Variazioni Meridiano – 7: Andrea Raos

2 aprile 2008
Pubblicato da

falcone2.jpgarafat.jpg “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)

(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)

Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come un serpente in trappola. Il fatto stesso che la “democrazia” detta “Ytalya” esistesse era per loro – quelle democrazie compiute, perfette in virtù del fatto stesso di essere coscienti della propria imperfezione – una “catastrofe”. Si fregiavano di buoni sentimenti nei confronti di un pugno di dannati, di straccioni, che alla nascita di quello Stato si erano visti espropriati delle loro terre e gettati a marcire in qualche no man’s land dalle condizioni di vita indicibili. Rifiutavano di ammettere che quei quattro pulciosi erano loro i primi a disprezzarli, a odiarli, a ignorarli (salvo farsene una bandiera, nel caso, trasformandoli nell’oggetto di una strumentalizzazione politica delle più abiette).

Ma d’altra parte:

Era sotto gli occhi di tutti che la “maffia” era il vero motore del Paese-Ytalya, che lo governava e pensava per lui. Peraltro, in alcune regioni addirittura era stata democraticamente eletta; l’opposizione vi vivacchiava fra sogni di gloria e interminabili lotte intestine.

Strano Paese, sospiravano all’estero, negli ambienti meglio informati.

Strano Paese, analizzavano nelle cerchie intellettuali, in cui l’illegalità è il vero valore fondante dello Stato e dove, ciononostante, i rari oppositori non si impegnano in una semplice denuncia integrale, 24 ore su 24, dell’intollerabile scandalo che è, in fondo, la loro stessa esistenza, e insistono malgrado tutto a disperdersi in azioni palesemente inutili quali la scrittura di romanzi, di poesie (“sperimentali”, certo, fondate sul rovesciamento dei valori fondanti della società) e di altre finzioni non immediatamente finalizzate all’azione diretta.

Era quella la prova del loro FASCISMO profondo, sapevano i critici letterarî distaccati presso la stampa di tutti i regimi, il culturame parcheggiato in una qualche università, in prepensionamento mentale dall’età di trent’anni, i balbuzienti (“opposizione frontale!”) a spese del contribuente, quelli, insomma, per cui la vita degli uomini è solo un aspetto degli ETERNI DISCORSI sulla politica internazionale (il must di qualunque dinner party che si rispetti), e la politica a malapena un ramo minore dell’Albero delle lettere (nel corso dei brunch più esclusivi). Persone come voi e come me.

A volte, gli oppositori emigravano. Si allontanavano dall’Ytalya, si rifugiavano leggeri, felici, in Paesi vicini e ben più civili; c’erano molti dinner parties, anche lì. Quale non era il loro stupore, all’inizio, come descrivere in seguito la loro delusione, la loro amarezza, quando constatavano che il malcelato disprezzo che circondava il loro Paese era destinato anche a loro.

Erano diversi, ma come spiegarlo? In quante parole dire sé stessi, quando non si hanno a disposizione che trenta secondi tra un salatino e l’altro, o venti minuti appena di fronte al pubblico distratto di un giovedì sera di pioggia? Si vedevano quindi respinti loro malgrado nelle trincee di un’identità nazionale, un’etichetta quale che fosse. “Tutti maffiosi, vero? Tutti usciti dalla maledetta entytà! Tutti complici!”. Il volto oscuro di quello stesso spettro identitario che li inseguiva dalla nascita. E tutto ciò ti veniva detto con il sorriso complice di quello che ti fa l’onore di ammetterti alla tavola dei Giusti. Constatavano la povertà intellettuale, l’incapacità di autoanalisi, di coloro che avrebbero dovuto salvarli dalla rovina. Scoprivano che il problema concreto che avevano affrontato fino ad allora – l’abnorme e incessante presenza nelle loro vite dell’”entytà maffiosa” che li aveva visti nascere – era solo un velo gettato a nascondere, e con quale goffaggine!, una questione ben più seria, più radicale ancora: perché essere in questo mondo, e come? A quanta buona coscienza avrebbe dovuto rinunciare, a quale lucidità senza crepe (a che disperazione integrale e serena, dunque) sarebbe stato destinato colui che, proveniente da un qualunque Paese, avesse scelto di portare sempre su di sé lo scandalo della non-appartenenza?

