Tortura di Stato

17 marzo 2008
Pubblicato da

(Dal sito di “Repubblica”)

Le violenze impunite del lager Bolzaneto

di GIUSEPPE D’AVANZO
C’ERA anche un carabiniere “buono”, quel giorno. Molti “prigionieri” lo ricordano. “Giovanissimo”. Più o meno ventenne, forse “di leva”. Altri l’hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di “sospensione dei diritti umani”, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell’amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere “buono” diceva ai “prigionieri” di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell’acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato – contro i 45 imputati – che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 “fermati” e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista…). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che “soltanto un criterio prudenziale” impedisce di parlare di tortura. Certo, “alla tortura si è andato molto vicini”, ma l’accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo – né avvertito il dovere in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d’uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa “degli altri”, di quelli che pensiamo essere “peggio di noi”. Quel “buco” ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta – 1225 – c’era scritto: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Nella nostra Costituzione, 1947, all’articolo 13 si legge: “La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà”

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un’accorta gestione, si sono voluti cancellare i “luoghi della vergogna”, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l’idea di farne un “Centro della Memoria” a ricordo delle vittime dei soprusi. C’è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i “carcerieri” accompagnavano l’arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come “Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!”, cori di “Benvenuti ad Auschwitz”.

Dov’era il famigerato “ufficio matricole” c’è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come “Morte agli ebrei!”, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l’ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l’ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: “Allora, non li vuoi vedere tanto presto…”. A un’altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l’avvocato. Minacciano di “tagliarle la gola”. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: “Vengo a trovarti, sai”. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti – gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra – e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni “per accertare la presenza di oggetti nelle cavità”.

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i “prigionieri” di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono – 55 “fermati”, 252 “arrestati” – sono approssimativi. Meno imprecisi i “tempi di permanenza nella struttura”. Dodici ore in media per chi ha avuto la “fortuna” di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia “media” – prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera – è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all’ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le “posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa”. La “posizione del cigno” – in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro – è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell’attesa di poter entrare “alla matricola”. Superati gli scalini dell’atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della “posizione” peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella “posizione della ballerina”, in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”; agli uomini, “sei un gay o un comunista?” Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: “viva il duce”, “viva la polizia penitenziaria”. C’è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un “trauma testicolare”. C’è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella “posizione della ballerina”. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. “Comunista di merda”. C’è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. S. D. lo percuotono “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”, “Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua “posizione vessatoria di transito”, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C’è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l’altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: “I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone”. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: “E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci”. Poi un’agente donna gli si avvicina e gli dice: “È carino però, me lo farei”. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell’unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all’accompagnatore. Che sono spesso più d’uno e ne approfittano per “divertirsi” un po’.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, “arrangiandosi così”. A. K. ha una mascella rotta. L’accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto “se è incinta”. Nel bagno, la insultano (“troia”, “puttana”), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: “Che bel culo che hai”, “Ti piace il manganello”.

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché “puzzano” dinanzi a medici che non muovono un’obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato “strattonato e spinto”.

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con “questo è pronto per la gabbia”. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di “trofei” con gli oggetti strappati ai “prigionieri”: monili, anelli, orecchini, “indumenti particolari”. È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un’iniezione. Chiede: “Che cos’è?”. Il medico risponde: “Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!”. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All’arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c’è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due “fino all’osso”. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede “qualcosa”. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, “i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria”.

Non c’è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell’estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un’osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che – ha ragione Marco Revelli a stupirsene – l’indifferenza dell’opinione pubblica, l’apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare – le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato – che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la “dimensione dell’umano” di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre “con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza”?

(17 marzo 2008)

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84 Responses to Tortura di Stato

  1. niky lismo il 17 marzo 2008 alle 19:32

    Al potere c’era il governo Berlusconi, insediato da appena qualche mese. Ministro degli interni era Scajola, democristiano di lungo corso passato armi e bagagli al “nuovo che avanza”. I post-fascisti di A.N. iniziavano a brulicare nel sottopotere politico. L’informazione era controllata (come sempre) dai partiti, ma stavolta da partiti ufficialmente alle dipendenze delle imprese, anzi dell’impresa Fininvest (poi Mediaset). Insomma, un quadro di allarme per la democrazia, che gli orrori di Genova hanno certificato con la concretezza dei soprusi e del sangue. Ma la tragedia è un’altra. Governo Prodi, agli interni Amato, al governo partiti di matrice (sedicente) libertaria: che cosa è cambiato? Neanche una commissione di inchiesta si è riusciti a impiantare… E’ azzardato ipotizzare che, con una maggioranza politica diversa, SAREBBE SUCCESSO ESATTAMENTE LO STESSO? Gli opposti schieramenti si fingono alternativi per perpetuare un modello sociale indiscutibile: dal pensiero unico al partito unico il passo è tanto breve che è già stato fatto, senza che quasi nessuno lo notasse.

  2. wakefield il 17 marzo 2008 alle 20:17

    Infami. Con la scusa del vuoto legislativo sulla tortura, autentici criminali, degni epigoni dei massacratori argentini e cileni degli anni ’70, resteranno a piede libero e qualcuno farà pure carriera, se già non l’ha fatta. Fa rabbrividire la disattenzione sociale, la mancanza di un’informazione alternativa efficace (una volta si chiamava controinformazione), l’assenza di reazione nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro di fronte al più grave (effettivo e comprovato) tentativo di distruzione dello Stato di diritto nella storia della Repubblica.
    E Bolzaneto non è stato un caso unico, efferatezze analoghe sono avvenute anche nella caserma Ranieri a Napoli dopo una manifestazione di precari e disoccupati. Una giustizia credibile e autenticamente democratica non scivola pigramente nella prescrizione, una società decente non può accontentarsi dell’indignazione di pochi e affondare nella rassegnazione. Fatti come quelli di Bolzaneto e della Diaz esigono una pressione costante sulle istituzioni affinchè i macellai paghino duramente.
    Considerazione: se è vero che trenta-quarant’anni fa la polizia sparava, picchiava, faceva volare i “sovversivi” dalle finestre della questura, a memoria non riesco a trovare niente di simile per numero di vittime, di orrori e di ostentati comportamenti nazisti come a Bolzaneto (cioè tutti insieme e nello stesso luogo) e certo nemmeno all’epoca la giustizia funzionava granchè bene. Domanda: come mai? Meditare, gente, meditare…

  3. tashtego il 17 marzo 2008 alle 22:56

    mi colpisce sempre l’aspetto fortemente sessuale della tortura.

  4. Francesco Marotta il 17 marzo 2008 alle 23:18

    Wakefield, permettimi di sottoscrivere il tuo commento, parola per parola.

    fm

  5. jacopo galimberti il 17 marzo 2008 alle 23:27

    roba che fa rimpiangere la lotta armata

  6. luminamenti il 17 marzo 2008 alle 23:30

    Mah, mi auguro ovviamente che questi crimini siano puniti. Mi sembra che siano ben documentati. Penso che le condanne arriveranno.
    In quanto all’indifferenza dell’opinione pubblica invece credo che corrisponda in parte a una sorta di subcoscienza che tutti noi potremmo essere in certe circostanze dei torturatori. E’ uscito da poco un interessante libro, L’effetto Lucifero che racconta di un esperimento interessante in questo senso. Lo Stato proceda a proteggere i cittadini e punisca i colpevoli. Hanno chiesto a un testimone che ha scritto un libro su quei fatti come se lo spiega e ha risposto che non era riuscito a spiegarselo. Mi sembra un ottima risposta. Meglio descrivere, dichiarare il proprio orrore, la repulsione, il risentimento per chi fa il male. Lo Stato certo dovrebbe dare quantomeno punizioni esemplari e dovrebbe controllare molto più attentamente tutto il sistema penitenziario, se prestasse fede a quanto accade agli uomini come nello sconvolgente caso descritto Nell’effetto Lucifero.

  7. Loredana il 17 marzo 2008 alle 23:39

    Terrificante.

  8. razgul il 18 marzo 2008 alle 00:11

    Era terrificante anche sei anni fa. Si sapeva fin da subito, bastava non accontentarsi dei servizi del tg1 o degli editoriali di francesco merlo.

