Un mutamento di clima – 1

6 marzo 2008
Pubblicato da

di Tiziana de Novellis

Come medico, ho sentito la necessità di dare un piccolo contributo al dibattito sui temi di bioetica, nel tentativo di chiarirne alcuni degli aspetti tecnici, oltre che sociali e umani. Questo scritto, a causa della complessità delle tematiche affrontate, non pretende né di esaurirne gli aspetti scientifici né di dare risposte univoche o risolutrici. TdN

“Solo il fanatismo, che come sempre nasce da un’intenzione apparentemente buona, può far credere che i medici di Napoli non siano persone perbene ma stregoni sadici, allegri assassini di nascituri. Il signor giudice, mandando la polizia in sala operatoria, ha trasformato un luogo di lenimento della sofferenza in un quadro di Bosch. E alla fine invece di mostrare il presunto orrore della professione medica, ha mostrato tutta l’asfissia di un’altra professione, della sua professione.” Francesco Merlo, “La crudeltà dell’ideologia”, la Repubblica, 13 febbraio 2008.

Riconsiderando alcune delle recenti vicende politiche del nostro paese, a cominciare dall’abbandono del dibattito parlamentare sulla normativa che avrebbe dovuto regolare le unioni di fatto, il rifiuto delle cure, la procreazione assistita fino alla recente messa in discussione della legge che regola l’aborto volontario e terapeutico, è evidente che l’ingerenza pressoché quotidiana delle gerarchie ecclesiastiche nella vita politica dello Stato risulta essere più efficace del dibattito politico stesso. Ciò che è in gioco, oggi, è la sopravvivenza del confronto democratico intorno a quei temi cosiddetti “eticamente sensibili”, a cui si contrappongono alcune “idee” sempre più radicate come “articoli di fede”. I continui precetti enunciati dalle gerarchie vaticane – capaci tra l’altro di escludere qualunque forma di dibattito anche interno allo stesso mondo cattolico – tendono a totalizzare i poteri modificando il clima politico e sociale e il flusso di opinioni “contrastanti”. Ma soprattutto modificano i rapporti tra Stato e Chiesa, determinando un clima di vera e propria aggressione sociale, capace di culminare in episodi di “violenza di Stato” come quello di Napoli.

Probabilmente in nessun’altra epoca si sono manifestate opinioni tanto diverse su questioni cruciali riguardanti la vita umana, questioni emerse tra l’altro grazie all’evolversi del progresso scientifico e degli strumenti che la scienza ha messo a nostra disposizione per affrontarli. Il dibattito che ne è scaturito è il frutto del libero confronto di opinioni contrastanti, tipico di una moderna democrazia. A parte qualunque tipo di considerazione, personale e non, sul contenuto delle “moratorie per la vita” messe in atto da una certa politica, il clima diffuso di consenso sociale, politico, istituzionale e religioso che ruota intorno ai temi di bioetica, marginalizza, fino ad abolirli, i diritti e le libertà individuali. Qui non mi occuperò di questo. I fatti che ho in mente sono diffusamente conosciuti, eppure c’è oggi in Italia chi, spesso con successo, tenta di proibirne la discussione e pretende di trattarli come se fossero ciò che non sono, vale a dire “verità rivelate”. E dal momento che tali “verità” concernono problemi di immediata rilevanza umana e sociale, è in gioco molto di più che la tensione fra due modi diversi di vedere una realtà comune. È questa stessa realtà a essere messa in gioco, e ciò costituisce un problema politico di prim’ordine per il nostro paese, che ne condiziona il mutamento di clima.

Testamento biologico

Oggi, in Italia, le proposte sul testamento biologico attendono di essere unificate e discusse in Commissione Sanità. Un’inerzia che a molti appare intollerabile. Tra l’altro, l’elevato numero di proposte presentate conferma la scarsa conoscenza della materia da parte della classe politica, ma, per alcuni, questa potrebbe essere una scelta per rendere impossibile l’elaborazione di un testo da portare in Parlamento: una sorta di preostruzionismo. Lo scenario fino a oggi è quello del paziente terminale lasciato solo con il suo medico, in balìa degli eventi. Com’è possibile che un momento tanto drammatico come quello della fine della vita venga scaricato sulle spalle del medico? Nel nostro paese il dibattito sui temi di bioetica è stato a lungo dimenticato, e questo per svariati motivi. Prima di tutto per la resistenza degli ambienti confessionali, ma anche per un ritardo e disinteresse sia di molti medici che di una parte consistente della classe politica, non disgiunto dall’incapacità di capire l’impatto che l’avanzamento della medicina ha e può avere nella società e nella cultura contemporanee. Oggi, dopo il clamore sollevato dal caso Welby, la problematica è esplosa, ma non è stato favorito un dibattito serio – per il quale sono necessarie informazioni “tecniche” specifiche – per affrontare tematiche tanto delicate. In questo scenario è facile confondere le idee all’“opinione pubblica”, mandando in stallo ogni tentativo di soluzione giuridica. E anche su questo il caso Welby è paradigmatico.

