La fine del lavoro

30 marzo 2008
Pubblicato da

di Stefano Palmisano

Qualcuno fino a qualche giorno fa si lamentava che in questa campagna elettorale si parlasse poco di programmi, dopo le pregnanti discussioni, le “fabbriche” e le relative, enciclopediche produzioni che in questo campo ne erano scaturite in occasione delle scorse elezioni.

Questa gravissima lacuna democratica è stata finalmente colmata: adesso il programma c’è.

Ovviamente, non è quello del centrodestra, e men che meno quello del cosiddetto partito democratico.

È quello di Confindustria; il vero programma di governo della prossima legislatura è questo. Qualunque sia la sfumatura cromatica del prossimo esecutivo.

Di questo “decalogo” (com’è stato subito etichettato dai sempre originali mass media) quegli altri due testi, al massimo, possono aspirare ad esser considerati delle editiones minores per importanza.

Non è possibile analizzare partitamente queste illuminanti tavole della legge padronale.

Un punto del “decalogo”, però, si impone all’attenzione in queste giornate: il quarto, quello dedicato al mondo del lavoro.

Questa summa di giuslavorismo confindustriale prevede, tra l’altro: 1) la valorizzazione dell’apprendistato, che deve diventare “lo strumento principale dell’assuzione dei giovani”; 2) la detassazione degli straordinari, “per dar vita ad un circolo virtuoso salari – produttività – crescita”. Il tutto, naturalmente, “mettendo al centro la sicurezza sul lavoro”. Anzi, com’è noto, obiettivo prioritario di Confindustria è quello di “creare una vera e propria cultura della sicurezza.”

Queste proposte degli industriali non sono nuove; ma desta, comunque, curiosità l’idea di un “circolo virtuoso” che parta da un provvedimento che sarebbe un ulteriore premio e volano per il ricorso alla sovrautilizzazione della forza lavoro già attiva, in un Paese, come l’Italia, con qualche leggero problema di disoccupazione, specie giovanile e specie al meridione. Qualcuno, magari mosso da irredimibile ostilità ideologica al sovrapprofitto delle imprese, potrebbe, infatti, esser indotto a pensare che, se il poco lavoro che c’è, lo si fa fare tutto alle stesse persone, a costo di strizzarle come limoni, questo anzitutto potrebbe non aprire proprio magnifiche sorti e progressive per chi un lavoro lo sta cercando disperatamente.

Ma il punto più significativo ai fini di queste brevi note è un altro. È soprattutto la pretesa “messa al centro” della sicurezza sul lavoro in questo inconfutabile circolo virtuoso che merita qualche altra considerazione, alla stregua di due diversi elementi.

Il primo. È di pochi giorni fa la pubblicazione di una nuova ricerca dell’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (OSHA) che mostra che “i principali rischi psicosociali sono correlati alle nuove forme di contratti di lavoro, alla precarietà del lavoro, all’intensificazione dell’attività lavorativa…. La precarietà del lavoro”, prosegue il testo, “la necessità di svolgere più di un’attività lavorativa o l’elevata intensità del lavoro possono sottoporre i lavoratori a un alto livello di stress e mettere a repentaglio la loro salute.” Ancora, “i lavoratori con contratti precari tendono a svolgere i lavori più pericolosi, a lavorare in condizioni peggiori e a ricevere meno formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Gli incentivi a gogò al lavoro straordinario invocati dalle imprese probabilmente non si pongono proprio in antitesi “all’intensificazione dell’attività lavorativa” che, tra gli altri, secondo l’Eu-Osha, mette maggiormente “a repentaglio la loro salute”.

Così come l’apprendistato, che secondo il quarto comandamento padronale dovrebbe diventare “lo strumento principale dell’assuzione dei giovani”, non è cosa molto diversa da un contratto precario.

Curiosamente, nessuno dei protagonisti della cosidetta competizione elettorale, regolarmente ultra-eurofili, si è accorto di questa lieve discrasia tra le emergenze rilevate da un organismo sanitario europeo in uno studio scientifico e lo stentoreo pronunciamento dei padroni delle ferriere.

