L’ACROBATA di Sylvia Plath

25 marzo 2008
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Acrobates da Parade di Erik Satie (1917)


Ogni notte quest’agile giovane donna
Riposa fra lenzuoli
A brandelli sottili come fiocchi di neve
Finché un sogno non ne solleva il corpo
Dal letto ad ardue sfide
D’acrobazie sul filo.

 

Tutta la notte in equilibrio
Con destrezza da gatta sulla perigliosa fune
In una sala gigantesca
Balla delicate danze
Allo schiocco di frusta ed al ruggito
Degli ordini del suo maestro.

 

Dorata, avanza precisa
Attraverso quell’aria greve.
Un passo e si ferma, sospesa
Al fulcro del suo gesto
Mentre grossi pesi le cadono attorno
Ed incominciano a volteggiare.

 

Addestrata a tal punto, la ragazza
Para l’affondo e la minaccia
Di qualunque oscillazione;
Con un improvviso slancio e una piroetta
Chiama l’applauso, la corda luccicante
Le affonda affilata in ogni coraggioso arto.

 

Poi, finito il difficile esercizio, fa un inchino
E serenamente si lancia giù
attraverso il pavimento di vetro
in salvo verso casa; ma, roteando occhi allenati
un domatore di tigri ed un pagliaccio sogghignante
si accovacciano, lanciandole palle nere.

 

Alti carri rotolano dentro
Con tuono di leoni; tutto s’adopera
Ed avanza sgraziato
Per intrappolare questa oltraggiosa leggera regina
E sbriciolare in atomi
Le sue nove vite cosi inafferrabili.

 

Ma lei s’accorge dello stratagemma
Di pesi neri, palle nere e carri neri
E con un’ultima abile finta salta
Attraverso il cerchio del suo rischioso sogno
Per balzar sù seduta del tutto desta
All’arrestarsi dello squillo della sveglia.

 

Ora come punizione per il suo talento
Di giorno è costretta a camminare temendo
I guanti d’acciaio del traffico, terrorizzata
Dalla paura che, per dispetto, tutta
L’elaborata impalcatura del cielo sopra la sua testa
Cada alla fine fragorosamente sulla sua fortuna.

 

AERIALIST

 

Each night this adroit young lady
Lies among sheets
Shredded fine as snowflakes
Until dream takes her body
From bed to strict tryouts
In tightrope acrobatics.

 

Nightly she balances
Cat-clever on perilous wire
In a gigantic hall,
Footing her delicate dances
To whipcrack and roar
Which speak her maestro’s will.

 

Gilded, coming correct
Across that sultry air.
She steps, halts, hung
In dead center of her act
As great weights drop all about her
And commence to swing.

 

Lessoned thus, the girl
Parries the lunge and menace
Of every pendulum;
By deft duck and twirl
She draws applause; bright harness
Bites keen into each brave limb.

 

Then, this tough stint done, she curtsies
And serenely plummets down
To traverse glass floor
And get safe home; but, turning with trained eyes,
Tiger-tamer and grinning clown
Squat, bowling black balls at her.

 

Tall trucks roll in
With a thunder like lions; all aims
And lumbering moves
To trap this outrageous nimble queen
And shatter to atoms
Her nine so slippery lives.

 

Sighting the stratagem
Of black weight, black ball, black truck,
With a last artful dodge she leaps
Through hoop of that hazardous dream
To sit up stark awake
As the loud alarmclock stops.

 

Now as penalty for her skill,
By day she must walk in dread
Steel gaunticts of traffic, terror-struck
Lest, out of spite, the whole
Elaborate scaffold of sky overhead
Fall racketing finale on her luck.