    Ma concordo con Wakefield: la cosa più terribile è la totale mancanza di reazione collettiva. A parte chi era più direttamente coinvolto nel G8 – gruppi e cani sciolti dei cosiddetti movimenti – già all’epoca c’era da rimanere pietrificati di fronte alla generale propensione alla credulità verso la versione ufficiale dei fatti (manifestanti = facinorosi & devastatori; poliziotti = reazione forse esagerata ma consequenziale); e ancora di più di fronte all’apparente incomprensione dell’enormità di quanto era accaduto. Come se nessuno fosse capace o volesse trarre le conclusioni logiche ovvie e prendere atto che si era verificata una clamorosa e devastante sospensione dell’ordine democratico (e che forse la sospensione era ancora in corso).
    Mentre l’unica scelta possibile per salvare la decenza, da parte dell’opinione pubblica, mi sembrava che dovesse essere una immensa ribellione per raggiunti limiti di indignazione. Solo così si sarebbe potuto ristabilire l’ordine democratico.
    Niente di tutto questo.
    Ma forse in Italia abbiamo una maggioranza silenziosa ipertrofica, tanto morale e amante della giustizia da apprestarsi a rieleggere i mandanti morali dei fatti di Genova.

    Però, Wakefield – nota a margine – la controinformazione c’è stata eccome, e fatta anche bene: bastava (e basta) poco per procurarsi libri, cd, cd-rom, libri bianchi, indirizzi di siti internet, e trovare controinchieste coi fiocchi e tutto un grande sforzo di memoria e faticosa ricostruzione collettiva della memoria e della verità.
    Il materiale insomma c’è. Manca l’interesse. E’ che, mi sembra, da parte dei più non si ha la minima voglia di sprecare anche solo un minuto per appurare la verità su cosa è successo in quei giorni. Tanto più che – qualunque cosa sia successa – è successa a un’infima minoranza di scalmanati, apocalittici, disintegrati noglobal.

  9. Betelgeuse il 18 marzo 2008 alle 00:31

    Così com’è avvenuto per gran parte dei tanti criminali di guerra o di pace la pena prima o poi arriva, inesorabile. La storia ci insegna che anche i criminali più scaltri, quelli cioè che rimangono impuniti o sfuggono per l’abilità di azzeccagarbugli e politicanti, prima o poi vengono catturati e fanno la fine che si meritano. Esiste la giustizia storicamente determinata, imperfetta, che può anche assolvere per decorrenza dei termini o insufficienza di prove, ed esiste una giustizia naturale, che attraversa la storia e viene attuata dai popoli. Per questa giustizia naturale i processi non sono mai archiviati. Basta mantenere viva la memoria e non smettere mai di raccogliere prove e nomi dei singoli responsabili.

  10. Lorenzo Galbiati il 18 marzo 2008 alle 01:36

    Quoto in TOTEM l’intervento di razgul.
    La controinformazione c’è stata eccome. Ma l’apatia dei singoli è enorme.
    Vergognosa è l’opinione pubblica che ci troviamo in Italia.

    Personalmente la rabbia maggiore per la scarsa informazione e reazione collettiva la riservo non alla società civile né a quella politica, ma alla casta dei giornalisti televisivi italiani, una casta che nel suo complesso ha veramente oscurato la faccenda.
    La parola vergogna non basta più.

    Io credo di non aver ancora mai sentito un giornalista in tivù dire papale papale che in Italia per tre giorni si sono torturate decine e decine di giovani di tutto il mondo. Figuriamoci se poi in tivù si è mai data la parola a quei giovani senza subito dopo sentire il poliziotto, che ovviamente a Bolzaneto non c’era, o il politico neo-post-para-fascista, dire che lui non ci crede ma, ammesso e non concesso che tra i poliziotti vi siano stati dei torturatori, questo va inquadrato in un clima in cui dei criminali noglobal hanno messo a ferro e fuoco la città di Genova, e quindi non bisogna dimenticare chi sono gli aggressori e chi le vittime. Tutto questo detto ovviamente nel silenzio dello pseudogiornalista che avesse il (minimo) coraggio di imbastire una trasmissione su questo tema.

    Disgustoso, ma non è questa l’informazione televisiva in Italia?

  11. francesca matteoni il 18 marzo 2008 alle 02:04

    Mi sento di concordare con il commento di razgul: chi vuole sapere sa, ma manca l’interesse. La gente non vuole sapere. Più o meno inconsapevolmente allontana sempre il male da sé, ha bisogno di aggrapparsi ciecamente ai rappresentanti di certi valori (in questo caso polizia, stato = giustizia), senza interrogarsi sulla realtà delle cose. Vediamo il male solo se questo è a debita distanza storica o geografica. Non possiamo mettere in dubbio nulla, perché il dubbio è tremendo, ci colloca al centro della società, ci costringe ad essere responsabili di tutto. L’Italia è per eccellenza il popolo dei delegatori… (Quando racconti a qualcuno che sei stato picchiato da un poliziotto senza motivo la prima reazione è di dire che è stato un caso. Si sono sbagliati… Quando questo succede – senza arrivare all’orrore narrato qui – ti senti completamente impotente e stupido. Perché non riesci a mostrare l’evidenza).
    Quello che mi chiedo è, una volta preso coscienza, noi cosa possiamo fare di concreto?

    @ tashtego – la tortura ha sempre un connotato fortemente sessuale perché il suo oggetto è il corpo e l’orrore che ne deriva. Quando qualcuno viene torturato, lo si disumanizza. Si inizia sempre dalle parti del suo corpo che ci ricordano il nostro stato transeunte – vitale e mortifero al tempo stesso. La tortura è soprattutto la più grande forma di controllo – e ciò che ci arriva come immediato dall’altro non è mai il suo pensiero o il suo linguaggio, ma la sua presenza fisica, tutt’al più il suo mondo emotivo. Siamo estremamente semplici (e aberranti), alla fine dei conti.

  12. luminamenti il 18 marzo 2008 alle 07:29

    Vorrei sapere da chi ha commentato finora, perchè non si capisce bene, se pensate che complessivamente in Italia le forze dell’ordine (polizia, carabinieri) si comportino bene e lavorino per i cittadini. Secondo me bisognerebbe dire che si tratta cmq di casi isolati, certamente su cui sarebbe necessario maggiore dibattito e punizioni forti ed esemplari. In questo senso il giornalismo italiano e la la dirigenza politica italiana mi sembra latitante. Però la polizia e i carabinieri nel complesso danno garanzie di civiltà. Forse nei carceri la situazione è diversa, ma occorrerebbe fare sempre dei distinguo

  13. luminamenti il 18 marzo 2008 alle 07:30

    Aggiungo. Mi sembra anche evidente da quello che è successo, che il tutto è stato pilotato da qualche sfera lì in alto.

  14. Nicole il 18 marzo 2008 alle 07:40

    Vergognoso….leggendo queste pagine mi sembra di tornare indietro
    alle vecchie scene di brutalità assoluta imperversanti nei lagher nazisti.
    Dov’era la giustizia, mentre avveniva tutto cio’?
    Perchè chi sapeva ha taciuto?

  15. tashtego il 18 marzo 2008 alle 08:27

    pochi dicono che uno dei motivi del persistere del terrorismo per tanto tempo in Italia, è stato la risposta dello stato, violenta, terroristica, schifosa.
    a partire dal 12 dicembre 1969.
    ma anche prima non si scherzava.

  16. georgia il 18 marzo 2008 alle 09:09

    Giuseppe D’avanzo, “Io, l’infame della caserma
    che ha denunciato quelle torture”
    , La repubblica, 18 marzo 2008

  17. luminamenti il 18 marzo 2008 alle 09:45

    Quindi tashtego giustifichi il terrorismo in quanto risposta a uno Stato violento? tanto per capire dove e chi stabilisce la fine di una democrazia e se leggittima una risposta diciamo di tipo rivoluzionario.

