venerdìrewound

30 marzo 2008
Pubblicato da

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di Chiara Valerio

Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l’usata strada.
Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.

Ossi di seppia, E. MONTALE

A cinque anni ho preso in mano un coltello per affettare il pane e mi sono tagliato un dito. Una brutta ferita, la falangetta del dito medio pencolava spaventosamente. Mio padre mi ha portato all’ospedale come se una spada mi avesse trafitto il cuore e io stessi morendo. Non ero preoccupato, sapevo che tutto sarebbe andato per il verso giusto e il medio avrebbe perso quella piega innaturale per tornare in asse con le dita di tutti. Il pane di grano duro sarebbe stato il mio ultimo desiderio cosciente. Anche adesso lo è. Non ho mai più toccato un coltello e o una posata. Mangio con le bacchette di legno. Chi mi invita lo sa. Non ho mai più fatto niente, avvitato o martellato o fissato o incollato. Sono stato e sto. Non avevo nemmeno mai fatto un viaggio in mare, poi mia moglie ha insistito e alla fine sono partito da solo. Lei non ha potuto prendersi le ferie che le spettavano perché lavorare dai privati è pieno di imprevisti anche se pagano meglio dello stato. Non ci dovrebbe essere niente meglio dello stato in un paese democratico e invece pare che molti dipendenti statali fuggano dalla definizione che paga loro il mensile per rifugiarsi in consulenze di qualche genere. Non mi interessa, ho sempre avuto una testa buona abbastanza per non dovere fare nulla di pratico e vivere decorosamente. Che pare sia il sogno di tutti se si scandaglia statisticamente il conscio collettivo ma è falsità, pochissimi passerebbero una giovinezza intera a rincorrere ossessioni. Se non avessi fatto quello che faccio forse avrei scelto l’entomologo o forse troppi spilli per lo mezzo mi avrebbero dissuaso. Troppi spilli, molta perizia, qualche puntura. O l’orologiaio, maneggiare pinzette e bacchette è simile, si esercitano gli stessi muscoli della mano. Non lo so, certo, oggi sarebbe stato più utile per me essere orologiaio. Avrei coltivato attitudini alla sperimentazione e al marchingegno, alla costruzione precisa e alla puntualità dei gesti. È inutile piangere sul latte versato. E sul tempo. Prima o poi passerà qualcuno a prendermi. Una crociera è una avventura spaventosa. È già difficile preparare una valigia. Bisogna rifletterci lungamente, io e mia moglie avevamo optato per una sola borsa, lei per praticità, io non posso trasportare nulla, certe volte nemmeno me stesso. Da quando si sono diffusi i trolley posso viaggiare da solo. Insomma una sola borsa, un borsone. Io ci ho infilato tre completi due jeans e diverse t-shirt nere, lei tre abiti da sera un jeans due paia di pantaloncini corti tre camicie a fiori semitrasparenti due cappelli a tesa larga un bikini e una t-shirt fucsia. Le donne devono portare le valigie anche perché sono meno capaci di razionalizzare gli abiti. Altrimenti dov’è il contrappasso. Quando l’ho incontrata speravo che capisse, l’ho sperato così tanto che un giorno mi sono deciso a chiederle di sposarmi. È stato complicato convincerla che doveva portare le valigie perché il mio sforzo di portarla all’altare, anche se è solamente un modo di dire perché poi ognuno ci va con i suoi piedi, mi aveva stremato. Usare il corpo per fare è una brutta attitudine che però alle volte torna utile. Camminare, respirare. Si potrebbe eccepire che tutto è fare. Ma poi eccepire ancora che non tutti i fare sono fare al medesimo modo e continuare così in una spirale di ripetizione da intorbidarsi il raziocinio. Certo in situazioni estreme fare assume un solo significato che è quello funzionale di saper fare. Tesi dimostrata dalla situazione in cui mi trovo ora. Dicevo che una crociera è una avventura spaventosa perché anche dopo aver superato la difficoltà della composizione della valigia devi affrontare l’idea che dodici metri sotto i tuoi piedi dormano tribolanti centinaia di metri e a volte migliaia di acqua salata. Comunque lei ha insistito tanto che quando le hanno detto che non poteva avere le ferie si è presa una febbre da cavallo. Dopo due anni di matrimonio ho pensato Meglio l’acqua che la badante e sono partito con la nostra valigia. C’erano le rotelle. Lei mi ha sorriso dicendomi Il prossimo anno anche io in crociera da sola. Io sono sempre felice quando esce con le sue amiche, certo spero che ritorni, ma intanto me ne vado da i miei a passare una serata. Se parte in crociera mi ci stabilisco