Prima di tutto, entrando nel merito del problema, è necessario chiarire la differenza tra “desistenza terapeutica” ed “eutanasia”, differenza grandissima e misconosciuta, anche fra gli stessi medici. La desistenza – vale a dire la limitazione, o la pianificazione, o l’interruzione, così come il non inizio, di una terapia destinata a un malato terminale – è praticata da tutti, medici e pazienti. Ma non ha nulla a che fare con l’eutanasia. L’eutanasia è una scelta “attiva”, diretta a somministrare una sostanza farmacologica ad un paziente con il fine di provocarne, intenzionalmente ed istantaneamente, la morte attraverso l’interruzione dell’attività cardiaca e/o respiratoria. (Senza dubbio l’eutanasia è una scelta difficilissima non solo per il paziente e per la sua famiglia, ma anche per il medico, e probabilmente solo una fermissima convinzione sul diritto di autodeterminazione della persona, può convincere un medico – che di consueto “protegge la vita” – a praticarla.)

Il testamento biologico è un documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico anche quando non si è in grado di comunicarla. Nel testo proposto da alcune associazioni – Exit Italia, Libera Uscita e Fondazione Veronesi – si afferma: “il mio diritto, in caso di malattia, di scegliere tra le diverse possibilità di cura disponibili e al caso anche di rifiutarle tutte, nel rispetto dei miei principi… anche nell’ipotesi in cui in futuro mi accada di perdere la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni ai miei medici curanti sulle scelte da fare riguardo ad una malattia.” E ancora: “Premesso il valore della vita e la dignità della Persona, considero prive di valore e lesive della mia dignità di persona tutte le situazioni in cui non fossi capace di un’esistenza razionale e/o fossi impossibilitato da una malattia irreversibile a condurre una vita di relazioni; e quindi considero non dignitose tutte le situazioni in cui le cure mediche non avessero altro scopo che quello di un mero prolungamento della vita vegetativa. Perciò, dato che in tali circostanze la vita sarebbe per me molto peggiore della morte, voglio che tutti i trattamenti destinati a protrarla siano sospesi o cessati. Considero egualmente non accettabili, in quanto anch’esse peggiori della morte e in contrasto con il mio concetto di valore della vita e dignità della persona umana, situazioni in cui malattie senza prospettive di guarigione siano inutilmente prolungate attraverso cure e metodi artificiali.” Di seguito vengono indicate le disposizioni generali per attuarlo, nelle quali si rifiutano quei “provvedimenti di sostegno vitale” (ad esempio la rianimazione cardiopolmonare, la ventilazione assistita, l’alimentazione artificiale, etc.) “qualora il loro risultato fosse, a giudizio di due medici, dei quali uno specialista: il prolungamento del mio morire, il mantenimento di uno stato d’incoscienza permanente, il mantenimento di uno stato di demenza, la totale paralisi con incapacità a comunicare.” Infine, tra le disposizioni particolari del testamento: “Nella prospettiva, inoltre, di un’auspicata depenalizzazione, anche nel nostro paese, dell’eutanasia, nel caso in cui anche la sospensione di ogni trattamento terapeutico non determini la morte, chiedo che mi sia praticato il trattamento eutanasico, nel modo che sarà ritenuto più opportuno per la conclusione serena della mia esistenza.”