Ma l’elemento certamente più idoneo, in queste ore, a lumeggiare l’idea di “vera e propria cultura della sicurezza” che hanno gli industriali italiani è dato dall’atteggiamento di questi verso i decreti legislativi sulla sicurezza sul lavoro che il governo si appresta ad emanare sulla base della legge delega approvata la scorsa estate. Più precisamente, quella assolutamente emblematica è la posizione sulle sanzioni verso i contravventori previste nel futuro testo unico, cioè quelle che si applicherebbero agli imprenditori che fanno lavorare i loro dipendenti in condizioni “di rischio”, per usare una pietosa litote: “troppo repressive”, secondo l’organizzazione datoriale.

Il garantismo padronale e filo-padronale è vecchio almeno quanto la storia stessa del diritto, per non dire dell’uomo, ma ogni volta che si manifesta è capace di regalare sensazioni forti: in questo paese chi ruba un pacco di pasta in un supermercato è punito con una pena che va dai tre ai dieci anni; sorte non molto dissimile può toccare a chi si fa una canna in gruppo.

Naturalmente, non solo dai giuristi di Confindustria, ma nemmeno dalla stragrande maggioranza di quelli “democratici” si sentono di solito lai garantisti particolarmente acuti contro la presenza nel nostro ordinamento di queste figure di reato un po’ repressive. Anzi, al primo scippo che si conclude in dramma, specie se commesso da un rumeno, è immediatamente “allarme sicurezza”, con l’indefettibile corollario del mantra bipartisan della “certezza della pena”.

Quando, però, si tratta di delinquenti (in senso etimologico) perbene questo canovaccio viene completamente sovvertito: dall’invocazione della mannaia della pena esemplare si passa in un batter d’occhio alla richiesta del piumino da cipria della moral suasion.

Come nel caso del testo unico sulla sicurezza del lavoro.

In questo caso, c’è effettivamente una parte in causa che avrebbe molto da protestare contro questa legge, e proprio sullo specifico dell’apparato sanzionatorio: sono i lavoratori.

Le pretese pene draconiane previste dal testo unico (“fino a due anni di arresto”, sic!), contro le quali gli industriali stanno dando vita, nei giorni della Thyssen e di Molfetta, al più inverecondo dei piagnistei, sono, in realtà, né più né meno che grida manzoniane: si sa che non si applicheranno mai.

A tacere, infatti, della questione della “durezza” delle stesse (due anni di arresto, a fronte di omissioni in materia prevenzionistica che sono regolarmente in grado di rovinare se non proprio di togliere la vita ad uno o a più lavoratori, non sembrano proprio un accanimento repressivo), il punto disperante, più che dolente, della questione è che si tratta, sempre e comunque, di contravvenzioni, cioè non di reati, ma di caricature di reati, alla stregua di quello che accade quotidianamente nella pratica giudiziaria. Per una semplice ragione: le contravvenzioni, che nel nostro ordinamento sono le figure di illecito penale più lievi, si prescrivono, cioè si estinguono, in quattro anni; quando nella maggioranza dei processi non si è ancora arrivati neppure alla sentenza di primo grado. E col reato si estingue, naturalmente, il processo.

È contro queste sanzioni che si stracciano le vesti le nostre classi dirigenti che contano davvero; ed è in queste pene, e dunque in questa legge, che, in fondo, ripongono la gran parte della loro aspettativa di sopravvivenza a quella quotidiana trincea chiamata posto di lavoro milioni di lavoratori e di lavoratrici. O almeno questo i loro dirigenti sindacali e politici li inducono a pensare.

Se anche uno solo di coloro, in entrambi “i campi”, che ci stanno ammorbando con la campagna elettorale più fatua e falsa che si ricordi non avesse rimosso qualsiasi rapporto con la conoscenza e con la verità, non permetterebbe che il lavoro ed i lavoratori oltreché quotidianamente massacrati venissero anche così atrocemente ingannati.

Nel 60° anniversario della Costituzione che vuole l’Italia “Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

Fasano, 6.3.2008

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7 Responses to La fine del lavoro

  1. véronique vergé il 30 marzo 2008 alle 16:53

    Un articolo forte che descrive la situazione del lavoro in brandelli; Adesso la vita di un operaio vele meno che la produzione. Molta gente accetta condizione del lavoro nella precarità, perché tutto è diventato una corsa del tempo: anadre più veloce che il concorrente. Le grande aziende sanno molto bene proteggere interessi loro. E’ una sociatà crudele che morrà perché si mangia lei stessa, divora la giovinezza come il Minautore.

