Sei autrici per margini, frontiere – anteprima Sud 11

8 marzo 2008
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Maria Grazia Calandrone

Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo
a fiorire, come
se inclinasse una chioma innaturale
verso un mondo che non vagliava
le cavità del mondo (…)

Alessandra D’Agostino

dieci mattoni
uno sopra l’altro
stucco a farcire (…)

Giovanna Frene

«Il nervo scoperto della nostra virtù: la vita
separata in due frammenti incoincidenti,
la dignità del mondo attraversata
come una scorciatoia» (…)

Florinda Fusco

conto le ossa adesso che sei quasi vicino

dietro il vetro la mano spinge non arriva

il corpo piegato a ricamare un bosco con gli spilli (…)

Marina Pizzi

appunti di sorpassi da questo indietro
da questo corriere dei piccoli permanenti
vedere il mondo da indici di fagotti
comunque la perdita senza la fronte querula
starsene d’angolo in gola alla forca(…)

Laura Pugno

allatta
una scimmia cucciolo
dalla pelliccia d’oro,
trova a terra
il corpo di una scimmia grande
scuoiato (…)

Sei autrici per margini, frontiere – anteprima Sud 11

Maria Grazia Calandrone

Contro l’esilio
a M. B.

Il ciliegio quell’anno aveva un male nel corpo
a fiorire, come
se inclinasse una chioma innaturale
verso un mondo che non vagliava
le cavità del mondo. Le donne
si stringevano fasce intorno ai lombi
vaporanti nell’alba meschina
e perle
serene sulla fronte, simili
a beccate fugaci
di migratori, cose che al sole
svaniscono: una disfunzione, un singhiozzo
appena percettibile di tutta la terra
che dorme sotto il velo
di ginestre precoci, sotto le ali.

Abitazioni estese lungo i fiumi, euforia chimica
dai comignoli neri. L’industria colma di olio
verdognolo le arterie. Le voci di Giovanna
fanno silenzio
mentre tocca il fiore con le mani
e sta come
la carne denudata nei tabernacoli.
Sul nero sanguinante
di quel corpo ricade
il nevischio del volto
e una profezia di rami in fiore.

Lui ha saltato la rete – eppure quella notte
non si vedeva a un passo.
Dopo diverse ore di cammino
ha bussato alla casa dell’infanzia
diceva solo mamma non è niente
diceva mamma sono solo
stanco, solo stanco.

Alessandra D’Agostino

da Fuori serie

9
dieci mattoni
uno sopra l’altro
stucco a farcire

12
l’orlo dei tuoi denti bianchi
aperti, spalancati
mentre sopra parli, ridi, vieni

13
appoggio indeciso
estremità che corre in alto
rifiutata dalla sicura base
più scura in ombra

23
la linea rossa giù in fondo che ti fermi a guardarla,
fermando il passo sulla sabbia fresca del presera.
Foto al tramonto di due anni fa.

8401

Bordi di cucito con sangue scuro

Non vuoi smettere

Non vuoi sentire

Giovanna Frene

Tre poesie

«Il nervo scoperto della nostra virtù: la vita
separata in due frammenti incoincidenti,
la dignità del mondo attraversata
come una scorciatoia»

*

questo vetro alitato in una sola direzione che presto
un colpo inferto dall’opposto infrangerà
come un cielo stellato
come aprirlo anche un solo momento
senza che si rompa il diaframma salvifico?

non perché si è nelle cose
si vive

ma per i segni del piombo

*

Li abbiamo perduti come luoghi-altri
smarriti il soggetto dei sogni notturni non è
che la notte ventre ampio dell’immemore oculare
lì risiedono le vitree assenze della superficie come pavimento
alla cavità mentale tale è il luccichio del mosaico
minimale che Ravenna somiglia alla colorata
fanghiglia dell’illusione molle collettiva
ma l’astrazione singolare rigidamente innesca
la mente verso metafore orlando di nero i bordi
delle unghie a forza di scavare nella memoria una storia
inesistente niente più altro esiste del presente se resiste
all’impatto della notte
sventrato pavimento dell’assenza

