L’anima mia è morta per colpa tua

10 marzo 2008
Pubblicato da

lanimamia.jpg 

di Alessio Arena

Siamo come l’erba dei tetti,
Che secca prima di crescere.

(Salmo.129)

Scivola quel jeans, ma che donna sei,
battiti nel cuore, non l’avevi fatto mai.

(Raffaello -il cantante)

Dopo mangiato ho preso il numero di Enzo il farmacista per chiedergli il fatto del test.
Sì, sì, non ti preoccupare, ha detto lui, con quella voce che sembra che sta pregando, non ti preoccupare, sei uscita incinta.
Io mi sono messa un poco vergogna perché non sapevo cosa dire, perché non parlavo e non mi era caduto il telefono dalle mani come succede a una che è uscita incinta dentro a Biutiful, per esempio, o dentro a Un posto al sole.
Forse ho detto: no e chi si preoccupa ? E ho aperto il cassetto che sta sotto al tavolino del telefono per prendere carta e penna.
– Come si chiama il marito della Dottoressa Nadia ?
– Che c’azzecca mo ?
– Vedo se sta sopra all’elenco.
– Ma quello è uno pisicchiatrico, nenné.
– Uh Gesù, allora ci dico che mi deve aiutare a non far nascere a un altro pazzo.
– Tu non stai bene.
– E voi sì, la verità, cu’ cchesta voce ‘e vecchia ‘nzallanuta.
– …

Mi volevo sfogare con qualcuno, ma è caduta la linea.
Quando poso il quadernone dove Peppe si scrive i risultati del Fantacalcio faccio cadere la scatola nuova dei ferreroroscé che ci ha comprato alla fidanzata per San Valentino.
Domani è San Valentino. La festa dei baciperugina.
Non lo so perché Peppe ha scelto quella scatola e no un cuscino a cuore blu con le stelle, o l’orsacchiotto con la scritta di ti amo sopra allo stomaco. Forse quelli là stavano tutti nella vetrina dell’esposizione, forse non ce n’era rimasto nemmeno uno nel deposito dove Peppino ogni tanto si ruba qualcosa quando fa il turno di sera.
La fidanzata ha fatto il culo di una negra da quando lui ha preso il posto nel bar dell’arioporto.
Domani è San Valentino, la festa degli innamorati, di Peppe e Maria dentro alla grotta di Betlemme che aspettano che nasce Gesù e i re Magi ci portano a mezzo bar dell’arioporto.
Non mi ero nemmeno accorta che avevo aperto la scatola quando tenevo in bocca già due o tre ferreroroscé; ne ho aperto un altro, e poi un altro, pure se il rumore di quella carta dorata mi fa salire una cosa in testa.
Allora uno me lo mangio senza togliere la carta, ci tolgo solo il velo marroncino da sotto, e inizio a masticare piano piano come fanno i cani quando non sono sicuri se quello che c’hanno in bocca c’entra con la fame oppure non c’azzecca niente.
Mi sento tagliare dentro alla gola tutta quella cosa dorata, e allora, in quel momento, per la prima volta, mi sono immaginata a mio figlio.
Stava lì, piccolo piccolo come la noce che sta dentro al biscotto, con tutta quella schifezza di cioccolata attorno e il poco di luce che ci fa la carta che è rimasta.
Un ferreroroscè nel giorno di San Valentino che nessuno se lo caca.
– Non mi portare dallo pisicchiatrico, bastarda – mi ha detto.

Io allora mi sono alzata da terra al soggiorno dove mi stavo gelando e stavo prendendo sonno, ho fatto una corsa nel bagno, ho preso lo spazzolino di mio padre, e me lo sono messa dentro alla gola per farmi salire il vomito.
E’ salito tutto quello che volevo, e ho tirato il riscarico.

Stanotte fa un bucchino di freddo.
Sono andata fuori al balcone per vedere che ora è. L’orologio della cucina si è fermato da due giorni. Ho comprato pure le pile, ma quel bucchino di orologio sta troppo in alto, devo prendere lo scaletto, e ci ho provato prima, ma appena salgo mi gira la testa, mi metto paura.
Poi si è tirata la corrente e sono andata fuori al balcone per vedere se era il contatore oppure no.
Non ci sta un’anima, nel cavone ogni tanto passa un motorino veloce, qualcuno dei ragazzi di Poppella che vanno a portare i cornetti, oppure qualche macchina che sbanda quelle tre quattro volte prima di arrivare al San Gennaro dei Poveri, che significa prima di rimettersi in viaggio per un altro ospedale, visto che là pure se ci vai con un dito rotto si fanno le croci e girano le spalle.
Se c’è una cosa che sanno fare è togliere i proiettili. Su quello sono specialisti, non si perdono di coraggio di fronte a mani, braccia, gambe o teste sparate.
Ma dentro al quartiere è normale, perché uno davanti all’abitudine si fa maestro.
Dietro al San Gennaro ci sta un parcheggio dove la notte mia madre andava a parlare con il Dottore Nasullo, ci andava il giovedì e il sabato quando lui stava di turno, e si metteva ore e ore dentro alla macchina del dottore che era una Ford qualcosa, troppo bella, blu metallizzata.
Io non me n’ero mai accorta di questa cosa, quando usciva mi pensavo che stava andando nel basso di Tonino Sciarostòn a giocare a tombola, e mi pensavo che era un periodo proprio fortunato per lei, perché si ritirava sempre con un sacco di regali, un sacco di cose della casa che Sciarostòn si arriffava per la giocata finale.
Invece fu proprio quel ricchione di merda a dire a mio padre che mamma si teneva a uno.