per un po’. Lì non devo fare nulla, posso stare fermo aspettare con le bacchette assorte i piatti di mia madre e poi chiedere se mi riaccompagnano a casa. Sperare che il cibo cada dal cielo è assai laico alle volte. Loro sono felici che io vada lì, mi ritengono un uomo affettuoso e lo sono, forse lo sarebbero di meno se io non fossi figlio unico. Quando avevo sei anni e di nuovo dieci dita mia mamma è rimasta incinta. Aspettava una bambina e avevano deciso di chiamarla Sabrina. Lo aveva proposto mio padre perché adorava la Hepburn e a mia madre non dispiaceva il film. Si erano accordati allegramente. Trascorrevano molte ore davanti al camino a fantasticare di camicioline e merletti e si interrompevano appena entravo nella stanza con le mani in mano ancora intento a evitare di prendere botte esiziali. Speravo che mia sorella non nascesse anche se dentro di me la chiamavo Sabrina. L’ho sperato con tanta forza che quando mia mamma ha abortito per complicanze con nomi oltreoceano mi sono sentito in colpa. Io volevo che non nascesse perché intuivo che i genitori sono capaci di una attenzione molto limitata, come tutti. Solo che la loro limitatezza è colposa più di tutte le altre giacché hanno deciso di mettere al mondo uno o più figli. Metterne al mondo uno solo sarebbe la scelta migliore anche se a scuola i miei compagni che avevano fratelli o sorelle mi sembravano più svegli di quanto lo sia io ora, più combattivi e decisi, più capaci di ottenere, sull’autobus della gita, il posto che si erano scelti. Qualcosa a che vedere con lo spazio. Quando Sabrina è morta e la sua bara era più piccola di una scatola per le merendine io ho sperato che mamma e papà decidessero per un’altra sorellina ma nulla, così sono rimasto solo. Fortunatamente la forma delle merendine non dipende dalla confezione altrimenti il ricordo di Sabrina mi avrebbe spezzato l’appetito come un quadrato di pizza fuori pasto. In realtà i morti sono discreti. Più giovani sono e più discreti. In fondo nessuno di noi tre conosceva Sabrina. La prima speranza è quella definitiva e veritiera, le altre derivano dai sensi di colpa. Quando sono entrato nella mia cabina sono rimasto senza fiato per la bellezza e per le direttive sul retro della porta. Lì dove ci sono i prezzi per l’alta e la bassa stagione le istruzioni e gli orari per l’utilizzo della camera. In questa nave di vetrate e gradinate e saloni di ciliegio si poteva decidere di passare le settimane di crociera in cabina, dormendo, mangiando sul piccolo balcone e sperando nel mare calmo e nella buona educazione dei vicini, giacché in una nave le pareti sono sottilissime. Sono tutti tramezzi. E i tramezzi sono parenti delle mezzane, sono composti di quel mezz- che trattiene in sé un concetto di tramite che ti mantiene sempre in compagnia. In crociera infatti si incontrano molte persone sole. Anche io sembro una persona sola in crociera, invece sono solo una persona senza accompagnatore. L’italiano è una lingua così posizionale che non c’è speranza che qualcuno capisca esattamente un altro che parla. Sono sicuro. Anche se adesso non saprei come darmi ragione. Purtroppo certe dimostrazioni necessitano di almeno due individui. La prima settimana è stata da sogno. Un orizzonte di acqua azzurra, cibo a tutte le ore echi di generi musicali variopinti che giungevano attutiti o accentuati dalle folate di vento di mare, un tavoliere d’acqua da arare con le bracciate agguerrite dei nuotatori. Se ci si potesse tuffare nell’oceano, cosa che ovviamente non è permessa. Pare che l’acqua sia freddissima. Più è blu, più è fredda. Me lo ha detto il medico che è venuto avantieri a visitarmi con la scusa Nessuno compra una vacanza così e la passa in camera. Io ho risposto, dalla camera si vede il mare e io per questo sono venuto la gente qualsiasi o rumorosa o artistica la vedo tutto il resto dell’anno. Lui mi ha detto che uno come me non lo aveva mai visto. Non deve avere osservato veramente bene. Mentre glielo dicevo speravo che avesse ragione perché essere unici è piacevole. Ma la speranza autocompiaciuta è fasulla e infatti mi ha risposto, Forse a pensarci bene, una volta a Manila, o era in quel film di indiani? Io non vado spesso al cinema, un po’ per il nome di mia sorella un po’ perché da dove abito c’è bisogno di fare un bel tratto in bici e io non pedalo da quando avevo dieci anni ed ero entusiasta del mio velocipede blu. Poi una volta si è allentata la catena ed era buio. Riagganciare una catena in una bicicletta senza rapporti è molto semplice