Florinda Fusco

da La signora con l’ermellino

0.1

conto le ossa adesso che sei quasi vicino

dietro il vetro la mano spinge non arriva

il corpo piegato a ricamare un bosco con gli spilli

equilibrio a non pungersi

crescono rughe sulla pelle come radici, alberi

decapito passo passo le mie dita

la mia lingua l’altra lingua

coperta di muschio
fino alla gola

0.2

mettetemi un cielo nell’ombelico e vi donerò tutto il mio sonno

le ossa intrecciate di fili di ferro il peso della carne

premuto sulla terra i capelli cresciuti di spilli

osservate il corpo steso i suoi impercettibili movimenti il piede lieve di aria

non aprirò la mia bocca di cemento

per dirvi

tornate più tardi, è sempre troppo presto

0.3

mi dissero che i morti assistono alle cerimonie

arrivano in punto sono sempre alle spalle

le donne hanno grandi cappelli e lunghi guanti blu

portano collane di grani bianchi intangibili come rosari

non si avverte il loro passo lieve

non si sente il loro non odore tra gli invitati

non si vede il loro piede scalzo sul marmo

i morti camminano sulla terra

si mischiano tra i capelli

scivolano lungo il collo, tra le
costole, nelle vene, fino alle unghie del piede

il giorno si posano sulla patina dei piatti

o nel fondo dei bicchieri

in silenzio li beviamo

Marina Pizzi

da Declini

3.
appunti di sorpassi da questo indietro
da questo corriere dei piccoli permanenti
vedere il mondo da indici di fagotti
comunque la perdita senza la fronte querula
starsene d’angolo in gola alla forca
4.
un agguato e l’eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l’abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore
5.
la noia è la crosta del visibile
il grembiulino afono del gregge
apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette
per perdere un po’ di noia
per scardinare le pozze del sangue
per farne aureole vivaci
6.
una gerenza d’ascia questo boccone salso
in crudo dorso rispettare il vento
venuto su un livello di vendetta

9.
un salottino di primi maghi quando si giocava
e il vandalo elevato alla potenza era ben lontano
e lo sfasciacarrozze del sangue era ben lontano
in un manipolo di cespugli si giocava
alla costanza del trenino all’acqua magica,
con la penuria del dopo l’avvento di costringere
frasette di commiato la stasi darsena
seguita dall’attesa in frode d’ascia.
10.
e poi svolò l’aureola nel pozzo
quale pianto di nenia a far di fato
questo percosso schema della casa
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia
l’autunno nodo che ti prende il fiato.

Laura Pugno

amazonas
un ambiente

allatta
una scimmia cucciolo
dalla pelliccia d’oro,
trova a terra
il corpo di una scimmia grande
scuoiato

senti che si muove come foglie o
passi sulle foglie
ha i seni fuori –

un nastro di uccelli fa moebius
in alto e nel grigio –

poi mastica parola-cerbottana,
uccide
la scimmia
lo guardi
disteso su un intreccio
che trasportano sollevano da terra

quelli che compaiono-scompaiono,
che abitano la mente,
non-contattati

non visto,
così è che lo vedi
per la prima volta
da un intreccio

di rami e foglie contenenti acqua
larghe, carnose-
cave
masticano a lungo la parola
la carne di scimmia prima
di metterla in bocca

ti troveranno,
se cercano,
se entrano tagliando
non può durare,
sono
sparsi e
accerchiati,
nel folto
lungo l’acqua fangosa
mescolata con corpi,
con foglie

di nuovo perdi i sensi
e sei portato
via perché ti salvino
con questa profonda

capacità di scomparire

Nota – al margine
di
Marca Giovenale

Da tempo leggo / sento il lavoro delle autrici qui presentate. È la ragione che mi ha fatto chiedere a ciascuna di loro di misurarsi con un elemento che vedo (ma che fin qui non avevo ancora giudicato) costante nel loro percorso: frontiere, confini, margini. E la mia familiarità con i loro stili è stata – anche stavolta e come sempre – sfidata e felicemente spiazzata dai testi, alcuni inattesi, e dalla prontezza e sensibilità – nelle scelte e pagine – con cui hanno filtrato il suggerimento o meglio la suggestione offerta. L’idea, il tema musicale insomma.

Dalla polifonia su margini e frontiere per «Sud» – dalle voci di Maria Grazia Calandrone, Alessandra D’Agostino, Giovanna Frene, Florinda Fusco, Marina Pizzi, Laura Pugno – è percettibile una sorta di suono risultante, che non è però somma, o intonazione facile.