– Quello che non si fa non si viene a sapere – diceva mio padre ogni sera.
E lui non parlava mai. Apriva la bocca solo per criticare la bolletta che Peppe si giocava la domenica, ci guardava prima a noi femmine e poi a lui ci diceva – Tu il pallone non sai nemmeno dove sta di casa, si vede che non sei figlio a me.
Io e Peppe a mio padre ci vogliamo bene pure se non è nostro padre, e non solo perché a quello prima di lui lo abbiamo visto sì e no una volta.
Mia madre invece si teneva a uno, sì, e noi purtroppo non tenevamo il tempo di renderci conto che stava buona malata, e che ci restava poco tempo.
Il Dottore Nasullo ci fece pure l’operazione, e poi mio padre stava fuori al reparto e lo voleva sparare, ma non successe niente, io non mi ricordo niente, mi ricordo un sacco di gente dentro alla casa di Materdei che piangevano attorno al letto, e Peppe chiuso dentro al bagno che non voleva farci entrare a nessuno.

Se stava qui stanotte mia madre sicuro stava affacciata con me fuori al balcone della stanzetta, anche se lei questa casa non l’ha mai conosciuta.
Da qui si vede un pezzo del ponte della Sanità, quell’albero grande dei giardinetti dei caduti in guerra, quello tutto spennato, e poi tutto il cavone fino alla piazzetta San Vincenzo, dove sta la chiesa, e Lello il parrucchiere.
Stanotte ci sta la Signora Mancuso che fuma affacciata alla finestra, con il petto appoggiato sopra al davanzale. E’ enorme quella femmina, deve pesare cento chili, quando si va a fare i capelli da Lello ci danno un’altra sedia, senza braccioli, ma lei non se ne fa proprio, si mette pure le gonne, si compra le calze da Intimissimi giù ai Vergini.
– Uè Erika, pure tu non tieni la luce ?
– No, e manco una sigaretta…
– Chi t’ho ffà fa, Erika, togliti il vizio tu che sei ancora ‘na creatura.
– Fossero tutti i vizi come a chistu ccà…
– Non ti credere, Erika, prendi a mia figlia Valentina: non si è arresa nemmeno quando era incinta, e vedi mò che ha fatto un figlio che me pare ‘nu suricillo.

Mamma mia. Questa canzone viene a me, penso.
E penso a una comitiva di sorici vicino ai piedi miei che non sanno dove andare.

– Vado a vedere se tengo delle candele.
– Cià, bella.

All’improvviso mi viene da piangere. Non lo so se è per il fatto che sono uscita incinta e non ho saputo nemmeno vedere io da sola, forse perché stanotte pare che non ci sta nessuno, non ci sta niente, non si vede un cazzo, e ho fatto cadere il barattolo del caffé dalla mensoletta della cucina, è caduto con un rumore fortissimo, un rumore che mi ha fatto salire una cosa in testa.
Finalmente ho trovato la candela e quando l’ho accesa è rimasto l’unico suricillo che non si è messo a paura del fuoco.
E’ salito sopra al tavolo, e ha cominciato a cantare la canzone di Raffaello, quella che si sentiva dalla finestra della figlia di Mancuso.
– Ma lo sai io a chi sono figlio ? – mi ha detto.
– Tu non sei figlio a nessuno. Tu già sei morto.
-All’anema ‘e chitemmuorto! – ha detto, e l’ho visto zompare da qualche parte.
Pare che l’ho sentito piangere, come piangono i topi.
– Chitemmuorto, chitemmuorto!…

Poi non lo so come ho fatto, ma mi sono addormentata con la testa sopra al tavolo e mi sono sognata a mio padre dentro al letto della casa di Materdei.

