L’uomo comune: viaggio in Palestina

1 marzo 2008
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di Francesca Matteoni
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(Giangiacomo Degli Esposti è un ragazzo pistoiese di 33 anni. Fa l’ educatore in un centro socio-educativo gestito dalla cooperativa Pantagruel di Pistoia in un quartiere popolare con forte presenza di immigrati. Al polso porta vari braccialetti, di filo, cuoio, perline: ogni braccialetto è un luogo che ha visitato, un paese che porta con sé come un affetto, una persona. Paesi europei, ma soprattutto il nord ed il sud del Chiapas, dove è stato tramite associazioni non governative come osservatore internazionale; il Guatemala, esplorato autonomamente girando in autobus, ancora il Messico. Nell’agosto del 2006 si è recato in Palestina: al suo ritorno abbiamo trascorso un’intera serata (e mezza nottata) a vedere fotografie, a parlare, a ritornare su certe immagini. La Palestina entra nelle nostre case con cadenza più o meno quotidiana. Siamo talmente abituati, anestetizzati dai media riguardo l’esistenza di un conflitto arabo-israeliano, da rischiare di perdere il senso di realtà su quanto succede. Ma quando a raccontare l’evidenza è un amico, qualcuno che appartiene alla nostra storia personale, un comune occidentale proprio come noi, verità ed ignoranza si fanno consistenti: immagini di carne e sangue nel nostro presente. Per mesi mi sono rimaste impresse alcune fotografie di Giangiacomo: la spazzatura di Hebron, il bambino minuscolo sotto l’occhio del mitra, le catapecchie grigie, di terra inaridita sulle colline, come le case di cartapesta di un presepe di quarant’anni fa. Insieme abbiamo provato a raccontare la sua esperienza, nel modo più lucido e ordinato possibile, così che le parole diventassero anche il mio ricordo, la parte di memoria di qualcuno che non c’era, ma vuole ascoltare, come se vedesse.  f.m.)

Ciao Giangiacomo. Per prima cosa vorrei chiederti come è maturata la decisione di un viaggio in Palestina, se è stata meditata a lungo, se hai avuto modo di parlarne con qualcuno e infine a quali enti ti sei rivolto.

Molte delle mie esperienze si radicano negli insegnamenti, l’atmosfera, le storie del mio ambito familiare. Mio nonno materno era autodidatta e partigiano. Venne in Italia dall’ex Jugoslavia nel 1947 e visse nei campi profughi per quasi due anni a La Spezia. In seguito al boom della Fiat si trasferì per lavoro a Torino, dove è morto quattro anni fa. Fin da quando ero piccolo la mia famiglia mi ha trasmesso la necessità di uno sguardo critico e possibilmente autonomo sul nostro mondo. Mio nonno da socialista vecchio stampo mi raccontava dei popoli sottomessi o dimenticati e la Palestina è sempre stata centrale, fin dai tempi della prima Intifada negli anni Ottanta. Io poi ho coltivato questo interesse, cercando di documentarmi, ma anche frequentando certi luoghi dell’associazionismo laico pistoiese. Libri per me fondamentali sono stati I bambini dell’intifada di Marisa Musu e Ennio Polito (Editori Riuniti, 1991), La rabbia del vento dell’israeliano S.Yizhar (Einaudi, 1989), Jenin. Un campo palestinese (Bompiani, 2002) del marocchino Tahar Ben Jelloun.
Dopo il Messico avevo voglia di fare un altro viaggio simile, al centro di certe realtà: e così eccola, la Palestina della mia memoria e delle mie letture. È stato anche un modo per ricordare mio nonno. Nel 2006 ho preso contatti con varie associazioni italiane che operano in Palestina (CGL, Arci di Firenze, Assopace di Padova) per ricevere più informazioni possibili. Volevo viaggiare all’interno dei territori occupati della Cisgiordania, cercando di entrare in contatto con la popolazione e con i villaggi palestinesi. Infine ho trovato l’associazione cattolica Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini che ha dato vita all’Operazione Colomba , (cfr. anche Corpo Non Violento di Pace). Aver scelto questa particolare associazione ha un significato estremamente personale: io sono ateo e mi sono ritrovato tra volontari cattolici praticanti. Quindi è stata una sorta di sfida, ma l’esperienza si è rivelata un forte collante tra di noi, capace di superare le reciproche e permanenti divergenze.
C’è stato un incontro preliminare con il responsabile del progetto ed un corso di formazione di tre giorni per volontari a breve e lungo termine che si è svolto a giugno 2006, dove abbiamo discusso la motivazione, il concetto di non-violenza, questioni storiche ed abbiamo preso parte a varie simulazioni di interposizione non violenta durante eventuali scontri. Il primo agosto sono partito dall’aeroporto di Fiumicino con la compagnia di bandiera israeliana El-Al.
Ho optato per questa compagnia perché era la più economica, ma la scelta si è rivelata nefasta :infatti questa compagnia è stata la più bersagliata dagli attentati negli anni Ottanta e dunque vige un controllo capillare fin dal check-in in territorio italiano.

