Riflessioni su “La vita degli animali” di J. M. Coetzee e su “Bartleby e compagnia” di E. Vila-Matas

26 febbraio 2008
Pubblicato da

sir.jpgdi Ornela Vorpsi

The Fullness of being

Il passaggio de La vita degli animali a cui sono più legata è quello in cui si risponde alla domanda: che cosa noi uomini abbiamo in comune con gli animali? Coetzee-Costello propone una risposta sul piano dell’esperienza attraverso una prova allo stesso tempo miracolosa e concreta – la più concreta di tutte – che ci è immediatamente accessibile, tanto che ci basta aprire gli occhi per verificarla: è l’esperienza della vita come pienezza. Questo rapporto fisico, primario con la vita, intesa coma ricchezza e dignità, interezza e integrità, è quello che ci unisce agli animali e a tutto ciò che vive. Con un cane condivido l’essenziale, ovvero la pienezza dell’essere: the Fullness of being. Elizabeth Costello, la scrittrice e protagonista del libro di Coetzee, sa che tale pienezza ha anche un altro nome: gioia.
La cosa straordinaria è che attraverso l’esperienza della pienezza si svela il senso dell’etica, che originariamente non poneva frontiere tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Soltanto aprendomi all’esperienza del vivere posso comprendere l’esperienza del vivere altrui, sia egli uomo, pipistrello o formica. Così facendo la comprensione non è più ‘mia’, ma diventa comprensione dell’essere, della vita, che separa e unisce tutti gli esseri viventi. Ogni volta, infatti, si deve fare i conti con ‘una’ vita: la mia, la tua, quella di un cane. Ogni volta si tratta della vita una: unica, piena. Una vita una! Ecco quello di cui, in modo assolutamente incontrovertibile, fa esperienza Elizabeth Costello. L’esperienza che è alla base di una relazione rispettosa con il mondo – una relazione reale con la mia vita come con tutte le altre – viene prima delle categorie concettuali e giuridiche, viene prima di me, prima del mio giudizio personale, prima di ogni idea di giustizia interpersonale. Ed è questo suo venire prima, così come appare nelle parole di Elizabeth Costello, che mi permette di comprendere come io sia potuta diventare me stessa in quanto essere vivente e da quale fondale si sia staccata la mia coscienza e il sentimento umano della mia individualità: dal fondale della pienezza. La pienezza, che io so essere propria del cane, della scimmia, dell’insetto, che essi ne abbiano o meno come me coscienza, è. L’«essere» della pienezza, afferma Elizabeth Costello, rende ogni considerazione sulla coscienza, sull’individualità e sulla libertà qualcosa di secondario.
Che cosa c’è prima di tutto? La pienezza. E la gioia. Fare l’esperienza della pienezza è fare l’esperienza della gioia. Prima di me, prima di te, c’è la gioia. Facendone esperienza, comprendo l’incomprensibile. In altri termini: faccio l’esperienza dell’altro. E ancora: faccio l’esperienza impossibile di una pienezza diversa dalla mia. Se sono piena di vita, se la mia vita mi trasporta fino ai confini del tempo e della materia, così lontano quanto il mio sguardo, il mio pensiero, il mio udito, i miei sogni sono in grado di fare, allora l’assoluta pienezza dell’essere non tollera altro essere che il mio, non permette nessuna altra pienezza. Eppure al mio fianco c’è un cane che mi sorride, c’è un gatto che mi guarda e in loro io ritrovo l’assoluta pienezza. Noi tutti condividiamo il mondo. Ciascuno di noi lo occupa pienamente. Avviene come nella comunione del sangue e del corpo di Cristo e, in epoche ancor più remote – tutte le civiltà ce ne hanno lasciato testimonianza –, quando le basi del sapere poggiavano sull’impossibile esperienza di separare l’essere in una miriade di vite piene e, allo stesso tempo, sull’esperienza dell’essere unico, indivisibile. L’esperienza impossibile si chiama gioia, perché la gioia è l’esperienza di ciò che supera i limiti del mio essere. Essa non è nient’altro che ciò che eccede i limiti del mio essere, nient’altro che ciò che supera la mia comprensione. Si tratta di una comprensione per eccesso di essere. La gioiosa ignoranza che scopro negli occhi del mio cane, come in quelli di qualsiasi altro animale, mi fa dire: noi siamo e non comprendiamo nulla. Nessuno possiede il segreto dell’essere, poiché è lui che ci tiene nelle sue mani! Ecco la gioia! Il «sapere di non sapere» deve essere pensato in modo più radicale allo scopo di riconoscere l’unità indivisibile di tutte le vite. Per gli animali si potrebbe parlare forse di «un non sapere di non sapere», di «un non sapere neppure di non sapere nulla»… E questo non sapere, grazie al suo muto miracolo, ci accomuna tutti, uomini, animali, esseri viventi.
