Il demone roditore

6 aprile 2008
Pubblicato da

Sette pensieri sul mio tempo, sette note sulla critica
e un post scriptum sull’eterna scommessa del romanziere

di Massimo Rizzante

1

Definire le parole, le parole che ci stanno a cuore, le nostre parole-chiave. Ecco l’unico compito che dovremmo avere!
Ma definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando il cuore delle parole si trova sempre più ai confini del senso. E non c’è niente di più difficile, delicato e disperante che operare con parole che sono continuamente sottoposte a pericolosi trapianti chirurgici.
La ricerca dei nostri temi, delle nostre parole-chiave (senza le quali non si dà arte) avrà bisogno sempre più dell’etimologia come di una forma preparatoria della conoscenza.

Una volta Italo Svevo scrisse: «Un ignorante è un escluso dalla scienza, un morto; in arte, invece, dice la sua parola che può anche avere un valore».
Nella mia profonda ignoranza scientifica mi chiedo: «Come può un romanzo aiutarmi a leggere un altro romanzo?». O meglio: è possibile per la critica letteraria prendere a prestito concetti e criteri dal romanzo?
Ma in un romanzo non ci sono concetti. O meglio: la riflessione romanzesca è sempre ironica, legata alle situazioni dei personaggi. C’è una bella differenza tra il «romanzo pensato» di Musil e i suoi pensieri sulla stupidità.
La differenza non è solo formale. O meglio: la differenza è radicalmente formale. Per questo è ontologica: nell’
‘Uomo senza qualità il pensiero è sempre presente, sempre all’opera; un personaggio ignorante o stupido, oppure un mostro, ci dice sempre qualcosa, ci può rivelare qualche aspetto sconosciuto della realtà che era sfuggito alla colta e intelligente comunità dell’Azione parallela. Il saggio sulla stupidità di Musil, invece, ci dimostra che ogni uomo, per quanto colto si creda, possiede invariabilmente un 50% di intelligenza e un 50% di stupidità. Per cui, infine, è del tutto inutile stabilire criteri certi per la comprensione delle cose. Per quanto sagace, la verità che Musil ci porta a sondare nel suo saggio è una verità non ironica: è questa e nessun’altra!

2

Un problema del nostro tempo è la proliferazione vertiginosa dei saperi, delle immagini, dei codici che formano la nostra inevitabile vegetazione, il nostro décor. Un altro problema è quello del tempo che ci è necessario per incamerare questi saperi, queste immagini e questi codici perché ci si possa sentire all’altezza del nostro tempo (sempre che questo sia «il nostro tempo»). Un altro problema ancora è la rapida perdita di significato degli eventi storici.
Al tempo cronologico, al tempo della Storia e alla durée individuale – al loro conflitto permanente e fertile – si sovrappone ora il tempo dell’informazione planetaria, un tempo dell’uniformizzazione, dell’assenza, dell’oblio, un tempo in cui tutto è permanentemente «in liquidazione».
Naturalmente, prima di ogni tempo, c’è il tempo geologico della terra, di cui solo recentemente si sono incominciati a intravedere i primi segnali di invecchiamento, e il tempo biologico con i suoi passi pachidermici che risuonano nella notte della specie.
Avverrà una selezione naturale di Homo sapiens sulla base delle sue capacità di selezionare i dati e le informazioni di cui avrà bisogno? Ma come scegliere? Come sapere quello che ci serve? Basterà adattare il tempo biologico al tempo uniforme dell’informazione? Ma ciò non significherà ridurre l’essere dell’uomo, la sua essenza storica, all’eterno presente del suo essere biologico, alla sua essenza animale?
Homo politicus e Homo poeticus stanno già per diventare i nostri predecessori?

Ernesto Sabato: «Il romanzo è un tipo di creazione spirituale nella quale, a differenza di quella scientifica o filosofica, le idee non appaiono allo stato puro, ma mescolate ai sentimenti e alle passioni dei personaggi». E ancora: «Il romanzo è un tipo di creazione nella quale, a differenza della scienza e della filosofia, non si cerca di provare nulla: il romanzo non dimostra, mostra».

3

Sempre più spesso dovremo ricorrere a enciclopedie, a dizionari, a classificazioni, perché il cammino a ritroso nel tempo e nello spazio (nel tempo sempre più spazializzato che sarà il nostro tempo) si farà sempre più difficile e brumoso. Si dovrà ripartire sempre da zero, perché le radici del passato saranno sempre più spesso tagliate dall’albero del tempo, e la volontà di lasciare tracce dovrà fare i conti, come mai è avvenuto prima, con l’estrema aleatorietà del loro rinvenimento.