Continuando su quanto hai appena raccontato, puoi dirci qualcosa sui controlli all’aeroporto in Israele e sulla diffidenza di fondo verso i volontari diretti in Palestina di cui mi parlasti al rientro?

Prima di tutto devo specificare che ufficialmente io non ero un volontario, ma un pellegrino. Questo perché durante il corso di formazione ci avevano spiegato che se non c’è il supporto di una delegazione “importante”, è vivamente sconsigliato presentarsi come singolo e volontario, se non si vuole rischiare la non ammissione come soggetto indesiderato, a causa dei controlli antiterrorismo del governo israeliano.
Per quanto mi riguarda ho avuto una particolare sfortuna: sono diventato quasi un soggetto campione dei controlli! Prima di fare il check-in, sono stato interrogato in italiano per 2 ore da due diversi addetti israeliani alla sicurezza della compagnia aerea, che mi hanno fatto le solite domande per vedere se cadevo in contraddizione. Dopo questo primo interrogatorio sono stato accompagnato in un locale dove in presenza di un poliziotto italiano armato di mitra, sono stato perquisito interamente e lasciato in mutande. Mi hanno poi chiesto di aprire il mio bagaglio per una minuziosa perquisizione. In seguito mi sono accorto che, contravvenendo alle norme internazionali, hanno loro stessi riaperto e ricontrollato i miei oggetti personali. Ugualmente, nonostante sia proibito, hanno portato il mio passaporto in una stanza diversa da quella in cui mi trovavo. Alla fine di tutto questo hanno attaccato sullo zaino e sulla mia agenda personale un bollino di colore arancione che poi ho saputo essere un segno distintivo che indica la presunta pericolosità del soggetto viaggiatore. L’arancione significa soggetto sospetto… Dopo il bollino sono stato accompagnato in bagno da un altro addetto che ha controllato addirittura la carta igienica che ho usato e che alle mie perplessità ha risposto che ciò avveniva per la mia sicurezza. Non ho fatto il check-in, ma sono stato accompagnato direttamente dal solito addetto dentro il velivolo. E sono partito! Aggiungo solo che all’aeroporto Ben Gourion di Tel Aviv i controlli sono durati 5 ore nelle quali sono stato interrogato da tre persone diverse in inglese e spagnolo (essendo il mio inglese scarso a differenza dello spagnolo), ma per lo meno non sono stato nuovamente perquisito!

Quali luoghi hai visitato? Per quanto tempo?

