma spero che tu non apprezzi solo l’israele della destra, spero che tu non sia monolitico, ma democratico, o no?
    geo

  50. georgia il 23 febbraio 2008 alle 13:50

    ma lo sai che tutte, tutte le guerre le hanno scatenate gli arabi, dal 48 al 73 più le guerreggiate continue

    La storia non è mai un piccolo bignami raccontato ai bambini, come vorrebbe la propaganda, la storia è complessa, e non esitono solo date, esiste sempre un prima e un dopo. Ti hai parlato del problema dell’aqua, BENEperchè non lo studi anche nei pressi del 1967, avresti delle sorprese ;-)
    Va beh secondo me un po’ storia a te non farebbe proprio male, prova a cominciare dallo storico israeliano Ilan Pappe che ha scritto un bellissimo libro, tradotto ed edito da enaudi.
    Beh certo è un israeliano non proprio aderente alla propaganda di destra, quindi pericolosamente imparziale, ma spero che tu non apprezzi solo l’israele della destra, spero che tu non sia monolitico, ma democratico, o no?
    geo

  51. georgia il 23 febbraio 2008 alle 13:52

    scusate è venuto doppio ma era apparso un messaggio che diceva che il sito richiesto non era stato trovato, jan cancella il messaggio di troppo
    geo

  52. sebastian il 23 febbraio 2008 alle 15:59

    @Giorgia
    (se mi chiami Sebastiano rinunciando alla mia anglofilia io ti chiamo Giorgia), hai ragione sulla fattorie. Sono circa 30 kmq di territorio libanese occupati da Israele nel 1967 e rivendicati anche dalla Siria

    Ilan Pappe non è obiettivo per il solo fatto di essere israeliano e sia le sue ricostruzioni storiche e sia la sua visione del futuro (una sola nazione israelo-palestiniana tra il Giordano e il mare) sono contestate anche nella sinistra israeliana.

    Sul Golan direi che se la vedano Israele e la Siria, i confini sacri e inviolabili della patria sono buoni sono per le lapidi in bronzo, lasciamoli negoziare, se mai inizieranno.

    Comunque anche il tuo mi pare in Bignami niente male, che in 20-30 righe tocchi con toni perentori almeno una quindicina di punti, ne vorrei passare in esame alcuni.

    Uccisione di intellettuali palestinesi. Credo ci siano 2-3 casi, tutti relativi agli inizi degli anni 70 (dopo l’attentato di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco), in uno dei periodi più sanguinosi di guerra e attentati e rappresaglie tra OLP e altre fazioni palestinesi e Israele. Furono coinvolte persone che erano appunto parte a vario titolo delle organizzazioni palestinesi in guerra con Israele. Non sono al corrente di un sistematico piano sionista per liquidare l’intellighenzia palestinese, se hai informazioni in più le considererò con attenzione

    Guerra del Libano. Succede:
    1) Israele si ritira dal sud del Libano
    2) Hezbollah (appoggiato dall’Iran) e non le autorità o l’esercito libanese prende il controllo del sud del Libano
    3) Hezbollah (che dichiara di avere come scopo la distruzione dell’entità sionista) dal sud del Libano spara missili contro il nord di Israele
    4) il governo libanese fa lo gnorri o non ha oggettivamente la forza per controllare Hezbollah
    5) Oz, Grossman, Yehoshua appoggiano una spedizione militare per disarmare Hezbollah. Non si tratta di una rappresaglia, tantomeno si vuole occupare territorio o distruggere mezzo Libano, si tratta di mettere a tacere una milizia che spara sulle tue infrastrutture civili. Per me una guerra difensiva.
    6) Olmert invece scatena una vasta offensiva militare che devasta mezzo Libano, non disarma Hezbollah e che in Israele nessuno considera una vittoria
    7) Cessate il fuoco, ritiro degli Israeliani e quindi nel sud del Libano si installano i caschi blu dell’ONU
    8) Oz, Grossman, Yehoshua attaccano duramente Olmert per la sua condotta della guerra
    Bene, mi vuoi spiegare quale dovrebbe essere il comportamento di un pacifista politicamente corretto al punto 5? Dopo che me lo hai spiegato, mi indichi qualcuno che mai si sia comportato nel modo da te specificato nella storia umana?

