Carteggio Raimo-La Porta

25 febbraio 2008
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Filippo La Porta to Christian Raimo

Caro Christian, ho appena fatto una recensione al libro da te curato (Il corpo e il sangue d’Italia), però la tua introduzione mi ha lasciato perplesso. In che senso? A prima vista ineccepibile, ultracorretta. ll valore semantico della parola “verità” (che una volta Freccero disse trattarsi di citazione dagli anni ’60), e poi il principio di realtà e perfino la “provocazione etica”! Ma sei sicuro che queste cose ti appassionino? Mi sono perso forse qualche passaggio. In un dialogo con Cortellessa non ricordo che tu opponessi una resistenza memorabile al suo negare il valore semantico dei concetti di “verità” e “autenticità”…
Dopo aver letto la tua introduzione ho pensato di avere di fronte un ircocervo: che so, il corpo di Cortellessa ma la testa socratica di Fofi, il nichilismo un po’ cinico di Scarpa e lo sdegno che dà sul vernacolo di Giacopini… Mi permetto di dirtelo proprio perché tu stesso inviti a mettersi in gioco. Visto un po’ dall’esterno il tuo atteggiamento sembra una variante all’interno del gioco italianissimo dei travestimenti. Ma: pronto a ricredermi, naturalmente. L’etica? Sì, vabbè, ma su cosa la appoggiamo? Una tradizione? Il passato? Il futuro? L’amore per qualcosa o qualcuno? Una fede appunto nella “realtà”? Tutte cose che, credo, abbiamo urgente bisogno di ri-motivare di nuovo. Non ti pare?

Christian Raimo to Filippo La Porta

Innanzitutto, grazie. Provo a rispondere un po’ ai tuoi punti interrogativi, e poi a ribaltarti le definizioni. Verità, principio di realtà, provocazione etica: sì credo che queste cose mi appassionino. Sono sinonimi per me di tutto ciò che di interessante, di toccante può produrre la scrittura. Ossia qualcosa che vada oltre il consumo emozionale, informativo, o estetico. In questo senso io e Andrea Cortellessa abbiamo lo stesso obiettivo polemico. Una tendenza entropica del linguaggio: dove qualsiasi forma retorica è una versione del tautologico. Quella che forse tu definivi la scrittura creatina – un esercizio dopato della pratica letteraria. La grande quantità, l’enorme quantità di libri non necessari che affolla le librerie. A questo stato di fatto, a questo paesaggio, peggiorato direi anche soltanto dai tempi recenti in cui mi sono fatto quella chiacchierata con Andrea Cortellessa, io e Andrea cerchiamo di rispondere in modi diversi, anche perché possediamo strumenti diversi, bagagli diversi. E io – detto per inciso – ho molto da invidiare al suo. Semplificando: mentre io credo sia possibile tentare una battagliera e diciamo così popolare sfida a questo regime linguistico antropico, Andrea è invece per guerriglia e carboneria. Mi spiego con le evidenze: tutti e due lavoriamo adesso a dei progetti editoriali. Andrea alla collana fuoriformato, che è un progetto bellissimo, ma già per sua natura, fuori mercato, fondamentale e bellissimo. E’ in questa bellezza – priva spesso di mediazioni – che lui riconosce, secondo me eh, una possibilità di azione. Una militanza. Io cerco lo scontro diretto. Già il fatto che il primo libro che ho curato per questa collana sia un’antologia, vuol dire per me chiamare a raccolta le forze. Quest’antologia, nella mia testa, ha una contrapposizione nucleare con un pensiero quasi unico che trovo nel giornalismo attuale, nella scrittura politica, nelle forme dl reportage che oggi acquistano sempre più spazio anche in Italia. Per sintetizzare:
“lo stare dalla parte giusta”, senza essermi davvero interrogato sulle ragioni del conflitto; l’indicare il nero per mostrare di essere nel bianco. Il libro di Roberto Saviano ha avuto in questo senso uno strano valore: ha messo al centro dell’interesse letterario, diciamo così, il corpo sociale. Ma sull’onda del successo di Gomorra, si è assistito a una specie di sdoganamento indiscriminato di due tendenze: il raccontare i fatti propri in un libro come se fossero uno strumento testimoniale di valore assoluto, non mediabile – e questo vale anche nei casi più nobili diciamo così, ti faccio l’esempio del libro ambiguo – proprio perché vuole chiarire TUTTO – di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là). E – seconda tendenza: il racconto famelico della realtà, soprattutto il disagio, la voglia moralista di inchiesta. Sono due modi di farla breve, mentre la letteratura non è mai breve. Non è mai breve perché inciampa, e proprio dove inciampa cerca, e muove, altri strumenti. E qui per me sta tutta la questione imprescindibile del valore della verità. Ti ricordi lo tiravo fuori, pure presentando il libro di Marco Mancassola. Ci dev’essere una dimensione verticale, di domanda morale certo, di interrogazione spirituale, anche nel pezzo più scaltro di indagine sociale o antropologica, di racconto testimoniale.

Non ti sembra forse così?

Filippo La Porta to Christian Raimo

Caro Christian,
provo a replicare alla tua argomentata risposta.

1) Avanguardie conformiste

Innanzitutto: la mia sorpresa (certo, anche un po’ “retorica”) di fronte alla terminologia che usavi nella introduzione, deriva dal fatto che in questi anni mi sembra che tu costeggiassi quelle che altrove chiamo “avanguardie conformiste” (e allora vi inclusi, proditoriamente, Andrea), ossia quella diffusa retorica dell’oltre e dell’estremo, di origine avanguardistica, ben riassunta in un opuscolo Bollati sulla Bassa definizione. Mi sembravano davvero le stanche, quiete teorizzazioni epigonali, a tempo ampiamente scaduto, di posizioni che in altre epoche furono pure tragiche ed importanti e rischiose (per inciso: anche il romanzo di tua sorella, Il dolore secondo Matteo, pur scritto con estrema sapienza, mi pare che non eviti un effetto di “quieta simulazione dell’orrore”, come se la rappresentazione del male in fondo non le costasse niente!). Ma può essere che mi sbagliavo e che ti appiattivo su tutto il resto