Sono rimasto in Palestina per trentacinque giorni complessivi. Ho trascorso i primi tre giorni a Gerusalemme Est dove ho conosciuto il resto del gruppo: eravamo in tutto quattro persone, tre uomini e una donna di età compresa tra i venticinque ai trentaquattro anni. Ho visitato diversi territori occupati… parlerò di quelli che più mi sono rimasti impressi. Il primo è senz’altro Hebron, dove si trova la presunta tomba di Rachele, attorno alla quale è stato costruito un muro. Hebron è una delle città più grandi e popolose a maggioranza arabo-palestinese. Appare subito come una città occupata: all’interno della città vecchia e del suk (il mercato), ai piani alti degli edifici sono situate le postazioni militari israeliane. La cosa che non dimenticherò sono le reti: grandi reti metalliche posizionate dai palestinesi tra una casa e l’altra nei vicoli a protezione dei passanti e delle abitazioni sottostanti. In alcune vie infatti dai piani alti delle case, tolte ai palestinesi e occupate dai coloni, come gesto di totale disprezzo vengono gettati rifiuti di ogni sorta e dimensione. Dal tampax alla lavatrice guasta. Di tutti forse questo è il gesto più disumanizzante che ho visto.
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È come dire ai palestinesi: non siete nemmeno bestie, siete spazzatura. Tutto questo sottintende inoltre una precisa volontà strategica: il mercato arabo, il cuore economico, viene spostato sempre di più verso la periferia, lasciando la città vecchia, con tutto quello che culturalmente e storicamente significa, ai coloni. A Hebron inoltre siamo stati vittime di una sassaiola di bambini israeliani, degli insulti di una colona, abbiamo assistito alle minacce subite da una bambina palestinese da un soldato per essere semplicemente uscita di casa durante il passaggio di una pattuglia. Si respira l’occupazione, la rabbia, l’assurdo dell’uomo contro l’uomo fin dall’età più innocente. Vorrei ricordare che non a caso Hamas qui è molto forte.
Sono stato anche a Haifa in Galilea, a nord. È una città industriale, la Mestre israeliana.
Ho soggiornato là durante il conflitto tra gli hezbollah libanesi e Israele. L’atmosfera era quindi surreale: strade parzialmente deserte, ogni attività interrotta, gli uffici chiusi. Durante la nostra presenza Haifa è stata raggiunta dai razzi Katiusha dal Libano ed in due occasioni siamo stati coinvolti in azioni di guerra, dovendoci nascondere e rifugiare: una volta nei sotterranei di un ufficio postale, un’altra ci siamo semplicemente sdraiati dietro un muro. Il rumore delle sirene d’allarme antimissile è sconvolgente per chi non ha mai conosciuto la guerra – se ci penso non riesco ancora a capacitarmi che questo esista. Così come il volto delle donne israeliane con noi nel rifugio. La loro paura. E allo stesso tempo l’ottusa fierezza dei cittadini israeliani, con cui ho parlato a Haifa, nell’ammettere la necessità della distruzione dell’altro per preservare lo stato, rischiando le vite dei loro stessi figli. Ho attraversato il quartiere arabo con le case bombardate. Sono stato nell’ospedale dei reduci israeliani, dove mentre venivano ricoverati i feriti, altri cantavano canzoni inneggiando all’amor di patria e all’eroismo.
Naturalmente c’è poi il passaggio obbligato per Ramallah, il muro ed il famoso check-point di Kalandia. Un episodio: una donna è stata fatta scendere da un pullman sotto il sole cocente e durante la perquisizione con il fucile puntato le è stata sollevata la gonna per vedere se aveva esplosivi. Sono stato anche nel deserto del Nagev: qui ci sono i beduini, in teoria cittadini israeliani riconosciuti, che combattono contro i palestinesi, ma nell’effettivo cittadini di serie B. Nessun finanziamento per le attività, compresa la scuola, condizioni sanitarie molto scarse, e lo scandalo dell’acqua, che qui assume connotati paradossali. Infatti i beduini non hanno provviste d’acqua che pure è presente nel sottosuolo, ma viene sottratta dallo stato israeliano. Dunque gli israeliani rubano l’acqua ad altri israeliani.

Puoi descriverci le persone e le famiglie che ti hanno ospitato, le loro condizioni di vita quotidiana, per quanto hai potuto vedere, i rapporti con te e gli altri volontari ed eventualmente qualcuno che ti è rimasto particolarmente impresso?