Per quanto libertino e animato da spirito ludico, il critico letterario, se può ridere della realtà, non può assolutamente prendere alla leggera la realtà dell’opera d’arte.
Hermann Broch: «Un artista può essere un farabutto, ma il critico deve essere un uomo onesto».
Il castigo del critico è la serietà. Un’onesta serietà.
Strano destino quello del critico letterario: deve riflettere e meditare onestamente e seriamente su un’opera di immaginazione e pensiero che, per essenza, sconfina in un altro territorio, dove la disonestà, la mistificazione, l’azzardo, l’improvvisazione, la forza del paradosso e l’invenzione ludica conducono tutte insieme e ciascuna per proprio conto una vita da pascià. E dove si osteggia sistematicamente una spiegazione di ciò che si è creato (la qual cosa non esclude per niente che l’artista non possa essere un onesto e serio critico della propria opera).
L’arte e la critica: serietà e non serietà dell’uomo!
Tutti sanno per esperienza o per sentito dire, che
post coitum animal triste. Ciò che subentra (soprattutto nel genere maschile) dopo l’atto sessuale è una sorta di apatia fisica, una perdita di tonicità muscolare che solo a volte sono compensate da qualche raro trasporto emotivo. E’ come se la nostra presenza fisica si fosse volatilizzata per qualche minuto, come se il nostro corpo avesse trovato un impiego temporaneo presso un altro proprietario di corpi e che noi non avessimo più la forza di cercarlo e meno che mai quella di reclamarne la restituzione.
La situazione del critico è paragonabile a un perpetuo stato
post coitum. Bisogna essere seri e onesti: il pensiero del critico è un pensiero non erotico.
Ma Gombrowicz, in una pagina del suo
Diario, ha scritto: «Non credo in una filosofia non erotica. Non mi fido di un pensiero desessualizzato». L’affermazione di Gombrowicz non fa che confermare quanto ho detto. Quando mai un romanziere si è fidato davvero dei critici?

4

La nostra αισθησις, la nostra percezione del mondo, ovvero la nostra estetica, modificata dalla quantità, dalla velocità di riproduzione e dalla presentificazione dei saperi, delle immagini e dei codici lotterà a lungo prima di soccombere, prima di lasciare il posto all’αναισθησις, sua sorella distratta e dimentica delle illusioni che vengono dai sensi e dall’arte. Chi non è troppo pessimista sta all’erta fin d’ora in due modi: rallentando i processi quotidiani di apprendimento o ergendosi come bastione del buon senso contro la grande marea di astrazioni e realtà disincarnate che ogni giorno gli precipitano addosso.
La sola etica di quest’uomo è quella di formare se stesso e i suoi amici all’αισθησις.

Baudelaire: «Quanto più una critica è personale tanto più è universale».

5

E’ evidente: non siamo all’altezza di quello che abbiamo edificato. Il principale meccanismo di difesa dell’uomo contemporaneo lo dimostra. Cosa succede?
Di fronte alla proliferazione vertiginosa dei saperi, delle immagini e dei codici, l’uomo, essere discreto che ha bisogno di continuità, si difende cercando di bloccare il flusso che lo investe. Purtroppo, la frontiera tra attenzione e distrazione è stata definitivamente abbattuta. Come un pesce sulla sabbia, impegnato com’è a dimenarsi per sopravvivere, egli perciò non ha più tempo per evocare in tranquillità le sue emozioni marine. Altre sirene lo chiamano. Tutta la realtà si dà sotto forma liquida e attende di essere liquidata. Un giorno anche lui dovrà essere liquidato, ma per ora, dimenandosi, si difende grazie alla forza di riduzione, una forza irriducibile, che vuole ridurre tutto a elementi irrelati, a “frammenti”.
Di fronte alla proliferazione vertiginosa dei saperi, delle immagini e dei codici, e alla loro velocità di presentificazione, l’uomo è contemporaneamente troppo libero e incapace di libertà: è un uomo che non può scegliere a causa di una sovrabbondanza di possibilità che si offrono tutte nello stesso tempo, nello stesso presente. Ciò che gli viene meno è il tempo del giudizio, il tempo di comprendere il tutto a partire da “dettagli”, il tempo di respirare, il tempo di trasformare il suo sistema respiratorio.

L’originalità, una volta svestita dal suo corpetto romantico, presuppone un sapere artigianale, la τεχνη. Ora, nell’arte, come in tutto ciò che è umano, non c’è nulla di totalmente originale. Questo significa che l’apprendimento artistico è infinito.