e infatti mi ero messo lì di buona lena. E ci sono riuscito, speravo che mamma e papà non si accorgessero di quello che mi era successo perché io non avevo il permesso di prendere la bicicletta dopo le cinque. Invece tornato a casa mamma mi ha detto Guarda cosa ti ha portato il nonno, io ho allungato le mani e mamma Hai preso la bicicletta. Io ho detto No che dici. Non sono mai stato bravo a mentire, con le mani sporche di grasso poi non solo non ero bravo a farlo ma forse le facevo anche un po’ pena. Fare pena alla propria madre se non si è immobilizzati su un letto in fin di vita o ciechi o drogati fino all’overdose non è una sensazione che rinfranchi. Ho sperato che fosse rimprovero nei suoi occhi e infatti me la sono cavata con uno schiaffo e una interdizione mensile dalla bicicletta. Quando il mese successivo l’ho presa avevo disimparato a pedalare e la guancia ancora mi scottava di vergogna. Avrei sempre voluto saper mentire, un po’ per vivere emozioni vicarie, brandelli di vita alternative, essere un uomo inaffidabile, e invece nulla. Mia moglie mi ha detto sei ottimista fino alla nevrosi. Così ho smesso anche di interessarmi alla meccanica delle due ruote. Poco male ci si sporca e si passa molto tempo piegati con le natiche all’aria. Io preferisco stare seduto, con le pudenda al sicuro. Non so dottore, non ho visto nessun film di indiani. Il dottore mi ha lasciato e si è fatto buio nella stanza. Non perché la medicina sia la luce ma perché sul mare, senza alberi o palazzi o fumi di scarico le nuvole viaggiano veloci e libere di spugnarti di acqua dolce in meno di due minuti anche perché seppure la nave è assimilabile a un albergo nessuno si sente mai veramente all’asciutto quando piove. Acqua sopra, acqua sotto. È facile proseguire con acqua intorno senza scomodare quel poeta inglese romantico e oppiomane. Comunque ha cominciato a piovere e ha smesso solo da qualche ora. Ovviamente ha smesso e già fa un caldo tropicale. Mi sembra che la crociera sia nell’atlantico quindi l’aggettivo è sbagliato. Dovrebbe essere estate inoltrata perché se è vero che in mare come in prigione si perde contezza del passare del tempo è vero pure che sono partito al massimo da venti giorni. Non avrei mai sperato che questa crociera durasse più a lungo ma forse sì e non sono stato abbastanza chiaro con me stesso e con la mia speranza. Stare seduto mi piace e mi rilassa comunque. Quando ha cominciato a venir giù acqua a secchiate e le onde a crescere come il livello dell’acqua in un lavello col rubinetto aperto al massimo io ho appannato le ante del balcone e quando il termine rollio ha cominciato ad assumere un senso preciso nella mia testa e a trascendere la definizione del vocabolario e la voce del capitano a incrinarsi di preoccupazione definitiva implorando tutti di indossare il giubbotto di salvataggio che l’equipaggio ci avrebbe repentinamente fornito io mi sono limitato ad aprire la porta alla hostess che con un sorriso sudato mi porgeva l’indumento di polistirolo arancione. Per niente confortevole. Poi mi sono seduto in poltrona davanti alla televisione. A un certo punto, col telecomando, ho tentato di abbassare l’audio a un fracasso mostruoso che pensavo provenire dal telefilm americano che stavo seguendo con una certa passione. Mi piacciono i telefilm americani, c’è sempre la speranza che la produzione finanzi una nuova serie anche se tutti gli attori principali sono tornati dall’aldilà almeno un paio di volte o non erano morti ma solo presunti tali. C’è la speranza allo stato puro nei telefilm americani e io li guardo da sempre. Sono un uomo pieno di speranza, di fiducia nel prossimo. Di vedute comunitarie. Ogni cosa a ogni uomo citando San Paolo. Forse per questo digitando il pulsante audio del telecomando e girandomi vorticosamente il mignolo nell’orecchio e non avvertendo nessuna sensibile diminuzione del frastuono ho pensato che si fosse rotto. Una disfunzione un contatto una di quelle assonanze tecniche, paludamenti di Non so cosa fare, che non ho mai imparato. A che serve imparare i termini di cose che non si sanno fare. Purtroppo imparare le parole non serve ad appropriarsi dei loro significati. Non che ci abbia sperato. Questo no anche se ogni volta che dico Diamanti, ed è una parola che non pronuncio spesso, mia moglie mi chiede Quando mi regalerai un paio di orecchini? Non so. Le speranze di mia moglie sono meticcie e somigliano ai desideri. In breve il fracasso proveniva dalla nave che grande e grossa com’era, dodici piani di cabine splendide