Ho trascorso la maggior parte del mio tempo in Palestina nel villaggio di At-Tuwani a sud-est di Hebron. Nel villaggio vivono circa centocinquanta persone, suddivise in cinque clan familiari. Provengono da stirpi di pastori di origine beduina. At-Tuwani è un luogo simbolo della situazione palestinese perché in tempi recenti a cinquecento metri è sorto un outpost israeliano, ovvero un insediamento di coloni che gradualmente si espande e viene riconosciuto dallo stato, sottraendo terra e risorse agli autoctoni. Ad At-Tuwani non esistono energia elettrica e reti fognarie: c’è solo un generatore a gasolio che fornisce energia per tre ore al giorno. Io ero ospite insieme ad altri tre volontari in una baracca presso una famiglia composta da marito, moglie e quattro figli maschi di età compresa tra uno e sei anni. Il capofamiglia Nasser ha la mia età, ha lavorato a lungo come manovale, ma dopo lo scoppio della seconda intifada non ha più ottenuto il permesso dall’autorità militare israeliana di entrare liberamente in Israele, perdendo il lavoro. Quando l’ho conosciuto io quindi faceva il pastore aiutato dai suoi bambini. È un personaggio di rilievo nella comunità: una persona estremamente consapevole ed equilibrata nonostante i limiti della sua istruzione. È stato arrestato e picchiato dall’esercito diverse volte a causa dell’opposizione all’occupazione e alla costruzione del muro. Mi preme sottolineare che in villaggi simili la resistenza non è armata, ma viene applicata la formula della resistenza passiva e della non violenza. Durante le manifestazioni, a cui partecipano tutti, i palestinesi preferiscono lasciarsi picchiare o portare via di peso che non lanciare sassi o attaccare. Tutte le sere siamo stati ospiti a cena della famiglia di Nasser: al compleanno del bimbo più piccolo abbiamo pure cantato Bella ciao… cercando di spiegare, grazie ad una volontaria che parla un po’ d’arabo, il significato della canzone per noi italiani. Noi accompagnavamo quotidianamente i pastori nel loro lavoro per garantire loro una qualche tutela: infatti spesso l’esercito impedisce l’accesso al pascolo, con la scusante della “zona militare”, mentre non è raro che i coloni sparino alle pecore o le avvelenino. A volte sparano anche ai pastori o fanno rincorrere i bambini dai cani. Questa è quella che viene definita “guerra a bassa intensità”. Nei mesi precedenti il mio arrivo anche alcuni volontari sono stati percossi: uno in particolare ha riportato gravi lesioni ad un rene. Mentre i pastori erano al pascolo noi ci sistemavamo in alto, con il ruolo di vedette, controllando i movimenti della vicina colonia. È stato durante queste giornate che abbiamo fatto la conoscenza di un personaggio singolare, di
cui preferisco non dire il nome per una sorta di rispetto per la sua condizione di rischio quotidiano, ancora più estrema di quella degli altri abitanti di At-Tuwani. Questo pastore di età indecifrabile, ma credo attorno alla quarantina, vive isolato dalla comunità, dentro ad una grotta, insieme alla moglie e ai tre figli. Ogni mattina ci portava il taboon (il pane arabo cotto su braci e sassi ardenti), i fichi, il formaggio. La sua famiglia vive di pastorizia da generazioni: nonostante le violenze subite dai coloni lui ha scelto di restare sulle colline e non trasferirsi nel villaggio, dove sarebbe più protetto, perché, come ci ha ripetuto, quella è la sua casa. Molti altri pastori invece hanno deciso di spostarsi in villaggi, città e campi profughi. I pastori vivono quasi in simbiosi con i loro animali, ne assumono le caratteristiche. Non sono fatti per la guerriglia o la ribellione. L’aggressività degli israeliani insediati in queste terre li spinge sempre più ai margini, ad abbandonare terra e mestiere, causandone la distruzione identitaria. Il 25% dei coloni appartengono a correnti religiose estremiste che vedono la riconquista della terra legittimata da dio: non è raro trovare cartelli in inglese con su scritto “Land and Redemption”. Le città o i villaggi palestinesi che entrano nel raggio di questa mappatura, perdono i loro nomi: cosicché attraverso la toponomastica si sferra un altro attacco alla sopravvivenza di una cultura. Il “mio” pastore è indimenticabile non solo per questo suo coraggio di restare, ma anche per l’umanità e la sorprendente allegria che ci ha regalato. Ho vari scatti fotografici di lui che gioca a fare il colono, imitandone le pose o l’abbigliamento… parlava arabo, però con i suoi quattro vocaboli di inglese riuscivamo a dialogare per ore, scambiandoci la lingua (l’italiano, l’arabo, l’inglese), attraverso l’ambiente attorno. Così una discussione basata sulla parola “collina” o “arbusto” o “pecora”, nei tre diversi idiomi, ci portava l’uno più vicino all’altro. Nella carrellata di straordinari “sfigati del villaggio” (considerando che lo sono tutti…), c’è poi “la famiglia dagli occhi verdi”. Questa famiglia abitava nella casa più isolata del villaggio e la più vicina all’insediamento israeliano. Il capofamiglia si chiama Yuma, anche lui ha poco più di quarant’anni. La sua casa è stata più volte oggetto di incursioni da parte dell’esercito e dei coloni: lui stesso oltre ad essere stato picchiato e minacciato frequentemente, ha subito attacchi con armi da fuoco mentre era al pascolo con il figlio di circa dieci anni, che fu ferito di striscio. Il bambino gli sta sempre attaccato, parla pochissimo – per via dello shock subito, dice il padre. Yuma a differenza degli altri personaggi di cui ho parlato è imponente, trasmette autorità, tanto che nel villaggio girano storie leggendarie che lo vedono protagonista di una rivolta contro i coloni…