2) Gli esempi

Nel merito: dici che l’obiettivo polemico è una “tendenza entropica del linguaggio”. Benissimo. Ma oggi chi la incarna? Chi se ne fa artefice? Chi la avversa? Un conto è pensare che gli elementi di “resistenza” vadano cercati, poniamo, in Sanguineti, Lello Voce e Frasca, come fa Andrea, un conto in Moresco, come fa la Benedetti, un conto in Piergiorgio Bellocchio e in Marina Mariani, come fa Berardinelli, del quale Andrea ammira lo stile ma aborre i “contenuti”, trasformando l’acuminato Berardinelli in un prosatore d’arte! Non credi che, al di là della teoria, gli esempi siano decisivi? Va bene, poi Walter Siti involontariamente ci riunifica tutti, ma ne riparlo dopo.

3) Individuo e realtà

Se il nemico è la pretesa – aproblematica, acritica – dello “stare dalla parte giusta”, bisogna allora ridiscutere e riverificare ogni cosa, senza dar nulla per scontato (ad esempio: ogni volta che parliamo di “poteri”, definirli!) anche le premesse dei nostri discorsi (perfino, lo dico non solo con ironia, le premesse della nostra civiltà). Dunque: su cosa verosimilmente appoggiare le nostre “provocazioni etiche” e i nostri giudizi critici? Su Dio? Sulla natura? Su una razionalità condivisa? Sulle moltitudini di Toni Negri e sulle comunità autogestite della Klein? Su una tradizione ancora riconoscibile? Su una ideologia? Su una classe sociale? Su una dialettica della Storia? Sull’amore per la bellezza? Credo, caro Raimo, che quei giudizi oggi possano fondarsi solo su una percezione personale delle cose e poi – scusa l’enfasi della formulazione – sulla fiducia nell’esistenza della realtà, nella capacità individuale cioè di distinguere ancora ciò che è reale da ciò che non lo è (ed è invece simulazione di sentimenti e idee, calcolo e logica di potere, strategie e giochi di ruolo, autoesibizione). Dunque: individuo e realtà. Perfino Nietzsche e Heidegger, giustamente avversi al positivismo, pensavano che il linguaggio, pur modellando i fatti, non è che li producesse! La realtà, sempre condizionata dal linguaggio che usiamo per nominarla, esiste però indipendentemente da noi, e ha un suo ritmo, una sua consistenza tale da impedirci di parlarne a vanvera (vedi Hilary Putnam, che è un uomo, giuro!) Individuo e realtà (due cose che non piacciono né ai marxisti né ai cattolici) sono entità solo in parte verificabili, e dunque anche un po’ mitiche. Ma abbiamo bisogno di miti civili che, come le idee regolative di Kant, possano ispirare la nostra immaginazione e i nostri comportamenti.

4) Eroismi fuori tempo massimo

La carboneria, la resistenza clandestina, etc. sono cose lodevoli ma troppo “novecentesche” e conservano del moderno la parte più residuale (un pathos da guerra civile e da guerra di posizione, il privilegiamento aprioristico di ciò che è minoritario, il sentirsi eroici e sovversivi). Perché Siti piace a tutti? Perché uscendo da qualsiasi logica pseudoelitaria a) rischia, si mescola intrepidamente ai gerghi e alle icone e alle più impresentabili mitologie del presente e b) si misura frontalmente con la questione dell’autenticità, oggi ovviamente riproposta su basi diverse ma non eludibile (ad esempio: essere autentici attraverso il lifting!).

5) Sperimentazioni

Infine: la tua antologia mi è piaciuta proprio perché indica nella commistione dei generi, e non in una trasgressione del linguaggio che ormai conclude nella pubblicità, il terreno più fecondo per la sperimentazione oggi.

Christian Raimo to Filippo La Porta

> 1)Avanguardie conformiste

Rispetto alle forme che tu chiami epigonali, elitarie, o carbonare d’avanguardia, io la penso un po’ come Rosenzweig la pensava con Rosenstock rispetto al rapporto tra ebrei e cristiani. Ossia qual è il ruolo che la comunità ebraica ha oggi per la chiesa, dal punto di vista di un ebreo che vorrebbe convertirsi al cristianesimo? L’ebraismo ha per Rosenzweig un valore profetico e di stimolo rispetto al progetto di Dio nel mondo? Ecco, per me il lavoro che può fare Cortellessa, con le debite proporzioni, è uno stimolo oggi assolutamente minoritario nel mercato culturale che però è essenziale per il rapporto con la tradizione, per la continua ridefinizione dei confini di cosa può essere sperimentale in una direzione connotata, certo, dalle esperienze delle avanguardie storiche. Il fatto poi che si sia messo a fare l’editore con la collana fuoriformato, ha tolto alla sua voce critica anche un tono filoapocalittico che rischia, sempre, per tutti, di assorbire il resto dei toni.

> 2)Gli esempi

Qui ti rinvio a un mio pezzo uscito di recente su Nazione Indiana intitolato Il cibo (non sono pochi quelli che cercano scialuppe), in cui faccio degli esempi di resistenza in un contesto che mi appare vada ridefinito.

> 3)Individuo e realtà

Parto dalla fine, parto da Kant e dalla sua formulazione dei limiti della nostra non solo conoscenza, ma esperienza in toto, anche estetica. Se dovessi ripartire da un fondamento, da un grund, da qualcosa che non sia riducibile a un terreno comune che frana appena ci metto piede, ti direi che mi interessa far interagire in un certo senso Wittgenstein con Levinas, e arrivare a Ricoeur forse. Ossia, se io parlo sto sempre dentro un contesto linguistico, che, come mostra Foucault, è un contesto di potere. Chiarificare questo è una pratica wittgesteiniana a cui aderisco in toto. Il saggio di Antonio Pascale su Il corpo e il sangue d’Italia andava in questo senso. Per me è stupido chi guarda solo la luna e non si accorge di come è fatto il dito. Da un punto di vista precisamente letterario invece, devo dare ragione all’ipotesi di Levinas di fondare un’etica dell’alterità assoluta. Il volto dell’altro che mi guarda e mi chiede risposta, mi responsabilizza prima che io mi muova all’agire. Se non c’è il volto dell’altro, se non c’è il dolore dell’altro, se non c’è lo sguardo dell’altro come prius assoluto, rispetto al quale io scrivendo posso solo che segnare il mio rimanere indietro, il mio scompenso, la mia incapacità strutturale, istologica, di rappresentare, la letteratura non ha senso, è una pratica di replicazione di un immaginario codificato. Dicevo Ricouer perché Ricoeur prova a dire questa cosa in Tempo e Racconto straordinariamente meglio di quanto saprei fare io, a proposito di scompensi.