Spostando i confini della riflessione di Coetzee, si giunge ben presto a una comprensione non dualistica del ‘rapporto’ tra l’Io e il Mondo, tra l’Io e l’Altro, tanto che in sintonia con il buddismo, con i mistici e con i teorici contemporanei dei sistemi generali posso affermare: la coscienza è questo e quello. Non più: l’essere umano è cosciente, il cane è cosciente (o meno), la pianta è cosciente (o meno), ma piuttosto riconoscere che la coscienza si fa cane, si fa pianta, si fa io. Essa ci precede e ci unisce. Non so, tuttavia, se Coetzee-Costello trae dalla sua nozione di Fullness of being tutte queste conclusioni.
In ogni caso, nel libro di Coetzee ci è fornita una parola di speranza: non è necessario aver studiato la metafisica e la morale in un’università prestigiosa o avere alle spalle trent’anni di vita meditativa per accedere a un livello etico o pre-etico fondamentale. L’esperienza del rispetto nei confronti di ciò che è vivo, dell’altro, chiunque esso sia, è qualcosa di molto prossimo, è perfino un’esperienza elementare: la vita piena che batte in me fino ai limiti del mondo, che parte da me o che a me ritorna da ogni luogo, questa vita che sento nell’altro, sia esso uomo o animale, per quanto poco io mi metta in ascolto della mia esperienza, esiste. Per quanto poco io mi apra all’Aperto, all’apertura stessa dell’essere.
Che implicazioni ha l’apertura sempre possibile, sempre pronta ad aprirsi all’Aperto? Non esiste una vita vissuta in modo etico che non si prenda cura di ogni singola vita. Non si può sognare una società le cui relazioni tra i popoli siano contraddistinte dal rispetto, dall’intelligenza e dalla sensibilità indipendentemente da una relazione totale con la vita. In questo senso, l’etica include la vita animale con cui io condivido l’essere, include ogni essere vivente, poiché è nell’aperto della pienezza che io divento capace di riconoscere e di amare. La stessa scandalosa tesi di Elizabeth Costello che nel libro di Coetzee osa comparare le attuali stragi a livello industriale degli animali all’impresa di annientamento umano operata dai nazisti, può e deve essere compresa. Si tratta della stessa chiusura, della stessa cecità nei confronti dell’Aperto che in entrambi i casi apre la via all’orrore. È la stessa inaccessibilità a ciò che ci è più comune e prossimo, a ciò che c’è di più personale e allo stesso tempo impersonale, che segna la possibilità della riduzione dell’altro a ‘non-altro’, a cosa, a carne da mattatoio, a pura quantità di materia, a infra-umanità, a residuo verminoso, a quantum. E ancora: è per uccidere completamente in me l’accesso all’Aperto della gioia che riduco a niente animali e uomini, che li spingo a forza nei forni crematori, che li trasformo in miliardi di vaschette di plastica.
Nella violenza si legge (si può sempre leggere) e si comprende senza esitazioni – come fosse un grido – ciò che è taciuto, ciò che questo grido di freddo odio, che assomiglia al rumore di un ingranaggio, copre. L’industrializzazione dell’essere vivente e l’industrializzazione della morte degli uomini gridano il loro stesso sintomo: noi rifiutiamo l’Aperto! Noi sputiamo sulla vita gioiosa, sul riconoscimento reciproco. Noi facciamo di tutto per uccidere questa intuizione, per seppellirla: imprese di odio che in modo tragicomico non fanno che manifestare ciò che tentano a tutti i costi di distruggere! Penso alla tesi di Robert Antelme, che vorrei spingere al di là della sfera umana fino al suo vero fondamento. Egli afferma che il carnefice, negando l’umanità del deportato, perciò stesso ricostituisce l’unità della specie umana. Ma bisogna andare più in là! Non è sufficiente restare entro i confini umani, anche se certi uomini sono ridotti allo stato (pensa il carnefice, come se si trattasse di un insulto) di animali: bisogna aprirsi alla vita stessa, una e infinitamente condivisa, sempre in grado di offrirci la comunione nella gioia di essere. Grazie alla semplice esperienza immediata della vita, che sperimento in presenza di un animale come di un uomo, io comprendo e supero ogni male.
(Il miracolo è riconoscere questo «come»).
L’esperienza di cui parlo è l’esperienza religiosa. Essa, oggi, rappresenta la possibilità di ritrovare una relazione con l’essere in quanto fonte comune e nascosta da dove veniamo e da dove prendiamo forma e coscienza. È la strada del ritorno all’essenziale che ci permette di salvarci dalle imprese ‘religiose’ che mettono sotto sequestro l’essere, siano esse condotte in nome di Cristo o di Maometto. A ciascuno, grazie allo sguardo di un uccello che lo fissa per un istante, grazie a un albero, a un bambino, a te, è permesso di cominciare dal cominciamento del riconoscere.