– Papà – ci ho detto io – Ma che stai facendo solo tu qua ? Non hai capito che ce ne siamo andati ? Ci siamo trasferiti.
– E che fa ? Vieni pure tu, mettiti qua vicino, tanto tua madre diceva che non prendeva mai sonno dentro a questo letto, non ci voleva mai venire.
– Ma no, papà, una notte ci siamo svegliate davvero con delle cose addosso – ci ho detto – Certi topi così piccoli.
– E dimmi una cosa a papà, pure io quando sto addosso a te sono come…
Non ce la faceva a parlare, doveva chiudere gli occhi.
Io non ho detto niente. Ho fatto la tosse. Poi lui si è alzato cogli occhi chiusi e ha cominciato a camminare con la sua gamba finta che ogni volta mi sembra uno di quelli che vanno fino a sotto l’altare della Madonna dell’Arco la settimana di Pasqua, ma a lui la grazia non ci interessa e ha camminato fino alla finestra della cucina, quella dove stava il coso con la frutta finta, e ha aperto e ha fatto piazza pulita, che la gente che stava sotto abbaiavano come i cani per la frutta che cadeva e poi se lo sono mangiati senza dire niente quando è caduto lui, con la testa aperta sopra al marciapiede di Michele il salumiere.

Mi sono svegliata che mi stavano buttando la porta a terra, c’avevano il dito sopra al campanello e con una mano facevano bum bum sopra alla mascatura.
Era ancora notte, forse era notte da poco, stavano le persiane tutte aperte, la corrente era arrivata e ci stava la televisione del soggiorno accesa con la televendita dei materassi o della batteria per la cucina.
– Ma chi è ?
– Polizia. – hanno detto dall’altro lato.
Io ho visto che c’avevo il trucco scambiato in faccia ma ho aperto subito.
– Sta qui Troise Vittorio?
– No, sta al cimitero.
– Ma come al cimitero?
– Al Sant’Alessio, – ho detto – Cioè ma vende i fiori, oggi faceva prima perché domani è festa e non ci sta il ragazzo che lo aiuta con la bancarella… cioè ma che è successo, qualche cosa ?
– Voi chi siete? – disse – … Tu.
Erano due, uno con le lentiggini in faccia, l’altro con le schiocche rosse, sembrava un cafone.
– Sono la figlia, però faccio Scappaticcio di cognome.
– E Perché ? – il cafone era proprio un pesce pigliato con la botta.
– Gesù, e perché secondo te ? Comunque è mio padre, che è successo, che ha fatto ?
– Ci hai chiamato tu, no? Te le mette ancora le mani addosso?
Io mi sono stata muta, mi è salita una cosa in testa.
A quest’ora venite ?

69 Responses to L’anima mia è morta per colpa tua

  1. E. il 10 marzo 2008 alle 07:41

    eppure ci sarà un motivo,che l’alfabeto comincia per A, che l’acqua, l’aria, l’arte e pure l’ammore, sono tutte cose indispensabili per la vita, e tu ti chiami a. a.

  2. imma il 10 marzo 2008 alle 08:57

    A quest’ora venite ?

    Srupendo.

  3. E. il 10 marzo 2008 alle 09:22

    Davvero bello! Complimenti

  4. dario il 10 marzo 2008 alle 10:52

    io credo tu non abbia fatto alcun lavoro eccezionale sulla “lingua”,a te viene estremamente naturale, ed è semplicemente perfetto.

  5. krauspenhaar il 10 marzo 2008 alle 11:04

    Ringrazio Francesca Matteoni che mi ha dato il contatto con il giovane Alessio Arena, che lei ha conosciuto a “Esordire” a Cuneo, che mi ha mandato questo racconto.

  6. tashtego il 10 marzo 2008 alle 12:00

    effettivamente.

  7. Marta Vicentini il 10 marzo 2008 alle 12:14

    Come farò a mangiare ancora Ferrero rocher!
    Mi emoziona questo racconto, e l’immagine è stupenda!

  8. Plessus il 10 marzo 2008 alle 12:26

    Molte cose sono salite in testa all’autore, esemplarmente espresse.
    Complimenti davvero.

  9. Lostfilled il 10 marzo 2008 alle 12:30

    In realtà vogliono tutti quella canzone!

  10. luca il 10 marzo 2008 alle 12:37

    l’immagine è piccola!!!

  11. Cristinella il 10 marzo 2008 alle 13:07

    Bravo Alessio, mi commuovi sempre.

  12. Maria Clara il 10 marzo 2008 alle 13:16

    Spiegami come fai a essere sempre così TU in tutto quello che scrivi, sei tu pure quando non sei tu che parli..maledetto…ti odio quando ti fai amare così tanto!

  13. sparz il 10 marzo 2008 alle 13:19

    allora bisogna ringraziare Alessio, Francesca e Franz, sì, molto bello.

  14. sabrina il 10 marzo 2008 alle 13:32

    Un racconto bellissimo.

