Mia madre discorre sempre di nature morte

19 marzo 2008
Pubblicato da

lalla
di Chiara Valerio

Nasce una specie di bellezza, fatta di negazione,
di ingenuità, di spavalderia.

Ero dunque sorda, arida, dura. Come potevo non essere appagata una volta per tutte, capire tutto di lui una volta per tutte? Dev’essere che non c’è mai una volta per tutte. Le parole tra noi leggere è un libro di simboli e pertanto è un’opera al nero. Si apre con una premessa di carne Comunque, io sono soltanto un antefatto e si chiude con una ripetizione, che è formula alchemica Cosa le interesserebbe fare?
Posso dire con esattezza di aver provato estraniamento. Come entrare in un museo delle cere e assistere a persone che mimano statue di cera. Ridondante estraniante e con un convincente senso di artificio. Non che io mi sia mai preoccupata di segnare confini netti tra reale e immaginario ma è vero che nella vita di ogni lettore irrompono libri che lampeggiano di avvertimenti.
Per esempio in Vicino al cuore selvaggio Clarice Lispector scrive Nessuno sa a quale abisso di amore possa giungere la tenerezza. E in A ritroso Des Eissentes confessa Dopo i fiori finti che imitavano i fiori veri volevo i fiori veri che imitassero quelli finti.
La prima sensazione riguardo Le parole tra noi leggere è stata la certezza di trovarmi in una serra di fiori veri che imitavano i finti. Anche nel senso di azzardati. Eppure non sapevo chi fosse Lalla Romano, non sapevo che avesse un figlio, non supponevo che questo libro fosse, come ogni opera ma in un senso più prepotentemente preteso, autobiografia. Nonostante la mia ignoranza, la mia mancanza di curiosità rispetto alle condizioni al contorno del libro, la sensazione di non autenticità è rimasta. E ancora oggi non riesco a sloggiarla dai miei pensieri circostanti. La seconda sensazione è stata la deriva sistematica della tenerezza di una madre qualsiasi per un figlio peculiare e introverso. La tenerezza in questo libro è scomposta, analizzata e così scientifica da essere riproducibile in ogni riga di testo. Non aveva la mia violenza nella tenerezza e nemmeno la mia ira. Perché la madre non è qualsiasi, è uno scrittore e il figlio non è introverso, è fabulare.
Si conosceva infatti; e per questo io tremavo di dover ammettere che la sua incertezza intorno al fare fosse frutto della sua conoscenza e fosse perciò più giusta della mia insicurezza e pazienza insieme. Nessuno credo pensa che il genio può ignorarsi; ma, per prima cosa, quello che si usa chiamare genio non è che sappia di esserlo, sa soltanto quello che vuole fare. Genio significa vittorioso, vale a dire che sottintende una possibilità di scacco. Come si perdono e si distruggono le cose così può perdersi e distruggersi l’uomo, il suo genio. E fra i danni si possono contare quelli imputabili all’uomo stesso: la trascuratezza, la sfiducia.
La mie ansie però sono classificatorie. Le parole tra noi leggere non è un diario, non è un romanzo, non è un epistolario, non è un saggio psicanalitico, e non è nemmeno una raccolta di racconti o di aforismi, non è un taccuino di appunti o un portfolio. È un catalogo narrativo di effetti strutturato in modo che sia impossibile risalire alle cause, e inaudito invertire la freccia del tempo. È una precauzione materna. Se il tempo scorresse il giovane P. apparirebbe insensato e quasi perdigiorno e il libro somiglierebbe a un ritratto del figlio giovane da artista. Mentre nelle istantanee di passioni come la nonna, Marlene o la motocicletta, il tempo ristagna e l’unico giudizio plausibile è estetico. Lalla Romano infatti impedisce al lettore di segnare una propria sequenza temporale all’interno del testo. Se questo libro fosse un nastro sarebbe possibile riavvolgere, collegare gli effetti alle cause e ricondurre il tutto a una misura letteraria. Ma non lo è.
Ne Le parole tra noi leggere gli effetti sono spiegati sui tavoli e sulle persone e sui luoghi e si può ipotizzare da cosa essi derivino o gemmino ma senza alcuna certezza e sentendosi appena fuori luogo, appena intrusivi a tentare altro oltre l’osservazione e l’ammirazione.
Comporre un catalogo di effetti è un gesto ragionato, di consunzione, può essere esercizio di stile o esercizio di realtà.
Per Lalla Romano è esercizio di realtà.
Suo figlio non esiste, è una sua fantasia. È una madre esegeta il cui figlio dio sfugge a qualsiasi interpretazione.
Mi lasciavano più angosciata i sogni che facevo su di lui. È una madre impalata su un figlio spregiudicato nella propria evanescenza.
Prendevo su di me l’ereditarietà di tutte le debolezze. È una mater dulcissima corrotta dalla perfezione delle proprie previsioni.
Io gli voglio tanto bene che mi fa pena tutto quello che lo rattrista. Una madre vedetta che misura con strumenti forse inadatti la distanza tra il mondo e il figlio inesplorato.
Mi appare come un essere incompreso per la sua purezza e integrità che non è di questo mondo. Una madre panica per la quale ogni rapporto d’amore si rinomina come amore di madre.
Dice di Marlene, la moglie del figlio, e spergiura Sono umiliata, però penso che è giusto: non mi verrà mica in mente di amarlo meglio di lei. Ora lei è sua madre.
È una madre scrittore, che per capire il figlio personaggio, che le sta di fronte e in movimento, deve deletterarizzarlo tabulandolo in una struttura narrativa qualsivoglia. Per me questa struttura narrativa è il catalogo di effetti.
Le parole tra noi leggere è un esercizio di realtà perché se quest’uomo, P., ha risposto a lettere, scritto un Diario d’Algeria, composto temi scolastici e di preparazione a un concorso pubblico, questo stesso uomo in tutta l’infinita varietà del proprio essere romanzato, del proprio desiderio di guidare le locomotive, farsesco e definitivamente autoreferenziale deve esistere, esiste, ed è pure figlio.