A proposito di Bartleby e dei bartlebys

Tutti possono scrivere, ma ciò non fa di tutti degli scrittori. Ecco, cosa si può immediatamente dedurre dalla lettura di Bartleby e compagnia di Enrique Vila-Matas: l’accesso di qualsiasi persona alla scrittura, per quanto dotata dei fondamentali tecnici (la stessa cosa si può dire dell’analfabeta: tutti possono raccontare una storia, ma ciò non fa di tutti dei narratori), non significa affatto che una relazione essenziale con la scrittura sia all’opera. Come si riconosce questa relazione che impegna intimamente un essere a scrivere? Forse, dal fatto che essa è prima di tutto una non relazione con la scrittura, una «non scrittura» avvitata al cuore, una perforazione della scatola cranica, una piaga non suturabile, una pagina che ridiventa continuamente bianca, alla stregua dell’onda che inghiotte l’onda che è giunta un attimo prima a impregnare la sabbia.
All’inizio nello scrittore c’è una cancellazione che prelude alla memoria, che precede e allo stesso tempo apre e chiude la possibilità di raccontare qualcosa, una cancellazione attiva che egli scrivendo giunge miracolosamente a scongiurare, quasi si trattasse di saltare un muro altissimo, o di dividere le acque di un oceano, quasi gli fosse richiesto l’impossibile!
Quanto allo scrittore che concretamente non scrive – nel senso che non produce parole visibili sulla carta o sullo schermo di un computer, che è incapace cioè di partorire un prodotto verificabile della sua attività –, egli si trova troppo vicino alla fonte, troppo vicino al vuoto, troppo sull’orlo dell’abisso per poter saltare, per poter andare al di là dell’abisso che possiede, del resto, soltanto un’estremità! Come si può saltare al di là di un abisso che possiede una sola estremità? Eppure questo significa cominciare a scrivere: essere d’improvviso catapultati nel mezzo della scrittura senza esserci entrati, senza aver saltato, senza essersi spostati da un luogo a un altro, senza aver avuto uno stimolo esteriore a scrivere. Lo scrittore che non scrive continua a scrivere: è la situazione che Vila-Matas descrive nel suo romanzo. Lo scrittore che non scrive – che egli viva ciò con crudele voluttà, nel terrore o nella follia (Hölderlin, Robert Walser) – scrive in modo più essenziale di colui che traccia delle parole su un quaderno o attraverso la tastiera di un computer: scrive in bianco, afferma che all’inizio e alla fine di ogni esperienza non c’è nulla da dire, confonde il suo gesto con la perpetua cancellazione che è il segno distintivo del presente. Qualcosa giunge, qualcosa senza tregua se ne va. E da questo perpetuo recupero dell’antico attraverso il nuovo, da questa caduta di tutto ciò che viene a essere, nascono la scrittura, la storia, le forme. Lo scrittore che non scrive non possiede questo tempo. Tutto ciò che potrebbe venirgli dalle parole si perde. Egli è da sempre sprofondato nella notte. Scrive, ma ciò che scrive non prende corpo, non giunge alla vita.
Se dico: tutti possono scrivere, ma questo non fa di tutti degli scrittori, voglio dire questo: uno scrittore è colui che sa che scrivere è veder compiersi il miracolo del passaggio all’atto di ciò che per definizione non può passare all’atto perché è necessario già esserci. Bisogna già scrivere per scrivere, bisogna già essere dentro la scrittura senza essere stati invitati, come un ospite che, con grande stupore degli altri commensali, si è introdotto senza attraversare la soglia di casa. Perché uno scrittore dovrebbe essere simile a quell’ospite? Colui che scrive senza aver sentito che stava per compiere un salto nell’impossibile, scrive soltanto qualcosa di precotto, di già detto, di già fatto. La grande maggioranza dei libri che si pubblicano sono scritti da non scrittori che potrebbero essere comparati a dei pranoterapeuti della morte, a dei becchini, a degli affossatori della vita. Il loro lavoro è la gestione dei cadaveri. Dissotterrano i morti, li fanno a pezzi, li fanno parlare e li depongono qua e là. Sebbene facciano esattamente ciò che desiderano, sono alle prese con una materia inerte e perfettamente estranea al loro lavoro. Tale materia – forse intrisa dei loro ricordi – è formata dal tema che hanno scelto, dagli strumenti sintattici e stilistici di cui dispongono. Tuttavia, ciascuno di loro sta allo scrittore come il muratore allo scultore. Ciò