 

 

(traduzione di Orsola Puecher)

 

[AERIALIST – delicata e crudele – fa parte di un piccolo gruppo di poesie che Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) scrive negli anni del college, fra il 1950 e il 1955, talvolta come compiti assegnati dal suo professore di Letteratura Inglese, Alfred Young Fisher]

 

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Musica da qui

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25 Responses to L’ACROBATA di Sylvia Plath

  1. sparz il 25 marzo 2008 alle 11:26

    “Pensa. Ne sei capace. Sopratutto non devi fuggire nel sonno – dimenticare i dettagli – ignorare i problemi – costruire barriere fra te e il mondo e le allegre ragazze brillanti – ti prego, pensa, svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell’amore e nell’umanità…”
    dai diari di Sylvia Plath, citato nel bel sito a lei dedicato (http://www.sylviaplath.altervista.org/). Grazie Orsola.

  2. Annalisa il 25 marzo 2008 alle 12:40

    Grazie (anche a Sparz) per le belle segnalazioni.

  3. Cappuccetto rosso il 25 marzo 2008 alle 12:48

    :-)
    bella anche la scelta dei colori…
    grazie!

  4. véronique vergé il 25 marzo 2008 alle 13:15

    Orsella, grazie mille, per la poesia in aria, nella grazia del corpo, cometa bionda. Le foto sono nella bellezza. Amo molto la foto di Silvia Plath in altezza davanti la macchina da scrivere: strapiomba il mondo.

  5. giulia il 25 marzo 2008 alle 14:00

    Bellissmo tutto, Giulia

  6. litbrother il 25 marzo 2008 alle 14:03

    bravissima Orsola!

  7. franz krauspenhaar il 25 marzo 2008 alle 14:36

    Buon debutto con le”penne” Orsola!

    Franz

  8. orsola puecher il 25 marzo 2008 alle 15:00

    grazie sottovoce a tutti!

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  9. nadia agustoni il 25 marzo 2008 alle 15:55

    bella Orsola, buon lavoro e un abbraccio

  10. niky lismo il 25 marzo 2008 alle 15:57

    Sylvia Plath, col suo doloroso vissuto, può fare da monito contro la riabilitazione di talune pratiche assurde che certa psichiatria sta formulando:

    “Un qualche dio mi ha afferrato dalle radici dei capelli.
    Nelle sue scariche azzurre ho sfrigolato come un arido profeta.

    D’un colpo si sono ritratte alla vista le notti simili a palpebre di rettile:
    Un mondo di bianchi giorni vuoti in un buco senza ombra.

    A quest’albero mi ha inchiodato un tedio rapace.
    Se egli fosse me, farebbe ciò che io ho fatto”

    La poesia si chiama “L’impiccato” ed è tratta dalla raccolta “Ariel”. Sylvia Plath la scrisse dopo l’esperienza dell’elettroshoch. La traduzione è mia.

  11. WD il 25 marzo 2008 alle 17:04

    pelle d’oca. THANKS

  12. Ines il 25 marzo 2008 alle 20:54

    che immagini…
    e che parole!

  13. sabrina il 26 marzo 2008 alle 07:29

    Bellissima e così dolorosa, questa poesia. La “leggera oltraggiosa regina” alla fine è caduta, ma questo non toglie (e non aggiunge) nulla alla bellezza dei suoi volteggi in aria.
    Le immagini accompagnano piacevolmente il viaggio.

  14. orsola puecher il 26 marzo 2008 alle 08:23

    Grazie ancora.

    L’incontro casuale, ammesso che caso esista, con questa poesia di Sylvia Plath avviene qualche giorno fa sullo scaffale di una libreria, fra le pagine di un piccolo libro che pubblica insieme a questa alcune altre giovanili inedite.
    L’incontro con inediti di poeti che molto si amano e si sentono vicini per stile ed intenti, è sempre emozionante. Anche vedere un talento acerbo già così maturo nella scelta delle parole, delle immagini, di fotogrammi di una scansione narrativa davvero efficace. Amo molto la poesia “narrativa”. E non ultimi in filigrana scoprire già i sintomi di una vicenda di vita dolorosa, essa stessa sempre su filo sottile con sotto baratri. Della sensibilità estrema che, tanto abile negli equilibrismi delle parole, in un sogno, poi cade nella vita.