Non tutti gli israeliani appoggiano il loro governo o lo subiscono in silenzio. Mi dicevi di associazioni israeliane che operano all’interno delle comunità palestinesi. Che rapporti hai avuto con loro, che impressioni? Un ricordo particolare di qualcuno?

All’interno del villaggio di At-Tuwani ho avuto modo di conoscere alcuni membri dell’associazione pacifista israeliana Ta’ayush, che collabora con l’Operazione Colomba e con la popolazione palestinesi all’interno dei territori occupati. Gli appartenenti lavorano a difesa dei diritti umani, organizzano manifestazioni contro la costruzione del muro e soprattutto fanno opera di sensibilizzazione presso la comunità palestinese, fornendo anche servizi gratuiti di assistenza legale. Tra di loro ho conosciuto Ezra, un ebreo iracheno, arrivato in Israele a metà degli anni Sessanta. Dopo aver svolto il servizio militare nei territori occupati ha iniziato a conoscere la realtà palestinese, cominciando il suo impegno di lotta e informazione. Durante la sua militanza per i diritti del popolo palestinese è stato più volte minacciato di morte ed è stato costretto ad allontanarsi dal paese per tutelarsi, vivendo per qualche tempo nell’isola di Cipro. Ezra di professione fa l’idraulico e dà lavoro a molti palestinesi. Essendo israeliano può viaggiare liberamente sulle strade, così di volta in volta si porta sul camioncino diversi palestinesi: alcuni sono veramente suoi operai, altri sono semplici cittadini che devono raggiungere i centri abitati per fare commissioni di vario tipo e che altrimenti non saprebbero come fare. Ma per i militari dei posti di blocco sono tutti suoi dipendenti… E’ stato anche in Italia e infatti mi cantava sempre brani di motivetti sanremesi! Ezra è la memoria storica vivente del conflitto arabo-palestinese nella regione di Hebron, poiché oltre a fare attivismo là da anni è l’unico israeliano ad averci comprato una baracca dove trascorre ogni momento libero dal lavoro.

So che hai partecipato a due manifestazioni. Puoi raccontarcele?