non significa che uno scultore non possa essere anche un bravo muratore: ogni scrittore, infatti, è qualcuno che si interessa alla tecnica, che prende dalla tecnica ciò di cui ha bisogno, ma non è la tecnica che definisce essenzialmente la sua pratica. Lo scrittore è prima di tutto colui che non scrive. Colui che consustanzialmente non scrive. Egli è colui che non scrive perché possiede una storia intima con il modo in cui il mondo nasce e muore e che talvolta, non sempre, a volte mai (come nei casi estremi descritti da Vila-Matas di scrittori, di veri scrittori, che non hanno lasciato ai posteri neppure una frase), fa l’esperienza miracolosa dell’iscrizione, del movimento della vita che prende corpo, che dura, così come la costa riceve l’onda dal mare, così come prende forma un essere vivente. Questo dare la vita che determina la potenza («potentia») dello scrittore, non è dato a tutti. È raro, possiede i tratti dell’immacolata concezione. È una nascita senza genitori. Senza procreazione. Senza un prima. Non si è (scrivendo all’infinito frasi vuote con l’inchiostro simpatico del presente privo di durata) e, improvvisamente, si è. Allora si scrive sperando di arrivare alla fine. Non si è. Si è. Tra i due momenti, nient’altro che un salto che non c’è stato, che non ha superato alcun abisso. Per descrivere questa aporia, penso al movimento delle particelle che tormentano la fisica contemporanea, ma il cui impossibile comportamento è stato dimostrato: particelle che giungono prima di partire o che esistono allo stesso tempo in due luoghi diversi. Penso alle esperienze paradossali a cui i maestri zen ci invitano per mezzo dei loro koans: qual è il suono di un applauso operato con una sola mano?
Eppure l’esperienza più concreta, la più intima che uno scrittore possa fare, è data proprio da questo «improvvisamente». Improvvisamente ci sono. Ho riempito interi quaderni di frasi preparatorie, scritto migliaia di abbozzi. Sono andata ripetendomi e ripetendomi, prima di giungere alle soglie del passaggio magico, del passo-muraglia. Ho perfino pubblicato libri pieni di cadaveri. Forse anche ora sono nel mezzo di un simulacro di libro, e improvvisamente… scrivo. C’è vita, e la vita può illuminare tutto ciò che l’ha preceduta, dando linfa alle parole morte, animandole. Questo evento, in ogni caso, è necessario.
Norman Mailer : «Look, novels don’t always come your way: It’s like falling in love. You can’t say: «Oh, gee, I think I’m ready to fall in love, and then meet some woman who’d be perfect. When a novel comes, it’s a grace. Something in the cosmos has forgiven long enough so that you can start» («Sentite, i romanzi non sempre si trovano sul vostro cammino. È come innamorarsi. Non puoi dire: “Ecco adesso è tempo di innamorarsi” e poi incontrare la donna perfetta. Quando un romanzo arriva è una grazia. Qualcosa nel cosmo ha perdonato abbastanza a lungo perché tu possa cominciare»).
Mailer si guarda bene dallo specificare chi ha perdonato, o cosa. Non sono io, la mia persona, che è stata perdonata. Non è interessante quando questo capiti: c’è perdono del tempo stesso, perdono del presente, perdono del presente da parte del presente. Così una vita sorge, si incolla al tempo, alla pagina. Si tratta di un evento così misterioso che è difficile e perfino inutile cercare di descriverlo. Quando lo si sperimenta, ci si ritrova a usare stranamente un linguaggio prossimo a quello della teologia negativa. Si afferma: non è né questo né quello… Ricominciamo. Siamo vicini a Meister Eckart che scriveva: «Soltanto il NO brucia all’inferno». Tutto il resto è, tutto è. Tutto è e tutto muore. Il miracolo, il passaggio all’atto consiste nel trionfare su questa realtà, su questo stato, su questa uniformità e su questa universalità, su questa assoluta pienezza dell’essere che viene e che va (the Fullness of being!) … per dire l’essere, per affermare questa pienezza, per inscriverla in un modo o in un altro, per trarne pensiero, storia! Ciò concerne Kafka come la povera Maria Lima Mendes del romanzo di Enrique Vila-Matas che dopo poche frasi rinuncia a scrivere il suo romanzo e che trascorsi alcuni anni, sulla scorta di Barthes, lancia all’autore di Bartleby e compagnia la seguente constatazione: «Il fendente dell’impossibile inizio mi ha diviso l’anima, che vuoi farci». E questo fa di lei una scrittrice.