    PS a tutti (e spero che Andrea non sarà un po’ imbarazzato della mia iniziativa) E’ il suo compleanno. Allora gli amici indiani festeggiate con lui.
    Buon compleanno in anticipo.

    Amicizia

  2. BALDRUS il 30 marzo 2008 alle 21:15

    Vero.
    Sulla questione dello straordinario però segnalo un articolo sull’ultimo numero dell’Espresso firmato Luca Piana dove l’efficacia reale della detassazione è messa in discussione: avrebbe dei costi sociali troppo alti senza produrre l’aumento della mitica produttività. E’ uno dei punti sbandierati nel programma di Berlusconi, sul quale vi sarebbero però perplessità di Sacconi; sarebbe una sorta di spot pubblicitario rivolto soprattutto al Nord ma dagli effetti molto dubbi.

  3. niky lismo il 30 marzo 2008 alle 22:24

    Veltroni teorizza di poter coniugare l’aziendalismo brianzolo alla dismissione “buonista” dei diritti, in primis di quelli dei lavoratori. La società si omogeneizza in un’unica melassa, lubrificante di qualsiasi asperità dialettica. Bravo Veltroni, secoli di lotte politiche, di passioni, di sangue, e invece era tutto così facile… E bravo soprattutto chi ha postulato che semplificando il sistema elettorale (col maggioritario) si semplificasse la conflittualità sociale: magari non è proprio vero, ma basta fingere (Veltroni docet) che lo sia.

  4. laura il 31 marzo 2008 alle 11:18

    Degli ammiratori in tutto attraversò città….. Quello che intrigando…

  5. Paolo Cacciolati il 31 marzo 2008 alle 16:49

    Prendersela con la Confindustria è come lamentarsi del cane che corre dietro al gatto.
    Io ho lavorato in due aziende simili, a poca distanza una dall’altra. In una lo Spresal interveniva puntualmente ad ogni chiamata dei lavoratori per irregolarità sulla sicurezza, nell’altra si facevano le peggio porcate e non si vedeva ombra di un ispettore, nonostante le denunce.
    Perchè continuamo a raccontarcela che basta mettere un reato in più per risolvere i problemi?
    Perchè nessuno verifica il motivo per cui non si applicano le leggi che già esistono?
    Tanto per restare sulla Thyssen, Vi ricordo che dista cento metri dalla caserma dei Vigili del Fuoco, e poi ci sarebbe pure quella faccenduola degli ispettori consulenti dell’azienda….

  6. Giocatore d'Azzardo il 31 marzo 2008 alle 18:42

    Mi trovo d’accordo con Cacciolati: Confindustria gioca la sua partita e il problema non sono le dichiarazioni di Confindustria. Il problema, vero, è che in questo Paese è completamente saltato il rapporto fra controllato e controllore.

    Se non riusciremo a rimettere in carreggiata questo ‘piccolo’ passaggio ed eliminare le commistioni che esistono, a tutti i livelli, e fanno saltare qualunque schema, non vedo vie d’uscita.

    Blackjack.

  7. BALDRUS il 31 marzo 2008 alle 19:53

    E’ una questione di volontà politica. Ecco il passo del verbale dell’incontro tra l’Assessore al Lavoro della Provincia di Bologna, il Direttore della Direzione Provinciale del Lavoro e i Segretari territoriali confederali Cgil, Cisl e Uil (giugno 2007) sul tema della prevenzione degli infortuni:

    “Essendo l’Ispettorato non più dotato di proprie autovetture, da quando è stata ritirata l’ultima dal precedente Governo, la mobilità sul territorio degli ispettori è demandata alla loro disponibilità a mettere a disposizione la propria autovettura per uso di servizio. Ciò condiziona oltremodo la vigilanza sul territorio che è resa possibile prevalentemente dalla fruizione dei mezzi pubblici di trasporto, con inevitabili perdite di tempo, e rende impraticabili le missioni in località non servite dai mezzi stessi.”

    Qui bisognerebbe agire, applicare a fondo le normative esistenti, invece si preferisce andare a indignarsi in televisione a invocare sempre nuove leggi.



indiani