Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)

3 marzo 2008
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Qualche giorno fa, in una conversazione con Sergio Bologna gli ho chiesto se avesse visto il film documentario di Ascanio Celestini, Parole sante. E gli ho anche detto che secondo me lo si poteva considerare per una serie di motivi che proverò a formulare, la traduzione in immagine, in movimento di molte delle riflessioni che hanno animato quella straordinaria scuola di pensiero politico e sociale che è stata l’operaismo, e per certi versi determinate analisi del mondo attuale scaturite da quelle tesi. Insomma, gli ho detto: ” Sergio, devi assolutamente vedere Parole Sante“.

La mia tesi è che Ascanio Celestini, tra tutti gli autori che in Italia si sono occupati di lavoro precario- e a loro va comunque riconosciuto il merito di essersi rivolti a quei cambiamenti- è riuscito a “raccontare” più che semplicemente descrivere o croniquer le mille trappole del lavoro precario e lo ha fatto da una prospettiva distante anni luce dal miserabilismo e dalla compiacente mortificazione delle persone asservite all’ideologia del “posto fisso” secondo una logica e visione dei sindacati “attuali” in Italia. La storia di Parole sante, del resto, non è una storia di parole, ma di esperienze. E per osservare un’esperienza bisogna mettere le facce di chi l’esperienza la fa, soprattutto sulla propria pelle. E non smette di sorridere nemmeno quando è nel pieno della battaglia.

Innanzitutto cos’è l’operaismo?
Scrive Mario Tronti*

“E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.

Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.

E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.

Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.

Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.

L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.

Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse.

E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società.

La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?
E’ di questo che dobbiamo discutere.
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione – delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.

So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del comunismo.

– continua / à suivre con
Scritti sul lavoro, in corso di Claudio Franchi, seconda parte
Santissime parole . Note sul lavoro di Ascanio Celestini, di Francesco Forlani terza parte

* dal testo in rete, della conferenza tenuta al convegno internazionale “Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory”, Londra 8-10 dicembre 2006.

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4 Responses to Le santissime parole di Ascanio Celestini (prima parte)

  1. véronique vergé il 3 marzo 2008 alle 12:40

    Spero vedere il documentario a Amiens. L’anno scorso ho visto L’uomo flessibile ma ho dimenticato il regista. Il mondo operaio, non lo conosco, ma conosco bene e arrivo immaginare il mondo delle cassiere: il gesto sempre lo stesso, i clienti in fila, i volti che si mescolano, i codici a barra con il click che imprigiona il pensiero, le voce, la merce, la merce.
    Penso alla fatica del corpo e soprattutto dell’anima.

  2. The O.C. il 3 marzo 2008 alle 14:37

    Resurrection.

  3. effeffe il 3 marzo 2008 alle 18:24

    ma se è ancora quaresima!!
    effeffe
    ps
    o almeno così mi ha detto Andrea Inglese

  4. Mauro Baldrati il 4 marzo 2008 alle 09:57

    Bello l’intervento di Tronti, anche se corre veloce. C’è molta storia in queste frasi, anni di riflessioni, di lotte. Ricordo che Tronti è di solito identificato come “l’inventore” dell’operaismo, una scuola di pensiero comunista che prese forma coi “Quaderni Rossi”, la rivista fondata nei primi anni Sessanta da Raniero Panzieri (e da Tronti). La grande migrazione dal Sud vero il Nord industriale (un milione e mezzo di persone a partire dalla fine degli anni 50) e la ristrutturazione capitalistica pose al centro della ricerca la questione operaia, il conflitto aperto e continuo col lavoro capitalistico, in un periodo storico in cui alla Fiat si istituivano reparti lager dove confinare gli operai sindacalizzati, e il governo Tambroni (sostenuto dall’MSI) faceva sparare sugli operai causando dodici morti. Si affermava l’esigenza di portare avanti una “conricerca” (termine inventato in quel periodo, utilizzato anche oggi) sul lavoro, le condizioni di vita degli operai, e soprattutto sul rapporto con l’innovazione tecnologica, che non rappresentava un alleggerimento delle condizioni di lavoro, ma al contrario era la causa della massima alienazione possibile, in quanto l’uso capitalistico delle macchine tagliava fuori, di fatto, il lavoro umano; di qui la riflessione sul “rifiuto” del lavoro, ripresa nell’intervento qui sopra, inteso non come auspicio alla disoccupazione, ovviamente, ma una riappropriazione della tecnologia, un uso socialista della macchina. Oggi possono sembrare parola vuote, invece sarebbero importanti se usate come rilfessione storica per tentare di rispondere alla domanda: “esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?” Cioè, è ancora possibile applicare la metrica marxista e operaista ai cambiamento sociali, economici, politici imposti dal nuovo capitalismo globale?



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