  15. rosella il 10 marzo 2008 alle 14:03

    un buon racconto, sarebbe stato perfetto senza “- E dimmi una cosa a papà, pure io quando sto addosso a te sono come…
    Non ce la faceva a parlare, doveva chiudere gli occhi.”, secondo me, che non funziona tanto bene.
    sarebbe stato più forte con quell’efficace finale, intendo, ma senza il pezzo di prima che spiega: la sorpresa sarebbe arrivata come un urto nello stomaco.
    bravo alessio.

  16. jacopo galimberti il 10 marzo 2008 alle 14:05

    Sono d’accordo.

  17. jacopo galimberti il 10 marzo 2008 alle 14:12

    sperimentalismo linguistico e drammi familiari mi fanno pensare al Faulkener di “the sound and the fury”, ma forse non c’entra.

  18. Albertoboss il 10 marzo 2008 alle 14:45

    E’ sperimentalismo, si. Ma c’ha una base fondata. A me mi danno fastidio i nuovi scrittori napoletani piccolo-borghesi che si inventano la lingua.

  19. Canea il 10 marzo 2008 alle 15:28

    mi accodo ad albertoboss perché sento una forzatura e un’estraneità nella costruzione della lingua da-popolo-napoletano che mi sembra fastidiosissima. E in più la torsione di questo idioma verso i ritmi scorrevoli del parlato e del fumettistico sono retorici – ripetuti migliaia di volte. Che cosa esce da questo frammento narrativo? Non mi pare che la voce narrante acquisisca una tale forza tridimensionale da imprimersi oltre le pagine. Le atmosfere e la città sono solo macchie, impressioni per lo più sfocate, altre volte l’uso di un linguaggio espressionistico (fa un bucchino di freddo) sgonfia anziché rafforzare la costruzione delle immagini.
    Mi sembra un fumetto, fatto di stereotipi umani e linguistici, dove lo spirito del tempo è evocato sotto forma di res della nostra contemporaneità (fantacalcio – ferrero roché) senza che però ci si solleva mai da una mera descrizione para-giornalistica

  20. Giuseppe Iannozzi il 10 marzo 2008 alle 15:43

    A me mi fa pensare a una cavolata stratosferica.

    Giusto per:

    mo —> mò

    E questo non era un esperimento linguistico dell’autore, solo un refuso, mettiamola così.

  21. l.r. carrino il 10 marzo 2008 alle 16:34

    bravo arena. mi sei piaciuto assai. contento di trovarti segnalato su questo bel portale.

    però… sperimentalismo? :) signori, scusate, ma quale sperimentalismo? :) siamo nel 2008, e non nel ’55.
    certe ‘voli’ della lingua sono patrimonio comune ormai…
    chissà cosa ne pensa – per dirne uno dei ns giorni – De Silvia, di questo ‘sperimentalismo’.
    il testo è godibilissimo, qualche imprecisione nella trascrizione del dialetto. anche se – se dio vuole – i monosillabi li possiamo pure lasciare senza accento (mo — mò; c’è minimum fax che alla parrella lo corregge con mo’, per me filologicamente sbagliato —> ossia, mò sta per “adesso”, non per “momento” — men che meno per “modo”…:)

    Saluti a tutti.

  22. A. il 10 marzo 2008 alle 17:12

    L’ho sempre pensato che chi crede di saper scrivere, poi alla fine non sa leggere.
    A me piace molto, ma io i libri li compro non li scrivo.

  23. Ersilia il 10 marzo 2008 alle 17:20

    Bello.

  24. metello il 10 marzo 2008 alle 17:25

    emmò, stinnapoletani che si credono? che siccome c’hanno na specie d’ argot di essere tutti quanti dei céline? che lo citano sempre e dovunque che magari si mischia su i quattro atomi rimasti dal ’61?
    scherzi a parte la parlata napoletana è davvero bella e l’uso del vernacolo in letteratura fa sempre colpo, ma deve avere un’uguale corrispettivo stilistico nella lingua madre, vedi che so, gadda, o il fin troppo citato di cui sopra, e allora si, può essere sperimentale, o anche semplicemente innovativa, se no, secondo me stanca.

  25. Alice il 10 marzo 2008 alle 18:34

    _Ma che significa che l’uso del vernacolo in letteratura deve avere un uguale corrispettivo stilistico nella lingua madre_?
    E poi qui non si tratta di argot… insomma avete mai sentito come si esprime in italiano una ragazza di napoli che non sia precisamente di Posillipo? No? E allora?

