Da: Sposa del vento

1 marzo 2008
Pubblicato da

sposa.bmp 

di Roberto Rossi Testa

III.

Non basta una lezione
a diventar piloti.
Pure dopo una sola
lezione mi fu imposto
di montar su un aereo
e volare da solo
fino ad un promontorio
che si stagliava là
oltre un braccio di mare,
per poi fare ritorno.
Vane le mie proteste,
una grigia mattina
dovetti decollare
e il decollo riuscì,
ma appena sollevatomi
il muso non s’alzava,
e chi non sale scende,
lunga o breve planata
quindi sarei finito
dentro il mare, sicuro.
Non lanciai l’esse-o-esse,
né passione né panico,
solo attenzione a entrare
in acqua dolcemente
per non scassar l’aereo.
Poi lasciai l’abitacolo,
l’acqua era quasi calda
e priva di correnti,
mare e cielo eran tavole
su cui qualche felice,
non io, poteva scrivere.
Mi volsi verso riva,
lontana, là in distanza,
e presi a dar bracciate.
Senza passione e panico
io badavo a nuotare
misurando le forze,
niente saluti dai
natanti che incrociavo,
nessun cenno da me,
solamente attenzione
a calibare i gesti
che mi avrebbero fatto
guadagnare la riva.
Prima di sera stanco,
stravolto dall’ingiuria,
toccai infine la riva.
Non me ne staccai più,
non presi più l’aereo,
e scordai questa storia:
che torna solo a volte
nel rimpianto di essere
non il figlio di un dramma,
ma d’una immane e sterile,
e sterile, fatica.

*

È vero, non ho retto
all’urto con il mondo
e d’allora nemmeno
nei sogni volo più.
Con braccia e gambe a pezzi
mi parrebbe empietà
nominar l’alto Cielo,
scomodar la Speranza.
Ma in fondo a questo buco
io vedo ancora bene,
io so ancora distinguere
la notte fonda e il giorno,
e il mio cra-cra di rana
non contrabbanda osanna
per l’osceno pantano
camuffato da Eden;
né m’indurranno a cedere
all’uso neocristiano
di abbracciare chiunque,
di andare sottobraccio
persino con il diavolo
tentando d’imbonirlo,
facendosi imbonire.
Sdegnoso e disdegnato,
non indegno, sto solo,
senza buone parole
né sorrisi da spendere,
avendo fatto parte
di quello in cui credevo;
e questo mi dà tutta
la pace che desidero.
Si guardi dal mio sguardo,
chi mi ardirà deridere!

*

È morta prima d’essere
la storia che avrei scritto.
Sbircio l’ultima pagina:
bianca, ma in controluce
ha già solchi tracciati,
e la penna mi cade.
Stesi le mani a un fuoco
che fa battere i denti;
meglio allora l’aperto,
scaldarsi nella corsa,
gridando “Ancora grazie”
correre ciecamente
all’abbraccio del vuoto.

*

Però se l’esistenza
è fatta di stagioni
e questa non è l’ultima
vi saranno altri nomi
scritti in testa ai capitoli,
altri battiti e passi,
altre visioni e storie,
altri ansiti e gridi.

(Da: Sposa del vento – poesie 1984-2004 – Nino Aragno Editore, 2008. Immagine: Oskar Kokoschka – La sposa del vento, 1914.)

6 Responses to Da: Sposa del vento

  1. Chapucer il 1 marzo 2008 alle 08:02

    Ammiro e stimo Roberto, la sua voce poetica che non smentisce la sua
    -calibrazione di gesti, misurando le forze-, lui non si arrende nella ricerca del bene, anche se questo comporta sprofondare negli abissi più bui, i sogni accantonati, il dovere era-è più grande, il peso del mondo sulle spalle grava e, non ti permette di volare, di staccarti dalla terra.
    Questo ammiro in Roberto, la capacità di rinunciare ai sogni, di rinunciare a una parte di te, in nome dei tuoi valori.
    ci sono versi in questo libro che lasciano un’impronta più di altri, e ti scopri più saggio, a farli tuoi.
    ciao Roberto,
    e un saluto a Franz
    C.

  2. Sabrina il 1 marzo 2008 alle 13:01

    ho molto apprezzato questi versi
    e la forza che vi emana si avverte come una fibra
    sottile che si insinua caparbia…
    :-))

  3. Alfredo il 1 marzo 2008 alle 13:02

    di più…agguanta!

  4. nadia agustoni il 2 marzo 2008 alle 07:57

    “È vero, non ho retto
    all’urto con il mondo
    e d’allora nemmeno
    nei sogni volo più.
    Con braccia e gambe a pezzi
    mi parrebbe empietà
    nominar l’alto Cielo,
    scomodar la Speranza.”

    Come sono reali versi come questi e integri senza fronzoli e sentimentalismi. Bello, si legge d’un fiato.

  5. orsola puecher il 2 marzo 2008 alle 09:10

    il segreto del ritmo
    [di musica e d’onda
    breve su ogni riga
    appoggiato leggero]

    è nel settenario

    e nell’accurato/lavorato/limato/donato/riconquistato non esimersi della poesia dal metro

    ,\\’

  6. robertorossitesta il 3 marzo 2008 alle 08:19

    Cari amici,
    ringrazio tutti di cuore.
    Chapucer, dici bene quando parli di sogni accantonati: sono solo accantonati infatti, non c’è una rinuncia ad essi in nome dei valori, laddove affermazione dei valori e realizzazione dei sogni coincidono. E la saggezza che eventualmente si può cogliere e far propria non è che quella dell’ammissione e accettazione della propria nudità e fragilità, compiute (si spera!) senza esibizionismi inutili o arroganze incongrue.
    Ma il poeta, anche quando frigna e balbetta nel fondo del suo stanzino buio, dove è stato cacciato (magari giustamente) in castigo, rimane sempre il più o meno nascosto legislatore del mondo. L’elezione non viene mai meno, anche se costringe chi scrive e chi legge a percorsi sempre più tormentati e tormentosi.
    Un caro saluto,
    Roberto



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