È semmai il suono della materia, di materie macerie, delle distonie che tuttavia si specchiano ed entrano in parola; è così la precisione della scocca positiva delle cose, del loro urto e frastaglio, chiamate nei versi, nella scriminatura fra bianco e scritto, fra taciuto e visto, in metro, tabulazioni, enjambements, tagli, rime, a-capo. Le cose chiamate esistono – doppie (per il sé/altro). È costante il dialogo in cui si dispongono con il loro proprio margine, che batte dando eco: ogni oggetto parla dal margine che esso stesso è a sé, che forma, accresce, affina.

La terra che «dorme sotto il velo» delle ginestre, di Maria Grazia Calandrone; le «cose che al sole / svaniscono». Poi la presenza umana, quindi il dolore: di chi bussa «alla casa dell’infanzia», nella stanchezza. Il tocco tutt’altro che semplicemente decadente del fiore/tabernacolo/carne. È poi il margine proprio oggettuale, secco e iperdefinito, delle presenze nei testi brevi di Alessandra D’Agostino: «mattoni», «stucco», «bordi di cucito con sangue scuro», una scolpita «sabbia fresca del presera». La memoria, non nominata, nomina.

In Giovanna Frene è la vita ad essere (ed essere detta) «separata in due frammenti incoincidenti». Non è pura tradizione di Novecento. Lo sguardo che il linguaggio di Frene cristallizza è tutto interno e diffratto nell’ambiguitas delle singole scelte lessicali, dei rapporti sottilissimi e complessi dell’architettura sintattica.

Florinda Fusco convoca «il peso della carne», la costante presenza del corpo. Ma anche dei «morti» che sono «sempre alle spalle» e «arrivano in punto»: ecco: i rappresentanti per antonomasia dell’assenza presenziano a ogni microrito dei presunti veri presenti, dei vivi, dei parlanti. I morti «scivolano lungo il collo», non sono ectoplasmi, ma altra materia, differenza. Si fanno realtà nei bicchieri: li beviamo. (Quasi – diresti – li vediamo).

Marina Pizzi vede invece la condanna delle cose e dei testimoni «in gola alla forca»: sono inchiodati nel male. In un non dimenticabile (e necessario-fuggevole) flickering tra «asilo» ed «esilio». (Come del resto è proprio l’esilio a risultare centrale nella poesia di Calandrone: fin dal titolo). Pizzi – nel momento in cui alla violenza delle ombre opache delle cose rivolge attenzione – non ne dimentica il tedio, l’accumulo, la vertigine di malinconia: «la noia è la crosta del visibile». (Forse: l’idea di un accumulo di nomi come accumulo di nemici è, delle sue poesie, la firma connotante, riconoscibile). In Laura Pugno «un nastro di uccelli fa moebius»: il confine, il margine, tutto materico anche qui, è però rovesciato su sé, giocato per piani di crisi, di vicenda inafferrabile. C’è allora paradosso (fondatore, in realtà, dell’idea di margine, limite): ci sono entità che «masticano a lungo la parola / la carne di scimmia prima / di metterla in bocca»: come un nastro di Moebius non ha inizio e fine né un sopra e un sotto, ma entrambi e nessuno, così la parola-carne è (paradossalmente appunto) masticata «prima» che sia messa in bocca. Letteralmente: (im)possibile. È il proprium della mente paesaggio. (Il nostro confine interno).

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16 Responses to Sei autrici per margini, frontiere – anteprima Sud 11

  1. antonia sparzani il 8 marzo 2008 alle 10:51

    bravissima, cara Francesca, a postare queste poesie, c’est à dire, n’est-ce-pas, aujourd’hui tout le monde est femme….

  2. véronique vergé il 8 marzo 2008 alle 11:15

    Grazie a effeffe che ha sempre il gesto delicato. Per celebrare la giornata della donna ha trovato la più bell’idea che sia: dare voce alla diversità femminile in poesia. Ho una leggera preferenza per Laura Pugno , Florinda Fusco e Marina Pizzi, ma amo anche le altre poesie che dicono la bellezza e la forza del mondo.
    Non voglio insistere, ma ne approfitto per chiedere a effeffe si “Sud” è proposta alla Tour de Babel ormai dirretamente. E’ una “revue” che mi interessa da lungo e non voglio ordinare con Internet. Perché non presentare Sud con qualche esemplare nella libreria parigina?

