E Calloni la butta dentro

14 marzo 2008
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di Matteo Ongari

Il momento concordato era l’intervallo tra il primo e il secondo tempo.
Appena l’arbitro fischiava e nello spazio aperto tra la tribuna e il cemento dei gradoni quel fischio diventava un lamento, ci alzavamo.
Scendevamo al bar, quello sotto la tribuna centrale.
Mio padre si faceva un caffè, l’ennesimo, o magari sorseggiava un mignon di Borghetto fumandosi una sigaretta. Io ne approfittavo per fare un salto al bagno.
La domenica, quando ero piccolo, sembrava scorrere secondo un preciso ordine.
Alla mattina mi mettevo a fare i compiti, approfittando del silenzio, del fatto che il mulino finalmente tacesse e i macchinari fossero in riposo. Mia madre rigovernava, mio fratello andava a messa con gli amici, sempre che non accompagnasse mio padre, e quest’ultimo partiva abbastanza presto, prima delle dieci, diretto al mercato.
Mi piaceva la mezza stagione, per lo stadio. Ma anche l’inverno aveva il suo fascino: i terreni pesanti, il fiato solidificato oltre la bocca, gli enormi fari che illuminano il campo già alle quattro, il naso gocciolante, il freddo che si infilava dappertutto e il viaggio di ritorno fatto con le mani arrossate poggiate alle bocchette del riscaldamento, la ventola al massimo e la radio sintonizzata su Ameri e compagnia.
C’erano due cose che aspettavo con trepidazione alla fine dei primi quarantacinque minuti: i risultati delle avversarie del Mantova, nomi impronunciabili e da me geograficamente poco identificabili come Pergocrema, Cremonese, ProVercelli, Novara, Alessandria, ma soprattutto quando lo speaker, lo stesso che annunciava tra i boati degli ultrà la formazione di casa scandendo i nomi come fossero campioni di razza, prima dell’inizio dell’incontro, quando ancora c’era l’omaggio floreale e le squadre sfilavano verso il cerchio di metà campo, comunicava quasi al termine dei quindici minuti i risultati completi della serie A.
Sì, perché andavo a vedere il Mantova, in C/1 girone A con mio padre, ma il cuore mi pulsava a palpiti rossoneri.
Tutto era predisposto come un rito, quando il Mantova giocava in casa.
Aspettavo il pranzo sempre giocando in disparte. Andavo in mulino a pattinare tra le pile di sacchi e nei corridoi sbarrati dai carrelli lasciati volontariamente in giro, come paletti di slalom improvvisati; il più delle volte immaginavo invece sfide tra il mio Milan e altre compagini colpendo le biglie tra gli scalini ricoperti di moquette brunita del sottoscala. Stavo rintanato là di sopra e il tempo assumeva contorni sfumati: si restringeva, le ore passavano in istanti. Aspettavo la voce di mamma, prima di ficcare tutte le mie colorate sfere magiche nel loro astuccio – in realtà un tubo di medicinali del nonno che avevo riadattato – e scendere. Di solito la voce grossa di mio padre aveva già fatto capolino nell’andito, era il segnale che aveva sbrigato i suoi affari coi contadini in piazza a Suzzara.
Prima di sentirne la presenza, odoravo l’aria e capivo che era già rientrato; il puzzo delle sue Stop senza filtro lo superava per velocità e propagazione, arrivando fin di sopra.
Anche mangiare, la domenica, significava qualcosa di particolare. Durante la settimana non si pranzava mai assieme, ma ognuno con i propri orari. Prima mio padre e i nonni, a mezzogiorno spaccato perché poi c’era da lavorare; poi io al rientro dalle elementari. Mio fratello era l’ultimo, quando arrivava la corriera delle scuole medie. Mia madre impiantava la cucina alle undici e fino alle due non smontava le tende.
Invece alla festa ci si sedeva tutti assieme, e siccome succedeva di rado, le donne – mia madre e la nonna – mangiavano poggiandosi sul divano o in piedi contro i fornelli.
Tra noi bastava un cenno, un’intesa.
Mio padre mi chiedeva, di solito, guardandomi come chi sa già la risposta: – Allora, vieni?
Annuivo con la testa, sorridendo.
Non serviva replicare, usare semplici parole che ormai conoscevamo bene tutti e due.
Nelle pupille che mi brillavano lui leggeva una convinzione assoluta.