L’obiezione più spesso sostenuta contro una legge sul testamento biologico è che potrebbe ledere il diritto alla vita, visto che introduce il diritto alla morte. Tale obiezione viene spesso sostenuta da chi confonde i propri princìpi di natura etico-religiosa, peraltro rispettabilissimi, con il diritto giuridico. Una legge sul testamento biologico permette semplicemente l’estensione del diritto costituzionale al rifiuto dei trattamenti sanitari anche quando viene meno la capacità d’intendere e di volere. Rimane però un diritto che spetta alla singola persona e, considerando che un diritto non è un dovere, chi non desidera esercitarlo non è certo costretto a farlo. Ma, allo stesso tempo, il mio legittimo diritto a rifiutare l’esercizio di un mio diritto non può tramutarsi nella negazione del diritto di altri di esercitarlo per sé stessi. In base a questo principio, apparentemente complicato, ma in realtà molto semplice, sono state emesse le sentenze sui casi Englaro e Riccio-Welby. (La sentenza che dichiara il “non luogo a procedere” nei confronti del medico Mario Riccio – che sedò Piergiorgio Welby per poi staccare la spina del respiratore meccanico che lo teneva artificialmente in vita e per questo motivo venne indagato per “omicidio consenziente” – riconosce il diritto del malato, grazie agli articoli 13 e 32, secondo comma, della Costituzione, di rifiutare le terapie o la prosecuzione di terapie non più volute anche quando questa interruzione possa determinare la morte del malato stesso e stabilisce che “il fatto non costituisce reato” per il dottor Riccio ai sensi dell’articolo 51 del codice penale sull’adempimento di un dovere).

Per ciò che riguarda le giustificazioni “etiche” alla base di una legge sul testamento biologico, a differenza del diritto giuridico, il problema rimane aperto. Per alcuni, in particolare per chi fa riferimento a una confessione religiosa (ma non solo), l’individuo non può autodeterminarsi come desidera. O almeno può farlo fino a un certo limite. In bioetica una tale limitazione viene applicata alla riproduzione, alla sessualità, all’inizio o alla fine di vita. Per altri, invece, il concetto di autodeterminazione non può essere limitato in nessun campo, fino a quando, ovviamente, non leda la libertà di altri. E questo principio è valido per il testamento biologico: interrompendo una terapia alla quale sono sottoposto, non impedisco a un’altra persona di proseguirla. L’esistenza di una legge sul testamento biologico permetterebbe a ciascuno di esercitare il proprio diritto, mentre la mancanza di tale legge limita i diritti di una parte di cittadini.

L’orientamento del Vaticano sul testamento biologico è “di cautela fino all’ostilità” – dichiarazione di monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della Vita – e rifiuta sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico. Sulla legge Sgreccia dichiara: “Noi non possiamo accettare il principio di autodeterminazione. Bisogna ricordare che la vita non è proprietà del singolo, il malato ha la stessa dignità della persona sana e nessuno può sapere, quando sta bene, quale sarà la sua volontà al momento della morte.” Ma anche sul versante politico l’orientamento è quantomeno “prudente”, visto che: “il programma del Partito Democratico non parla di testamento biologico”, come riferisce il 21 febbraio la senatrice Paola Binetti a margine di un convegno sui tumori all’Università Cattolica di Roma, “parla senz’altro della possibilità di una persona di esprimere il senso delle proprie scelte, come recita l’art. 32 della Costituzione, parla inoltre del no all’accanimento terapeutico come recita il codice deontologico dei medici”. La senatrice sottolinea ancora: “Il programma esclude quindi i trattamenti estremi, ma nulla dice sul valore dell’idratazione e della nutrizione che noi abbiamo sempre considerato trattamenti ordinari e non estremi”.

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19 Responses to Un mutamento di clima – 1

  1. lorenzo galbiati il 6 marzo 2008 alle 11:15

    Se

    “Bisogna ricordare che la vita non è proprietà del singolo”

    è ipocrisia ogni dichiarazione contraria all’accanimento terapeutico, come ha dimostrato il caso Welby, che era un caso di interruzione della cura, che peraltro non era una vera cura, era un prolungamento della malattia.

    Quindi la Chiesa può ben dire di essere contraria all’accanimento terapeutico, ma i fatti smentiscono queste dichiarazioni.

    Finché la Chiesa non dichiara apertamente che il malato può richiedere la sospensione della terapia, al massimo si può dire che la Chiesa sia contraria solo a CERTE forme di accanimento terapeutico.

  2. valter binaghi il 6 marzo 2008 alle 13:37

    Ma perchè vi preoccupate della Chiesa?
    Voi progressisti del bisturi e della provetta avete Università, editoria cultura al novanta per cento: preoccupatevi di convincere gli italiani.
    Sono loro che poi votano.

