La forza della storia tra i rovi di Dolcedo

5 aprile 2008
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di Stefania Nardini

Quel cielo di Francia vicino e distante. I carrugi, la forza delle pietre, il profumo della salsedine. Dolcedo è uno di quei paesi liguri arroccati su per le montagne. Fitto di rovi e di segreti, in cui la vita scorre in un fluire che ha sempre un che di fatale. Terra prossima al confine. Dove, come ha spesso raccontato Francesco Biamonti nelle sue opere, si apre a chi nulla ha da perdere o tutto ha perso….

Luoghi di terra dura e di mimosa, di ulivi e terrazze dove è consacrata la fatica umana. Qualche volta anche la fatica di vivere. Marino Magliani ha ambientato a Dolcedo, suo paese d’origine della riviera di ponente, il romanzo che ha recentemente pubblicato.Quella notte a Dolcedo (edizioni Longanesi), una storia che spezza il circuito del racconto attraverso canoni obbligatoriamente partigiani nel senso stretto dell’approccio, che della narrazione del giovane Calvino del Sentiero dei nidi di ragno ne fa un punto di partenza, con un approdo assolutamente nuovo. Si, perché raccontare la storia di Hans, soldato tedesco che con i suoi occupò quelle terre durante la guerra, per poi ricollocarlo nella Germania dell’Est dove si ritrova a sopravvivere sotto l’inganno della dittatura, non è facile. Hans era a Dolcedo quando venne perpetrata una strage. Hans, superando tutti gli ostacoli del regime ci torna, in quel luogo. E ci si ferma mentre la storia, suo malgrado, sta cambiando anche la sua vita. Perché Hans ha il suo segreto. Laggiù, tra i rovi delle aspre colline dove la speculazione immobiliare fa da padrona grazie ai suoi ricchi connazionali che comprano e ristrutturano. Dolcedo non vive nessun risentimento neanche per una lingua che le fu nemica. Degli invasori c’è solo una storia, quasi una leggenda, alla quale nessuno sa dare una risposta. La risposta che Hans cerca come una conferma a ciò che lui, solo lui, ricorda.
Il romanzo, capace di provocare forti emozioni, è un melange di personaggi, paesaggi, ricordi, ottimamente dosato, che trascina il lettore con la forza e la dolcezza della narrazione. Marino Magliani a Dolcedo non ci vive da un pezzo. In Olanda, dove risiede stabilmente, ha portato con sé il tesoro di una memoria.

“Lo sguardo su una frontiera che non era mai né quella col mare, né quella con la Francia, -mi racconta – ma quella tra la terra dove mio padre, vecchio e paziente, cercava di condurmi, per farmi conoscere la serietà del mondo, la severità della terra, lo splendore consolante degli ulivi. Mentre io sceglievo la terra di là del confine, la terra che menava alla riviera, alle risate. Calvino l’ha chiamata la Strada di San Giovanni, era successo anche a lui, forse succede a ogni ligure dell’entroterra, questo dualismo tra piacere e fatica, tra premio e castigo che non ti fa mai decidere e pentire di continuo. Mi sarei portato appresso la verticalità, perché qua, tra le dune umide dove vivo, non ti mancano le montagne, ma il puro piacere di alzare gli occhi e non trovare solo palazzi e ritagli di cieli.”

Autore di numerosi romanzi (L’estate dopo Marengo, Quattro giorni per non morire, Il collezionista di tempo), alcuni racconti di Magliani si possono trovare anche in rete nel litiblog “La poesia e lo spirito”, e su “Nazione Indiana”.

Tra Calvino e Biamonti, senza azzardare paragoni, riusciresti a darti una collocazione più che letteraria emozionale?

“Senza fare paragoni come hai detto, Calvino é stato un destino. Anche lui, da una Sanremo che franava a pigna in mare, era passato all’orizzontalità geometrica di Torino. La non verbosità di molti suoi personaggi, specie nei racconti, mi appartiene.
Biamonti invece ha tracciato un sentiero, ha chiesto di guardare quel contraltare luminoso che é il mare, come lo chiama lui, e di sollevarlo alle rocce, agli ulivi, alle frane. Dopo Biamonti abbiamo intuito quella luce. Calvino é scappato dalla Liguria, come narratore ha raccontato molto altro; Biamonti ha continuato a scrivere lo stesso straordinario libro. Si, io credo di essere in mezzo, defilato, non so dove. Da qualche parte quassù al nord, ci sono io, a tentare di scappare anche con un racconto, e a ritrovarmi impigliato ogni volta nella rete della Liguria.”

Hans. Il personaggio del romanzo. Prima invasore, poi vittima della storia. Chi è?