    Ma, purtoppo, una traduzione terrible (si dice il peccato ma non il peccatore), stile “traduci questa pagina” del traduttore automatico di Google:

    ad esempio

    Nightly she balances
    Cat-clever on perilous wire

    era

    Di notte lei mette in equilibrio
    il gatto intelligente sul pericoloso filo.

    Gioco forza provare, per puntiglio, rispetto ed omaggio a S. P., a ritradurla.

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  15. sparz il 26 marzo 2008 alle 09:43

    giusto per andare un attimo sul dettaglio, sempre rischioso, della traduzione,
    tu traduci “perilous wire” con “fune fatale”: mi chiedo se quel “fatale” non sia già andare oltre il testo, dove per me “andare oltre” significa rendere esplicite delle implicazioni che probabilmente il testo ha, ma che l’autore aveva scelto di tenere implicite, “pericolosa” è certamente meno esplicito di “fatale”. Che dici?

  16. orsola puecher il 26 marzo 2008 alle 10:05

    molto vero Sparz
    infatti sono stata a lungo sulle due possibilità
    poi ho scelto :-)
    pericoloso mi sembrava poco per un equilibrista sul filo
    fatale è quasi sempre la conseguenza di una caduta del genere

    tradurre è sempre difficile

    come sulla parola “adroit” del primo verso
    una parola molto rara, direi ricercata, derivante dal francese:

    Oxford Dictionary

    adroit

    /droyt/

    • adjective clever or skilful in using the hands or mind.

    — ORIGIN from French à droit ‘according to right, properly’.

    Abile ma di un’abilità più fisica che altro, in questo caso, che mi ha fatto optare per “agile” la traduzione ottimale sarebbe stata però “destra”
    il contrario di maldestra insomma
    che però suonava strano e desueto in italiano

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  17. gianni biondillo il 26 marzo 2008 alle 10:55

    “Pericoloso” in effetti è poco evocativo, meglio “fatale”, o forse anche “periglioso” (se non suonasse così demodé) che dà la sensazione del percorso nulla affatto semplice.

  18. francesca matteoni il 26 marzo 2008 alle 11:35

    Bello questo approccio multimediale alla Plath. Nella poesia nonostante i toni acerbi c’è già quella violenza di immagini (la corda affilata che taglia l’acrobata, il pavimento di vetro che suggerisce ancora un taglio una ferita se ci si cade attraverso) che poi esplode nel Colosso e soprattutto in Ariel, con quei versi secchi, incisivi, espressionisti. Mi pare che ci sia qui quell’equilibrio che la poetessa ha cercato per tutta la sua breve vita, tra la sua scrittura (la sua vera vita) e l’immagine di donna forte, serena, di madre affettuosa, di compagna premurosa e di figlia diligente che sentiva come un ruolo a cui adempiere, senza riuscirci mai. In questo senso la scelta delle fotografie che ha fatto Orsola è esemplare – non c’è nulla di più contrastante di quel sorriso largo di ragazza americana con il baratro, la ferocia, la nevrosi che la Plath si portava dentro.
    Grazie per Satie!

  19. véronique vergé il 26 marzo 2008 alle 18:49

    Adoro il post. Ho ancora ammirato le foto. cio che dice Francesca Matteoni è vero: nella grazia e la fermezza del corpo di Silvia Plath, non si svela il tormento, niente da vedere con il volto doloroso di Virginia Woolf. Forse c’è una somiglianza con Zelda da cui la bellezza solida nascondeva la follia.
    Per Nicky lismo, ho letto “la cloche de détresse”, credo è il libro lo più violente sulla psichiatria. Chi un giorno è entrato in un ospedale psichiatrico ha capito che il malato a perso la libertà, la speranza.