e riccamente addobbate ognuna col bagno, con l’oblò o col proprio balcone, come la mia, si stava squarciando, rincagnadosi mostruosamente e aprendo, tra la prua e la poppa, in una voragine immensa da fare impallidire i free climbers di tutto il mondo. Ho sperato che fosse la fine, meglio morire di infarto o per una botta in testa che affogati, ma non abbastanza intensamente perché mentre cadevo e la nave affondava e scorgevo intorno urla e gente risucchiata da gorghi che parevano gironi infernali mi sono ritrovato su un mobile bar che in balia di chissà quali correnti veniva sospinto lontano dallo shangai di lamiere che sembravano a quelli più intenti a descrivere che a salvarsi, carta argentata. Troppo sciupata pure per il pollo del pranzo. Forse ero solo in queste osservazioni. La speranza dell’unicità è dura e bisogna esperire anche a costo della vita. La speranza è una sottrazione. Con le maniglie del bancone intrecciate alle cinghie e alle fibbie del giubbotto di salvataggio vedevo la nave affondare e allontanarsi sempre più lentamente. Io non so nuotare e la morte in mare oltre che una nuance romantica e valorosa ha anche il plusvalore che nessuno può venirti a impestare il marmo o la croce di legno dei fiori marci delle frequentazioni assidue cominciate oltre tempo. Certi odori non fanno che acuire i condotti nasali anche oltre sei piedi di terra. Con chilometri d’acqua è più difficile. Una volta ho letto che un corpo che affonda non torna più a galla. Insomma i luoghi naturali valgono comunque. Questa dovrebbe essere una rivalsa della fisica aristotelica sul principio di Archimede, ma io non ci capisco niente e le eccezioni mi interessano anche quando traballano un poco. A un certo punto mi sono addormentato e al risveglio ero tutto bagnato e l’acqua intorno calma e chiara. Ho allungato gli occhi al mobile bar e le braccia fino a una bottiglia di gin. Il frigorifero ha opposto qualche resistenza ma doveva essere ben coibentato perché il liquore era fresco. Io non bevo molto ma avevo sete. L’acqua chiara, il gin, il mare una tavola. Mi sentivo nella pubblicità di un villaggio vacanze. Io credevo che il caso ci avesse aiutato tutti. C’erano mobili bar a ogni angolo. Mi sono addormentato tranquillo e forse brillo e quando sono rinvenuto il mobile bar non beccheggiava più. Ho alzato la testa e sono caduto in acqua. Ho pensato Adesso muoio davvero le mie mani non sanno stringere e io non so nuotare. Invece mi sono dibattuto perché forse la testa e il cuore possono sperare ma la vita non ha altri verbi che vivere. Almeno coscientemente. Mentre mi dibattevo ho sentito le chiappe all’asciutto. Sensazione implausibile che però significava solo che il mio corpo si era reso conto di essere seduto. Terra, terra. Uao. Ho preso le bottiglie nel frigo due rum di marca illeggibile sette di un gin azzurro una tequila e quello che restava di una crema di whisky, ho agguantato le noccioline e i pistacchi salati dall’acqua di mare e mi sono seduto sulla spiaggia con il giubbotto di polistirolo come cappello. Sono sveglio da giorni e ho finito i super alcolici una bottiglia di Bombay Sapphire l’ho chiamata Robinson perché trovi un modo di portarmi via da qui. Pensavo che mi sarei ubriacato. E invece. Sono sobrio e sveglio. Non sono mai stato un uomo particolarmente originale, anzi ho sempre sperato che la mia intelligenza mi preservasse da quella originalità che è sempre indice di caciara. Disordini morali spirituali territoriali. Esperienziali. Chi è originale si stanca spesso, deve muoversi, agitarsi. Deve creare. La mia intelligenza è sobria e statica. La convivenza è cominciata male, Robinson mi ha fatto notare che è più facile portare via le parole da un’isola deserta che un uomo. Io ho riso Nel senso di messaggio in una bottiglia? Robinson ha annuito Cosa vuoi che pensi una bottiglia vuota di gin? Gli ho spiegato con tutta la pazienza a disposizione, molta perché non ho altro da fare, che io posso sperare che qualcuno venga a riprendermi, ma lui è Robinson deve provarci. Io Venerdì. Mi risponde Oggi è giovedì e Potresti almeno cambiare nome ogni volta che cala il sole, almeno per darci l’impressione che il tempo passi, gli obietto che se ogni giorno è venerdì allora ogni giorno passa una settimana. Tace, è comunque solo una bottiglia. Mi dice che dovrei dormire io penso agli anacardi salati. E alle allucinazioni dei giorni scorsi quando avevo sei Robinson intorno e dunque loro nessun bisogno di un Venerdì. Quando vivevo a casa mia, prima di pagare questa