Poco dopo il mio arrivo da Gerusalemme ci siamo spostati ad Alkhader, un piccolo paese dove abbiamo preso parte alla prima manifestazione non violenta contro la costruzione del muro intorno a Gerusalemme. Qui c’è stato il primo contatto reale con il conflitto e la resistenza palestinese. Infatti la manifestazione era organizzata dal comitato cittadino palestinese ed appoggiata dalle varie realtà pro-Palestina della società israeliana (tra cui Ta’ayush e Rabbini per la Pace), e la disposizione dei manifestanti corrispondeva ad uno schema tipico che prevede i bambini in prima fila, per scoraggiare una reazione violenta dell’esercito. La manifestazione si è conclusa dopo un tragitto di nemmeno cinquecento metri: le forze di sicurezza israeliane avevano infatti sbarrato il passaggio e divelto l’impiantito della strada con i bulldozzer. Dalle retrovie dei manifestanti sono partiti alcuni sassi dopo la provocazione verbale dei militari e dalla parte opposta i lacrimogeni, ma non ci sono stati feriti. Questa è ordinaria amministrazione.
L’altro episodio è avvenuto a sud di Gerusalemme a Bilin. Questa manifestazione si ripete tutti i venerdì: il ritrovo è la mattina, all’uscita dalle moschee. L’antefatto: il venerdì precedente era stato ferito gravemente un attivista israeliano, raggiunto alla testa da un proiettile di gomma. I proiettili di gomma sono considerati proiettili antisommossa e dunque legali: ma non per questo fanno meno male. Ho visto le fotografie dell’attivista: credo che sia rimasto paralizzato. C’era quindi un clima di timore. La manifestazione non solo era, come tutte, contro la costruzione del muro, ma anche per impedire lo sradicamento di alcuni ulivi secolari che si trovano proprio dove il muro dovrebbe sorgere. Dopo meno di seicento metri dalla partenza siamo stati fermati da uno schieramento imponente di militari i quali prima ci hanno minacciato e dopo ci hanno caricato spaccando un ginocchio ad un volontario della mia associazione e ferendo altri manifestanti. Io me la sono cavata bene: ho preso solo un calcio nella schiena, mentre cercavo di portare via il mio amico. Da lì è iniziata un’accesa sassaiola con uso di fionde. Ho potuto sentire la rabbia di queste persone, per lo più bambini e giovani palestinesi, e non saprei come biasimarla. I confini tra violenza e difesa diventano molto labili in questo paese: quando si è a casa, guardando la televisione, è molto facile immaginare categorie come palestinesi-vittime, israeliani-usurpatori, palestinesi-terroristi e israeliani-pacifisti o vittime a loro volta… ma quando si è qui tutto svanisce. È comunque impressionante la differenza tra difesa e offesa: se i palestinesi tiravano sassi, l’esercito rispondeva sparando ad altezza uomo. In quel momento ho sentito solo la scarica adrenalinica: ero in una posizione privilegiata di osservatore, trovandomi dalla parte dell’esercito, vicino all’auto-ambulanza della Mezzaluna (la Croce Rossa araba) dove stavano medicando l’altro volontario. Ho riflettuto dopo, quando ero nel pullman, su quanto era accaduto, accorgendomi che stavo tremando.

Qual è per te, se c’è, il simbolo della tua esperienza in Palestina?

Sì, ce n’è uno, che mi è particolarmente caro non solo per la Palestina, ma perché come sai ho sempre lavorato con i bambini ed i minori in situazioni di disagio. È Handala, un bambino palestinese “piccolo, spelacchiato, a piedi nudi e dai vestiti rattoppati” che dà la schiena allo spettatore. Lo ha disegnato Naji al Alì, un artista palestinese, ucciso a Londra da un sicario nel 1987. Questo simbolo l’ho visto rappresentato molte volte sul muro di Ramallah, nell’atto di orinare e al check-point di Kalandia. Handala viene da una terra dove la dignità della vita è negata, ma conserva la forza irriverente ed ostinata della coscienza palestinese e umana.
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Una domanda strettamente personale: quanto ha inciso in te quest’esperienza? Hai continuato a documentarti in seguito? Pensi di tornare in Palestina?

Mi domando ancora se le cose che ho visto sono vere, se possono davvero esistere. E tuttavia mi ripeto che ne ho conosciuto solo una minima parte… Non è tanto la violenza a generare questa sorta di sentimento dell’assurdo, ma il fatto che essa sia la dimensione quotidiana: qualcosa di lontano e pressoché incomprensibile per noi occidentali. Mi sconvolge come nell’informazione globale tutto questo insieme di vite e disperazioni (palestinesi, ma anche israeliane) possa essere risolto ed allontanato nella parola “terrorismo”. Continuo a leggere tutto ciò che posso di autori palestinesi ed israeliani, vedere film, cercare notizie, ed ho mantenuto i miei contatti con Operazione Colomba. Nel futuro, anche se non so ancora quando sarò pronto, vorrei tornare in Palestina e recarmi nei campi profughi della striscia di Gaza, la più grande prigione a cielo aperto attualmente esistente.

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15 Responses to L’uomo comune: viaggio in Palestina

  1. mariagrazia il 1 marzo 2008 alle 12:31

    sono senza parole… niente di tutto questo mi è nuovo, sono cose che si conoscono dalla televisione e dai giornali, ed è vero che alla fine ci si assuefà a tutto, e c’è bisogno ogni tanto, ogni giorno, di imparare a vederle da un’altra prospettiva, per scuotersi dal torpore.

  2. The O.C. il 1 marzo 2008 alle 14:01

    Le cose raccontate da chi le ha viste, di persona, hanno sempre un valore di verità. Verità relativa, ma pur sempre verità.