In questa misura Le parole tra noi leggere è un libro privo di tatto, scabroso, impudico. Devia sull’errore dell’eccessiva passione dell’amor materno per un progetto narrativo che avrebbe potuto coinvolgere un parente bizzarro ma assai contiguo, un dirimpettaio onnipresente, un amante sofisticato e caleidoscopico, qualunque cosa. Questa è l’opera al nero di Lalla Romano, costruire un apparato letterario che renda tangibile ciò che vive narrato. Che il tangibile si concentri poi sull’esistenza del figlio è abbastanza accidentale. Cosa le interesserebbe fare?.
Se mi imponessi di definire una trama, una storia in questo libro, ben diversa dalla vera trama di Le parole tra noi leggere, che, ripeto, è solida struttura dimostrativa, addirittura matematica, che procede more geometrico per lemmi e controesempi, direi è la storia di una donna che avverte la necessità di appropriarsi della maternità attraverso le parole, unica fisicità che concepisce, e che poco a poco, parola a parola, si accorge che non saranno sufficienti nove mesi di gestazione ma trenta anni e anche allora il processo non risulterà concluso ma sempre, perennemente in itinere, sempre, perennemente approssimato.
So bene che si può dire identificazione. E con questo? È naturale che uno ami in un altro (figlio) il meglio di sé. Lalla Romano, pur essendo doppia, sfugge a qualsiasi ambiguità. Si concede financo ribaltamenti E se invece di giudicare la guerra, quei disegni facessero un ritratto di lui stesso o di me (o di chiunque)? Può darsi. Anzi, è così.
Eppure, l’unico modo che questo scrittore (donna?) ha per riappropriarsi di un figlio che non le appartiene, perché è già, ribadisco, narrativa, è descriverlo con le parole. Per poterlo leggere, con suo stesso verbo, come si legge un quadro, deve raccontarlo in una prosa scarna, affilata, piana ma butterata da punteggiature che avanzano per puntini sospensivi, parentesi, trattini interpuntivi, uncini interrogativi. Saltano all’occhio come prese d’aria per una narrazione che si dichiara in apnea. La gioia è detta aerea in quanto aiuta a respirare, solleva; ma è compressa, taciuta, anch’essa pesa: come un tesoro.L’immagine che mi sovviene mentre leggo Le parole tra noi leggere è quella di una Pietà, ancora una volta pretesa. Lalla Romano non suggerisce, non lascia spazio a deviazioni. Trattiene il fiato di tutto e scrive Sento C. sgridarlo; mi inquieto perché è molto malato, accorro. Siamo nella vecchia casa di via Barbaroux. Trovo C. sulla porta grande, dell’ufficio del papà, con lui sulle braccia, svenuto. È come adesso: con la barba, bello, sofferente. Lo prendo sulle mie braccia; è leggero, tiepido come un bambino piccolo.
La pietà è una rappresentazione che crea, se non una endiadi, almeno un binomio, possono esserci mille personaggi e particolari naturalistici minuziosi ma ciò che è pietoso, che dà nome e quindi senso e sostanza, è il gesto materno, perdente eppure iconizzabile, di una donna minuta che sostiene un uomo eroicamente dolente. Le parole tra noi leggere è infatti un libro di binomi.
Lupo e agnello, meraviglia e ammirazione, lacrime e riso delle cose, simbolismo e verismo, insufficienza e genio, grazia e determinismo, vitale e metafisico, commerciante e umanista, allusione e mistero, profetico e soggettivo, poetica ed estetica, peso della noia e lusso dell’elegia, simbolico e (dunque) metafisico, machiavellismo e snobismo, niente e cinismo, minuzia e favola, esatto e metaforico, sensibilità e virtù, atto e simbolo. È un oggetto narrativo, la messa in scena di un documentario, basato sui simboli. Il lettore è avvertito, il lettore non deve supporre il lettore è armato con Tutti riviviamo sempre la stessa avventura perché le nostre avventure sono simboliche.
Io sono un lettore che raccoglie parole almeno quanto sono stata una bambina che si affannava a comporre mazzolini dai fiori di un prato. Anche le idee generali, le categorie sono rappresentate in una finta dialettica binomiale, Romano scrive
Nonostante questi binomi a puntellare il testo Le parole tra noi leggere non è un dialogo e nemmeno è scritto nel tono monologante delle osservazioni speciose. Lalla Romano imbastisce due fondali. Il primo è quello grigio che mescola scrittore e madre, il secondo è quello sul quale il lettore ha una percezione del tempo che passa, i fatti accadono, lettere e frequentazioni si accumulano e amicizie si sciolgono, le istantanee delle poesie gli scorrono davanti, ma su cui il tempo è fisso, e la madre osserva, recensisce i comportamenti, suppone cambiamenti che in realtà non avvengono, e non avvengono perché il loro mero accadere intaccherebbe la monoliticità, la straordinarietà del figlio indifferente e refrattario a qualsiasi etichetta. Le sue trasformazioni sono sempre state lentissime, impercettibili e grandiose, come gli eventi cosmici che tacitamente cambiano la faccia della terra. I suoi tempi non sono state età storiche, bensì ere geologiche. I piccoli fatti hanno un senso proprio in quanto rivelano talvolta i minimi spostamenti, le impalpabili alterazioni che porteranno i grandi mutamenti e ancora Come tutte le sue manie – o meglio forme, maniere di essere – anche questa acquistò una sorta di imponenza, finì con l’attirare addirittura rispetto.
Io credo che Lalla Romano abbia ragione, Una passione onesta per lo scrivere consiste nell’orrore per l’inautentico e anche in una certa sensualità per le parole ma credo pure, e sono certa che questo libro dal linguaggio esatto e persecutorio lo provi, che Una passione onesta per lo scrivere consiste in una sensualità per l’inautentico e anche in un certo orrore per le parole.