    Funzionali al sistema. I tre scrittori sono israeliani e come tali vogliono che il loro paese continui ad esistere e che sia in pace con i suoi vicini. Di fatto sono per te solo una ipocrita facciata di un monolitico sistema contrario a ogni intenzione di pace. Peccato che il monolitico sistema non esista, anzi mi pare che questo tuo punto di vista sia funzionale solo a rimuovere ogni elemento che stoni con un manicheo ritratto buoni-cattivi

    Fiera di Torino, Egitto, nabka. Sulla opportunità della fiera dedicata a Israele, sul presunto scippo all’Egitto non ho nulla da aggiungere a quanto già scritto in altre entry di NI.

    Lo stato unico è una proposta di Ilan Pappe. Che io sappia non è condivisa da altri, ma (anche) su questo punto mi posso sbagliare. Mi pare di nuovo balzano andare a imporre utopie a casa d’altri (due popoli in guerra che diventano una sola nazione), utopie che a casa nostra neppure pensiamo di realizzare e cha mai abbiamo realizzato.

    Sebastian

  53. georgia il 23 febbraio 2008 alle 16:33

    Di fatto sono per te solo una ipocrita facciata di un monolitico sistema contrario a ogni intenzione di pace
    mai detto una cosa del genere, li leggo e alcuni loro libri mi piacciono, semmai ho detto che vengono usati a quello scopo, non che lo siano.
    Pacifisti non lo sono, a parte forse Oz e Grosmann oggi (ma non del tutto ieri), ma non è un delitto non esserlo, per svariati motivi che tu hai enumerato. Io non ho mai avanzato riserve sulla loro presenza a Torino o altrove, e neppure sulla presenza di israele come stato, avanzo riserve, e parecchie, sull’invito di israele in occasione di una data nazionalistica. Per il resto io non aderisco al boicottaggio, vorrei ben altro.
    Riguardo a pappe, può sognare uno stato unico, ed è suo pieno diritto (tra l’altro non è l’unico a sognarlo, anche altri israeliani lo fanno, certo non sono la maggioranza, ma questo è del tutto ininfluente per me), ma come storico non è in discussione neppure da parte di molta parte degli israeliani. Nessuno smentisce le cose documentate nel libro.
    Preciso che io, almeno riguardo alla nascita di hamas, parlavo della prima occupazione del libano, non della seconda.

    Sebastian: Credo ci siano 2-3 casi, tutti relativi agli inizi degli anni 70 (dopo l’attentato di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco)
    Il tuo bignami sbaglia le date :-): l’attentato di monaco è del 5 settembre 1972, mentre, ad esempio, ghassan kanafani viene fatto saltare con una bomba messa nella macchina l’ 8 luglio 1972, muore insieme al nipote che stava accompagnando all’università … ora non mi dirai che il mossad aveva anche doti preveggenti ;-)
    geo

  54. georgia il 23 febbraio 2008 alle 16:35

    beh ci sono troppi corsivi, all’inizio in corsivo va solo la frase di sebastian: Di fatto sono per te solo una ipocrita facciata di un monolitico sistema contrario a ogni intenzione di pace.

  55. massey il 23 febbraio 2008 alle 17:27

    nei pressi del 67 Nasser aveva bloccato sia il canale di Suez che lo stretto di Tiran isolando israele

    nei pressi del 48 basta effettivamente un bignami, ma vale la pena ricordare che israele era un pulcino, armato di schioppi cecoslovacchi

    nei pressi del 73 Sadat passa il canale e finisce che se israele non avesse accettato il cessate il fuoco le sue truppe arrivavano al cairo

    nei pressi del 56 Nasser nazionalizza il canale e affonda i navigli per bloccare la navigazione, era un suo pallino

    Lo stato unico, ipotesi accattivante ma speciosa, si poteva forse prendere in considerazione ai tempi di george habbash, non con questi ciechi istigatori di martirii e intifade

  56. georgia il 23 febbraio 2008 alle 17:49

    si poteva forse prendere in considerazione ai tempi di george habbash
    già però non si prese, guarda caso :-), anzi si finanziò lo sviluppo di hamas in funzione anti olp.

    Sul resto, il tuo bignami dice anche cose giuste, ma anche sbagliate e soprattutto non la dice tutta :-)
    Riguardo al ’56 fu un anno molto, ma molto, complicato
    geo

  57. massey il 23 febbraio 2008 alle 19:09

    tuttavia io credo che siamo vicini alla pace, due stati, in culo ai musulmanoni di Hamas e all’ Heretz Israel

  58. massey il 23 febbraio 2008 alle 19:33

    si dice Eretz Yisrael?



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