> 4)Eroismi fuori tempo massimo

L’autenticità, o meglio la Verità con la v e tutte le lettere maiuscole è la stessa parola che tirava fuori qualche giorno fa Raffaelli sul Manifesto a proposito di un dibattito sull’impasse della critica. Verità è una parola inabusabile, crea una vertigine di senso, spiazza le categorie logiche. Mi ricordo che l’ultima volta che ci siamo incontrati dal vivo, alla presentazione del libro di Marco Mancassola Il ventisettesimo anno, la tirai fuori per il suo libro perché mi sembrava che se dobbiamo scoprire qualcosa del nostro presente, non possiamo che cercare da un’altra parte il bisogno di senso che una società (anche letteraria) come la nostra finge di placarci in ogni istante, senza mai farlo. Per questo Siti ci mette tutti d’accordo, perché dice esplicitamente: vado da un’altra parte, un’altra parte che non conosco, me ne vado dalla letteratura, da Pasolini, e me vado da Alda D’Eusanio, nelle palestre, tra le protesi dei cazzi. Il suo, come quello di Mancassola, è un romanzo di formazione, e oggi, probabilmente un romanzo di formazione non può nutrirsi di un’emancipazione culturale.

53 Responses to Carteggio Raimo-La Porta

  1. Romero & Carpenter il 25 febbraio 2008 alle 15:24

    Essi vivono!
    (Dialogo tra bamba e oltretomba.)

    genere: critica malitante

    effetti speciali: sonno

  2. tashtego il 25 febbraio 2008 alle 15:43

    Tantissima carne al fuego.
    Mi verrebbe da commentare su molti punti, ma non ho letto né il libri curato da Raimo né la prefazione.
    Mi limito maldestramente a dire qualcosa sull’affermazione che esistano “solo” “individui e realtà”, enti singolari et autonomi che si costruiscono le proprie regole di lettura nell’incessante bufera del reale e se la cavano.
    Bello.
    Un po’ come Henry Fonda – Jack Beauregard contro il Mucchio selvaggio in un brutto western all’italiana: uno contro il muro del reale, senza regole, senza etiche, senza aver fatto nemmeno le scuole elementari, senza aver studiato educazione civica, senza essere andati in parrocchia e dunque digiuni di etiche cristianiste, o in una sezione del Partito e perciò privi di etiche rivoluzionarie, egualitarie, marxiste, individui che sanno nulla di nulla, privi anche di quei “miti civili che” – si ammette – “come le idee regolative di Kant, possano ispirare la nostra immaginazione e i nostri comportamenti”.
    Se è vero che non esistono verità e autenticità, è anche vero che facciamo tutti come se esistessero, per cui poi il supposto individuo a fronte della realtà si amareggia, gli viene in mente che in fondo qualche idea regolativa nella testa ce l’avrebbe e che però non ne ritrova nella realtà (di cui si ammette l’esistenza per avere almeno un punto d’appoggio) e questo gli dispiace, per cui gli viene da scriverne male, perché non tutti sono così tanto contemporanei Walter Siti, che denuncia un tutto uguale a tutto, è vero, ma sembra non trovarcisi poi tanto male.
    Ma la questione dell’individuo è quella centrale, non tanto la realtà.
    È l’individuo che manca, mi verrebbe da dire.
    Anzi, che non esiste proprio, se non in minima parte, essendo noi tutti ben formattati in un lungo processo di omologazione che dura dalla nascita, per cui di individuale resta poco e tutto il resto è tipologico, cioè farcito di “idee regolative” di ogni tipo.
    E sono proprio le idee regolative de massa a modificarsi, per alcuni in peggio, rispetto a quelle che possono costituire la pars tipologica di alcuni, magari cresciuta chissà perché con una certa idea di civile, di condivisibile, di giustizia, di esattezza, di lealtà, alcuni spingendosi sino ad ipotizzare, sempre tipologicamente, che sfruttare un altro essere umano sia male, così come sarebbe male schiavizzarlo o perseguitarlo ingiustamente, fargli raccogliere pomodori per dodici ore al giorno per dieci euro, limitarne la libertà, far fuori di fatto il sistema democratico dove vive lesionandone gravemente le regole, eccetera.
    Individui versus realtà, certo, che cercano ingenuamente una cifra comune di lettura, se non addirittura un pensiero in cui potersi parzialmente riconoscere, cui perfino aderire.

  3. metello il 25 febbraio 2008 alle 18:20

    si, e chi non sta con assilli da pompaggi penici ne con ansie di onnicomprensiva ma nichilista filosofia metaletteraria come voi che dovrebbe fare? l’abbonamento all inclusive a sky?
    e poi il chiedersi come vedono gli ebrei uno di loro che si converte che domanda è? lo vedranno fuori dalla sinagoga, suppongo. che ideologia si può trarre da un’ideologia antiideologica come quella religiosa al giorno d’oggi? dopo quasi un secolo da quando jj sberleffava gli uni e gli altri nel più gran romanzo moderno? secondo me se andate avanti così andate avanti da soli. a parte …. che meglio soli……

  4. Alessandro Morgillo il 25 febbraio 2008 alle 20:15

    Io… Io… Io… Chiacchiere (carteggio?!) fra estetiste. Quasi quasi mi faccio uno shampoo.