  3. k. rowe il 6 marzo 2008 alle 13:53

    ‘Voi progressisti del bisturi e della provetta avete Università, editoria cultura al novanta per cento’

    binaghi, lo speech writer del berlusca.

  4. valter binaghi il 6 marzo 2008 alle 20:56

    L’insulto anonimo (per me questo lo è), fa il paio con la ricerca del Colpevole Istituzionale per mascherare la propria incapacità a persuadere l’opinione pubblica: codardia e paraculaggine + vittimismo congenito di una sinistra piagnona. Voi siete degni di Berlusconi: se non ci foste vi avrebbe inventati.

  5. alanina il 6 marzo 2008 alle 22:04

    a me il tono dell’articolo sembra serio e piuttosto equilibrato.

    “potrebbe ledere il diritto alla vita, visto che introduce il diritto alla morte”

    chiedo per sapere: se non ricordo male, il suicidio è stato depenalizzato ormai da parecchi anni, no?
    in questo caso il diritto alla morte in qualche modo sarebbe già introdotto, o no?

    forse rimane invece il problema (giuridico e anche etico) dell’intervento di una persona esterna, sia pure su un soggetto consenziente?

  6. Lorenzo Galbiati il 7 marzo 2008 alle 01:19

    “L’insulto anonimo (per me questo lo è), fa il paio con la ricerca del
    Colpevole Istituzionale per mascherare la propria incapacità a persuadere l’opinione pubblica: codardia e paraculaggine + vittimismo congenito di una sinistra piagnona. Voi siete degni…”

    Binaghi, per chi è quel voi?

    Voi a chi?

    Se vuoi insultare chi è di sinistra senza distinzioni, fai pure, ti squalifichi da solo – come accade sempre più spesso, del resto.
    Possibile che con te non si riesca a fare un discorso serio, basato sui fatti, e non sulle tue distorsioni della realtà?

    Come si fa a scrivere:
    “Voi progressisti del bisturi e della provetta avete Università, editoria cultura al novanta per cento: preoccupatevi di convincere gli italiani.
    Sono loro che poi votano.” ?

    Ma dove vivi?!

    Chi ha in mano l’editoria?
    Per esempio, la Mondadori e la RCS?
    I progressisti della sinistra? Bertinotti? O che so, per stare nel laicismo, i radicali?

    E chi ha in mano i media che contano di più:
    La Rai, Mediaset, La7?
    Chi ?
    Dove sono in questi media gli anticlericali professionisti del bisturi che criticano la Chiesa, o per esempio la presenza del Papa alla Sapienza?

    E le Università, chi le ha in mano? (Le ha in mano qualcuno?)

    Ha ragione l’anonimo a farti il verso a Berlusconi, è lui quello che da anni va in giro a dire che la giustizia, i giornali, la cultura, la scuola e l’Università, e ovviamente le tivù

    (bontà sua, lui ne possiede solo 3, e una volta al governo ne controllerà solo altre tre: in totale solo le 6 più viste e più condizionanti le opinioni degli italiani, ma… vuoi mettere con i mezzi potenti della sinistra piagnona?)

    sono in mano a “uno stato parallelo della sinistra”.

    C’è stata anche una interrogazione parlamentare a suo tempo, alla ministra Moratti, di un senatore che chiedeva lumi sulla scuola, se vi fosse una specie di carboneria segreta, uno stato parallelo nel quale prestano giuramento tutti i docenti, che sono ovviamente di sinistra in quanto docenti…

    Se non fosse che docente sei pure tu, e quindi, a meno che denunci l’esistenza di questo stato parallelo da cui sei escluso facend nomi e cognomi e organigramma… oppure sei la prova vivente di quanto siano grottesche le tue affermazioni ANCHE nel campo della scuola.

  7. Tiziana il 7 marzo 2008 alle 09:09

    @alanina
    “Piergiorgio Welby aveva tutto il diritto di chiedere l’interruzione della ventilazione artificiale che lo teneva in vita e il medico anestesista Mario Riccio, che lo sedò per poi staccare il respiratore meccanico, aveva il dovere di assecondare la volontà del malato. Con questa motivazione, il gup del tribunale di Roma, Zaira Secchi ha ordinato il “non luogo a procedere” nei confronti di Riccio, indagato per “omicidio del consenziente” perché il fatto non costituisce reato ai sensi dell’articolo 51 del codice penale” sull’adempimento di un dovere”.
    Dalla sentenza che assolve il dr Riccio, si evince che, non una persona esterna, ma un medico ha “il dovere di assecondare la volontà del paziente”.