  18. Paolo S il 18 marzo 2008 alle 10:07

    Ricordo un mio amico: atletico, maturo, determinato. Prospettive lavorative finite le superiori, zero. Soldi per l’università, idem. Si fa il mazzo, passa il concorso ed entra in Guardia di Finanza, fa richiesta per fare il basco verde (non voglio restare dietro a una scrivania). Respingono la richiesta. Lui va a vedere chi tra i suoi pari è passato, gente con cui ha appena condiviso le visite mediche e vita in caserma.
    Non proprio i più brillanti. Va a protestare con il suo superiore, tranquillo, insiste e argomenta. L’ufficiale dice e non dice, gli spiega che la sua esperienza sarà più utile altrove. Stupore: ho semplicemente fatto il liceo, signore. Sì, ma i test attitudinali… Orgoglio: sta dicendo che non sarei all’altezza, signore? Al contrario, al contrario… E allora, signore, qual è il problema? Eh, Rossi. Lo può vedere da lei: ha l’abitudine di fare troppe domande!
    Solo un caso?
    Zimbardo partiva con studenti di Stanford, e arrivava al’inferno. Provate a partire con degli hooligans in divisa…

  19. Mauro Baldrati il 18 marzo 2008 alle 11:04

    Forse l’aspetto (emotivo) che più mi ha impressionato di tutta la vicenda è stata l’immagine dello statista Fini, che parla così bene, nei locali della Questura mentre avvenivano i fatti; e la faccia ghignante di La Russa in TV mentre assisteva a un filmato dove una ragazza raccontava di essere stata presa a calci da due poliziotti che le urlavano “puttana comunista”; sono personcine a modo che rischiano di andare nuovamente al governo.

  20. The O.C. il 18 marzo 2008 alle 11:09

    “degni epigoni dei massacratori argentini e cileni degli anni ‘70”
    http://blogosfere1.blogs.com/photos/uncategorized/desaparecidos.jpg
    Nemmeno il rispetto per i morti.

    “roba che fa rimpiangere la lotta armata”
    http://www.brigaterosse.org/brigaterosse/images/AldoMoroRepubblica.jpg
    Davvero un pianto.

    “alle vecchie scene di brutalità assoluta imperversanti nei lagher nazisti”.
    http://www.carloanibaldi.com/tribute/a1946b.jpg
    Uguali Uguali, eh?

    Insomma sempre la solita minestra.

  21. andrea inglese il 18 marzo 2008 alle 11:20

    Vorrei lasciare un attimo da parte la questione della “reazione” pubblica a tutto cio’. E provare a riflettere su un’altra cosa.

    Luminamenti scrive:
    “Vorrei sapere da chi ha commentato finora, perchè non si capisce bene, se pensate che complessivamente in Italia le forze dell’ordine (polizia, carabinieri) si comportino bene e lavorino per i cittadini.”

    Ora, una prima risposta è: quello che è accaduto a Genova, a partire da venerdi, giorno delle cariche in via Tolemaide, e che si è ripetuto poi su larga scala sabato durante l’intera giornata, e quello che è accaduto dall’irruzione della Diaz in poi è uno scenario da dittatura fascista. Il paragone più pertinente è quello cileno. La differenza sta nel fatto che i soprusi, le botte, le violazioni dei diritti e la tortura si sono dispiegate in un segmento temporale limitato, e che non ci sono stati morti in seguito alla detenzioni.

    Una situazione simile si era comunque già prodotta, come qualcuno ha ricordato, a Napoli, e sotto il governo di centrosinistra.

    Ma una situazione cilena vuol dire una situazione “oggettivamente” di guerra civile. Ossia una situazione in cui in modo conclamato una parte dello stato, che detiene il monopolio della violenza, la usa al di fuori di ogni norma, contro una minoranza di cittadini. Una situazione simile dovrebbe delegittimare immediatamente agli occhi di ogni cittadino democratico l’intera istituzione delle forze dell’ordine e i responsabili politici di governo. A meno che, un’altra parte dello stato, una parte sana, non intervenga a rilegittimare il proprio ruolo punendo e condannando l’eccezione fascista che si è realizzata al suo interno.

    Ma se lo stato non punisce, se non esiste nessuno forza in grado di opporsi a quella parte guasta, che ha praticato la tortura, in clima di guerra civile, che cosa possiamo attenderci? La fiducia nelle istituzioni? Possiamo credere che al di là delle mele marce ci sono le mele buone che faranno trionfare la giustizia, ossia l’uso legittimo della forza da parte dello stato? Possiamo credere come nei film americani che il poliziotto cattivo e corrotto sarà alla fine punito, magari grazie a una fantomatica “giustizia naturale”? (Cadrà dalle scale andando al lavoro?)

    In effeti, il messaggio che viene dato oggi ai cittadini è dei peggiori. “Sappiate che c’è la possibilità, in ogni momento, che il corso normale della vita collettiva sia rivoluzionata da una situazione di guerra civile, in cui lo stato si premetterà di torturare delle minoranze, e tutto cio’ impunemente.”

    Questo fa rimpiangere il terrorismo? A me no. Per nulla. Ma fa comprendere in modo preciso uno degli argomenti sostenuti dalla lotta armata in Italia, ossia c’era una guerra civile. E questo non puo’ essere negato: quando lo stato tortura dei cittadini, e lo fa in modo palese, e senza che cio’ comporti conseguenze giuridiche e politiche, si è in una situazione molto simile a quello che si chiama guerra civile.

  22. The O.C. il 18 marzo 2008 alle 11:30

    “La differenza sta nel fatto…” ma è una bella, grossa, grassa differenza. Ogni tanto oltre a comprendere si potrebbe anche dubitare? Comprendere sempre dubitare mai.

  23. tashtego il 18 marzo 2008 alle 11:39

    @lumina (consapevole delle conseguenze)

    non giustifico nulla.
    ma sono d’accordo con chi indica nella risposta violenta, autoritaria e a tratti non meno terroristica, dello Stato una delle cause, non LA CAUSA, della deriva terrorista dei settanta e degli ottanta.
    aggiungo che il nostro è uno stato di polizia in sonno, che si risveglia secondo occasione e mostra la pasta, il connettivo culturale di cui è fatto, che è para-fascista.
    dal dopoguerra ad oggi è sempre stato così ed è uno dei motivi per i quali fatichiamo moltissimo, noi italiani, a riconoscerci negli ordinamenti che ci siamo dati.

  24. andrea inglese il 18 marzo 2008 alle 11:47

    Nessuno ha detto che siamo sotto una dittatura fascista Roberto. Il problema è un altro, e non irrilevante: se l’eccezione fascista diventa “legittima” in democrazia, di che democrazia stiamo parlando? E sopratutto, di quale stato dobbiamo fidarci? So bene che tanto tu non hai nulla da proporre, da esprimere, da argomentare, se non deridere le affermazioni altrui, e linkare parole altrui. Io lo trovo un gioco facile e monotono.

  25. tashtego il 18 marzo 2008 alle 11:54

    non avevo letto inglès qui sopra: concordo e sottoscrivo.
    con una postilla.
    l’impunità di polizia e carabinieri – qualsiasi cosa facciano nell’ambito delle loro “funzioni” – è SEMPRE stata la regola, dal ’48 ad oggi.
    condanne lievissime, menzogne, cancellazione di prove, eccetera: anche quando si è arrivati al processo lo stato ha sempre coperto i suoi uomini di mano e questo è un fatto: quindi in pratica NON ESISTE una parte “sana” dello stato e se c’è è trascurabile.

  26. The O.C. il 18 marzo 2008 alle 11:59

    Deridere?

  27. tashtego il 18 marzo 2008 alle 12:01

    ulteriore postilla.
    la lista dei morti, ammazzati dalla polizia, è lunghissima.
    la lista dei poliziotti individuati come colpevoli e/o come responsabili e perciò condannati è cortissima.

    a Genova lo stato fece corpo unico coi suoi, Scajola non si dimise.
    in questo processo accadrà lo stesso, sia che vinca la destra (probabile), che la “sinistra” (difficile).

  28. The O.C. il 18 marzo 2008 alle 12:02

    Io non derido proprio niente e nessuno.
    Mi preoccupo e basta.