  5. Cristoforo Prodan il 26 febbraio 2008 alle 00:28

    Troppi paradisi di Walter Siti un romanzo di denuncia? A me sembrava esattamente il contrario: un discorso che inizialmente sembra di denuncia ma che alla fine si sposta sull’individuale, sul privato, sul sentimentale. Perché poi è Walter Siti che scrive, quello vero. E sembrerebbe voler dire che il romanzo non può più essere racconto morale, né romanzo storico verosimile, o quant’altro, ma può oggi essere solo espressione (più o meno inconsapevole) della vita della persona che lo scrive.

  6. maria v il 26 febbraio 2008 alle 08:50

    io davvero non ho mai capito, e mi stupì fin dalla prima volta, l’accanimento contro Christian Raimo. A me pare che il carteggio quanto meno susciti delle importanti riflessioni.
    Per il resto, dal momento che emerge solo il punto di vista dell’interlocutore e manca una visione d’insieme, esorto a leggere la prefazione che è un’opera a sé, anzi, chiederei a Christian di postarla, anche rispondendo a una richiesta di Tashtego- fosse per me la trascriverei a mano tra i commenti, ma non sta bene. sarebbe sciuparla. mi piacerebbe che ne scaturisca un post a parte, o se è stato già fatto e sono io a non ricordarlo, che venga segnalato il link. dico solo che quella prefazione, davvero, merita per densità e bellezza.

  7. tashtego il 26 febbraio 2008 alle 09:53

    @maria v
    quale richiesta ho fatto?

  8. montekristo il 26 febbraio 2008 alle 10:58

    Non è giusto che Filippo La Porta venga così spudoratamente favorito nel presentare questo confronto in forma di carteggio: infatti, mentre la sua foto evoca forti suggestioni facendo pensare a un Pappalardo in occhiali neri e capelli biondo platino a passeggio per le strade di Molfetta, la foto di Raimo suggerisce tuttalpiù flosci accostamenti con un parastatale alle prese col problema della quarta settimana. Non è giusto, ci vorrebbe maggior rispetto della par condicio.

  9. The O.C. il 26 febbraio 2008 alle 11:35

    Sottoscrivo l’appello all’abbonamento all inclusive a sky.

  10. tateo il 26 febbraio 2008 alle 13:16

    @montekristo
    Voza, in gioventù.

    ma di che parlano di grazia questi due? teniamolo ben conservato questo carteggio, vale come tessera preziosa per ricomporre un giorno il mosaico dei due intellettuali tra le menti più celebrate delle loro rispettive generazioni. due generazioni un po’ sterili e sfortunate. è il caso di dirla tutta. molto debole la forza messianica data in sorte a queste generazioni. e di che parlano? cortellessa, mantello, tua sorella, sono per lo scontro frontale, calabresi e gomorra, caccole private, laurabeatrice, la guerriglia è fuori moda, la splendida introduzione, l’antologia che scuoterà le coscienze. che brutta figura! d’accordo con OC, sottoscrivo il controappello sull’adesione condizionata all’abbonamento senza boicottaggio al palinsesto sky.

  11. GiusCo il 26 febbraio 2008 alle 13:44

    no no, boikottate sky perche’ c’e’ “ciglio-di-lupo” bergomi che spara a zero sulla giuve! ha da torna’ luciano (moggi, non anceschi), siamo come i surfisti d’estate sull’onda popolare!

  12. maria v il 26 febbraio 2008 alle 14:11

    @ tashtego

    scusa, interpreto sempre troppo, non mi attengo mai alla littera, avevo intuito che tu fossi l’unico interessato a conoscerla tra quanti hanno finora commentato. ho letto una richiesta implicita nel tuo entusiasmo, ma è un mio brutto vizio quello di interpretare.

  13. tashtego il 26 febbraio 2008 alle 14:13

    @ tutti gli ironisci qui sopra
    se il post non interessa non è obbligatorio commentare.

  14. Gomma L. il 26 febbraio 2008 alle 14:51

    Quello che è improbabile – mi si scusi l’intrusione che non è né derisoria né entusiasta – è l’orizzonte chge emerge da questo dialogo. La Porta è in effetti uno dei più malconci critici letterari che abbiamo, e Raimo ha senz’altro cose più interessanti da dire e da fare. Ma se Raimo ci propone questa grande alternativa, lui e Cortellessa, Minimum Fax e fuoriformato, come le due posizioni determinanti, a partire dalle quali interpretare la letteratura oggi in Italia, siamo messi male. Questo varrà per chi pensa, magari, che le piazzette romane sono il centro nevralgico della vita intellettuale italiana. Meno male che le cose non stanno cosi. Cio’ non toglie che anche Raimo e Cortellessa facciano anche del buon lavoro. Ma se fossero i soli, allora sarebbe davvero magra….

  15. luminamenti il 26 febbraio 2008 alle 18:41

    @tashtego ma che dici? la percentuale di post su NI riguarda sempre gente a cui piace commentare ciò che non interessa. Veramente non è esatto dire che non interessa, il fatto è che per interessare s’impone sul web (come in televisione) un linguaggio, un idioletto e un cultura da bar.
    Ora, io non ho niente contro il linguaggio da bar ma vorrei anche che se rispetto il linguaggio da bar gli altri rispettassero anche il mio.
    Quello che non accetto è l’omologazione del linguaggio e della cultura.
    E’ chiaro, da questo carteggio, che Raimo e la Porta sono due persone appassionate del loro mestiere, e si esprimono con competenze da specialisti e con il background idiolettico dei teorici della letteratura. E fanno anche bene! inoltre sbaglio o era un carteggio epistolare tra di loro? e quindi a maggior ragione non si vede per quale motivo tra di loro non siano liberi di esprimersi nel modo che si ritiene più congeniale a se stessi (sapendo già che l’altro è in grado di capire).
    La colpa sarebbe di Garufi? Ma che colpa si può dare a Garufi se vuole elevare qualche mente!!!
    Il punto è che Internet come la televisione annacqua il linguaggio, chiede linguaggio annacquato. Sì, in giro c’è qualche rara eccezione, ma di eccezione si tratta. La profondità, la difficoltà, la complessificazione sono considerate spocchia su Internet e sugli altri mass media.
    Se uno scrive in modo da farsi comprendere subito allora il lettore è soddisfatto, si sente intelligente. Già Adorno aveva annunciato in che epoca ci saremmo infilati!