Credo che fosse gratificante, la mia disponibilità a seguirlo. In fondo era l’unica attività che ci univa veramente. Difatti mio padre non si interessava di certo alla mia educazione scolastica, né alle mie solitarie divagazioni ludiche.
Appassionato del Mantova fin dai tempi d’oro del piccolo Brasile, era rimasto legato ai biancorossi anche durante il declino cominciato negli anni settanta.
Prima la serie B e poi la retrocessione nei meandri dei gironi danteschi della C.
Ma la sua passione per il calcio non aveva conosciuto scosse. Fin da bambino aveva avuto una predilezione speciale per l’Internazionale di Milano. Adesso anche lui seguiva la squadra della nostra città con curiosità, più che per vero attaccamento. Si era ritagliato nel corso degli anni sfortunati una grossa infatuazione per i nerazzurri e per quello ogni settimana tra noi due era un po’ come giocare un derby, un prenderci in giro sui risultati avversi delle nostre favorite.
Per fortuna aveva me, fosse stato per mio fratello avrebbe di sicuro smesso con le partite.
Quello aveva in testa tutto meno che il calcio. Usciva con gli amici e truccava motorini per sgasare, per rincorrere le ragazzine, altro che una palla.
In me invece vedeva la possibilità di un futuro calciatore, comunque un estimatore del gioco del pallone. Sperava in una mia riuscita, e avrebbe continuato per molto incoraggiandomi e accompagnandomi alle partite della squadra giovanile.
Quando finivamo di mangiare ero già attivo. Non davo tempo a mio padre nemmeno di digerire, mi vestivo e aspettavo borbottando che anche lui fosse pronto. Sfogliavo Topolino ma il fremito emozionale sembrava impadronirsi anche dei fumetti.
Mia madre si arrabbiava, di solito. Diceva che non facevo nemmeno un riposino, che era inutile partire così presto e che lo stadio mica scappava. A lei dava fastidio metterci tanto amore nel cucinare per tutti, sempre piatti molto elaborati come i cappelletti o le lasagne verdi, e che poi scappassimo via col boccone tra i denti nemmeno fossimo dei ladri.
Mio padre in macchina parlava sempre poco. Apriva a metà il suo finestrino, anche se fuori c’era una tormenta di neve, e accendeva la sigaretta. Fumava pensieroso, probabilmente faceva già il programma di lavoro del lunedì. In una giornata consumava due pacchetti.
Io non chiedevo mai nulla, mi bastava quella divagazione domenicale diversa, differente da quelle dei miei compagni di scuola che al massimo venivano portati al cinema.
Vicino al Martelli, lo stadio di Mantova, non c’erano parcheggi. Lasciavamo la macchina in un quartiere oltre la ferrovia, che si chiamava Tigrai. La zona mi è rimasta impressa per quel suono onomatopeico, “le Tigri del Tigrai” come dicevo io, che da vero appassionato del Sandokan televisivo associavo ad una specie di costola di Mompracem, una giungla di cemento dove Yanez si muoveva sornione a caccia di felini. Senza contare che quelle bestie feroci facevano presa viva nella mia fervida immaginazione di bambino curioso. Oltre a ciò, lì sorgevano fitti e alti certi palazzoni, dipinti a murales, che non esistevano in paese. Erano condomini, mi aveva spiegato mio padre, era il segno inequivocabile della presenza della città.
Attraversavamo di fianco al passaggio a livello e ci mettevamo in coda al botteghino, una casupola verde quasi all’ingresso della zona preposta a luna park.
Mio padre era un abitudinario. Comprava sempre il biglietto per lo stesso settore e già sapevo che dovevamo tornare indietro fino alle tribune laterali ovest, proprio accanto alla curva degli ospiti.
Immancabilmente salivamo le due rampe di scale, incastrate tra le strutture metalliche della tettoia, quando gli altoparlanti sparavano ancora pubblicità locali a tutto volume. Molta gente era già dentro, specialmente nella curva del Mantova e sotto la tribuna centrale. Di fronte, nella enorme dentatura dei distinti, sparute figure intrepide facevano capolino anche se pioveva. Quando c’era caldo e si stava bene, lo stadio sembrava ripopolarsi in maniera più consistente e uniforme, come un fiore che schiude i petali. L’unica zona che restava vuota o quasi, con l’esclusione di alcuni striscioni, era la curva avversaria.