(Perché tanto poi, sai, in Occidente nessuno ti ammetterà mai da nessuna parte; mai un Occidentale rinuncerà ad essere ciò che è, cioè a dire il centro del mondo, nevvero, con tutta l’arroganza intellettuale che sta alla base del diritto di bombardare, opprimere, affamare e al tempo stesso essere la coscienza critica di questi stessi atti; non sarai mai niente di più della foglia di fico, della prova supplementare del loro integralismo illuminato: il maffioso “buono” che capisce di cosa si parla quando in sua presenza si discute di lui, dei suoi amici, della sua infanzia, del suo (non-)futuro).

Ma non bastava mai: la non-appartenenza stessa era un inganno, una negazione istintiva e primaria dei processi storici e delle complessità del campo politico. Il vero dramma essendo, in fondo, che malgrado tutto bisognava vivere. Che – the age demanded! – bisognava essere Ytalyani, parte integrante di questa onnipresente “entytà”.

E lì, due strade si aprivano:

Alcuni restavano all’estero. Si integravano poco a poco, imparavano la nuova lingua, dimenticavano, meticciavano la propria, sviluppavano gli anticorpi al pensiero unico (alle certezze sia di destra che di sinistra, al razzismo dei buoni sentimenti) che solo i veri esiliati – e sono pochi – possono avere. Si condannavano a capirsi soltanto fra di loro, e nemmeno del tutto – perlomeno da vivi. Ne andavano fieri, e facevano bene. Scrivevano libri minoritarî, esploravano piste inattese, non scrivevano neanche una frase come si deve. Oppure si lanciavano nella più febbrile delle paratassi, nella crisi di rabbia, nel pamphlet. O non parlavano di “quello”, o parlavano soltanto di “quello”. In Ytalya, gli oppositori interni all’”entytà maffiosa” li rispettavano senza davvero leggerli (ma è già qualcosa, il rispetto, non è vero?, è già essere qualcosa, è un’”entytà”).

Altri tornavano nel loro Paese. Il doppio ricatto dell’identità nazionale e dell’appartenenza al “corpo” intellettuale aveva agito molto in profondità su di loro. L’affermazione e la negazione del “dover essere”, della sensazione di doversi fissare in un atteggiamento da avere nei confronti di una questione concreta, presente fino all’ossessione, coabitavano in loro in un’identità duale, una normalità schizofrenica, una fragilità di ogni giorno. Il che andava ad aggiungersi al rapporto normalmente conflittuale con il mondo che ogni scrittura implica, ogni scrittura essendo alla base un conflitto con sé stessa, con la sintassi in quanto potere: poter scrivere, poter dire. Essere in un’attitudine di contraddizione nei confronti della necessità di sempre contraddire la contraddizione: questo era, in sintesi, il loro compito quotidiano. Non dei più riposanti, ammetterete.

Alcuni di loro avevano successo. “Si vendono, le mie scribacchiature!”. La trappola mondana – la tenaglia del mondo – si richiudeva su di loro. I loro libri si somigliavano sempre di più, tutto vi diventava sottile all’infinito: un dettaglio qui, una virgola lì. La tentazione del Libro (il dramma borghese, l’allegoria dagli echi pesantemente metafisici, il poliziesco) diventava sempre più forte. Si dicevano: “Non saranno forse la normalità della creazione, il bacio glaciale della Norma, a custodire la possibilità, per un artista, di sfuggire al compito in classe del faccia a faccia con un’identità nazionale nata come cenere, come rovina, come crimine? Perché noi? Perché io?”. Ebbene, dato che la loro opera per questo motivo diventava sempre più, e frontalmente, monolitica e muta, è lì che nasceva e permane la necessità imperiosa per chiunque di ascoltarli. Perché il silenzio delle loro migliaia di pagine aveva il sentore, una volta e per sempre, della negazione assoluta. Era il gelo intersiderale di un’arte che, a forza di ripetere i proprî presupposti ideologici, finisce col non dirli più, col renderli inaudibili, sommersi – che paradosso! – dal piccolo rumore bianco (come una “piccola musica”) della saliva al momento della loro emissione sonora. In poltiglia i carcami dei lupi del Verbo scesi in mute dalle montagne, come anche le colate di lava dell’odio per l’altro che racchiudevano – anche loro, anche noi – in sé.