    Ma se non ci fosse stata “l’ottusa fierezza” di cui parla a un certo punto l’autore oggi gli israeliani sarebbero stati ributtati a mare, pacifisti compresi.

    E se il bollino arancione l’avessero introdotto sui boeing della liberale america qualche anno fa, avremmo evitato anche quello che sappiamo.

    Detto questo, pubblicate altre pagine come queste perché ce n’è bisogno. Valgono mille poesie e carteggi tra nostrani intellettuali.

    Ma aggiungiamo anche altri punti di vista, please. Non solo quello dei bimbetti che agitano le bandierine di Hamas, che davvero, davvero quelle sono scene che fanno soffrire.

    E magari, oltre alla Palestina, parliamo anche del Kosovo e del Darfur.

  3. The O.C. il 1 marzo 2008 alle 14:02

    pardon, l’autrice.

  4. francesca matteoni il 1 marzo 2008 alle 15:44

    Credo che sia importante riportare la testimonianza di chi c’è stato – che sia Palestina, Ruanda, Cambogia o le periferie nostrane, i nostri quotidiani mali invisibili. Credo anche che “parlare” in questo senso sia compito non solo di scrittori o intellettuali (che pure sono fondamentali), ma di ognuno, indipendentemente dalla sua occupazione e dai suoi mezzi. Basta che il punto di partenza sia la voglia di comprendere, non di imporre o di sbrodolare teorie più o meno intelligenti. Si educa tutti, non alcune categorie di persone ed altre no, la responsabilità di “tutto” è di “tutti”, come scriveva Don Milani.
    Per mio conto ho solo scritto le parole di un caro amico, a cui va la mia riconoscenza.

  5. Gena il 1 marzo 2008 alle 20:41

    Quanto vediamo in televione è soltanto l’ombra della realtà, un grazie a Francesca.

  6. Lorenzo Galbiati il 2 marzo 2008 alle 22:24

    Nel frattempo il viceministro Vilnai dice alla radio dell’esercito israeliano che Israele si sta prodigando per procurare ai palestinesi la loro Shoah più grande («Yamitu al azmam shoah gdolah yoter»). Ma il suo portavoce si è poi premurato di precisare che “il Vice ministro della Difesa ha usato il termine nel senso di catastrofe”, e che “egli non voleva fare alcuna allusione al genocidio”. Si stanno solo difendendo in modo proporzionato,come ha detto Olmert, dai razzi palestinesi, che hanno fatto una vittima, la prima dal maggio scorso. Nella proporzione è compresa l’uccisione di ragazzini che giocavano a calcio e di un neonato.
    http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2008-02-29T102014Z_01_CIA935897_RTRIDST_0_OITTP-ISRAELE-GAZA-20MORTI-PUNTO.XML

  7. The O.C. il 3 marzo 2008 alle 13:28

    Il Tg1 continua a descrivere Israele come uno stato schizofrenico che, senza una ragione apparente, o al massimo per qualche missiletto (che sarà mai), uccide donne e bambini. Ma nessuno spiega il perché delle operazioni nella striscia di Gaza. Non si tratta semplicemente di ripulire i territori dalle Brigate Al Qassam. Bisogna guardare le cose da un altro punto di vista. Il problema non è (solo) Hamas.

    Lo scorso dicembre, nel suo ultimo messaggio alla Umma, Osama Bin Laden (o chi ne fa le veci) aveva chiesto alla carovana jihadista che combatte in Iraq di trasferirsi a Gaza, sfruttando il canale aperto con l’Egitto. La pressione a cui sono sottoposti i jihadisti in Iraq, e l’aver perso l’appoggio dei militanti sunniti, deve aver convinto i vertici di Al Quaeda a cercare nuovi lidi, come hanno sempre fatto da qualche decennio a questa parte. Come ha mostrato il giudice francese Bruguiere, oggi la carovana del terrore è attiva soprattutto in Nord Africa ed è da lì che i terroristi sono passati a Gaza, sperando nel favore di Hamas (speriamo anche che i dirigenti di Hamas finiscano per capire, come hanno fatto i sunniti irakeni, che schierarsi con Al Quaeda equivale a un suicidio politico).