  16. adombramenti il 26 febbraio 2008 alle 18:50

    luminamenti: giordano bruno, adorno, christian raimo.

  17. Giocatore d'Azzardo il 26 febbraio 2008 alle 19:07

    Insurance, check, double, carta, carta….

    Blackjack.

  18. Gomma L. il 26 febbraio 2008 alle 19:15

    <>

    e aggiungerei signor Luminamenti: l’abisso, la metafisica, la fisica quantistica, i segreti di fatima, la teoria delle catastrofi, la teoria della complessità complessificata, la mistica paraguaiana, il sesso tantrico,
    la sciamanesimo, la metempsicosi, le superstringhe, e il libro tibetano dei morti

    se non ci fosse lei a gettar luce nella tenebra che noia questi cyber caffé

  19. Gomma L. il 26 febbraio 2008 alle 19:18

    La profondità, la difficoltà, la complessificazione.

    Signor luminamenti come titolo mi sembra ottimo. Ci aggiunga ora una spattaffiata ben complessificata e lo mandi a Garufi, che eleva un po’ le nostre menti.

  20. andrea barbieri il 26 febbraio 2008 alle 20:58

    Lumina, non riesco a suddividere il linguaggio in linguaggio da bar e linguaggio – chiamiamolo così – alto.
    Se tante persone intelligenti, anche scrittori, hanno passato parecchio tempo nei bar, non solo tra loro omologhi ma tra gente comune, ci sarà stato qualcosa di profondo scaturiva nel linguaggio da bar.
    A me viene da dividere i linguaggi in linguaggio ‘dumb’ e linguaggio intelligente.
    Questa lettera, a leggerla bene, non dice nulla, è priva di intelligenza. Non c’è vera tensione intellettuale.
    Guarda, capisco che tu hai rispetto per chi la scrive perché ha dedicato la vita a questo lavoro intellettuale. Ma secondo me proprio perché noi vogliamo rispettare La Porta occorre dirgli che qui ha scritto cose da poco.
    Se poi questo succede spesso non so, lo leggo poco. Ma occorrerebbe chiedere molto di più, soprattutto a chi è intellettuale di mestiere. Non è possibile che gente senza gradi intellettuali, persone comuni abbiano più sensibilità o intelligenza dei professionisti.
    Altrimenti dobbiamo rassegnarci a pensare che il nostro è un paese davvero strano…

  21. Cino Lumi il 26 febbraio 2008 alle 23:44

    E’ bello sapere che critici giovani e meno giovani, uniti nella lotta, lavorano per noi a definire statini, statuti e starnuti della nuova letteratura. Il terzo millennio è già un po’ più vecchio di otto anni fa e, quindi, c’è da accelerare il passo… quel tanto che basta, però, affinché i lettori/destinatari non sbandino.

    Si vive, ormai, nella speranza che simili vivande in forma di carteggi ci siano date in pasto sempre più spesso, in modo che anche noi, sia pure virtualmente, si possa beneficiare dell’aura vivificante del Convivio. Perché è qui che si forgiano i destini, non solo cartacei: quando i grandi, nel loro quieto e illuminante discorrere, passano in rassegna i fulgidi esempi di altri grandi: Cortellessa, Tua Sorella, Calabresi, Mancassola, Walter Siti, Un Mio Pezzo, Pascale, Alda D’Eusanio…

    Grazie, grazie e ancora grazie.

  22. montekristo il 27 febbraio 2008 alle 00:11

    “Ma che colpa si può dare a Garufi se vuole elevare qualche mente!!!”

    “Non è possibile che gente senza gradi intellettuali, persone comuni abbiano più sensibilità o intelligenza dei professionisti.”

  23. montekristo il 27 febbraio 2008 alle 00:18

    La Moviola del Post:

    “Ma che colpa si può dare a Garufi se vuole elevare qualche mente!!!”
    Da ammonizione, l’arbitro probabilmente era coperto

    “complessificazione”
    Il regolamento parla chiaro: la complessificazione sull’attaccante in possesso di palla va punita, era rigore.

    ““Non è possibile che gente senza gradi intellettuali, persone comuni abbiano più sensibilità o intelligenza dei professionisti.”
    Entrata a piedi uniti, da cartellino rosso diretto, e data l’aggravante dell’irrisione vagamente discriminatoria nei confronti dell’avversario che gioca per una squadra di bassa classifica e senza potere in federazione, ci stanno le 4 giornate di squalifica. A te la linea, Ilaria.

  24. Alcor il 27 febbraio 2008 alle 07:15

    Ma che meraviglia, la rete, uno tende a impigrirsi nelle sue banali abitudini, poi viene qui ed è costretto a rimescolarsi.
    Io adoro tutti i commentatori, voglio che lo sappiate, il thread è la funzione fool del lit-blog.

    (e vorrei dirlo anche ad altri, sotto altri post, ma non oso)

  25. Sacchi il 27 febbraio 2008 alle 11:39

    Luminamenti stopper. Al posto dei piedi due tomi di mistica astronomica e neuroscienza. In testa, un dizionario islandese-polacco. La porta, posizione seminterrata. Dal busto in sù, ala dimenticata. Raimo fermo a centrocampo, mediano tranquillo. Garufi in posizione di “elevatore”, sollevato da Cortellessa per i colpi di zigomo.

  26. Sacchi il 27 febbraio 2008 alle 11:41

    Con una squadra cosi si puo’ perdere anche il premio Comune di Zannapilla: una racconto: quota d’iscrizione 40 euri.