6

Il demone dell’oggettività scientifica assomiglia a un vorace roditore, amante di sillogismi. Questo demone possiede una proprietà essenziale: essendo la sua forza soprattutto analitica, esso tende a scomporre la totalità in parti. Ora, questa forza, se non è ben controllata, riduce i dettagli, cioè parti che per esistere hanno bisogno di intuizione e sintesi, a frammenti, ovvero a particelle che, al contrario, non aspirano a ricomporsi in una totalità, ma rivendicano ciascuna la propria autonomia. La differenza tra dettaglio e frammento, a mio avviso implica due estetiche e due concezioni del mondo. Dal dettaglio al tutto, dunque, ma con molte pause! È impossibile trasgredire e progredire senza digredire: non si arriva alla definizione di niente senza una digressione su tutto.
Ma il nostro progresso ignora il tempo della digressione. É un progresso che rosicchia sempre lo stesso osso. Per questa ragione è condannato a regredire, a essere un progresso ad usum infantis, un progresso infantocratico.

Un artista è tale se sa fare un buon uso dell’intelletto tra l’inizio e la fine di un’opera. All’inizio e alla fine di un’opera quello che conta è l’intuizione, la sensibilità, il gusto, il talento. Per il critico letterario le cose stanno diversamente. Intuizione, sensibilità, gusto e talento sono al servizio dell’intelletto. Se quest’ultimo l’abbandona, anche solo un istante, il critico si ritrova all’inizio o alla fine, ma mai al centro dell’opera.

7

Un pensiero non pessimista dovrà usare le parole del non-pensiero (il non-pensiero non è assenza di pensiero, ma una forma di pensiero che ha smesso di avere fiducia nella totalità, fiducia che il pensiero aveva mantenuto malgrado i suoi molti detrattori fino a qualche tempo fa: il significato della parola «pensiero» dovrà includere anche la parola «non-pensiero». Allo stesso modo l’arte, vista la perdita di fiducia decretata paradossalmente dagli stessi artisti nei confronti dell’illusione estetica, dovrà includere la nozione di “non-arte”).
Quando dico «usare», questo significa: torcergli il collo.

Il critico letterario non costruisce, ma smonta e ricostruisce a partire da una casa già edificata. Dietro la meditazione critica non c’è un sistema, ma la ricerca di un’architettura. Dietro questa meditazione c’è una conoscenza delle tecniche e una passione per la forma. Non c’è, al limite, un pensiero.

Post scriptum

Milan Kundera: «La loro vita, le loro creazioni, le loro mostre di pittura, i loro quartetti, i loro amori, le molteplici manifestazioni della loro vita hanno avuto un’importanza incomparabilmente più grande della macabra commedia dei loro carcerieri. Questa fu la loro scommessa. Tale dovrebbe essere la nostra».
É vero: la parola scritta è un bambino che dorme e soltanto quando si entra in dialogo con lei, il bambino apre gli occhi.
Di recente, dopo una discussione con un amico, ho riletto un articolo di Kundera (qui sopra ne riporto uno stralcio) sul campo di concentramento di Terezinstadt, la cui vita culturale venne esibita al mondo dalla propoganda nazista come un alibi alle sue nefandezze. Ho riletto, parallellamente, qualche pagina di Austerlitz, l’ultimo romanzo di W.G. Sebald. In particolare sono ritornato su quel passaggio dove il protagonista è sulle tracce della madre scomparsa.
Il fardello della memoria, per chi è direttamente toccato dall’orrore della scomparsa dei propri cari in un campo di concentramento, è così angosciante che, nel corso di qualsiasi azione della vita quotidiana (allacciarsi le scarpe, lavare una tazza da tè), il corpo può improvvisamente accasciarsi e la mente precipitare nel disordine della follia. Tuttavia Austerlitz, il protagonista, cosciente di questo rischio e del progressivo cedimento della nostra capacità mnemonica, vuole salvare «il legame vitale» con i morti.
Io penso che non ci sia nulla di più urgente da fare. Solo che, per mantenere un «legame vitale» con i morti di Terezinstadt, per essere davvero loro eredi, cioè per sentirsi coloro che vengono dopo e non gli ultimi di una specie caduta in disgrazia, non dobbiamo dimenticare che questi morti hanno vissuto, non dobbiamo dimenticare quello che Milan Kundera chiama la loro «scommessa». In caso contrario, noi, i vivi, tradiremmo l’orrore della loro scomparsa.
Kundera, in quanto romanziere, relativizza quello che l’umanità dà come Assoluto. Temo che proprio per questo sarà trattato come un traditore. Egli, infatti, ha il coraggio di sottrarre alla sete di Assoluto dell’umanità (il suo demone più vorace) qualche goccia di piacere per la vita, di strappare alle ombre un sorriso.
Il romanziere è sempre stato un traditore. Da secoli. Dai tempi di Boccaccio.
Nel Decameron non si descrive solo la peste e la sua terribile realtà, ma soprattutto «le molteplici manifestazioni» della vita di coloro che hanno compreso che c’è qualcosa di molto più importante della peste.
Far comprendere all’umanità che la memoria della peste non è tutta la memoria è l’eterna scommessa del romanziere.