    Oggi al Quaeda sfrutta il caos che regna a Gaza e il progressivo radicalizzarsi dell’opinione pubblica palestinese, dopo che Bin Laden si è tranquillamente lavato le mani della questione palestinese, di cui non gli è mai fregato alcunché. Non lo dico io, ma il presidente palestinese Mahmoud Abbas in una intervista al quotidiano al-Hayat.

    L’autoproclamato capo dello Stato Islamico dell’Iraq, (l’attore?) Abu Omar al- Baghdadi, ha descritto Israele come “il germe satanico che ha infettato il corpo della Umma e che va estirpato”. Il giorno dopo questa dichiarazione, la cellula di Gaza denominata Fatah al-Islam ha definito la questione palestinese come “la battaglia centrale per il jihad globale”. In questa chiave vanno letti gli attacchi missilistici nel sud di Israele, le bombe contro lo Young Men’s Christian Association e l’omicidio del libraio cristiano di Gaza.

    Fino a quando l’Europa, e all’interno dell’Europa la sinistra europea, non comprenderanno che non dobbiamo rinunciare alla battaglia contro il totalitarismo (para)religioso di Al Quaeda, e che di conseguenza serve un intervento umanitario e l’uso della forza (sotto cappello Onu/Nato), lasceremo campo libero alla destra israeliana e ai fanatici religiosi di un colore e dell’altro.

  8. diego il 3 marzo 2008 alle 13:46

    O.C. (cosa sarebbe di grazia, l’Organization Consul di Von Salomon?).
    La colpa è sempre di qualcun altro, specie se non si conosce.
    Il “presidente palestinese” Abbas è da tempo presidente di sé stesso e basta, non dirmi che non lo sapevi eh.
    “In questa chiave vanno letti gli attacchi missilistici nel sud di Israele”, bella la tua chiave interpretativa, peccato che questi “attacchi missilistici” di cui parli siano in realtà lanci a casaccio di qassam (ma lo sai com’è fatto un qassam?) che in otto anni hanno fatto la metà delle vittime di quello che il tuo caro esercito ha fatto l’altro ieri in una sola giornata.
    Mio povero stronzo anonimo.

  9. The O.C. il 3 marzo 2008 alle 14:39

    Sempre elegantissimo questo dieguito. Salutiamo.

  10. georgia il 3 marzo 2008 alle 15:18

    Il Tg1 continua a descrivere Israele come uno stato schizofrenico che, senza una ragione apparente, o al massimo per qualche missiletto (che sarà mai), uccide donne e bambini

    GEO
    il tg1????!!!!???? vuoi dire claudio pagliara?
    quello che saltella di gioia quando parla di morti palestinesi?
    boh, sta a vedere che pagliara appare diverso in ogni casa ;-)

  11. The O.C. il 4 marzo 2008 alle 12:13

    Già, proprio il Tg1.

  12. The O.C. il 4 marzo 2008 alle 12:14

    A proposito, ieri avevo dimenticato di invitare dieguito al grandioso sucaparty che organizziamo quest’estate in spiaggia.

  13. sebastian il 4 marzo 2008 alle 17:38

    A quanto dicono (http://www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_6fa15480bfaf0f899707e7e556584751.html) un razzo qassam, per quanto tecnologicamente rozzo almeno nelle prime versioni, concede da 8 a 30 secondi per trovare un rifugio sicuro a partire dal momento in cui viene segnalato dalla sirena di allarme. Con i missili Grad, che pare siano prodotti in Iran e contrabbandati a Gaza, aumenta la gittata e diminuisce il tempo a disposizione per mettersi al sicuro.

  14. georgia il 4 marzo 2008 alle 19:37

    io al tg1 non ho sentito niente del genere … isterico mi sembra pagliara :-)
    Ad ogni modo a dire che i ministri israeliani hanno reazioni isteriche è lo stesso Amos Oz ad averlo detto in una ntervista :-)
    Amos Oz: “Serve coraggio ora Israele tratti con Hamas”, La repubblica, 13 febbraio 2008, p 17

  15. andrea branco il 5 marzo 2008 alle 10:00

    toh, un concittadino.
    detto questo, l’intervista è intensa. densa. una bella testimonianza. sembra, comunque, molto più “sincera” di molte delle cose che si leggono intorno a questo conflitto. mi dispone a dargli fiducia. tutto qua.
    grazie a chi ha fatto le domande, ed a chi ha risposto.



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