  29. melpunk il 18 marzo 2008 alle 12:03

  30. sparkaos il 18 marzo 2008 alle 12:56

    sulla controinformazione secondo me è verissimo che c’è stata e se uno vuole può informarsi, ma ha avuto così poco risalto nei media più “popolari” che è stata cmq in un certo senso ammutolità. Non conta che una cosa esista ma che riesca a stabilire un adeguato numero di contatti e questo chi poteva l’ha impedito. Poi resta vero che è mancato anche l’interesse della gente, ma è difficile che si crei in cerchi più allargat della cittadinanza già attiva se non si riesce ad influenzare l’agenda dei media più seguiti (in questo la controinformazione ha fallito)

    Condivido molto il Commento di Paolo S il problema delle forze dell’ordine è nel reclutamento e nell’addestramento; e per me è una strategia deliberata (sappiamo tutti come sono nati i servizi segreti e le forze dell’ordine Italiani e almeno ai vertici la strategia continua fosse solo per convenienza)(ciò non toglie che come in tutti i gruppi umani ci siano mele buone e cattive, ma un certo abbuso di potere e strafottenza per le leggi e le persone per me è parte della cultura dei corpi)

    Per le Torture, perché altro non sono di certo.
    I padri costituenti americani, non di certo gente poco conservatrice, pensavano che quando lo Stato compie sopprusi il cittadino ha il diritto naturale a ribbellarsi ad esso. Poi è teoria perché è evidente che oggi la lotta armata non ha senso e sarebbe cmq ingiusta per il semplice fatto che non ha, enon ha speranza di conquistare, l’appoggio popolare; ma fatti come bolzaneto la giustificherebbero certamente se fosse voluta dalla gente (ovviamente c’è differenza abbissale tra lotta armata di popolo e terrorismo)

    Uno dei pochi articoli che ho letto che ti fa per un microsondo vedere la cosa dal punto di vista dei torturati (senza ovviamente poterlo comprendere) e non li sfrutta semplicemente come prova della non democraticità dello stato (torturandoli ancora per me)

  31. Alcor il 18 marzo 2008 alle 14:39

    F Matteoni scrive:

    “a tortura ha sempre un connotato fortemente sessuale perché il suo oggetto è il corpo e l’orrore che ne deriva. Quando qualcuno viene torturato, lo si disumanizza. Si inizia sempre dalle parti del suo corpo che ci ricordano il nostro stato transeunte – vitale e mortifero al tempo stesso. La tortura è soprattutto la più grande forma di controllo – e ciò che ci arriva come immediato dall’altro non è mai il suo pensiero o il suo linguaggio, ma la sua presenza fisica, tutt’al più il suo mondo emotivo. Siamo estremamente semplici (e aberranti), alla fine dei conti.”

    molto giusto, anche primordiali, direi

  32. melpunk il 18 marzo 2008 alle 15:26

    alcor
    protendo per l’idea di “semplicità” a cui fai riferimento nel tuo commento. credo che, sopra ogni cosa, si tratti di una questione “culturale”. esiste una “cultura” che ritiene “normale” pestare a sangue delle persone, per prima cosa, e poi delle persone che hanno idee, ideali, atteggiamenti, cultura opposti.

  33. Baldrus il 18 marzo 2008 alle 16:00

    Andrebbe sottolineata la distinzione tra il governo in carica, o la maggioranza politica che vince le elezioni, la caratura dei ministri ecc. e l’indipendenza della magistratura, che deve perseguire (dopo averli definiti) i reati, indipendente da chi li ha commessi. Per questo, va detto, una magistratura indipendente è una delle basi portanti di una democrazia. Purtroppo vi sono vari gradi di interpretazione che fanno tristemente pensare a una postilla che figurava in quasi tutte le normative del nazionalsocialismo tedesco: “salvo cause di forza maggiore, quando è in gioco la stabilità dello Stato”; in pratica, ogni normativa poteva essere calpestata. Così per i fatti di Bolzaneto si è invocato “lo stato eccezionale” o d’emergenza, che ha impedito di applicare il principio di reiterazione dei reati, e quindi ha permesso di alleggerire notevolmente le pene degli imputati (enormemente inferiori a quelle richieste per i 25 imputati per gli scontri di piazza). Poi in Italia non è permesso applicare il reato di tortura, mentre qui, oltre ai pestaggi (reiterati) vi sono stati esempi evidenti di tortura (persone costrette a stare in piedi fino a svenire, divieto di andare in bagno, fino a 30 ore senza bere ecc). Da sempre, e non solo in Italia, quando sono coinvolte le forze dell’ordine scatta una sorta di solidarietà di casta. Ed è qui il problema vero: si scatenano le componenti peggiori delle forze dell’ordine, a vari livelli (e non tutte le forze dell’ordine, che sarebbe affermazione demagogica), fino a instaurare un vero e proprio stato di guerra civile, paragonabile alle situazioni cilene e argentine; ma una magistratura indipendente, sganciata dai condizionamenti politici (e dal cosiddetto senso comune popolare) – ed è questo un valore fondamentale da difendere – dovrebbe perseguire fino in fondo i responsabili.

  34. tashtego il 18 marzo 2008 alle 16:14

    @francesca matteoni & alcor
    Non ci vedo alcuna semplicità.
    Esiste una propensione umana (non so se pure animale, ma certamente il sesso animale è spesso violento) a godere sessualmente nel porre alla propria mercè i propri simili.
    Credo sia non-negabile.
    Di solito si manifesta come gioco sado-maso (che poi ai miei occhi gioco non lo è per nulla), ma all’occorrenza si può sempre contarci nelle operazioni politico-militari che implicano violenza, sopraffazione, tortura.
    I normali rapporti sessuali di coppia (sia etero che omosessuale), quasi sempre mettono in scena un certo grado di sopraffazione basica, di default, anche tra persone che si amano teneramente.
    Cosa c’è di semplice in questo?
    Io ci vedo una specie di schizofrenia genetica, per esempio.

  35. claudio il 18 marzo 2008 alle 16:57

    Qualche commento sul dopo Bolzaneto.
    A differenza che nell’altro grande processo genovese sul G8(quello per la scuola Diaz), gli imputati del processo di Bolzaneto non sono stati promossi, ma sono comunque restati tutti impunemente al loro posto.
    Nonostante le prevedibili numerose condanne, tutti i reati si prescriveranno entro il 22 gennaio 2009. Dunque, sul piano delle conseguenze giudiziarie e disciplinari, la vicenda terminerà con un nulla di fatto. L’unica speranza è che il Tribunale liquidi dei risarcimenti decenti a tutte le parti civili che si sono costituite (cioè gli arrestati transitati nella caserma dal 20 al 22 luglio 2001), che resteranno in piedi anche con la prescrizione dei reati.
    Gli imputati rinviati a giudizio sono solo una parte dei responsabili degli orrori di Bolzaneto: quelli per cui i Pm hanno richiesto le condanne sono i dirigenti, per la Polizia di Stato e la Polizia penitenziaria, del sito penitenziario provvisorio , i soggetti responsabili della vigilanza interna al sito e i loro immediati subordinati, i medici presenti nell’area sanitaria (una delle due unità organizzative aurtonome all’interno della caserma). Mancano all’appello (ad eccezione di 8 imputati per fatti specifici) tutti gli esecutotri materiali delle minacce, dei pestaggi delle torture.
    Invece che continuare ad invocare commissioni di inchiesta parlamentare sul luglio 2001, perchè non concentrare gli sforzi sulla richiesta di introdurre nel nostro ordinamento una semplice misura di buon senso che prevede che ogni pubblico ufficiale debba rammostrare un cartellino identificativo sull’uniforme per poter essere identificato in caso di abusi.
    Solo una piccola parte dei massacratori di Bolzaneto sono stati identificati per via fotografica dalle loro vittime.
    Lo sapevate che le fotografie che i diversi corpi di appartenenza hanno inviato alla Procura di Genova per permettere le identificazioni ed i riconoscimenti del personale presente a Bolzaneto erano delle piccole fototessere, molte delle quali risalenti a numerosi anni prima?
    Ben prima del processo i PM hanno scoperto che i turni di servizio della Polizia penitenziaria acquisiti al processo per identifcare il personale presente nella caserma non rispecchiavano la realtà delle presenze effettive (erano stati riscritti successivamente).
    Un po’ di ottimismo per concludere: solo chi non frequenta quotidianamente le aule giudiziarie può pensare che la pagina buia di Bolzaneto, la caduta verticale dello stato di diritto e del rispetto delle garanzie e dei diritti individuali dei cittadini arrestati che essa disvela costituisca un fatto che non si ripeterà più. Forse non in tali proporzioni e con tale sistematicità, ma gli abusi di Bolzaneto rappresentano nella loro, speriamo, irripetibilità un sintomo allarmante del deficit di cultura delle legalità che alligna in parti consistenti delle forze dell’ordine.