“Primo Levi diceva: non erano marziani, erano gente come noi. Già, erano impiegati, muratori, contadini, camerieri, studenti… Perché non si dica, sono gli altri. Ci vuole cosí poco a diventare dei mostri. E’ la guerra che dapprima ha invaso Hans, l’ha tolto dalla sua casa, da Dresda, gli ha chiesto di invadere, di uccidere, di devastare. Poi gli ha chiesto persino di macchiarsi di atrocità nei confronti di sua madre. A un certo punto in un cespuglio di rovi in Liguria il collo di Hans resta prigioniero di un laccio d’acciaio posto dai bracconieri. Egli sa che basterebbe tirare e proseguire per liberarsi anche dalla colpa, ma il mondo intero gli chiede di liberarsi del laccio per non liberarsi del dolore. Hans ha il volto di tutti i turisti tedeschi che vedevo da bambino negli anni 60 in Liguria e che i vecchi mi dicevano di riconoscere, o di sospettare che fossero quelli che li avevano messi al muro, scrollati, maltrattati. Come fate a dirlo, chiedevo ai vecchi. Guarda come cammina, come sale le mulattiere e guarda le cose, non da turista come si scoprono le cose, ma come si ricordano, mi rispondevano”.

Ci torni a Dolcedo?

“Vivo sulla costa olandese, in un posto pieno di cespugli e dune, di boschi e porti pieni di pescherecci. Ma un periodo dell’anno torno in Liguria dove possiedo ancora una dimora e alcuni uliveti. Ma poi prendo il motorino e vado al mare di PortoMaurizio, sugli scogli. Quella frontiera…”.

Verso il cielo di Francia verrebbe da dire.

(Pubblicato su Il Corriere Nazionale)

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12 Responses to La forza della storia tra i rovi di Dolcedo

  1. nadia agustoni il 5 aprile 2008 alle 13:15

    Un bel pezzo Stefania.

  2. Giuseppe Iannozzi il 5 aprile 2008 alle 16:34

    Gran bella intervista.

  3. stefania il 5 aprile 2008 alle 19:34

    Un grazie a Nadia e Giuseppe. E naturalmente a Franz.
    Ciao
    Stefania

  4. cf05103025 il 5 aprile 2008 alle 19:52

    E’ una bella intervista ,sì,
    e Marino ‘na bella persona,
    ch’è ancora meglio ch’essere un bravo scrittore,
    po’ lui quello lo è pure;
    meno male che presto lo vedo,
    che parlato delle volte ci ho già,
    MarioB.

  5. francesco forlani il 6 aprile 2008 alle 00:14

    sciapò
    effeffe

  6. riccardo ferrazzi il 6 aprile 2008 alle 10:31

    Stupende le parole sulla luce della Liguria. Le sottoscrivo una per una. Marino Magliani è tutto in questa luce, dove si consuma l’indovinello della vita e la sua impossibile risposta.

  7. sparz il 6 aprile 2008 alle 10:31

    commovente sì, caro Marino, complimenti. A.

  8. Carla il 6 aprile 2008 alle 10:33

    come ti invidio quel paesaggio ligure, Marino, torreggiato dagli uliveti, battuto dai venti, benedetto da Dio…

  9. Jujol cultura e spettacolo il 6 aprile 2008 alle 12:56

    Marino Magliani. La forza della storia tra i rovi di Dolcedo (Quella notte a Dolcedo. Longanesi edizioni)…

    La forza della storia
    tra i rovi di Dolcedo
    di Stefania Nardini
    Quel cielo di Francia vicino e distante. I carrugi, la forza delle pietre, il profumo della salsedine. Dolcedo è uno di quei paesi liguri arroccati su per le montagne. Fitto di rovi e di …

  10. Giuseppe Iannozzi il 6 aprile 2008 alle 18:38

    Io ancor di più ho trovato superbo “Il collezionista di tempo”, più di “Quattro giorni per non morire”, che è comunque di per sé un romanzo notevole. Ma ne “Il collezionista di tempo” ho trovato una anima tormentata in cerca delle proprie radici, il cui stile e la poesia del paesaggio ti strappano i precordi con gentilezza seppur il dolore non è possibile non provarlo in tre tempi. Una grande prova quella de “Il collezionista di tempo”; e non metto in dubbio che questo ulteriore lavoro di Marino sarà all’altezza dei precedenti e superiore.

    Un consiglio: leggete Marino Magliani, qualsiasi suo titolo, non avrete a pentirvene. Lo dico proprio sfacciatamente proprio come a un’asta, perché con Marino, con la sua scrittura, non si rischia mai di cadere nella trappola della banalità. La scrittura di Marino è sempre bella, di grande impatto emotivo e stilistico.

  11. stefania il 8 aprile 2008 alle 17:12

    In ritardo, un grazie a tutti
    Stefania

  12. marino il 8 aprile 2008 alle 22:02

    Anche da parte mia, a Stefania, Franz e tutti quanti.
    marino



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