  8. ines il 7 marzo 2008 alle 10:53

    ringrazio Tiziana per questo articolo serio su un tema di cui si avverte tutta la necessità e l’urgenza, però, è vero che da un’osservazione marginale di alanina, mi scuso, ma non posso fare a meno di estrarne delle altre, e considerare come alcune legislazioni, dalle cui aberrazioni, per una volta tanto siamo esenti, non si facciano alcuno scrupolo a somministrare iniezioni letali, con tanto di assistenza del boia, se a scopo punitivo, e dimostrino di avere remore sull’iniezione di assoluzione (dal dolore) – ovviamente fisico, ma appunto, alanina, stavo proprio pensando, mi hai tolto le parole di bocca, a quanti depressi cronici vorrebbero firmare le medesime dichiarazioni, e invece la morte sia uno sporco affare che debbono sbrigarsi da soli, spesso obbligati a gesti plateali, perché anche il dolore incurabile, non fisico, non possa essere assistito un giorno serenamente. ma mi scuso so che sono O.T., solo riflettevo ad alta voce

  9. Marta il 7 marzo 2008 alle 12:17

    tiziana, grazie di avermi chiarito il punto.

    ines: sei off topic, ma anche no.

    sarebbe un’ottima cosa, secondo me, e questo mi pare tenti di fare tiziana, esplorare con coerenza e ragionevolezza le conseguenze logiche di assunti – anche diversi – un pezzo alla volta: questo articolo porta il nr 1, e la cosa mi fa piacere.

  10. valter binaghi il 7 marzo 2008 alle 13:52

    Galbiati, niente Carboneria.
    E niente confusioni tra proprietà e gestione culturale.
    Se non ti accorgi che la cultura di una sinistra (purtroppo sempre più aliena dal mondo del lavoro e identificata a un progressismo radical chic) è egemone praticamente su tutti i media, sei tu che vivi in un mondo a parte.

  11. Andrea Raos il 7 marzo 2008 alle 14:23

    la seconda (e ultima) parte esce martedì prossimo.

  12. Tiziana il 7 marzo 2008 alle 15:52

    @ines
    “…a quanti depressi cronici vorrebbero firmare le medesime dichiarazioni, e invece la morte sia uno sporco affare che debbono sbrigarsi da soli, spesso obbligati a gesti plateali, perché anche il dolore incurabile, non fisico, non possa essere assistito un giorno serenamente.”
    Cara Ines, questo è un tema delicatissimo, per svariati motivi. Primo tra tutti la drammatica diffusione della malattia psichica, che coinvolge tanti di noi, almeno qui in Occidente (società del “benessere”).
    Su questo punto vorrei esprimere parole “chiare”.
    La depressione è una malattia come altre (come il diabete o l’ipertensione, ecc.) e, come altre – se non di più – produce sofferenze grandissime. Ma la depressione non è una malattia incurabile. Per la depressione esistono, oggi, nuove ed efficaci terapie farmacologiche alle quali può essere associata con successo la psicoterapia. (Il più grande errore commesso da molti medici di base è proprio il non intervento terapeutico). è ovvio, poi, che un certo grado di disagio permane, ma è possibile ottenere una discreta ripresa del “tono dell’umore”.
    Sarebbe un errore gravissimo, considerare il depresso un malato terminale.

  13. giuliomozzi il 7 marzo 2008 alle 16:45
  14. lorenzo galbiati il 7 marzo 2008 alle 16:49

    Binaghi,
    “Se non ti accorgi che la cultura di una sinistra (purtroppo sempre più aliena dal mondo del lavoro e identificata a un progressismo radical chic) è egemone praticamente su tutti i media, sei tu che vivi in un mondo a parte.”
    io al massimo mi accorgo che, in effetti, per chi ha una visione religiosa integralista tutto quel che è altro è cultura di sinistra radical chic, che ha il potere, come dire, mistico?, di avere in mano la gestione anche di ciò che è di proprietà della destra.