  36. giorgio mascitelli il 18 marzo 2008 alle 17:13

    Caro Andrea,
    chissà perchè quando in Italia si riportano denunce circostanziate e pacate come quelle dell’articolo da te ripreso su comportamenti criminosi di interi reparti delle forze dell’ordine c’è sempre qualcuno, sia esso un ministro degli interni o un lettore di ni, che si affretta ad assicurare la fedeltà democratica delle forze dell’ordine, come se lui per primo ne dubitasse. Piuttosto chiediamoci cosa comporta vivere in un paese in cui l’habeas corpus è considerato un noioso optional dai responsabili dell’ordine pubblico. Se i fatti di Bolzaneto restassero sostanzialmente impuniti, questo sarebbe grave non solo per le vittime e per il movimento, ma lo sarebbe per tutta la società italiana perchè si sanzionerebbe l’impunità delle nostre polizie. E’ naturale che quando una categoria di persone ( non importa quali esse siano, dai carabinieri agli idraulici) sa di godere dell’impunità nel proprio campo d’azione tende con più facilità a commettere soprusi e abusi di potere.

  37. andrea barbieri il 18 marzo 2008 alle 17:56

    Non so voi, io se leggessi sul giornale che alcuni dei torturati, davanti all’impunità garantita dalle leggi dello stato, si è fatto giustizia da sé, farei fatica a condannarlo moralmente.
    Penso a tanti altri fatti, per esempio al delitto Aldrovandi, per cui se anche si arrivasse a condanne, sarebbero mitissime, forse senza un giorno di galera.
    Mi rendo conto che questo accade perché ho perso qualsiasi speranza nella giustizia.

  38. krauspenhaar il 18 marzo 2008 alle 18:04

    Benissimo fa The OC a chiarire con vecchie didascalie. Se questo thread deve diventare, grazie ad alcuni commentatori irresponsabili, il tazebao dei nostalgici della “lotta armata comunista”, io mi defilo. Il fatto che a Bolzaneto si siano compiuti degli atroci delitti – questo pezzo lo abbiamo voluto tutti, dentro NI- non giustifica dichiarazioni aberranti pro lotta armata. E nemmeno l’ennesima stronfiata di Andrea Barbieri, che ha perso l’ennesima occasione di tacere, o di andare a giocare a rubamazzo con suo zio.

  39. andrea barbieri il 18 marzo 2008 alle 18:14

    A parte che non so bene cosa sia una ‘stronfiata’, non capisco perché avrei detto appunto una ‘stronfiata’.
    Che una persona possa farsi giustizia da sè non è affatto una possibilità remota, tanto che l’ordinamento lo vieta.
    Che di fronte alla vacanza dello Stato – nemmeno una giustizia blanda, ma proprio l’impunità – qualcuno possa sostituirsi alle procedure per l’utilizzo della forza, non mi pare una possibilità remota. Io non lo farei perché so che mi rovinerei la vita, ma qualcuno può arrivare a pensare così di riscattare una vita già rovinata.
    Sbaglio?, sono supposizioni… Di certo non sono il solo a pensare che l’impunità in questi casi sia un”eccezione legittimata’.

  40. andrea barbieri il 18 marzo 2008 alle 18:23

    Per ‘impunità in questi casi’ intendo i casi in cui scientemente le forze dell’ordine operano oltre l’uso legittimo della forza.

    Anche una commissione parlamentare d’inchiesta potrebbe essere una soluzione, purché arrivi alla verità e dandole rilievo istituzionale. In Sudafrica per evitare la guerra civile hanno fatto una Commissione per la verità e la giustizia. Non si chiudeva con condanne, ma con attribuzioni di responsabilità condivise.

  41. tashtego il 18 marzo 2008 alle 18:31

    non vorrei che qui passasse un’idea di bolzaneto come di violenza criminale.
    è violenza politica, esercitata da gente normale di cui lo stato ha coltivato con attenzione il coté criminale (che credo sia in tutti noi) e di cui lo stato è mandante.
    anche la definizione “atroci delitti”, oltre ad essere convenzionale, è liquidatoria, come se si trattasse di un’eccezione, invece della regola: in più non si è trattato di “atrosci delitti”, ma del semplice sadismo di torturatori fascisti, che nelle loro risaputa e infinita imbecillità sono stati lasciati liberi di scatenarsi, con quello che ne è seguito.
    per quanto mi riguarda non ho mai pensato, mai nella mia vita, che le forze dell’ordine fossero “al servizio dei cittadini”, ma semmai dello stato, cioè del potere dei dominanti, vale a dire dei mandanti della politica, in quel caso dei padroni di fini e di scajola.

  42. andrea inglese il 18 marzo 2008 alle 18:36

    Caro Franz,
    non mi sembra proprio che questo thread sia diventato “il tazebao dei nostalgici” della lotta armata; c’è un solo commentatore (Jacopo) che ha tirato in ballo la “nostalgia della lotta armata”, con grande superficialità – concordo – e che si prenda lui la responsabilità delle sue nostalgie o delle sue boutades. La discussione è andata in ben altre direzioni. Infine Barbieri ha ventilato l’eventualità di giustizieri solitari. Anche qui, mi sembra un’affermazione inverosimile, ancor prima che criticabile sul piano etico e politico.
    Detto questo, la discussione mi sembra importante e non sono certo, dal mio punto di vista, due commenti per nulla condivisibili ad inficiarla.

  43. Alcor il 18 marzo 2008 alle 19:30

    Tash
    “Esiste una propensione umana (non so se pure animale, ma certamente il sesso animale è spesso violento) a godere sessualmente nel porre alla propria mercè i propri simili.
    Credo sia non-negabile.”

    Infatti, non lo nego, ma ti pare complesso? disgraziatamente è semplice, e si può contrastare solo con la cultura (in senso lato), che è invece complessità.

  44. Lorenzo Galbiati il 18 marzo 2008 alle 19:34

    IL PARERE DI LORENZO GUADAGNUCCI,

    IL GIORNALISTA DEL RESTO DEL CARLINO CHE A GENOVA 2001 HA AVUTO LA MALAUGURATA IDEA DI DORMIRE UNA NOTTE ALLA SCUOLA DIAZ (HANNO PENSATO LE MANGANELLATE DEI POLIZIOTTI A SVEGLIARLO E A SPEDIRLO ALL’OSPEDALE):

    11.03.08
    IL PROCESSO PER I DIRITTI NEGATI
    COMITATO VERITA’ E GIUSTIZIA PER GENOVA

    IL PROCESSO PER I DIRITTI NEGATI

    Il processo per i fatti di Bolzaneto sta mostrando che in Italia si è praticata la tortura in una caserma della polizia, che tutti i responsabili diretti e indiretti resteranno impuniti grazie alla prescrizione in arrivo nel gennaio 2009, che le istituzioni sono state incapaci di affrontare la caduta dello stato di diritto, visto che manca tuttora una legge sulla tortura e che nessuno degli imputati, pur di fronte a fatti accertati sul piano storico, è stato sospeso dall’incarico. Alcuni imputati sono stati addirittura promossi.
    I pm hanno detto stamani che quello su Bolzaneto è un “processo per i diritti”, ma se le istituzioni democratiche non interverranno, approvando al più presto una legge sulla tortura e imponendo alle forze di sicurezza pulizia interna e massima trasparenza, ricorderemo quello su Bolzaneto come il processo dei diritti negati.