10 Responses to Il demone roditore

  1. Biagio Cepollaro il 7 aprile 2008 alle 01:01

    Caro Massimo,
    stavo per andare a dormire quando ho scoperto questo tuo bellissimo scritto e di getto ho preso qualche appunto. Si, sembra che ci siano due strade per il non troppo pessimista che in fondo poi è la stessa:il buon senso suggerisce di rallentare i processi di apprendimento considerando la vorticosa proliferazione di informazioni come una sorta di spam universale da selezionare e cestinare. In ogni singola giornata accade questo anche all’interno della semplice moltitudine di pensieri, emozioni etc, indipendentemente dalla tecnologia. Lo spam è anche intrapsichico, per così dire. Il criterio della selezione è lo stesso che vale per la nutrizione: formulare le domande è già sapere dove mettere le mani, cosa di volta in volta è ‘nutriente’. Ma la capacità di formulare le domande è la stessa che permette di distinguere il dettaglio dal frammento. Il dettaglio implica una figura, il frammento ambisce a farsi figura, se ho capito bene la tua distinzione. Chi formula una domanda si muove tra i dettagli, cioè, sempre per usare il tuo linguaggio, si muove già nel non-pensiero che è ricerca di un’architettura e non di un sistema (il tuo discorso vale per la critica del romanzo ma vale anche per la vita in genere).
    La domanda riguarda l’architettura, la figura dell’esperienza che parla sempre la sua irripetibile e non mistificabile lingua: la lingua del romanzo ma anche la lingua di coloro che hanno ‘scommesso’ (Kundera). Dalle tue parole il romanzo supplisce all’incapacità di dar senso che è propria della riduzione dei nostri giorni dell’esperienza a quantità discreta e irrelata di informazione. Esattamente come il dialogo umano che nutrendosi di dettagli include nel suo pensiero anche il non-pensiero (il piacere per quella vita non digitalizzabile né mistificabile).
    Il legame vitale con i morti è vitale anche perché credo che i morti in questione in realtà sono le nostre possibilità di creare delle figure, di leggere il nostro passare sottraendoci all’illusione indotta di un presente senza fine.
    Biagio Cepollaro

  2. sparz il 7 aprile 2008 alle 10:58

    bellissimo pezzo, Massimo, come sai apprezzo molto. Ricordo, per quanto riguarda la parte iniziale, che G. Steiner scriveva, battendosi contro la “cultura del commento” che il miglior commento ad un classico è un altro classico e questo mi è sempre sembrato un pensiero davvero liberatorio.
    Una cosa che mi ha colpito, molto felicemente formulata, è quella dell’abbattimento della frontiera tra attenzione e distrazione, dal quale abbattimento mi sento predato ogni giorno. I rari momenti di lotta vittoriosa contro questo sono di vera felicità. Ciao.

  3. Chapucer il 7 aprile 2008 alle 13:57

    Quanti spunti interessanti…
    prendo questo:

    ‘Il critico letterario non costruisce, ma smonta e ricostruisce a partire da una casa già edificata. Dietro la meditazione critica non c’è un sistema, ma la ricerca di un’architettura. Dietro questa meditazione c’è una conoscenza delle tecniche e una passione per la forma. Non c’è, al limite, un pensiero’

    io credo invece che ci sia, al limite, un pensiero, che è quello elaborato dal critico dopo le operazioni di smontaggio e ricostruzione del testo,
    il pensiero che il critico usa per “vestire” l’opera.

    ma questa è solo una mia osservazione…
    :-)