(traduzione dal francese di Massimo Rizzante)

Il saggio di Ornela Vorpsi fa parte del volume Finzione e documento nel romanzo che raccoglie gli interventi degli autori italiani e stranieri che hanno partecipato al “Seminario Internazionale sul Romanzo” che si è tenuto all’Università di Trento tra il novembre del 2006 e il maggio 2007. Il volume è di prossima uscita presso Editrice Università degli Studi di Trento.

Per informazioni rivolgersi a:
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3 Responses to Riflessioni su “La vita degli animali” di J. M. Coetzee e su “Bartleby e compagnia” di E. Vila-Matas

  1. sparz il 26 febbraio 2008 alle 23:57

    apprezzo molto le riflessioni su Coetzee, che è la parte che finora ho letto. Molto profondamente coinvolgenti, Grazie.

  2. véronique vergé il 27 febbraio 2008 alle 17:51

    Condivido Sparz nell’anima.
    Ho amato la parte dedicata alla scrittura, il sentimento di vertigine, quando affronto la superficie dolente della pagina, l’impossibilità a saltare, troppo violente la vista della mente, la varca del mare.
    Sublime quando leggo: “lo scrittore che non scrive – che egli viva cio con crudele voluttà, nel terrore o la follia”, la scrittura in atto, la scrittura in pelle.
    Il paragone dello scrittore becchino è di una terribile giustezza.
    Ammiro Ornella Vorpsi che ha sempre la grazia, la luminosità del corpo e della mente nella rivelazione della scrittura.
    Grazie a Massimo Rizzante per questo testo magnifico.

  3. dario il 3 marzo 2008 alle 00:01

    il testo che ha scritto la vorpsi è semplicemente magnifico e profondo.
    grazie a massimo per la traduzione!



indiani