  20. véronique vergé il 26 marzo 2008 alle 19:01

    Mando un altro commento, perché è caduto nel abisso.
    Sono d’accordo con Francesca Matteono che evoca la bellezza di Silvia Plath: il suo corpo prolungando la terra: si nascondeva il tormento, nel centro della mente. Niente da vedere con Virginia Woolf con il volto triste, tormentato, ansioso.
    Silvia Plath mi fa pensare a Zelda per la bellezza bionda che nasconde un pozzo di dolore.
    Consiglio la lettura de “la cloche de détresse”, un libro che penetra l’universo della psichiatria, libro violente e vero.

  21. orsola puecher il 27 marzo 2008 alle 08:59

    [caro il professor Sparz, credo che, in ultima analisi (come si dice in questa, anche dal punto di vista del lessico, assai triste campagna elettorale) a breve metterò proprio “perigliosa” al posto di “fatale” (il web consente il work in progress e l’umiltà di ciò che si scrive)

    @Gianni

    le parole demodé è ora che tornino di moda in questo totale appiattimento della lingua]

    Grazie a tutti della condivisione di brividi e bellezza, ed in particolare:

    @Sabrina

    grazie di avermi linkato da te ed auguri per la presentazione!

    @Francesca

    Hai colto davvero il senso delle immagini. Alle immagini io tengo molto, come si vede e vedrà in futuro. Aggiungo che averle messe in negativo è proprio voler far vedere una specie di dark face di tanta apparente solarità.

    @Veronique

    Sei sempre molto sensibile ed emozionata nei tuoi commenti e nel tuo delizioso francese italianizzato e/o italiano francesizzato.

    @niki lismo

    La cura dei disturbi psichici, vergognoso elettroshock a parte, è purtroppo sempre, da allora ad oggi, questione di fortuna, di luoghi geografici, di mezzi economici per.

    Mi è molto piaciuta la tua traduzione di ‘The hanging man” per la scelta delle parole (ad es. sfrigolato per sizzled e tedio rapace per vulturous boredom) ed anche per il ‘coraggio’ di cambiare l’ordine della costruzione in alcuni punti:

    By the roots of my hair some god got hold of me.
    I sizzled in his blue volts like a desert prophet.

    Un qualche dio mi ha afferrato dalle radici dei capelli.
    Nelle sue scariche azzurre ho sfrigolato come un arido profeta.

    Nella traduzione della poesia questa è sempre una scelta di non poco conto: se nella prosa si bada di più alla scorrevolezza del discorso nella lingua del traduttore, nella poesia, dove la scorrevolezza non è quasi mai un problema del poeta, a cui le immagini spesso si succedono per associazioni non logiche, per flash, ho personalmente più riguardo e timore nel farlo.
    Ugualmente si pongono problemi amletici per la successione aggettivo-nome, che in inglese è sempre in quest’ordine, che invece in italiano a volte suona un po’ arcaico, declamatorio e volutamente ‘poetico’, nel parlare infatti si usa prevalentemente nome-aggettivo.

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  22. véronique vergé il 27 marzo 2008 alle 11:38

    Grazie Orsola. Il commento a proposito della traduzione mi è piaciuta molto. Tu mi ha dato la voglia di rileggere Ariel.
    Spero vedere ancora un post della tua parte.

  23. sabrina il 27 marzo 2008 alle 21:18

    Lavoro affascinante, quello della traduzione. Immergersi completamente nelle visioni di un altro, ma riemergere con delle parole nuove, che non tradiscano gli intenti originali, ma che siano belle, sensate, sonore, piene a sè.
    Difficile e affascinante, e meraviglioso quando riesce.

    Orsola, grazie per l’augurio, e soprattutto per avermi comunicato la voglia di tornare a rileggere questa grande artista. Spero anch’io di rileggerti ancora.

  24. Mauro Gorrino il 27 marzo 2008 alle 21:22

    Orsola, merci beaucoup. Ma proprio beaucoup beaucoup.
    Mauro

  25. orsola puecher il 27 marzo 2008 alle 21:51

    oh a rileggerci di certo
    con calma…
    ormai sono a bordo
    e tocca veleggiare

    Mauro!
    Ma prego.

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