Mio padre preferiva quello spicchio di tribuna; sapeva che da lì non avrebbe avuto seccature dal resto del tifo organizzato, tanto pochi erano i supporter rivali.
La pubblicità si interrompeva, con lo strappo di un disco tolto in fretta, a cinque minuti dall’inizio della partita. Allora subentrava la voce maschile che annunciava le formazioni.
Del nostro Mantova ricordo solo due nomi: portiere e centravanti, che poi erano quelli che nel mio immaginario ricorrevano più spesso. Per gli altri nove undicesimi non saprei dire quanti giocatori si siano alternati in quegli anni, ma credo moltissimi.
In porta c’era Zaninelli, saracinesca che equiparavo al portiere milanista Albertosi; col numero nove schieravamo Sauro Frutti, bomber tra i più prolifici della serie C. Era il mio nume, lo seguivo durante il riscaldamento non perdendolo mai di vista. E quanto avrei voluto assomigliargli, quando giocavo! Lo paragonavo all’altro mio idolo, questa volta indiscusso, che governava il centro dell’attacco rossonero: Egidio Calloni.
Ci sono state partite belle, esaltanti e altre meno, oserei dire incolori. Ricordo soprattutto le voci della gente quando il Mantova perdeva o giocava male, magari non esprimeva tutto il potenziale di cui era capace. Le urla e le imprecazioni rivolte a giocatori e arbitro si sprecavano ed erano in genere non riferibili a casa. Mi piaceva anche il pessimismo nelle facce tirate delle persone ingobbite sulle scalinate, le sigarette che lasciavano salire il fumo verso il cielo e gli occhi degli spettatori concentrati sul rettangolo verde.
Di una cosa ero invidioso: i raccattapalle.
A dir la verità, che fioccasse la neve, che il gelo ricoprisse le righe di gesso o che la pioggia battesse sulle panchine coperte, loro erano sempre al loro posto, immancabili, posizionati a gruppi di due dietro le porte, a singoli in vari punti del terreno, seduti sulle panchine con i paramedici o in piedi dietro i tabelloni pubblicitari.
Fare il recupera palloni allo stadio sarebbe stata la mia aspirazione, in quegli anni.
Intanto per un paio di semplici motivi: in primis avrebbe significato essere dei pulcini o dei giovanissimi del Mantova, la stessa squadra per cui ci sfegatavamo io e mio padre, e quindi giocare nella compagine più prestigiosa e vittoriosa dell’intera provincia e non nel modesto Villa Saviola come accadeva nella realtà; secondo perché avrei avuto l’ opportunità di guardarmi le partite a bordo campo, di vivere ogni singolo istante, un’azione rocambolesca o il tiro più fenomenale direttamente da dentro. E comunque loro avevano una funzione preziosa per lo svolgimento della gara, senza contare che si poteva chiedere l’autografo e conoscere di persona tutti i giocatori della rosa. E anche, cosa non trascurabile, vestirsi obbligatoriamente con la tuta ufficiale della prima squadra.
Lo so, detto così sembra un ragionamento banale e semplicistico, ma io avevo dieci anni e per me rappresentava un discorso filante e pieno di significati.
E in più ai raccattapalle era concesso anche di divertirsi, prima della partita e nell’intervallo: se ne stavano tutti raggruppati dietro la curva Te (quella dei tifosi locali) e giocavano a tirare in porta oppure a torello.
Covavo la mia invida semplicemente ignorando le parole di mio padre, – ti piacerebbe essere là, vero? Che ogni volta, da vero perfido, doveva ricordarmelo. Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di fare un provino per il Mantova, ragion per cui nemmeno c’era la minima speranza di correre ai bordi del campo a recuperare palloni per i miei beniamini.
Approfittavo del riposo per andare in bagno.
Molte volte avevo le mani talmente dure, e l’emozione ancora in petto, che anche orinare diventava un’impresa. In più i gabinetti erano tutti in fila, come pappagalli all’ospedale, nell’unica stanza aperta su un lato. O ti mettevi alla pari con gli altri e aprivi la patta, tirando fuori ciò che rimaneva dal gelo, oppure te la facevi addosso se dovevi aspettare che si liberasse uno dei due cessi chiusi col catenaccio.
Dal locale male illuminato si sentivano i rumori della tribuna in maniera distorta, dilatata. Stavo dentro giusto il tempo necessario, visto l’odore pungente che aleggiava in quella camera, e poi piantonavo la scalinata nell’attesa che mio padre tornasse dal caffè.