  26. E. il 10 marzo 2008 alle 18:38

    io consiglierei a Canea e Albertoboss di andare a vedere un attimino la biografia di Alessio Arena, prima di catalogarlo, e di definirlo un “fastidioso nuovo scrittore napoletano piccolo-borghese”.
    Alessio è nato e vive da ventiquattro anni nella Sanità, un quartiere popolare di Napoli. Quindi, tutta questa costruzione e ricerca linguistica non c’è affatto, Alessio Arena semplicemente mette su carta la realtà che vive, non se la costruisce come quelli che spendono migliaia di euro per i corsi di scrittura e cazzate varie, e dopo ci vogliono raccontare a noi della “dura realtà dei quartieri popolari di Napoli”. Le cose per descriverle, le devi vivere.

  27. Angela il 10 marzo 2008 alle 18:57

    Alessio Arena è un talento!

  28. gialli il 10 marzo 2008 alle 18:58

    d’accordo con E, i Signori o Signore o Signorine Canea e Albertobboss, sono dei pippaioli piccoloborghesi lusingati che sfoggiano le loro miserie linguistiche.

  29. metello il 10 marzo 2008 alle 19:09

    mais non? ce n’est pas de l’argot?
    tutto il rispetto per il vostro bellissimo vernacolo, e scusatemi l’omissione e la poca chiarezza: per essere innovativo un brano deve saper accostare ad un sapiente uso del dialetto un sapiente uso della lingua italiana, e anche per piacermi. sinceramente un libro tutto messo giù su questa parlata non lo riuscirei a leggere, e purtroppo non so come si esprime una ragazza di napoli ne di posillipo, non ho in programma di fare visita a napoli, probabilmente morirò anche senza vederla e senza sentire la sua neniosa parlata. i miei saluti e i miei omaggi.

  30. Nina il 10 marzo 2008 alle 19:29

    è un racconto decisamente napoletano ,fa capire l’atmosfera dei vicoli, delle strade strette e dell’accetazione naturale delle cose per cui più nera della mezzanotte non può venire ed allora non ci si meraviglia di niente, tutto rientra in un quotidiano vivere per non dire sopravvivere

  31. Ida il 10 marzo 2008 alle 19:37

    Bellissimo. Insieme alle Discoteche/bombarderie di Silvia, è la cosa che mi è piaciuta di più qui in questi giorni, grazie.

  32. Fabrizio il 10 marzo 2008 alle 19:39

    Hai capito al compariello! Pure scrittore si’? Azz!
    Ci si vede!!

  33. gialli il 10 marzo 2008 alle 19:50

    mamma Metello, tu est tres chic, ma dove sei nato amore? e che bel nome ti sei scelto. Dovresti invece venirci a Napoli e vedere come si fanno il culo per sopravvivere tutte le ragazze della Sanità che nonstante la parlata neniosa, sono delle vere kamikaze e sanno guardare in faccia alla vita.
    Sarai sempre il benvenuto, amore. I miei rispetti.

  34. TYeresa il 10 marzo 2008 alle 19:57

    Ma nel frattempo nessuno si è fatto una risatella? Io credo fosse nelle intenzioni.Pure se… si lo so, il finale, ma vabbè.

  35. cristiano de majo il 10 marzo 2008 alle 20:14

    Come alcuni hanno già detto: Sperimentalismo? Ma avete letto libri usciti negli ultimi cinquant’anni? No, così, per sapere. Più che altro in questo racconto escono fuori, ma in modo innocente per carità, tutti i limiti delle scritture che sfruttano la “napoletanità”.

  36. Giuseppe Iannozzi il 10 marzo 2008 alle 20:42

    Cristiano De Majo ha ragione: non c’è proprio nulla di sperimentale. Sempre più spesso si scambia la pirite per oro. Un racconto, per ridere anche, se si è facili alla risata. Ma non esageriamo con la seriosità né con le risate, perché non merita né l’una né l’altra.

  37. Canea il 10 marzo 2008 alle 20:44

    Io consiglierei a Canea e Albertoboss di andare a vedere un attimino la biografia di Alessio Arena, prima di catalogarlo, e di definirlo un “fastidioso nuovo scrittore napoletano piccolo-borghese”.

    La letteratura – la capacità di narrare – non ha nulla a che fare con la biografia. Se fosse così, tutti gli abitanti della sanità che hanno 24 anni etc saprebbero scrivere. Alla letteratura non si chiede di ricalcare la vita, la realtà, ma di ricrearla. Per farlo occorre ben altro che l’occhio, occorre la visione.
    Se ti emozionano cliches e topoi nessun problema. Ho esposto una critica al testo, non a chi lo apprezza. Col tuo spostare il discorso sul personale (non hai la più pallida idea di chi sia, e cosa faccia) dimostri tutta la tua pochezza umana, il temperamento da fascitello che scambia il proprio orizzonte con quello delle cose.

  38. Canea il 10 marzo 2008 alle 20:47

    L’ho sempre pensato che chi crede di saper scrivere, poi alla fine non sa leggere.