    Genova, 11 marzo 2008

    mail: info@veritagiustizia.it
    cell: Lorenzo Guadagnucci 3803906573
    http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/il_processo_per_i_diritti_negati.php

  45. niky lismo il 18 marzo 2008 alle 19:38

    Il problema non è punire i colpevoli: è ovvio che ciò va fatto, ma è altrettanto ovvio che non si tratta di poche mele marce in un cesto di frutta fresca. La cultura della violenza permea la società tutta, dai giustizieri anti-immigrati al rampantismo della finanza d’assalto, fino alla violenza occulta praticata dalle imprese sui luoghi di lavoro e a quella che la chiesa cattolica attua in danno dei suoi stessi fedeli (imponendo comportamenti irrealistici e antistorici). Non bastano di certo i processi a ripristinare la legalità, se poi si avallano folli pretesti (la “democrazia esportabile”, la castrazione per i criminali sessuali, che ha l’identica finalità della pena di morte, etc.) atti a raggirare il diritto sia nazionale che internazionale. La politica italiana pare quasi interamente avviata su quella via. Amen

  46. luminamenti il 18 marzo 2008 alle 20:07

    Scusa Andrea Inglese ma francamente la risposta che mi hai dato non mi sembra centrata, nel senso che io non riesco a ricavare dal fatto che quello che è successo a Genova e a Napoli possa geopoliticamente era esteso all’Italia intera. L’Italia mica si ferma a Genova e a Napoli e credo che le forze dell’ordine in gran parte dell’Italia stiano dalla parte della democrazia e dei diritti civili e garantiscono sicurezza. In Cile, la dittatura cilena era in tutto lo Stato. I fatti di Napoli e Genova non accadono tutti i giorni e non estensibili a tutte le città italiane.
    Non credo di stare in uno Stato di polizia. Qui, da me in Sicilia di poliziotti che hanno perso la vita per proteggere i cittadini ce ne sono tanti.
    Mi sembra più corretto pensare che i fatti di genova e napoli corrispondano a derive, deviazioni criminali di parte della società, dello stato. L’Italia mi sembra lontana da dittature di polizia di stato. Piuttosto credo, come osservatori acuti tipo Foucault avevano esaminato, che le società moderne ed evolute capitalisticamente e industrialmente, siano soggette a pratiche disciplinari di controllo più mediatico che fisico.

  47. tashtego il 18 marzo 2008 alle 20:27

    “…credo che le forze dell’ordine in gran parte dell’Italia stiano dalla parte della democrazia e dei diritti civili e garantiscono sicurezza”.
    eh eh.
    forse a te non hanno mai puntato una pistola contro, a tre metri di distanza, gridando “vi ammazzo tutti” solo perché eri andato ad una manifestazione politica: vatti a fare una corsa fino a mondello, lumina, che ti fa bene ai polpacci.

  48. tashtego il 18 marzo 2008 alle 20:28

    e ribadisco: l’Italia E’ uno stato di polizia.

  49. marco rovelli il 18 marzo 2008 alle 20:50

    E’ ben noto come la polizia italiana abbia una tradizione ben poco democratica, e Genova non è che l’emergenza più rilevante di una storia che ha un suo senso e una sua continuità. Da Scelba a Avola, da piazza Fontana (ed è verissimo, non si può comprendere il terrorismo in Italia se non come risposta alla violenza degli apparati statali) a Genova, appunto. L’arbitrio poliziesco non emerge sempre clamorosamente, certo, ma “clandestinamente” è cosa normale: più il soggetto è debole, più lo esperisce sulla propria pelle. Più hai la pelle scura, più sei “soggetto”.

  50. jacopo galimberti il 18 marzo 2008 alle 22:41

    @ Krausp e Andrea

    Era ovviamente una boutade. Io non rimpiango la lotta armata, cosa che per altro non potrei nemmeno rimpiangere non fosse che per ragioni anagrafiche. La boutade pero’ é servita a far discutere di temi (guerra civile, terrorismo “legittimo”, etc.) che mi paiono tanto attuali quanto rimossi. Queste sono le ragioni non superficiali che me l’hanno fatta postare.

  51. Francesco Marotta il 18 marzo 2008 alle 23:36

    “Quando racconteremo, non ci crederanno.” (Primo Levi)

    Ed è questa consapevolezza, che si continua a vivere sulla propria pelle, che aggiunge orrore all’orrore e alla criminale bestialità nazista scatenata in quei giorni, sotto gli occhi defilati, ma attenti e vigili nell’ombra, dei registi istituzionali di quel massacro. Proprio questo: l’impossibilità di trovare nel vocabolario della storia repubblicana le parole per dirlo, per comunicarlo, per farne sensibilità e baluardo comune contro il risorgere di quella barbarie: perché è proprio la cancellazione di quell’alfabeto che ha reso questo paese esattamente quello che è.

    “Non ci crederanno”: e tra un mese andranno a votare, ancora, gli architetti dell’intero progetto…

    Ma la verità sa farsi memoria viva, resiste, non va mai in archivio. E questa è, e sarà sempre, la “loro” condanna e la “loro” sconfitta: il non riuscire, nonostante il sangue e lo stupro di ogni regola democratica, ad impedire che ciò avvenga.

    fm

  52. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 00:26

    Scrive Andrea Inglese:
    “Infine Andrea Barbieri ha ventilato l’ipotesi di giustizieri solitari… mi sembra un’affermazione inverosimile…”
    Le persone che a Genova sfasciavano le vetrine delle banche erano mosse dall’idea di farsi giustizia da sè. Non vedo che cosa ci sia di inverosimile nel pensare a giustizieri fai da te anche in questo caso. L’impunità e l’arroganza non sempre sono contrastate da procedure democratiche, a volte ne esce altra violenza no?
    Lo possiamo vedere ogni giorno in qualsiasi telegiornale, e non solo nella politica estera.
    Forse non ricordi quello che successe quando si diffuse, durante il governo berlusconi, la falsa idea di una legge che depenalizzava l’eccesso nella legittima difesa: ci furono due morti in pochi giorni. A uno spararono nella schiena mentre rubava una palma.
    Ti sei scordato cosa successe in Francia pochi anni fa, come reazione a comportamenti della polizia? E in Usa, anni prima?
    E i tifosi qui in italia all’indomani dell’uccisione di uno dei loro tirando un colpo di pistola?, hanno assaltato le caserme…
    Io non trovo inverosimili, all’indomani di una sentenza di assoluzione in base a prescrizione, delle reazioni.

    Poi mi chiedo, se venissi a sapere dalla tv o dai giornali che questo è accaduto, quale sarebbe il mio giudizio morale? Ti dico la verità, preferisco il mio umanissimo dubbio se giustificare o no la vendetta altrui, che il tuo modo di pensare astratto, che va bene per un ‘testo’.

  53. franz krauspenhaar il 19 marzo 2008 alle 00:38

    @Galimberti.

    Fai un piccolo sforzo, fammi la boutade di scrivere correttamente il mio nome, dovesse esserci una prossima volta.

    @Andrea.

    Saranno state boutade e battute di spirito, ma trent’anni fa Aldo Moro moriva per mano di simili canaglie.
    Per il resto hai ragione, comunque, a puntualizzare e ti ringrazio del thread, che ci aiuti a ricordare sempre meglio quello che non va mai dimenticato.

  54. franz krauspenhaar il 19 marzo 2008 alle 00:52

    Ah Barbieri: stai fuori dai piedi per mesi, poi vieni qui e inneggi alla violenza assieme a Galimberti. Io non ho potere per buttarvi fuori dal thread (che è dell’amico Inglese) ma una cosa te la voglio dire: qui è stato pubblicato un pezzo che documenta violenze inenarrabili e tu, che sei un fesso pericoloso, vieni qui a casa nostra inneggiando all’occhio per occhio?
    Lasciati dire che saresti da espulsione piena. Gira alla larga dai miei thread, questo consiglio te lo do gratis.

  55. montekristo il 19 marzo 2008 alle 01:19

    …Però quello del giustiziere solitario che si vendica sui responsabili delle atrocità di Bolzaneto mi sembra un buono spunto per un romanzo dalle venature nuàr, magari un ex poliziotto, oppure un ex genitore, o un venditore di lupini, o un mix di queste cose, certamente non un ex terrorista

  56. jacopo galimberti il 19 marzo 2008 alle 01:21

    Aldo Moro é stato ucciso da canaglie simili a me che “inneggio” alla violenza?

  57. luminamenti il 19 marzo 2008 alle 07:49

    Come al solito tashtetgo quando non hai argomenti fai battute da cretino, mescolando osservazioni critiche a frasi che ti fanno crdere di essere spiritoso, con l’evidente intento di confondere le acque quando non si è capace di dare risposte ragionate senza farsi prendere dall’irrazionale.
    Credo che anche se nessuno mi ha puntato una pistola alla testa a distanza di tre metri, si possa lo stesso comprendere lo stato d’angoscia, di paure e di orrore che se ne ricava. Ma nello stesso modo sono in grado di sapere che normalmente, ogni giorno, la polizia non punti la pistola alla tempia, che in Italia ogi giorno ci sono manifestazioni politiche che si svolgono in maniera civile e tranquilli.

    Sono i fatti che ti, vi smentiscono. Non aggiungo a queste mie civili considerazioni nessuna spiritisoggiane. Non ho un atteggiamento violento come il tuo, veramente fuori luogo.