crociera odiavo gli anacardi. Per la forma di piccole banane rattrappite. Sono insapori e foderano la bocca di una patina oleosa che priva di qualsiasi capacità gustativa. Dopo un anacardo puoi mangiare bistecca colla di pesce o escrementi di batrace e non essere in grado di cogliere differenze. Non li mangiavo mai. Erano una passione di mia moglie, poteva sostituirci il pranzo o la cena. Anche io qui l’ho fatto. Non avrei mai pensato che la solitudine potesse modificarmi in questo modo. Quando tornerò a casa mangerò anche io anacardi, oppure quando tornerò , tra qualche venerdì, sarò così disgustato che non vorrò più vederne. Se così fosse questa sosta nell’isola non mi avrebbe cambiato poi tanto. Le cose intorno, anche estreme e devastanti modificano così poco caratteri solidi come il mio che c’è solo da sperare nell’apocalisse perché qualcosa cambi. Robinson è esausto, non contiene nemmeno più una goccia di gin, è fiaccato disseccato e ha un colorito semitrasparente che non mi fa sperare bene per me né per lui. Ehi mi manca un Venerdì, E io allora? Chi sono io?. Se quella riposta in questo naufrago che appena arrivato era pieno d’alcool fosse la mia prima speranza avrei di cosa preoccuparmi ma la mia prima speranza rimane pervicacemente l’orizzonte. Perciò non mi sposto nemmeno di un centimetro. Per mantenere costante il quadrante di osservazione. Se mi spostassi incapperei in inutili sprechi e sussulti derivanti dalla modificazione del punto di vista. Quello scoglio che so essere tale potrebbe sembrarmi un catamarano o una canoa. E comincerei ad agitarmi consumando le energie residue. Strani rumori vengono dalla foresta che deve starmi alle spalle. Certe volte mi sembrano rombi d’auto lontanissimi. Tipo Land Rover. Io non mi sono mai girato. Le cose nuove in un mondo nuovo potrebbero farmi paura. Ne morirei. Finché non mi giro non c’è nessuno e la speranza di essere solo si tramuta nella certezza di aspettare che qualcuno venga dal mare. Così come io sono venuto. Non ci sono strade diverse da quelle che uno ha percorso. Altrimenti il mondo sarebbe un labirinto. Questa è una considerazione facile. L’unica cosa necessaria è rimanere vigili con gli occhi puntati sull’orizzonte. Ogni tanto si increspa, i primi giorni ho creduto fossero le scialuppe di salvataggio adesso so che è la marea. L’orizzonte si agita appena prima del calare del sole. Misteri. Robinson non mi chiama più Venerdì, le sue etichette, poco più che vestiti adamitici sbiadiscono al sole e si consumano con la sabbia. Tra poco, forzosamente, saremo costretti a condividere le nostre intimità. Se fossi stata una donna sarebbe stato più difficile mantenermi all’asciutto se non pulito. L’orizzonte è perennemente indefinito e più gli occhi mi si incollano di siccità, più il mare si fonde col cielo e la mia speranza sembra scendere sulla terra in una veloce e agile cavalcatura. O penso a Wagner. Non ascolto nessun altro compositore. La speranza è come la tragedia, è epica. Qualche tempo fa, che potrebbero essere minuti o ore o giorni anche, ho preso Robinson e l’ho riempito fino a metà. Poi mi sono addormentato. Per la prima volta. Non so quanto ho dormito, ma al risveglio mi sentivo meglio anche se più assetato. Poi mi sono voltato Robinson ha sorriso e io risposto sinceramente, dopo molto tempo. Cominciavo a malsopportarlo. Meglio essere soli in una situazione oggettivamente difficile che perdere tempo a consolare uno che sta peggio di te e che forse non ha coscienza. Gli ho sorriso perché non importa che non abbia coscienza se mi ha procurato da bere. L’ho afferrato per il collo e nell’abbracciarlo e l’ho bevuto. Robinson gorgogliava di felicità per essermi stato utile. Era roba con un discreto tasso alcolico e che mi ha dissetato come acqua e limone. Bravo Robinson! L’orizzonte era scuro e mi è sembrato di poterlo toccare, forse perché la linea della schiuma delle onde sulla spiaggia era l’unico contrasto ancora avvertibile. Non ci sono luci la notte. Come aprire gli occhi in un mondo senza luce elettrica. Dove le persone dovevano sperare che il sole sorgesse ancora. È vero che non sono mai stato in montagna, volevo andarci ma mia moglie ha scelto questa magnifica crociera che rinfranca la mia indole speranzosa. Mi addormento. Quando apro gli occhi laggiù qualcuno muove le braccia. Eccoli qui. Gli scettici razionalisti non vengano a dirmi che è solo un evento con una certa probabilità. Era impossibile che qualcuno mi cercasse. Quei fuori dal mondo. La speranza è l’ultima a morire.