Ascoltarli leggere le loro pagine era ascoltare i rumori infinitesimali prodotti da un Muro che, man mano che il denaro e la cecità degli uomini lo innalzavano più alto e più forte, si incrinava come sabbia secca.

Il loro Muro di merda, non certo il nostro, che stamattina ancora, al contrario, ci incantava con le sue sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante.

[“Il meridiano locale, o impropriamente meridiano, è il cerchio massimo della volta celeste passante per i poli celesti e per i poli dell’orizzonte.” (Wikipedia)

E così il mio meridiano è stato scrivere in francese, e poi tradurre in italiano, questa storiella da ridere.]

Tag: , , , , , , , ,

14 Responses to Variazioni Meridiano – 7: Andrea Raos

  1. The O.C. il 2 aprile 2008 alle 09:18

    Mah. Un terrorista e uno che si batteva contro il terrore. Mah.

  2. diego ianiro il 2 aprile 2008 alle 11:02

    E che dirti Raos?
    Questa “sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante” è davvero inattaccabile, come ogni confessione sincera (è quello che arriva a me, eh).
    Un pezzo, questo tuo, che mi fa piacere leggere (ma al quale cambierei il titolo, vezzo personale). Uno dei migliori contributi letti fino a questo punto – ed eravamo noi a insultarci allegramente, sempre qui.
    Ovvio pure che le cose così trasparenti hanno la stessa utilità dei soprammobili: illuso di poter cavare altro, con altri toni meno esoterici, meno trasparenti, personalmente ho provato (per poco) a cambiare sonorità. Senza la competenza e la capacità dei costruttori di biblioteche, oltre a non riuscire manco a cavarne sabbia, per quel muro, ho visto solo la riduzione della mia lingua opaca a pezzi monotoni, pesanti e brutti macigni irregolari. Inutili anche quelli se non per legare cose da buttare in fondo al mare.
    E dunque, in tutta onestà, ci hai ragione Raos: che torni tra noi, adamantina perfetta e inutile, la trasparenza.

  3. gianni biondillo il 2 aprile 2008 alle 11:02

    Bello, e niente affatto divertente.

  4. francesca matteoni il 2 aprile 2008 alle 12:29

    Bellissimo pezzo, l’ho letto stamani, ma non mi è venuto da commentare, perché mi è suonato troppo vero e di conseguenza amaro. Strano il destino dell’esiliato (e ci sono tante forme di esilio, quelle esplicite dove ti mandano al confino a chiare lettere, quelle subdole dove ti lasciano pure stare nella “tua” terra, nel “tuo” paese, ma ti tolgono il respiro), di chi sceglie di non appartenere, di chi per natura pensa di non avere patria e si ritrova preso in trappola dagli affetti e dalla storia.
    Ci sarebbe per me da scrivere moltissimo, con il rischio di uno sfogo senza fine, dato che sono immersa per scelta, per destino, nel migrare. Una migrazione niente affatto libera. Poi torni, ci provi, e dopo un po’ l’unica cosa che sale è la rabbia, e quelli intorno che ti dicono che devi imparare ad apprezzare le cose belle… è proprio perché si vede la bellezza, perché si cerca la trasparenza, che la mancanza di un futuro e di un presente in questo paese di “tanti anni fa” è atroce.

  5. Cappuccetto rosso il 2 aprile 2008 alle 16:38

    ma dove sono finiti i commenti di Vèronique?

  6. Cappuccetto rosso il 2 aprile 2008 alle 16:41

    ps, scusate!
    era nel post sotto che l’avevo vista!

  7. vito il 2 aprile 2008 alle 17:03

    Bello bello… un pezzo dove l’uomo incontra l’autore e sono una cosa sola… (il giudizio non è mio e in origine era riferito a… non lo dico per pudore). Veramente molto bello.