Non mi comperava mai nulla, rare le occasioni in cui aveva un pensiero per il suo bambino. D’altronde già ero fortunato ad accompagnarlo, e mentre lo aspettavo mi guardavo attorno con aria assorta, rapita dalla varia umanità che popolava quelle strisce di cemento.
Poi arrivava lui, tranquillo e infagottato nel giubbone, le mani nelle tasche dei pantaloni. Quando si fermava di fronte a me aspettavamo di salire ai nostri posti – di solito non c’era nessuno che si prendesse la briga di fregarceli – e lui si accendeva un’altra Stop.
Estraeva dalla tasca il pacchetto morbido e ne tirava fuori una, picchiettandola sull’accendino, un Bic ricaricabile, poi accendeva aspirando il più a lungo possibile.
Lasciavo trascorrere almeno un minuto, in cui lui mandava la brace a metà sigaretta, e poi tornavamo in alto, giusto accanto alle cabine della stampa.
L’unica cosa che facevamo era commentare i risultati: non tanto quelli della C/1, ma quelli della serie A. Molto spesso ci sedevamo vicini a persone che poggiavano la radiolina all’orecchio. Origliavamo, ma con discrezione. All’interno del Martelli era come se si giocassero più partite simultaneamente. Non era raro sentire mormorii o veri e propri boati dell’intera tifoseria non tanto per qualcosa che stava avvenendo lì, ma per gol e altri fatti, magari rigori da discutere, che riguardavano le partite importanti.
Era più facile che ci fosse un’esplosione di gioia o un mormorio di disapprovazione per una rete annullata alla Juve che per un fuorigioco dell’ala del Mantova solo davanti al portiere.
Quando mancavano ancora cinque minuti di gioco era il momento di partire. Mio padre era come animato da una strana frenesia. Temeva che, uscendo con l’intera massa dallo stadio, ci saremmo imbottigliati nel traffico cittadino e per questo evitava di alzarsi all’ultimo istante godendosi lo spettacolo dei minuti di recupero.
Ci incamminavamo sulla passerella e osservavamo lo scorrere dell’azione fino a trovarci quasi alla pari con i giocatori in campo. Poi svicolavamo dietro la curva e uscivamo dal primo cancello. Delle volte si vedevano le persone assiepate fino alla cima delle curve e l’intero stadio sembrava rimbombare. Mi dispiaceva uscire così prematuramente, ma non potevo non assecondare i voleri di mio padre. Certo che in molte occasioni, poi in macchina, mi sono chiesto se il risultato fosse mai cambiato in quei minuti finali.
Lui camminava svelto anche fuori, per strada. Battevo i piedi e quando c’era nebbia quel suo incedere veloce mi aiutava a sgranchire le gambe.
Poi, una volta sull’Alfetta verde, sembrava riprendere la calma. Si accendeva una Stop e uscivamo piano dai semafori prima che arrivassero i vigili in moto a dirigere il traffico.
Sulla strada verso Cerese avevo già acceso la radio. Non potendo ascoltare i risultati finali, mentre le ossa si sgelavano, sintonizzavo su Radio1 in attesa dei commenti a Tutto il calcio minuto per minuto. Vivevamo così i riassunti degli incontri più importanti della giornata. Nonostante il passaparola e le frasi intercettate allo stadio, quello era il momento per scoprire i risultati e la classifica del campionato.
Correvamo così verso casa ascoltando rapiti i racconti dei radiocronisti, emozionati come ci trovassimo ancora in tribuna a trepidare. Aspettavo con ansia il servizio sul Milan, soprattutto per sapere se anche Calloni l’aveva buttata dentro. Certo di gol se ne mangiava, così come accadeva spesso a Sauro Frutti bomber in miniatura, ma sbagliare era umano. Poi succedeva che nel corso di una partita, almeno una palla Calloni la prendesse bene e gonfiasse la rete, sia di testa che col suo sinistro velenoso.
Noi lanciavamo l’Alfetta sulla provinciale, avvolti nell’oscurità, diretti di corsa verso casa cercando di anticipare Paolo Valenti e la sigla di Novantesimo minuto.
Del Mantova, ormai, sinceramente ci fregava poco. La frenesia portava verso altre immagini, sempre da stadi di calcio, ma di ben altro spessore rispetto al piccolo Martelli dove eravamo stati, a riempire la vera attesa della domenica calcistica.