  58. tashtego il 19 marzo 2008 alle 08:38

    krauspenhaar è sofferente, si comporta qui come quel famigerato ristorante romano dove si insultano i clienti.
    questo posto comincia a imbruttire parecchio e ciò è triste.
    era tempo che non leggevo la parola “canaglie”.
    è bella, articolata, fascistica.
    saluti e buona continuazione.

  59. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 09:36

    Franz tu spesso infarcisci i post di insulti pesanti verso l’interlocutore, e allo stesso tempo ti fai portavoce della lotta alla violenza, è curioso no?

    Non credo che tu abbia capito quello che ho scritto. Per me il problema non è Genova o un altro caso in cui sono stati pestati o addirittura uccisi cittadini. Il problema è l’impunità, lo Stato che non garantisce giustizia, specialmente quando sono coinvolti propri apparati. Tu la puoi rivoltare come vuoi, puoi consolarti facendo il gradasso nel tuo blog, ma la lista è così lunga e odiosa che questo dovrebbe diventare uno dei primi problemi da risolvere politicamente.
    Invece non solo non viene risolto da nessun governo, ma su Genova viene addirittura messo a tacere chi chiede una commissione parlamentare d’inchiesta, l’unica che potrebbe accertare le responsabilità politiche. Nemmeno dopo cinque anni si può ottenere la verità (perché ricordati che la verità del processo è solo una piccola parte).
    Allora ti ho fatto l’esempio del Sudafrica, lì almeno la verità l’hanno fatta saltare fuori, e l’hanno fatto soltanto per evitare regolamenti di conti alla fine del regime segregazionista.

    Inoltre, nell’articolo pubblicato qui si parla del risarcimento civile. Purtroppo come già è successo in una recente sentenza -e sempre che venga riconosciuto-, oltre ad essere esiguo rispetto a quello che è stato patito, molto probabilmente, dato che gli esecutori materiali non sono identificabili, verrà condannato a risarcire il Ministero, cioè caro Franz, pagheremo noi attraverso le imposte.
    Ti sembra possibile andare avanti così?

  60. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 09:51

    Del resto lo stesso giornalista pone la domanda: è possibile far finta di niente?
    Allora Franz ti vorrei fare una domanda: nel caso che lo Stato faccia finta di niente, come dovrebbero comportarsi le persone che hanno vissuto quell’esperienza?

  61. franz krauspenhaar il 19 marzo 2008 alle 10:06

    Buona continuazione altrove allora. Ci conto. Così qui si ritormerà a commentare, non a sparare giudizi per il gusto di spararli, fregandosene dell’interlocutore, della discussione e dei lettori.

    Barbieri, farsi giustizia da soli è sempre sbagliato. La tua domanda è capziosa. Esiste ancora una giustizia, ingiusta e sofferente (lei, non io, Tashtego, che cerchi di farmi passare per quello che non sono – sei molto più violento e subdolo tu di me, e i lettori intelligenti questo lo hanno capito), affidarsi alle proprie mani è essere come quei terroristi che trent’anni fa rapirono e uccisero Moro.

  62. franz krauspenhaar il 19 marzo 2008 alle 10:08

    Galimberti, l’hai detta grossa e adesso facciamo tutti finta che hai detto una boutade, così siamo tutti contenti, eh?

  63. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 10:23

    Franz, tu riesci a consolarti dicendo che c’è una ‘giustizia sofferente’ di fronte alle assoluzioni dei vertici Montedison nel processo di Porto Marghera, la condanna al risarcimento delle spese processuali inflitta ai parenti delle vittime della strage di Piazza Fontana, la probabile prescrizione sui reati di Bolzaneto…
    E in questi casi si è arrivati al processo, perché la maggior parte vittime non vede nemmeno quello…

  64. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 10:30

    Tra l’altro nemmeno hai risposto alla mia domanda. Liquidi tutto come ‘domanda capziosa’.
    Il problema è che la mia disperazione nella giustizia viene anche dagli intellettuali come te, che fanno balletti nei colonnini dei forum, fanno i ‘testi’, poi se gli fanno notare che i conti non tornano, chiudono le danze con qualche insulto.

  65. andrea inglese il 19 marzo 2008 alle 11:01

    Franz l’insulto è la cosa più facile e la più inutile che si possa fare in un thread, e tu dovresti saperlo meglio dei commentatori. Quindi, indipendentemente da cio’ che pensi di Barbieri questo non ti autorizza a dargli del fesso. In effetti è sufficiente che dalla critica degli argomenti si passi all’insulto personale perché la discussione vada in vacca. Come dimostrato. Vedi il signor Luminamenti, ecc.

  66. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 12:52

    Caro Inglese, io penso che gli insulti non bisognerebbe nemmeno pensarli, non solo tacerli, perché il problema non è tanto la rissa – che qui nemmeno si è vista – il problema piuttosto è che si considerano certi discorsi come prodotti di un fesso, e quindi si pongono fuori campo. Ora rileggendo tutti i miei post mi pare ci sia ben poco da mettere legittimamente fuori campo. La domanda ‘Che fare se il soggetto che ha il monopolio della giustizia macroscopicamente non garantisce la giustizia?’ resta apertissima.

  67. massey il 19 marzo 2008 alle 13:37

    Io ogni volta che leggo fk o il suo alter ego devo trattenermi. Propongo a tutti i lettori intelligenti di non commentare i suoi thread

  68. cristiano prakash il 19 marzo 2008 alle 14:02

    l’italia uno stato di polizia?
    è talmente paradossale come affermazione che nemmeno di fronte ad esempi della gravità qui riportata, dirlo, risulta lontanamente credibile.
    pur capendo la rabbia e l’angoscia che determinati episodi suscitano, pur pensando che ciascuno di noi coabita con un potenziale malvagio torturatore dormiente, pur pensando io stesso di vivere in una sorta di società dei consumi di massa ipnoticamente indotta, continuo a pensare che ci siano larghi spazi e opportunità di essere persone libere.

  69. andrea inglese il 19 marzo 2008 alle 14:30

    massey hai letto l’articolo di cui stiamo parlando? Per le tue impressioni o i tuoi appelli relativi ai redattori di NI c’è la bacheca del mese, che mi sembra adatta.

  70. massey il 19 marzo 2008 alle 14:58

    no, caro Andrea, la pertinenza del mio appello al tuo post è cogente

  71. tashtego il 19 marzo 2008 alle 15:00

    @prakash
    la vis polemica travolge i miei propositi di stare lontano da questo sito.
    solo un esempio, rapidamente: tu forse dimentichi che nessuno ha ancora abrogato le leggi speciali anti-terrorismo e che in teoria ogni volta che OSPITI qualcuno, dovresti andare a denunciare il fatto, lasciando nome e cognome dell’ospite in commissariato.
    se non fossimo un paese poco sensibile al dato democratico, questa dimenticanza non si sarebbe verificata.
    qualsiasi poliziotto, oggi, può spararti all’autogrill – o perché non vedi un posto di blocco, o perché non ti fermi ad un alt poliziesco, eccetera – subendo solo conseguenze irrilevanti.
    finché non vedrai cosa può impunemente farti un poliziotto italiano, non capirai cosa voglio dire: ma non te lo auguro.

  72. massey il 19 marzo 2008 alle 15:12

    Pratash, la denuncia dell’ospite si può fare con raccomandata alla questura senza scomodarsi

  73. giorgio mascitelli il 19 marzo 2008 alle 15:37

    Secondo me, parlare di stato di polizia è fuorviante perchè con Bolzaneto ci troviamo di fronte a due questioni: una più piccola e tipicamente italiana, che è quella di garantire l’impunità a una determinata categoria e che puà avere ricadute pericolose, anche se non necessariamente politiche e sorpattutto così gravi ( prova ne sia il pestaggio indiscrimanto degli spettatori inglesi a Roma-Manchester con le successive dichiarazioni a dir poco sconcertanti del questore di Roma e del ministro degli interni), perchè gli appartenenti a questo categoria sanno che è permesso loro molto se non tutto. In secondo luogo il problema più politico e più generale è quella non della contrapposizione tra stato di diritto e stato di polizia, ma il ricorso nello stato di diritto a quella categoria molto ampia di potere che è lo stato di eccezione, secondo la terminologia di Agamben: in altri termini le democrazie sospendono in certi momenti e in certi luoghi le normali garanzie per motivi eccezionali. Ciò che ora sta accadendo è un ampio ricorso, non solo in Italia, allo stato di eccezione e con motivazioni sempre più labili. Ciò che rende ancora più grave Bolzaneto (posto che la tortura è un male in sé) è che nessun tipo di comprtamento tenuto o paventabile da parte dei manifestanti rendeva neanche vagamente giustificabile forme di detenzione indiscriminata come quelle che si sono registrate: il salto di qualità di Genova è stato quello di derubricare come eccezionale fatti assolutamente normali in una democrazia quale una serie di manifestazioni di piazza. In questo senso hanno ragione coloro che dicono che Bolzaneto è un episodio, il problema è che sempre di più avremo a che fare con episodi eccezionali e non con la norma.