***

Crucci moderni. Rompicapo. Casi umani. È stato ritrovato da un gruppo di giovani campeggiatori australiani in una zona impervia della costa portoghese e difficilmente raggiungibile via terra il cadavere di un uomo che dalle prime ipotesi sembra essere uno dei centoventi sopravvissuti al recente naufragio della Freccia del mare. La posizione dell’uomo denuncia l’inquietante scelta di lasciarsi morire. Egli sembra essere stato fermo nella medesima posizione per tre settimane. Presenta piaghe da decubito nella zona lombosacrale. La scelta potrebbe essere dipesa da una forte depressione acuita se non provocata dalla contingenza che l’uomo fosse giunto sulla costa abbrancato a un mobile bar nel quale erano ancora disponibili diverse bottiglie di superalcolici. E confezioni di anacardi e pistacchi al naturale. L’uomo perennemente ubriaco deve avere perso il senso del tempo e delle banali regole di pulizia. Gli sarebbe stato sufficiente accendere un fuoco perché qualcuno lo avvistasse. O incamminarsi su per il dirupo. Il suo volto ormai quasi irriconoscibile presenta un sorriso leonardesco di difficile interpretazione. Pare che la bevanda preferita fosse un gin del quale non possiamo rivelare la marca. I campeggiatori hanno trovato una tale bottiglia, probabilmente utilizzata anche come pitale di fortuna, confitta nella sabbia, al suo fianco. Uno dei giovani ha suggerito che forse essa fosse il suo Venerdì. E un altro che l’uomo avesse le gambe rotte. I medici non si sbilanciano prima di aver terminato l’esame autoptico ma pare fosse sano. La moglie che non ha voluto rispondere a nessuna delle nostre domande ha fatto sapere tramite il suo avvocato che citerà la suddetta etichetta di gin perché il marito era astemio. Abbiamo chiesto al nostro esperto cosa spinge un uomo in salute alla più completa inanità, le risposte dateci non ci sembrano soddisfacenti tanto da essere riportate. Azzardiamo. Forse l’incapacità a fare una scelta. C’è grande afflizione per quest’uomo che evidentemente sperava nell’arrivo dei soccorsi. La speranza è l’ultima a morire. Ma poi muore.

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24 Responses to venerdìrewound

  1. sarmizegetusa il 30 marzo 2008 alle 20:06

    Il giorno in cui in casa V. si mangeranno le mani ben oltre le falangette è molto vicino. E noi rideremo, come Crom dall’alto della sua montagna ride di chi ignora il segreto dell’acciaio (l’acciaio, anche, dei coltelli che affettano a volte le dita).
    Ciao Chiara, bel lavoro.