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6 Responses to E Calloni la butta dentro

  1. niky lismo il 14 marzo 2008 alle 09:45

    Dalle neo-squadracce fasciste che battono il territorio delle curve, alla miseria lessicale del giornalismo (?) sportivo, il calcio è un flagello nazionale. Saba non poteva sospettarlo, Gigi Meroni nemmeno. Che poi qualsiasi grafomane ne faccia pretesto per noiosi spunti autobiografici, chiude il cerchio della desolazione pallonistica.

  2. Augh! : Oltre l’Argine il 14 marzo 2008 alle 10:37
  3. Alessandro Morgillo il 14 marzo 2008 alle 11:10

    Le partite si giochino durante la settimana. Di notte. La domenica le famigliole si massacrino.

  4. NINA MAROCCOLO il 14 marzo 2008 alle 17:39

    Gentile Franz Krauspenhaar,
    mi scuso se uso il suo spazio per lanciare un appello della massima importanza…
    ***
    Voglio e devo lanciare un appello sulla nuova ondata di violenza e uccisioni in Tibet. La questione asiatica sta diventando sempre più terribile, non è bastata neanche la Birmania (che ha secoli di storia fatta di soprusi e crimini… quanto il Tibet).
    In Tibet i monaci si stanno tagliando le vene, fanno atti di autolesionismo, alcuni vogliono suicidarsi. Per chi conosce il buddhismo tibetano, questo atto per un monaco è inamissibile. Comporta una deviazione dai precetti del Dharma. Ma vi rendete conto cosa arrivano a fare?
    A Lhasa la polizia cinese ha caricato anche i civili. La polizia sta arginando i tre monasteri più grandi e importanti di questa regione tormentata. Bisogna fare qualcosa. Lanciamo un appello, Pechino va boicottata, le Olimpiadi vanno boicottate, la Cina va fermata: sta portando avanti – moralmente – il genocidio nel Darfur vendendo armi ai miliziani sudanesi.
    Vi sto chiedendo aiuto. Si può intentare una raccolta firme?
    Legarci alle iniziative di Amnesty International, non so…
    Mi appello a tutti gli scrittori di Nazione Indiana, critici letterari, giornalisti, semplici lettori. A voi tutti.
    Questo è un altro modo per fare della scrittura e della Letteratura un “mezzo” etico, di denuncia, di azione civile per reclamare i diritti umani e richiamarci ai doveri semplici di cittadini del mondo.
    NINA MAROCCOLO
    ***
    progettoatem@hotmail.com

  5. franz krauspenhaar il 15 marzo 2008 alle 11:24

    Cara Nina, metta questo annuncio anche sulla nostra bacheca del mese di marzo.
    Grazie, un saluto.

  6. Nina Maroccolo il 18 marzo 2008 alle 03:40

    Gentile Franz Krauspenhaar,
    la ringrazio di cuore per la sua disponibilità.
    Quando vuole venga a trovarmi su Letteratitudine. La sua è una presenza preziosa per tutti noi, e l’unione, lo scambio, la condivisione è sempre rivelazione. Stupore.
    Un caro saluto,
    Nina Maroccolo



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