  27. Cino Lumi il 27 febbraio 2008 alle 13:30

    Lo Zannapilla è fortissimo, fuori dalla nostra portata, inutile farsi illusioni. Comunque, è ancora possibile salvarsi, evitando la retro-cessione: basta vincere, al ritorno, lo scontro diretto col rivale di sempre, il Pollena Trocchia. Basta crederci e, soprattutto, bissare la magni-fica prestazione del girone di andata sul loro campo. E’ vero che si è perso per sei a zero, però abbiamo giocato veramente bene…

  28. mario gentili il 27 febbraio 2008 alle 15:47

    La Porta non capisci un cazzo!
    Sei uno scemo scemo che più scemo non si può!
    Come fate a pubblicarlo.
    Gli basta una riga e già ha scritto una fesseria
    Anche qui!
    BASTA LA PORTA
    CHIUDETE LA PORTA!

  29. furlen il 28 febbraio 2008 alle 00:01

    in una sala torinese tenuta da un amico ho trovato la cartolina che “annunciava” l’annuncio. Dei maestri selon La Porta. V’era l’immagine di George Orwell. Nessuna didascalia – mi sono girato la cartolina per ben due volte tra le mani, ero ubriaco- portava il nome dell’inglese.
    L’unico nome era del tipo.del critico.
    in italia – e nel mondo- pare dall’antichità, si dice che il successo di un insegnamento sia nel fatto che un giorno l’allievo ammazzerà il maestro, simbolicamente. Dubitando che qualcuno possa uccidere, simbolicamente La Porta, non è che ci troviamo ad una svolta? Ovvero in un momento – ma non solo un tempo, anche uno spazio- in cui saranno i maestri a uccidere i discepoli? Sempre che i maestri lo sappiano. Dubito che Orwell o Christopher Lasch potranno mai sentire parlare di La Porta. Come del resto la tabaccaia che é all’angolo della strada in cui abito. E che invece, molto probabilmente, –glielo chiederò- conosce Orwell. Sicuramente il grande fratello.
    Scusate questa mia nota, non ce l’ho con La Porta, ma con il giardino – col porticato e le citazioni- che qualcuno osa ancora chiamare letteratura.
    Ce l’ho con la professione, per intenderci. Con la letteratura come professione, per capirci
    effeffe

  30. Alcor il 28 febbraio 2008 alle 11:03

    Effeffe, tu non sai come siamo in sintonia, proprio questa mattina pensavo, non ne posso più dei letterati, ne ho fatto a meno per decenni e adesso, in rete, mi ci annego.
    E anch’io non ce l’ho né con la porta né con nessun altro, ché ce ne sono di bravissimi che leggo volentieri. (leggo, e non ho nessuna voglia di conoscere)
    Ma l’educazione umanistica diffusa e interstiziale è una iattura dalla quale dovremmo difendere almeno le generazioni future.
    Per quelle presenti la partita è persa.
    La letteratura di professione è come la colite, una malattia che non si sa come viene, non è mortale, ma rovina quotidianamente la vita e soprattutto inquina il linguaggio, che è una cosa delicata.

  31. georgia il 28 febbraio 2008 alle 11:29

    Alcor mi levi una curiosità, ma … dove la vedi tutta ‘sta educazione umanistica diffusa e interstiziale? Io sinceramente ne vedo solo l’assenza, lo scimmiottamento, l’uso sbagliato, proprio come fanno gli snobbini quando vogliono imitare ciò che non sono, a me più che umanisti mi sembrano onanisti che bevono il caffe con il mignolino alzato … altro che educazione umanistica diffusa :-) … se educazione umanistica esiste ancora, quella sopravvive in profondità, celata nelle foreste, lontano dai pompieri di fahrenheit 451, e traspare solo raramente in alcune opere che saltano fuori come per miracolo (… i miracoli si accettano con gratitudine, ma non ci si può fare affidamento) e fra queste opere ci metto Gomorra che sicuramente è un’opera di un “umanista” esule e in incognito :-).
    Perfettamente d’accordo che la letteratura come professione (o per lo meno unicamente e cinicamente come professione) distrugga e intossichi tutto, anche se vivere del proprio intelletto, per chi ci riesce, non può essere considerato un crimine. Il problema semmai è il cinismo dell’epoca che vede il prossimo (tutto il prossimo, quindi anche lo scrittore e il lettore) senza eccezioni, solo come persona da usare a propri fini, piccoli o grandi che siano
    geo

  32. sergio garufi il 28 febbraio 2008 alle 11:35

    le coliti sono le mie muse ispiratrici, a loro debbo i miei pensieri più profondi. ne ho avute talmente tante che di quasi ogni città che ho visitato conosco il pronto soccorso. anzi, una città di cui non conosco il pronto soccorso mi sembra rata e non consumata. la mia domenica ideale è: gita fuori porta, mostra d’arte, cena in ristorante tipico e ricovero d’urgenza. a questo proposito vorrei segnalare l’avvenenza malinconica di irina, la splendida infermiera ucraina dell’ospedale di pietrasanta. già il posto è incantevole, con le finestre che danno sui pini marittimi e le alpi apuane, ma soprattutto lei, un angelo biondo in camice bianco. che flebo indimenticabile! con un registratore a portata di mano avrei di certo composto dei versi meravigliosi.

  33. georgia il 28 febbraio 2008 alle 11:45

    ah ah ah ah ah ah … il ricovero del poeta è ormai l’ultima spiaggia culturale … quella di marina di pietra-santa :-)
    Il guaio è che manca sempre il regis-tra-to-re (il regio tra, o al, re)
    geo

  34. luminamenti il 28 febbraio 2008 alle 11:51

    Il linguaggio cosa delicata? il linguaggio è una dimensione del dominio fin dentro il suo timbro. Il linguaggio è una dimensione delle Tecnica.
    La letteratura come professione si divide: in buona professione e cattiva professione. La buona professione è quella che appassiona coloro che ascoltano, trasmette idee ed entusiasmo, la cattiva professione è quella che annoia e non produce.

  35. Alcor il 28 febbraio 2008 alle 12:46

    Mi pareva chiaro che si parlava della cattiva. della debole, ripetitiva, che diventa gergo, masticata e rimasticata, che fa da strascico alle opere vere come le damigelle di tre anni fanno da strascico alla trepida sposanda, inciampando nel velo.
    Mettere a maggese le facoltà di lettere, oppure mettere il numero chiuso.