  3. una poesia di Florinda Fusco « vertigine il 8 marzo 2008 alle 11:16

    […] da La signora con l’ermellino […]

  4. francesca forlani il 8 marzo 2008 alle 11:58

    @ verò
    normalmente, c’è da fortunato, alla tour de babel, e comunque grazie per le belle parole
    effeffa

  5. maria v il 8 marzo 2008 alle 15:36

    anch’io ringrazio effeffe per il dono e marco per le sue note degne di “nota” e le poetesse italiane qui presenti che ci fanno onore, in particolare florinda fusco, di cui mi sono occupata anch’io e ricordo che si può scaricare il libro delle madonne scure qui
    http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article873

    e poi, se non abuso troppo della pazienza del furlen, anch’io mi unisco alla festa della donna e della poesia a modo mio , oggi su

    http://www.absolutepoetry.org

    saluti a tuttE

  6. sabrina il 8 marzo 2008 alle 18:38

    Bellissime liriche, tutte di mio gusto.
    In particolare quella di Florinda Fusco, mi ha attratta di un incanto sottile, così leggera e così densa.

    Ottima lettura in un giorno di parole scontate.
    Grazie

  7. véronique vergé il 8 marzo 2008 alle 19:11

    effeffe, grazie per la risposta. Vado a ordinare il prossimo (Sud 11), mi regalo in anticipo;
    Maria, grazie. E’ una poesia straordinaria, di una violenza…
    Entra nell’anima con uno lampo.
    Un bell’omaggio alle donne che pagano il prezzo della libertà di pensiero e del coraggio.

    Buona serata!

  8. Molesini il 8 marzo 2008 alle 19:48

    E’ migliorata la Frene!

  9. Molesini il 9 marzo 2008 alle 02:56

    Ops! Faccio ammenda: per quanto il mio commento non fosse in nulla malizioso, anzi, ho letto Frene pensando a Marmo.
    Strano “lapsus”, in realtà ho solo molto apprezzato i testi proposti, ecco, bon.

  10. maria v il 9 marzo 2008 alle 09:20

    saluto véronique e silvia e vorrei aggiungere due parole – prime impressioni su queste poesie della fusco:
    l’immagine -frontiera della 02 la trovo meravigliosa, sarà suggestione, ma per me, e in poesia non ne ho trovate tante, rappresenta un’ecografia, anzi di più, perché non ci fa solo vedere il feto, ma sembra di sentirlo scalciare con quel suo appena percettibile movimento di “piede lieve d’aria”.
    senza parole. grazie

  11. Marc_ il 9 marzo 2008 alle 12:58

    grazie per i commenti. e ovviamente grazie alle autrici per i testi, e a Francesc_ per il post.

    per favorire una lettura del testo di Florinda nella sua formattazione e tabulazione effettiva, ho pensato di mettere in rete questo file pdf.

  12. […] by mg on March 9, 2008 In occasione dell’8 marzo, Francesco Forlani ha anticipato su Nazione Indiana i testi di sei autrici che compariranno su “Sud” n.11 (dedicato al tema della […]

  13. wilamowitz il 9 marzo 2008 alle 13:50

    Di questi testi, piuttosto ordinari e declinanti quasi tutti verso una disperata ricerca di originalità espressiva, uno solo mi sembra degno di attenzione: quello di Florinda Fusco. Complimenti all’autrice

  14. francesca forlani il 9 marzo 2008 alle 15:04

    grazie Marc
    effeff

  15. véronique vergé il 9 marzo 2008 alle 18:17

    L’analisa di Maria dice la bellezza del gesto in aria, grazia viva.
    Sono poesie di qualità, ho stampato per leggere.
    Trovo molto bella anche la vista del ciliego, il ritorno del figlio (Maria Grazia Calendrone)
    Laura Pugno mi tocca per la frontiera scura del corpo umano/animale, il prolungamento nella natura.
    Florinda Fusco: sono in ammirazione per la lingua sacra. Si vede nell’anima “le donne con grandi capelli e lunghi guanti blu” come spiriti venuti del mare, ucelli, segni femminili dell’altro tempo.
    Per dire che ogni poesia di questo post crea una risonanza visiva e corporale.

  16. Marina Pizzi il 10 marzo 2008 alle 07:58

    grazie infinite a Francesco Forlani e a Marco Giovenale



indiani