  2. niky lismo il 30 marzo 2008 alle 22:20

    Come dice il produttore mafioso di Mulholland Drive, “E’ lei la ragazza”. E’ Chiara Valerio a emanare una felicità narrativa contagiosa, a padroneggiare una leggerezza affabulatoria coinvolgente anche nelle sequenze logiche più impervie. Questo suo bel racconto sembra nascere in funzione del finale, che ha una forza tutta verbale: “La speranza è l’ultima a morire. Ma poi muore”. Pare che le immagini e la sequenza delle vicende e dei rimandi si svolgano in funzione di un’ultima scena che è scena soprattutto di parole. La situazione ricorda “Susanna e il Pacifico”, dove veramente il potere salvifico e liberatorio della parola attua il miracolo di una sopravvivenza post-naufragio: nel deserto dell’isola Susanna realizza la compagnia delle sue stesse esplorazioni narrative. La levità del tono, peraltro, fa pensare qui più ad Amelie Nothombe che a Giraudoux. Parentele a parte, questa scrittrice ha il dono di tirarsi appresso il lettore, e di tirarselo (azzardo) dovunque decida di andare.

  3. chi il 30 marzo 2008 alle 22:30

    @ vanni
    casa V. … hanno ancora un campanello dove suonare per chiedere informazioni sulle falangette?? :-)

    @ niky lismo
    quando ho riletto venerdì rewound ho pensato esattamente questo.
    che il divertente stava nel Ma poi muore. sono contenta che ti sia piaciuto e con queste parole. perché assomigliano molto a quelle di me lettore e a quelle di me intenzione. alè.

  4. Colleoni il 30 marzo 2008 alle 23:26

    da i miei a passare

    brandelli di vita alternative

    rincagnadosi

    meticcie

    tornerò , tra qualche

    e nell’abbracciarlo e l’ho

    Valerio, vieni a trovarci a Solza: al prossimo Baghetta ti riserviamo un posto, vicino a Robinsonata (una delle nostre pensionate). Davvero! (cena gratis)

  5. elena il 31 marzo 2008 alle 00:29

    Bello! che brava.

  6. sarmizegetusa il 31 marzo 2008 alle 02:18

    Una campana.

  7. Colleoni il 31 marzo 2008 alle 07:57

    Valerio, vatti a fidare delle donne! hai visto cosa ti ha combinato Helena, che ti ha titolato *venderdì*? sicuramente quest’helena dev’essere una delle coquottes che infestano NI: scrive come la Vergé, tra venerdì e vendredi. e poi è una sciovinista: preferisce Meyerbeer a Wagner solo perché di nome fa Giacomo all’italiana! Per fortuna che ci siamo noi maschi: basta foglie di fico, basta e avanza una foglia di tiglio!

    PS: per caso sei parente dell’altro Chiara, quello del ramo del lago del como? come stile potrebbe essere, solo che tu sei più obiettivo di lui. Facci sapere.

  8. chi il 31 marzo 2008 alle 08:45

    @colleoni
    vatti a fidare dei nomi propri che sono aggettivi e dei cognomi che sono nomi d’uomo. non posso essere parente a chiara perché non è un cognome non è un patronimico ma solo il mio proprio nome. da donzella. “venderdì” era più sonoro e translingua ben fatto ben fatto!

    @elena
    chi nel proprio profilo quota la kristof non ha bisogno certo che io aggiunga altro! :-)

    @ vanni
    la senti suonare anche tu la campana di per con (e altre semplici e articolare) il signor V.? ;-)

  9. Edmonda De Amicisa il 31 marzo 2008 alle 08:53

    Colleoni:

    Il Maestrino Dalla Penna Scossa

  10. Colleoni il 31 marzo 2008 alle 09:00

    Noi a Solza, quando ci trovano un refuso, li baciamo in bocca. E voi, in riserva, che ci fate?

  11. Ida P. il 31 marzo 2008 alle 09:15

    Quando uno si fissa sui refusi, è messo male. Invece il testo a me mi ha ispirato, e perciò dedico alla Valerio, anche se non la conosco:

    Chiara s’è stretta
    sulla baghetta.
    E non il suono d’una parola;
    solo un sorriso tutto pietà.

  12. chi il 31 marzo 2008 alle 09:51

    @ ida p.
    merci pour.
    chi

  13. Flavia V. il 31 marzo 2008 alle 10:08

    Chi ara, semina!