    Straordinario!Non significa nulla, ma è straordinario il modo in cui ci credi

  39. Sch. W. il 10 marzo 2008 alle 20:51

    per favore, potete togliere il commento che suona

    *Giusto per:

    mo —> mò

    E questo non era un esperimento linguistico dell’autore, solo un refuso, mettiamola così.*

    da che mondo è mondo, mo si scrive mo
    (e da che dante è dante:
    questi spirti che mo t’appariro).
    se non lo togliete, la gente
    disimpara a scrivere. grazie

  40. Manuele De leo il 10 marzo 2008 alle 21:04

    Ci sono delle immagini che mi colpiscono molto, mi portano non troppo subdolamente a un certo realismo magico sopravvissuto nella letteratura contemporanea d’oltreoceano. Conosco già l’autore da un racconto geniale pubblicato sulla rivistina di Matteo B. Bianchi, che vorrei segnalare, a questo punto… ma non mi ricordo il link.

  41. E. il 10 marzo 2008 alle 21:09

    Canea: 1: ma chi ha spostato il discorso sul personale??? si chiamano in causa le cose importanti, e con tutto il rispetto, nella sala delle cose importanti per me, tu non appari proprio;
    2: io ho semplicemente mosso una critica al tuo definire Alessio Arena un “nuovo scrittore napoletano piccolo-borghese” se avessi letto la biografia, appunto, non l’avresti definito tale.
    3: “Alla letteratura non si chiede di ricalcare la vita, la realtà, ma di ricrearla”
    La letteratura ricrea la realtà, giusto, ma è alla realtà che fa fede (in alcuni casi), poi se parliamo di fantascienza, la realtà viene ricreata e ridimensionata.
    evidentemente sei un fun di starwars.

  42. Loris Righetto il 10 marzo 2008 alle 21:16

    Ciao Alessio. Secondo me è una buona storia, scritta da te con le parole della gente, leggermente naif nelle scelte linguistiche. Penso che in realtà potrebbe continuare ancora, ché i vari conflitti non sono conclusi dal finale.

  43. E. il 10 marzo 2008 alle 21:19

    dimenticavo:
    Caro Iannozzi, ritornatene al tuo finto impegno politico, invece di offendere e criticare a tutti i costi!
    per essere chiari:–Ma non esageriamo con la seriosità né con le risate, perché non merita né l’una né l’altra.—
    per me questo è offendere.

  44. E. il 10 marzo 2008 alle 21:25

    mi correggo: è fan, non fun!

  45. Loris Righetto il 10 marzo 2008 alle 21:35

    Borghese? ma che vuol dire poi oggi “borghese”?

    Parola che oggi fa sorridere per la sua inadeguatezza, anche se la usa Fofi su Internazionale.

  46. massey il 10 marzo 2008 alle 21:42

    this is a rifle
    this is a gun
    this is for war
    this is for fun

    ma che significa “naif” ?

  47. Brigate Celine 2008 il 10 marzo 2008 alle 22:09
  48. massey il 10 marzo 2008 alle 22:21

    di naif nemmeno l’ombra. Il testo abbonda di effetti speciali

  49. WD il 11 marzo 2008 alle 00:10

    L come Letteratura
    F come Fuoco Artificiale
    M come metabloccanti
    S come sito
    B come Bellimbusto Indiano
    N come nazione di Lettori
    E’ come è un piacere aver letto.
    S come saluti

  50. Giuseppe Iannozzi il 11 marzo 2008 alle 08:14

    Porto una critica, un giudizio, come tutti del resto qui.
    C’è solo un problema per alcuni, quindi non per *** tutti ***: se il giudizio che porto non è positivo non viene accettato. Pazienza.

    L’unico ad offendere sei tu, che non hai un’identità. Chi sarebbe E?
    Bello parlare senza dover investire il proprio nome e cognome, senza metterci la faccia! Molto ma molto comodo.
    Quando imparerai ad investire la tua faccia, E, allora ne riparliamo.

    E non mi venire a dire che un anonimo è uguale agli altri, perché se lo fosse investirebbe la sua faccia sulle opinioni che spara a raffica.
    Vecchio discorso.

    Oggi sono di buon umore e ti ho risposto, ma fra due minuti, dopo il caffè, non più. :-D

    firmato Alfa & Omega :-D

  51. Effe il 11 marzo 2008 alle 09:54

    c’è che la vita, appena dietro l’angolo o in fondo al vico, è proprio così. Imperfetta, cruda, eccessiva, e perfino ridicola.
    La vita riporta accenti sbagliati, e non li si puiò correggere.
    C’è una morale, in questo estratto di Alessio Arena? Se c’è, è che non esiste speranza.
    E temo sia esattamente così.
    Mi fa piacere che ci siano giovani scrittori napoletani – Arena, Carrino, Solla-Hotel Messico – che prendono a morsi il lettore, non lo lasciano in pace, gli ricordano che queste storie parlano anche, in senso ampio, *di* e *a* e lui.
    Flaviano

  52. A. il 11 marzo 2008 alle 10:10

    A. che sta per Asia, il mio nome, che altrimenti qui qualcuno si irrita.
    Se tutti possono dire tutto, e sono d’accordo, io posso dire a Canea che non tutto quello che non comprende non significa nulla,
    Orsù dai, fai la Canea seria!