    Poi è vero che per bollire un’opera vera ci vuole anche l’acqua, ma uno sfogo ogni tanto allarga i polmoni, li ho allargati. Ahhhh!

    Lumina, come dire, vuoi che polemizziamo? C’è il sole oggi, qui da me.

  36. francesco forlani il 28 febbraio 2008 alle 12:58

    diciamo mestiere, alcor. quello del letterato è un mestiere, come del cioccolatiere. Lo dico ora che mi lecco i baffi dopo aver gustato un cioccolato brillante di un artigiano qui tra gli stand dove lavoro, e fa freddo.
    effefe

  37. Gomma L. il 28 febbraio 2008 alle 13:16

    Luminax dixit: La buona professione è quella che appassiona coloro che ascoltano, trasmette idee ed entusiasmo, la cattiva professione è quella che annoia e non produce.

    Gommax tradixit: Una buona squadra è quella che appassiona coloro che guardano, fa un bel gioco e segna, una cattiva squadra è quella che gioca male e perde.

    Elevaci!! Elevaci!! Nostro allenatore!! Complessificaci.

  38. tashtego il 28 febbraio 2008 alle 14:42

    Non vi capisco.
    Condivido la repulsione di Alcor per “l’umanistico nostrano”, che è ormai un sotto-prodotto della cultura occidentale, una nicchia che va in putrefazione mentre il mondo approda altrove, eccetera, ma, come ripeto spesso (al punto da essere diventato quasi una macchietta webbica), non sono certamente le facoltà di lettere le responsabili della formazione ai “valori” umanistisci, meglio se cattolicanti, ma è soprattutto l’orrenda sentina del Liceo l’origine di tutte le stronzate che a tutti i livelli, da quello politico a quello culturale a quello religioso a quello (anti) scientifico a quello etico eccetera, ormai la fanno da padrone nelle menti nostre e dei nostri connazionali: eccetera.
    Tuttavia non vi capisco, perché il contenuto di questo carteggio a me sembra né risibile né disprezzabile, come molti sembrano credere.
    Basta anche solo la domanda che La Porta formula alla fine del suo primo messaggio (“l’etica? Sì, vabbè, ma su cosa la appoggiamo? Una tradizione? Il passato? Il futuro? L’amore per qualcosa o qualcuno? Una fede appunto nella “realtà”? Tutte cose che, credo, abbiamo urgente bisogno di ri-motivare di nuovo. Non ti pare?”) a definire un campo problematico niente affatto bislacco, specialistico, umanistico, inutile.
    Riguarda la questione del giudizio che lo scrivente, ma anche solo l’osservatore, anche il semplice vivente, è chiamato (sovente suo malgrado) ad esprimere su ciò che lo circonda, sul mondo in cui vive, sulla cultura che lo attraversa e attraversa i suoi simili, eccetera.
    Non solo ogni scrittura, ma ogni cosa detta da qualsiasi persona, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo contiene una forma di giudizio, più o meno esplicita: è del tutto normale.
    Ma su cosa si fonda?
    Oggi, su cosa fondiamo il giudizio etico politico su quello che vediamo/viviamo/facciamo/diciamo?
    Siamo sicuri che ciò che “tra noi” diamo per condiviso lo sia realmente?
    E che potrebbe significare, oggi, quel “tra noi”?

  39. furlen il 28 febbraio 2008 alle 15:04

    se dovessi tradurre con una categoria quel tra di noi, userei l’orwelliana common decency. Hai presente i manifesti elettorali della lista di pietro che si vedono in giro. quelli per capirci con la bisteccona cruda che sanguina sulla carta, accompagnata dallo slogan “sgrassiamolo tutto sgrassiamolo subito” (forse non esattamente così però all’incirca) e poi vai col marcio in danimarcia, e marcio su roma in parlamento
    ecco quel tra di noi dovrebbe bastare a evitare cose del genere…
    effeffe

  40. georgia il 28 febbraio 2008 alle 15:25

    se se se effeffe come la metti facile :-)
    mmmmmmmmmmmmmmm …..
    ammme mmmi sembrate l’e-grullo di grillo.
    senza offesa ai presenti naturalmente :-)
    Il marcio non è solo a roma (come se la menano, a mo’ di slogan i leghisti) il marcio è dentro di noi, ognuno di noi, e ci segue sempre: anche nei voli low cost, nei last minute, nei plot d’accatto, nella cultura a saldi, nelle firme acritiche agli appelli, nella incapacita di levarci il grasso che cola dalle ciglia e ci preme sull’intel-letto un tanto all’etto… ecc. ecc.
    geo

  41. georgia il 28 febbraio 2008 alle 15:31

    certo che lo spot di di pietro è bruttino :-)
    guardare qui

    forse effeffe ti avevo letto male ;-)

  42. GiusCo il 28 febbraio 2008 alle 15:58

    @ tashtego e di conseguenza a chi ha fatto e postato il topic

    ho fatto la battuta perche’ i carteggi di norma sono privati, mentre questo di privato non ha piu’ niente e anzi sembra nato apposta per poi essere reso pubblico; a me questo continuo sputtanamento del privato ha francamente rotto i maroni, professione umanistica o non; nel merito del discorso non riesco ad entrare, e’ un bolo che mi fa abbastanza schifo.

  43. Gomma L. il 28 febbraio 2008 alle 16:11

    @ tashtego
    l’etica? Sì, vabbè, ma su cosa la appoggiamo? Una tradizione? Il passato? Il futuro? L’amore per qualcosa o qualcuno? Una fede appunto nella “realtà”? Tutte cose che, credo, abbiamo urgente bisogno di ri-motivare di nuovo. Non ti pare?