  8. Cappuccetto rosso il 2 aprile 2008 alle 17:09

    c’è sempre un muro di mezzo, dove l’uomo vorrebbe entrare…

  9. maria v il 2 aprile 2008 alle 20:33

    andrea, trovo questa tua “storia di tanto tempo fa”, uno degli scritti più intensi sul mestiere di scrivere, parlare, essere parlati, vivere, appartenere, non appartenere e in definitiva, ancora una volta, appartenere ad una lingua, alla sua storia, ad un linguaggio, credere di possederlo ed esserne in ostaggio, affaticarsi a sfregiarlo, sfigurarlo e ritrovarsi sempre faccia a faccia con il ghigno, votarsi anima e corpo, buttarsi a capofitto, per una causa, e sempre, ma troppo tardi, accorgersi della chimera. e così ogni volta, di nuovo tutto da capo, da zero. ricominciare. accumulare rovine, invece di esperienze, bottini, rapine. un futuro che non promette a chi non risparmia sul prezzo presente.
    al di là delle mie chiacchiere, io davvero ti stimo tantissimo, uno dei più grandi poeti, perché poeta profondo nel senso più pieno.
    e questo tuo scritto-pensiero regge il confronto coi tuoi versi-adamanti(-)
    una storia che dura da anni, di cui leggo solo a blocchi, a buchi, a tagli…incisive, affilate, rasoi.
    ma ti confesso, benché noi siamo costretti a disperare, (di tutto, della situazione, di questo infelice momento storico e tutto il resto), benché non si possa fare altro che disperare, sinceramente disperare, per non tradirsi, per non suonare con falso accento…io ultimamente ho provato più spesso repulsione che accordo con scritture “disfattiste”, perché anche questa è maniera, maniera di affondare nel brusio, anonimo speculare, marciarci sopra, marcirci, esu(esa)lare, per il solo gusto di lasciarci le spoglie.
    la parte più faticosa è invece costruire che adesso significa solo più o meno delirare. nient’altro.
    ma le tue parole, e tutti quei buchi e tagli mi commuovono fino alle lacrime, io ripenso a fontana che diceva:

    “Io buco, passa di lì l’infinito, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere, […]tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito, non distrutto”.

    -grazie. davvero. un omaggio

    http://it.youtube.com/watch?v=XsRQpTqvLmo&eurl=http://www.windoweb.it/guida/arte/biografia_lucio_fontana.htm

  10. maria v il 5 aprile 2008 alle 09:03

    a proposito di muro, fiera, boicottaggio…chiedo scusa per l’OT, ma è accaduto un fatto insolito in cui anche Ni è, in qualche modo coinvolta, io mi sono imbattuta in un piccolo capolavoro (che ho postato su absolute), e ripercorrendo la storia a ritroso, è saltato fuori che questa piccola gemma è frutto del caso e di un lavoro collettivo anomalo, inconsapevole…dalla ricostruzione: Andrea Inglese ha lanciato un testo tra i commenti, Nevio Gambula l’ha raccolto e ci ha registrato una voce sensazionale, Andrea Galli l’ha di nuovo raccolto e ci ha montato sopra un video spattacolare. Io mi sono trovata davanti al prodotto finito, l’ho trovato di un impatto devastante.
    Io credo che quel video dovrebbe continuare a girare, non so se qualcuno di nuovo lo raccoglierà, o forse è stato già fatto, di nuovo tra i commenti ed è di nuovo andato smarrito, non so, o forse non tutti saranno d’accordo, ad ogni modo io volevo riportare a monte della catena questa piccola gemma nata dalla rete, più incisiva di qualunque boicottaggio.
    Il video si trova su
    http://it.youtube.com/watch?v=48r6gjBSAak
    oppure su
    http://www.absolutepoetry.org
    oppure su
    http://poesia.wikispaces.com/

    grazie.

  11. diego il 5 aprile 2008 alle 13:15

    #maria v
    fantastico.
    grazie per la segnalazione.

  12. maria v il 6 aprile 2008 alle 14:14

    @diego

    grazie a te dell’attenzione.
    vorrei chiederti la mail, solo se puoi, se non è un problema, perchè volevo chiederti una cosa, la mia è
    maria_valente78@yahoo.it
    grazie comunque.

  13. Andrea Raos il 9 aprile 2008 alle 15:12

    Grazie a tutti.

  14. […] Valente segnala in un commento questo filmato realizzato da Nevio Gàmbula (voce) e Andrea Galli (montaggio) su un testo di Aharon […]



indiani