  15. luminamenti il 7 marzo 2008 alle 18:06

    Non penso che tutti coloro che aderiscono a una confessione religiosa o si definiscono credenti la pensino come una parte delle gerarchie vaticane. Sappiamo che nella pratica molti cattolici si comportano e credano diversamente dalle gerarchie vaticane.
    Personalmente condivido le posizioni del professore Veronesi, che definisco un laico non anti-clericale.
    Spero che presto si faccia questo testamento biologico e spero di non dover più assistere ad agonie come quelle di Welby. Mi preoccupa molto l’idea che compito del medico debba essere proteggere la vita! Un medico dovrebbe curare e guarire. Certo, attraverso queste due pratiche si protegge anche la vita. Ma la vita, proprio perchè non la riduco a un fatto esclusivamente biologico, non può essere misurata sulla pelle di chi la vive come materia da difendere in quanto biologica. Quello che voglio dire, è che proprio il diritto all’autoderminazione individuale si configura come la visione più alta, sacra e religiosa della vita. Ognuno di noi misura cos’è vita, la propria vita ovviamente, sulla base di parametri che sono assolutamente individuali, personali e insindacabili proprio perchè la vita rimane misteriosa, inspiegabile. E in determinate condizioni è comprensibile desiderare morire! Inoltre la tecnologia medica si configura spesso come accanimento terapeutico, che di terapeutico non ha nulla, perché se consideriamo la vita di welby, quella difficilmente la si può considerare vita e sopratutto non era per lui più vita e quindi era giusto rispettare il suo desiderio di morire. Io non vedo nessun conflitto etico, l’etica è molto chiara e non la si può confondere con posizioni arroganti e di dominio sulla vita. Nominare Dio come difensore della vita è una bestemmia! Dio è solo un opinione e fede rispettabile, ma che non può essere imposto né alle persone, né ai medici non credenti.
    E anche per chi crede in Dio, è difficile facendo un analisi razionale, attribuire a Dio questo potere sulla vita degli altri. Non c’è nulla nei vangeli, ad esempio, che giustifichi una tale posizione. Purtroppo il nome di Dio oramai viene usato come la leva di archimede. Se Dio fosse quello che molti ingenuamente credono , certamente avrebbe lasciato messaggi chiari e limpidi su tante questioni etiche contemporanee. Ma Dio non è una persona! E la questioni etiche si risolvono con il rispetto della libertà e con un po’ di buon senso!

  16. Lorenzo Galbiati il 7 marzo 2008 alle 19:23

    @Tiziana,
    “Dalla sentenza che assolve il dr Riccio, si evince che, non una persona esterna, ma un medico ha “il dovere di assecondare la volontà del paziente”

    Questo però dovrebbe significare che i medici dell’ospedale in cui era ricoverato Welby non hanno fatto il loro dovere.
    Eppure non mi pare siano stati in qualche modo ammoniti.
    Quindi credo che la questione sia più complessa, concretamente, da quanto si evince dalla sentenza.
    Si può dire che
    1. c’è un vuoto legislativo in materia?
    2. che un altro medico che faccia quel che ha fatto Riccio rischi un processo simile al suo?
    3. che un medico può rifiutarsi di interrompere o sospendere la terapia, in casi ANALOGHI a quello di Welby, senza ricorrere in nessuna sanzione? E in casi DIVERSI da quello di Welby qual è la prospettiva?

  17. Tiziana il 7 marzo 2008 alle 19:34

    @lorenzo
    proprio per i tre punti da te citati, è necessaria una legge. Il silenzio delle istituzioni, nonostante la Costituzione, lascia medici e malati nel “limbo” dell’incertezza.
    @luminamenti
    sono convinta che il tuo punto di vista è condiviso fra tanti cattolici. Peccato che resti inascoltato dalle alte “sfere”.

  18. valter binaghi il 7 marzo 2008 alle 21:12

    Io vorrei vivere in un paese dove invece di preoccuparsi di zittire questo o quello (perchè ha troppo potere mediatico), si elaborassero argomenti efficaci per persuadere o, se non se ne trovano, ci si ponessero seri dubbi sulla tesi sostenuta. Un paese di filosofi? Ma anche no.

  19. CAPSICUM il 8 marzo 2008 alle 00:58

    informazione tecnica, confermo, è quello che manca e che viene tenuto nascosto il più possibile da chi ha tutto l’interesse a fare confusione nelle teste della gente, a sfruttare il terrore primordiale di essere uccisi a tradimento, mentre si è indifesi, ammalati. Ma perché nessuno rompe questo muro? perché la morte fa paura e della morte non si vuole parlare, alla morte non si vuole pensare. Neppure in punto di morte.



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