    Signor Tashtego è che, facendosi un po’ accorti, si finisce col capire che le stesse cose non si equivalgono in bocca di persone diverse… La Porta vuole di colpo discutere di etica, in forma mostruosamente generica e lo vuole fare con una portata anche filosofica: “fondare” i giudizi etici (???) Ma ad ognuno il suo, secondo i propri strumenti e talenti. Volando un bel po’ più basso, forse La Porta avrà qualcosa davvero da dire. E quanto a Raimo, si cerchi interlocutori un po’ più agguerriti e decenti, se vuole fare il dibattito d’idee.

  44. luminamenti il 28 febbraio 2008 alle 17:12

    La lingua non è cosa delicata!!! Il peggio non sta all’università, né a scuola, ma un po’ dappertutto. Fare classifiche mi sembra stupido.
    Il livello culturale generale è ovunque ampiamente in decrescita direi dagli anni 70. La densità delle informazioni cresce secondo la legge di Eigen, mentre diminuisce la ritenzione individuale delle informazioni.
    Le elite diventano sempre più elite e le pecore (gregari) aumentano.
    Le elite sono ovviamente quasi tutte appartenenti al mondo tecnocratico della scienza. C’è il monopolio della scienza. La colpa cmq non è in sé della scienza, che è cosa positiva, ma di un mondo che socialmente non è stato capace di elevare gli uomini alla scienza! Per la letteratura cosidetta umanistica questo già è accaduto e il risultato è la morte della letteratura. Potrebbe accadere lo stesso per la scienza? non lo so! perchè la struttura semantica della scienza ha un potere trasformativo della azioni umane che sembra incidere con una potenza infinitamente maggiore del mondo delle lettere.
    In quanto alle osservazioni ultime di tashtego il problema dei rapporti, ad esempio, tra letteratura ed etica, si può riassumere nelle tre posizioni dominanti sulle concezioni dell’etica:

    1) la fondazione religiosa
    2) la fondazione biologica
    3) la fondazione sociale. Searle in particolare.

    Il problema è che abbiamo letterature che coprono tutti e tre i campi. Questi campi non sono separati. E nessuno è veramente fondativo.

  45. furlen il 28 febbraio 2008 alle 18:01

    @georgia
    il tuo secondo commento mi ha fatto assai piacere
    effeeffettivamente avevi letto altro
    effeffe

  46. C. il 28 febbraio 2008 alle 19:25

    la lingua è la lingua!
    in tutti i tempi
    e in ogni luogo.
    C.

  47. andrea barbieri il 28 febbraio 2008 alle 22:53

    Lumina, per quanto i tuoi post possano far pensare -come ti hanno scritto sopra- a un essere che al posto dei piedi ha due tomi di mistica astronomica e neuroscienza e in testa un dizionario islandese-polacco, a me pare che siano più intelligenti di questo pezzo di ‘carteggio’. Nonostante quando scrivi sembri inevitabilmente un Mazinga Z della cultura, dai l’idea di sentire davvero le cose che dici.

  48. georgia il 29 febbraio 2008 alle 10:41

    effeeffettivamente avevi letto altro
    si … capita, è uno dei difetti maggiori della rete, ci si capisce solo in piccolissima percentuale :-) … è un dialogo silenzioso e spesso e-i-ncomunicabile
    geo

  49. The O.C. il 29 febbraio 2008 alle 12:22
  50. cf05103025 il 29 febbraio 2008 alle 23:24

    Ho da dire solo che ho fatto fatica a leggere i due de supra,
    che se il letterato è quella cosa lì, già mi si strizza la budella,
    e poi sempre a citare,
    come se le loro opinoni avessero totale, o quasi, necessità di asseverazioni,
    di superne complicità, perché se l’ha detto Horkheimer va bene,
    se l’ha detto Ciccillo no,
    e poiché, in fatto di narrativa, restiamo nell’opinabile,
    nel campo del gusto e nella supervisione del mercato,
    è francamente inutile assumere ‘ste posizioni prosopopaiche
    quasi che stessimo ancora, o co la presunzione,
    di discutere di opere somme,
    quando ormai si sa già che l’opre immortali non esistono più,
    co’ tanti milioni di libri che escono in Italia ogni anno ed il tempo che vola più che veloce.

    E’ il tono e lo stile che guastano, mi danno fastidio, c’è dell’altezzoso di quello che ti parla ( o si parlano) dai loro siti celestiali.
    E poi, ancora:
    Ma si dice, qui, letterato letterato letterato;
    ma che è, facciamo un distinguo:
    parliamo di narratori, di professori di letteratura, o di critici, o altro ancora?

    MarioB.

  51. la funambola il 1 marzo 2008 alle 01:04

    interrogarsi sul senso dello scrivere e soprattutto sul perchè si scriva mi pare cosa buona e giusta.
    l’unica “scrittura” che val la pena di tentare è quella che una volta scritta la puoi tranquillamente cestinare, la puoi fare a pezzi, anzi pezzettini, anzi coriandolini.
    mi sarei certamente preclusa la condivisione di alcune, poche in verità, sublimi intuizioni, di qualcuno, pochi in verità, che mi hanno parlato senza infingimenti,senza maschere, ahhhh, le maschere, sempre in agguato nonostante e malgrado noi, ma il silenzio della parola sarebbe stato per forza riempito di/da(inconsupertràfrà) un sentire necessariamente autentico, necessariamente vero, un silenzio essenziale.
    restaaaaaaaaaaaaa cummèèèèèèèèèèpeeeeeeeccaritààààààààà resta cuuummmmeeeeeeee nuuumelasssssàààààààààààà fammmeeeeeeepenàààààààà faammmeeeeee impazzììììììììììììììììì faaammme dannnnàààààà maaaaaaaaaaaaaaa dimmmesììììììììììììììììììììììì viiiiiitadaviiiiitammmiaaaaaaaaaaaaa numemporta du passato nu memportaaaaaaaaa e chittavuuto reèèèèèèèsta cum me cuuuuuuuuuuuuuummmmmmmmmmmmmmeeeeeeeeeeeeeeeeeee
    potrei sviluppare il concetto in francese ma sono pigra e ho fatto scuole basse.
    questa canzone la dedico a cimotutti.
    baci veri
    la funambola



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