  74. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 16:16

    Tash, penso che sia accaduto anche a Roma. All’indomani dei pestaggi di pensionati che manifestavano contro la TAV, nella mia città vennero affissi dei manifesti con scritto una cosa tipo: Chi difende i difensori? e sotto un personaggio in divisa. Veniva se ricordo bene da un sindacato delle forze dell’ordine.
    Ora, che i difensori vadano difesi è una verità inconfutabile, ci mancherebbe. Il problema è che quel manifesto, pensato per ridare ‘onore’ alle forze dell’ordine, era assai capzioso. Il punto vero è Chi difende le leggi?
    Perché quando viene manganellato un pensionato dentro una tenda è la Legge ad essere violata, e siccome non è possibile sanzionare quel comportamento, l’uso illegittimo della forza è sì un’eccezione, ma è una eccezione che attraverso l’impunità diventa ‘legittima’.
    E allora il problema non è più del singolo caso (Genova, Napoli, i NoTav, il writer ha cui hanno sparato in testa, il tifoso ammazzato in autostrada, le morti anomale in carcere, i cpt, le botte facili eccetera) il problema diventa di ‘sistema’. Possiamo certo puntualizzare che la dittatura cilena era a un grado diverso, che lì era la regola non l’eccezione, ma il principio resta lo stesso: l’uso della forza secondo una discrezionalità assoluta, affrancata da tutti i principi costituzionali, tollerata dal sistema.

  75. andrea barbieri il 19 marzo 2008 alle 16:32

    Però ‘lo stato di eccezione’ non ha nessun fondamento costituzionale. E’ un concetto di Agamben. Fuori dalle regole costituzionali bisogna smettere di parlare di democrazia.

  76. Gena il 19 marzo 2008 alle 16:37

    Se non sbaglio la denuncia dell’ospite si fa quando egli è straniero.
    Cmq. negli anni settanta era quasi normale avere incontri non proprio felici con le forze dell’ordine, ricordo molto bene quando frequentavo l’università, durante una manifestazione un poliziotto scese dall’auto e imbracciato il mitra iniziò a sparare, in aria, spero, visto che era a venti metri da me, correre sui tacchi, è stata un’esperienza indimenticabile.

  77. cristiano prakash il 19 marzo 2008 alle 16:59

    forse mi sono spiegato male. penso alla cina, al cile, a cuba, all’argentina, alla romania di vent’anni fa: in questo senso mi sembra un’esagerazione.
    detto questo, io stesso ho scritto un racconto sui fatti di GE che propongo quando ne ho l’occasione ( reading) e provo una forte indignazione circa “l’odio fascista” con cui alcuni esercitano il potere.
    e mi scandalizzo per l’impunità.
    mi sembra però molto diverso, nella pratica, sentirsi accerchiati accerchiati da squadristi col manganello in termini di suggestione, ed esserlo davvero.
    questo nello specifico.
    poi ci sono molte sfumature che riguardano la bestia torturatrice che abita in noi piuttosto che l’idea che viviamo in una “dittatura dei consumi”.

  78. tashtego il 19 marzo 2008 alle 17:08

    allora, si possono dare le definizioni che si vogliono di Stato di Polizia.
    per me, ma posso sbagliare, uno stato è di polizia quando tra un cittadino comune e un poliziotto c’è un gap di diritti e di punibilità.
    ha ragione Barbieri quando dice che l’impunità pluridecennale della polizia italiana costituisce una drammatica diminutio democratica.
    insomma anche la questione della violenza politica va vista in un’ottica di dialettica con la violenza dello stato, cioè come antitesi alla violenza dello stato, anche se non è e non fu solo questo: uno stato che intende il proprio compito attraverso la violenza non può che crescersi con molta cura ed attenzione i propri uomini di mano, non può che garantirgli un’impunità istituzionale non meno mafiosa della malavita organizzata.
    eccetera.
    se poi ci si vuole cullare nella favola di una polizia tutta al servizio del cittadino, padronissimi.

  79. massey il 19 marzo 2008 alle 17:19

    l’impunità della polizia/carabinieri comincia nel ’47 con Portella della Ginestra

  80. franz krauspenhaar il 19 marzo 2008 alle 23:31

    La finisci Barbieri? Io ti insulto se tu sei insultante. Tu vali come quel Massey, quello che mi sputa addosso da tempo senza una ragione. Chi vi credete di essere? da quale pulpito arrivano le vostre dimostrazioni di democrazia?

  81. Betelgeuse il 20 marzo 2008 alle 02:37

    Ehi, calma! Cerchiamo di abbassare i toni. Il litigio non è utile alla comprensione dei fatti e delle questioni connesse.

    Il problema non è essere pro/contro le forze dell’ordine, o pro/contro i manifestanti. Il problema è sull’equa applicazione delle leggi. Chi commette degli abusi deve pagare, scontando la giusta pena. E invece in Italia non v’è certezza del diritto. Perché è un paese dove – ad esempio – l’investitore assassino delle due turiste irlandesi a Roma, che viaggiava a folle velocità e ubriaco su una Mercedes, viene subito messo agli arresti domiciliari perché figlio di un ufficiale dei vigili urbani. In un analogo caso precedente invece, un nomade era stato subito tradotto in carcere.

    Non bisogna essere giustizialisti a sproposito, però la politica dei “due pesi e due misure” non va bene. E questo vale anche per i famosi fatti di Genova. I manifestanti violenti vanno isolati e perseguiti, così come vanno ugualmente isolati e perseguiti i membri delle forze dell’ordine che violano le leggi e i diritti umani. La certezza del rispetto della legalità e la certezza della giusta e equa applicazione delle pene, appunto.

    Quando la giustizia non riesce a essere giusta – non condannando i potenti colpevoli e perseguitando i deboli – si apre un grave problema di natura giuridica e istituzionale. Ha il libero cittadino, in questi casi, il diritto di rivendicare una giustizia personale?

  82. andrea barbieri il 20 marzo 2008 alle 09:51

    Franz, non so Massey, ma io proprio non ci penso nemmeno a a sputarti addosso.

    Allora, tu dici che la giustizia è ‘sofferente’.
    A me questo sembra un giudizio molto blando di fronte alla gravità della cosa.
    Bisognerebbe raccogliere dati sui fatti accertati – anche sul ‘come’ sono stati accertati – e quale esito processuale hanno avuto. Poi documentare ciò che non passa dal processo, gli abusi non denunciati, cercando di capire perché non vengono denunciati (minacce di ritorsione, bassa scolarizzazione…). Occorrono testimonianze, dati e testardaggine. Rovelli lo saprebbe fare penso.
    Il resto è il solito colonnino del solito lit blog che non sposta una virgola nel mondo reale.

  83. andrea barbieri il 20 marzo 2008 alle 10:46

    Scusate mi è saltata una frase:
    Bisognerebbe descrivere non il singolo caso di Genova, ma il ‘sistema’ della violenza e dell’impunità.
    Bisognerebbe raccogliere dati sui fatti accertati – anche sul ‘come’ sono stati accertati eccetera…

  84. andrea barbieri il 20 marzo 2008 alle 10:50

    Qui
    https://www.nazioneindiana.com/2006/01/31/federico-aldrovandi/

    c’è il pezzo che pubblicò Inglese per Aldrovandi. C’è anche nei commenti una citazione di Rovelli, è la madre di ‘Aldro’ a parlare: “I manganellatori di Genova mi hanno spesso ricordato il militare che ha ucciso Francesco Lorusso, nel ‘77 a Bologna. Ad un giornalista che gli chiedeva perché avesse sparato agli studenti: «Te lo posso dire – ha risposto – tanto so che non mi faranno niente: ridevano di noi»”



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