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7 Responses to Mia madre discorre sempre di nature morte

  1. Cappuccetto rosso il 19 marzo 2008 alle 17:22

    si tratta sempre di dosare bene gli ingredienti, alla fine….

  2. véronique vergé il 19 marzo 2008 alle 19:06

    Magnifico. E’ un ritratto di madre che entra nell’anima, amore che si accorda con la terra non muta, ma che parla. Nella letteratura si dà il ritratto della madre. Penso al libro di Cohen : le livre de ma mère che ho letto, quando ,avevo dieci anni. Era nella biblioteca, ho il ricordo di una copertina di una madre che dà il seno, credo. Sono entrata nel libro per la copertina, dopo, il libro mi ha tenuta nel incanto.
    La madre e il figlio: è una coppia che dice l’intimità, il vincolo fatto di ammirazione. Una madre ammira sempre il figlio e cerca l’ultimo vincolo che le tiene alla casa natale, il ritorno del figlio è il sogno della madre.
    Per la figlia è diverso. Una madre non ha la nostalgia della sua presenza, anche se l’ama.
    Ho amato l’articolo nella scrittura e l’argomento.

  3. chi il 19 marzo 2008 alle 23:43

    @ véronique
    è vero io pure penso che questo ritratto di madre entri nell’anima.
    ma penso pure che il figlio è un tentativo tagliente per provare che la letteratura ingabbia gli individui.

  4. véronique vergé il 20 marzo 2008 alle 08:30

    Forse la letteratura è una manera di imprigionare l’oggetto d’amore. Amo le madri, perché fanno della matera dell’amore il libro, il terriccio della scrittura. Amo, quando incontro un uomo prendere nei suoi occhi la luce d’amore che viene della madre, la parte intoccabiledell’intimità tra figlio e madre. La letteratura offre uno specchio abbagliante di questo amore.
    La Storia è per me il romanzo lo più bello scritto a proposito del vincolo madre e figlio. Aspetto ancora un romanzo di questa qualità illustrando l’amore di una madre per la sua figlia.

  5. chi il 20 marzo 2008 alle 19:43

    Anche io ho amato molto la Storia ma forse più Menzogna e sortiliegio. Tuttavia non so se amo le madri perché costituzionalmente capaci di secernere placenta per incubare gli oggetti letterari. e i personaggi. e i figli personaggi. ultimamente ho letto Lo spazio bianco di Parrella e credo che ci siano immagini, colori, passaggi, che lasciano intuire prospettive di sviluppo del rapporto madre figlia. ma bisogna attendere.
    poi c’è questa cosa di Sistina di Yourcenar che stravolge toglie il velo dalle gabbie. e gioca.

    “Gherardo io non ho figli. E so bene che la maggior parte degli uomini non hanno veramento un figlio: hanno Tito, o Caio, o Pietro e non è la stessa gioia. Se avessi un figlio non somiglierebbe all’immagine che me ne sarei formata, prima che esistesse. (…) Se tu fossi mio figlio Gherardo non ti amerei di più, solo, non dovrei chiedermi perché.”

  6. véronique vergé il 21 marzo 2008 alle 08:27

    Dunque leggero Menzogna e sortiliegio; un livro che mi aspetta: bello.

  7. db il 24 marzo 2008 alle 18:39

    Helena,
    posta
    plena!



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