    Posso dire che il testo mi piace molto.
    Posso dire che ho trovato qua e là altre cose di Arena, e che lo sto leggendo con gusto.
    Posso dire a Giuseppe Iannozzi che spero che il caffè lo abbia rilassato, che mi è parso un po’ eccessivo nel suo investire, almeno che non abbia ricevuto minacce anonime, e allora chiaro tutto sarebbe diverso.
    Buona giornata a tutti.

  53. Loris Righetto il 11 marzo 2008 alle 10:22

    @massey

    naif: originariamente si riferisce ad un modo ingenuo di dipingere, viene dalla parola inglese “naive”; personalmente oggidì lo associo a certi discorsi poetici portati avanti da l’Accalappiacani, che a loro volta ravvivano in modo ironico la tradizione della pittura naif di Antonio Ligabue o la narrativa che si ispira alla lingua parlata di Alfredo Gianolio (vd. ad esempio un libro come “Vite Sbobinate”). Non lo intendevo in tono spregiativo, in quanto io credo che Alessio sia perfettamente consapevole del registro linguistico che usa, d’altra parte, per certi versi tanto cinema neorealista a mio parere è naif. Comunque si tratta di un’opinione mia, che non ha nessuna pretesa di essere universlamente condivisibile. Vai Alessio, bel testo!

  54. metello il 11 marzo 2008 alle 10:37

    si gialli, forse hai ragione, e solo i kamikaze sanno guardare in faccia la vita, (ma è un bell’ossimoro questo o no? si, meraviglioso!) metello è un nome che ti piace? a me no! e purtroppo me lo devo portare perché è il mio vero nome, e sono tanto sfortunato che non trovo il piglio di inventarmi uno pseudo adatto, mi dispiace che tu ti sia risentit., e vorrei tanto riuscire a capire i vostri insormontabili problemi, ma sai, io sono nato sul nido del cuculo, e non ne sono mai sceso.

  55. Giuseppe Iannozzi il 11 marzo 2008 alle 11:21

    Il caffè era buono. :-)
    No, per il momento nessuna minaccia, cioè non tante di più della solita dose giornaliera. :-D

    Il racconto, e mi dispiace per l’autore che ci crediate o no, replica la parlata popolana nei dialoghi, nelle figure retoriche. Il registro linguistico è quello abusato, solito, dal neorealismo sino a Pasolini e Tondelli, giusto per scomodare due nomi grossi. Ma: Alessio non ha una virgola della grandezza di Pasolini e Tondelli né dei neorealisti, preferisco mettere i puntini sulle “i”, anche se non sarebbero necessari. Direi che il registro linguistico è popolano, debolmente avantpop per i richiami al mondo dei media, della pubblicità massiva. Ma non c’è altro.
    Consapevolmente o no, forse un po’ ha imitato Domenico Starnone, quello di “Via Gemito”: ma la differenza fra Alessio e Starnone è abissale, in ogni senso, per capacità linguistica e descrittiva.

  56. Giuseppe Iannozzi il 11 marzo 2008 alle 11:30

    Sch. W.

    La frase è: – Che c’azzecca mo ?

    Sarebbe meglio con l’accento: mò.
    E sarebbe meglio anche togliere quello spazio di troppo fra la “o” e il “?”.

    E tu, Sch. W., comincia a chiedere di tagliare i tuoi di commenti, che è meglio, invece d’invocare dante con la minuscola.

    Togliete Sch. W., altrimenti la gente disimpara a scrivere e a rispettare i poeti. :-)

  57. Canea il 11 marzo 2008 alle 12:10

    beh E o come accidenti ti chiami – mai scritto scrittore piccolo borghese. Rileggi i miei precedenti e vedrai quanto sei stato… sciocchino. E intempestivo. Ti sei fiondato sul nulla.
    Per A….non tutto quello che non si comprende etc etc… va bene, vero, e quindi vale anche il contrario. E quindi?
    Ma qui sfugge il punto, questa letteratura macchiettistica e piena di clichè, sfornata in serie – proprio quella che viene saltata poche righe quassù – prende a morsi il lettore…mah! – è solo l’industria del markketting letterario che adesso inquadra napoli come luogo fosco e di degenerazione…tra cinque anni si porterà la Napoli di Erri de Luca e via cinque sei scrittori fulminati sulla via di Gerusalemme, poi sotto a qualcun’altro… cazzo!!!!
    Ma che c’entra tutto questo con la letteratura! Questo è riempire gli scaffali di prodotti nati dalla domanda.