  14. gianni biondillo il 31 marzo 2008 alle 10:52

    Chiara, posso permettermi?
    Ho trovato il tuo racconto davvero bello, si legge come in una trance. Proprio per questo, reputo la parte finale, quella in corsivo, scritta con “la lingua sbagliata”. Non riesce a tenere la tensione delirante del flusso precendente né si mimetizza abbastanza con il “raccontare i fatti” giornalistico. Non sa essere né questo né quello. Se mi posso, appunto, permettere un cosiglio, io rivedrei quest’ultima parte, decidendo quale lingua dargli, con maggiore coscienza.
    Detto ciò: averne di scritture come la tua!!!
    Brava.

  15. Mina Tempesta il 31 marzo 2008 alle 11:07

    se quella è Flavia Vento, io sono

  16. Cristò il 31 marzo 2008 alle 11:09

    Davvero un bel racconto, una scrittura sapiente, scorrevole, mai banale.
    Una volta in un gruppo di scrittura abbiamo fatto un gioco oplepiano, che consisteva nello scrivere un racconto che avesse come titolo “Come tutti i venerdì” frase scelta aprendo a caso un libro (non ricordo più quale). Beh questo racconto sarebbe stato perfetto.

    A proposito non sarebbe male lanciare su NI qualche gioco oplepiano e vedere come se la cavano i lettori… sarebbe divertente ed anche un ottimo confronto tra chi legge e commenta e chi normalmente scrive i post.

    Ancora complimenti Chiara. Se posso avere un tuo contatto ti vorrei far leggere il raccontino nato dal gioco di cui sopra e che, per certi versi, ha dei collegamenti con il tuo.

  17. Colleoni il 31 marzo 2008 alle 11:11

    Chiara, posso permettermi?
    Nel tuo primo commento hai scritto: *ho riletto venerdì rewound*. Intendevi venderdìrewound?
    Detto ciò: averne di scritture come la tua!!!
    Bravo.

  18. luminamenti il 31 marzo 2008 alle 12:23

    A me invece la parte in corsivo mi è piaciuta moltissimo e non vorrei che cambiassi nulla.
    ps. se ricordi abbiamo parlato insieme a palermo da Modus Vivendi.
    Emanuele

  19. andrea branco il 31 marzo 2008 alle 14:20

    bel racconto. due cose: atlantico e tropicale, perché no? e un cadavere sopravvissuto?
    comunque dicevo: bel racconto, brava.
    mi ci voleva, ‘sta lettura.
    ndr

  20. chi il 31 marzo 2008 alle 15:30

    @ gianni biondillo. certo che puoi!. io l’ho scritto così perché mi divertiva supporre un sensazionalistico giornalismo di provincia a narrazione di un accadimento surreale. non un giornalismo tout court, serio, documentato, ma poco più di uno spot informativo, cialtrone e psicologico. grazie per la lettura! ;-)

    @ Flavia V. e Mina Tempesta. Geniale.

    @ luminamenti. certo che mi ricordo! sono contenta che il racconto ti sia piaciuto!

    @ cristò. il mio email è sul blo, forse lo hai già trovato.

    @ andrea branco. atlantico e tropicale è perfetto.

    chi

  21. helena janeczek il 31 marzo 2008 alle 16:36

    HO CORRETTO IL TITOLO….per la serie: se me lo dicevate prima:-))))

  22. Colleoni il 1 aprile 2008 alle 08:41

    @ chi

    Ormai è finita tra di noi, ma forse un po’ della mia vita è rimasta negli occhi tuoi. Lo sai, mi hai fatto male lasciandomi solo così. Ma non importa, io ti aspetterò.

  23. chi il 1 aprile 2008 alle 10:05

    @ colleoni.
    colleoni mio non ti lascerei mai solo figurati! ;-)
    solo che il tuo ultimo commento con il teatrale e teatrante “bravo” mi parava non ammettere repliche. c’est tout! buone letture per intanto
    chi

  24. Colleoni il 1 aprile 2008 alle 11:59

    E allora cantiamo in coro (tu, helena e me almeno) questo soul-blues di Fausto Leali:

    Quando fanciulla io venni
    A pormi con le Muse in disciplina,
    L’una di quelle mi pigliò per mano;
    E poi tutto quel giorno
    La mi condusse intorno
    A veder l’officina.
    Mostrommi a parte a parte
    Gli strumenti dell’arte,
    E i servigi diversi
    A che ciascun di loro
    S’adopra nel lavoro
    Delle prose e de’ versi.
    Io mirava, e chiedea:
    Musa, la lima ov’è? Disse la Dea:
    La lima è consumata; or facciam senza.
    Ed io, ma di rifarla
    Non vi cal, soggiungea, quand’ella è stanca?
    Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.



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