  58. Imma il 11 marzo 2008 alle 13:03

    Mi viena da dire che “burdell” ma uno puo semplicemente dire mi piace , oppure no non mi piace.
    Quante storie per un racconto, sembrate come quelli che continuamente criticano i programmi Tv e poi stanno sempre li con il telecomando in mano, ma senza itenzione di usarlo.
    Fate una cosa andate a leggere altro, su..credo possiate sopravivere al fatto che qualcuno ha scritto quaclosa che non è nelle vostre corde.
    Mo-mò-ora -adesso, io mi rileggo il racconto, che per me è scritto bene, nel senso che mi piace assai.
    Viva il mondo perchè è vario e qualche volta pure intenzionato.

  59. massey il 11 marzo 2008 alle 13:10

    @Loris
    Semplicemente, il Naif non è un furbo, non smercia specchietti.
    A me pare invece che Alessio ci faccia, ma proprio tanto, sia col vernacolo che con la botta

  60. Sch. W. il 12 marzo 2008 alle 00:11

    @Iannozzi

    dante l’ho messo piccolo perché tu possa arrivarci

  61. tashtego il 12 marzo 2008 alle 08:35

    @massey
    il significato è quello.
    la parola naif è francese.
    naive è la forma femminile.

  62. massey il 12 marzo 2008 alle 09:59

    sono rari oggi, io li proteggerei come stelle alpine. Se ne trovano ancora sopra i sessanta, fra i giovani nisba

  63. […] Tenere d’occhio un racconto interessante di Alessio Arena su Nazione […]

  64. Giuseppe Iannozzi il 12 marzo 2008 alle 10:33

    Chi ha nascosto Cappuccetto Rosso, chi? :-)

  65. rs il 12 marzo 2008 alle 18:14

    iannozzi è l’antonio ligabue monco della critica.

    saluti, nonostante

    rs

  66. aitan il 12 marzo 2008 alle 22:10

    felicidades,
    un racconto duro,
    “tremendisticamente napolitano”,

  67. E. il 12 marzo 2008 alle 23:19

    http://www.tittyna.net/2007/12/07/%e2%80%9cfiction%e2%80%9d/#comments
    ora capisco perchè a Iannozzi non piace la “penna” di Alessio Arena, a lui piacciono “altre penne”!

  68. Alcor il 13 marzo 2008 alle 18:58

    E’ vero che il dialetto rischia spesso di drogare il testo.
    La poesia dialettale contemporanea sembra sempre migliore di quella in lingua.

  69. l.r. carrino il 14 marzo 2008 alle 01:36

    accidenti, che bailamme arena. niente niente, mi diventi uno scrittore ‘contro-verso’? è che sfacc…. ehm… che diamine!
    si fa presto a dire ‘napoli’. come si fa presto a dire: ‘e poi muori’.
    però non è così immediata la questione: “vedi napoli e poi”.
    se c’è una cosa che mi fa girare le scatole è il discorso ‘napoletanità’. la povera partenope, ma che vi ha fatto quella miserrima sirenuccia?
    non sono d’accordo con jannozzi (a mio umile avviso, leggendo i commenti, mi pare uno dei due o tre che quello che ha da dire me lo ha fatto capire…), e spiego perché.
    l’iperrealismo utilizzato da arena (e non neorealismo: qui, quindi, facciamo fuori pasolini, meno tondelli) è vero che c’ha di quell’avantpop che tanto disturba il nostro (e c’ha ragione qua, per carità), ma la trasformazione operata da Arena passa dalla poesia con registro partenopeo (Mi sento tagliare dentro alla gola tutta quella cosa dorata, e allora, in quel momento, per la prima volta, mi sono immaginata a mio figlio. Stava lì, piccolo piccolo come la noce che sta dentro al biscotto, con tutta quella schifezza di cioccolata attorno e il poco di luce che ci fa la carta che è rimasta.) per spostarsi su temi che i criticoni professional definirebbero ancestrali, atavici, temi ‘morti di fame’ per l’inedia del lettore. Insomma, non confondiamo Salemme con Fassbinder (con tutto il rispetto). Starnone? Naaaaaaaaaaa!
    tondelli non c’entra jannozzi. aveva altre mire, altri temi, un affondo nettamente differente, scandalosamente differente. penso che la parrella, tanto osannata, ‘na roba così se la sogna. ritmo, storia, metastoria, e assurdo. come le sculture di hanson… (mò io non è che rileggo, ma spero si sia capito quello che voglio dire). ‘notte



indiani