  4. giorgio mascitelli il 7 aprile 2008 alle 15:22

    Caro Rizzante,
    veramente molto profondo quello che scrivi. Tuttavia ti inviterei a essere meno drastico sul pensiero anerotico del critico: per riprendere la tua metafora post coitum, il critico può permettersi il pensiero solo dopo aver amato l’opera e per amare non c’è bisogno di pensare. Certo richiede doti particolari pensare con radicale serietà gli oggetti del proprio amore ( era Montaigne che diceva, se non sbaglio, che le qualità per riconoscere una grande opera sono ancora più rare di quelle che permettono di scriverla), ma questa radicale serietà non si limita solo a un disperato corpo a corpo con l’opera prescelta, ma anche a un lavoro di aperture di vie, a un determinare concretamente le tradizioni di lettura che consentono a un libro di vivere e a un critico di rendere fertile quella profonda onestà di cui tu parli. Quanto al roditore dell’oggettività scientifica, basterà ricordare che la funzione critica preessite all’organizzazione storica delle istituzioni della critica e al conseguente tentativo di accreditarsi nell’ufficialità dei saperi mutuando statuti epistemologici vincenti. Se chiamassimo l’attività scientifica del critico con i nomi meno ingombranti di onestà intellettuale, preparazione culturale e amore per l’accuratezza avremmo forse una percezione differente dei problemi e delle prospettive storiche

  5. Biagio Cepollaro il 7 aprile 2008 alle 19:21

    Caro Giorgio,
    mi pare che l’altezza richiamata da Massimo – come fa da sempre- a proposito della posta in gioco del romanzo come umana produzione, ti solleciti a sottolineare la concretezza delle tradizioni di lettura che si costituiscono quando la critica c’è, nel senso che ha i requisiti ‘tecnici’ e ‘morali’ indispensabili. Come dire: ad essere concreti relativamente alla sorte del romanzo si rischia di imbattersi nella cialtroneria che ha molto svuotato ogni campo di discorso possibile, negando anche la possibilità di percepire la differenza tra il meglio e il peggio che secondo un grande violinista è la definizione di ‘degrado’.
    Ma si fa quel che si può. Cioè ognuno di noi si sforza di perfezionare in sé quelle competenze ‘tecniche’ e ‘morali’ indispensabili. Insomma non è soltanto la superfetazione informativa il problema ma la responsabilità o la mancanza di responsabilità che accompagna ogni recensione, ogni atto critico, sia su grandi testate, o situazioni editoriali, sia rivolto a pubblico più ristretto. Contribuire a determinare concretamente tradizioni di lettura vuol dire secondo me avere il coraggio di apprezzare ciò che va apprezzato (anche se non si ha seguito o quasi) e di ignorare ciò che va ignorato, anche se ciò che andrebbe ignorato per questioni di gusto e di valutazione letteraria piace ai più.
    Ad esempio, per la poesia, una tradizione di lettura da augurarsi è quella che nella rilettura del Novecento dica e spieghi a chiare lettere i meriti di Emilio Villa fino a giungere a mostrare parallelamente come, nel campo della sperimentazione, si sia storicamente sopravvalutato Sanguineti. Una tradizione che confronti gli scritti pionieristici di Villa alla fine degli anni ’40, il potente influsso innovatore sulla sua scrittura delle arti visive con l’accademismo del novissimo di dieci anni dopo – poi presto involuto in aggiornato neocrepuscolare …Anche grazie a recenti iniziative editoriali oggi si può, carte alla mano, soppesare la tradizione della sperimentazione poetica. E i confronti offrono risultati evidenti, soprattutto dando un’occhiata alle date di composizione. Questo è un invito esplicito a chi si ritiene critico di professione. Un invito a non aver paura, a non subire il luogo comune… Chi conosce i testi di Villa oggi non ha scusanti.
    E invece è accaduto il contrario per motivi che non posso che ritenere extraletterari. Ma sono proprio questi motivi (vedi il caso di Cacciatore) che stabiliscono delle tradizioni di fatto..Proprio le tradizioni che ognuno per quel che può dovrebbe provare concretamente a riscrivere, se è un critico e non un’altra cosa. Ogni generazione credo è in qualche modo in debito di memoria: per questo mi sono occupato, come ho potuto, in rete, delle ristampe di Di Ruscio, Niccolai, Costa, Cagnone etc.
    La spregiudicata sperimentazione avveniva anche lì. Ed oggi sento tutta la vitalità di questi autori. Grazie alla rete i più giovani si trovano finalmente nella condizione di contribuire alla costituzione di una ‘tradizione di lettura’…L’altezza della posta in gioco del romanzo va insomma sostenuta dalla concretezza della propria azione critica (onestà, preparazione, intuizione, amore) che è azione di lettura…
    Le cose che scrive Massimo da sempre hanno sostanziato questi valori. E in questa impresa oggi più di ieri ognuno può fare la sua parte…
    Biagio Cepollaro

  6. giorgio mascitelli il 7 aprile 2008 alle 20:53

    Caro Biagio,
    le questioni che tu poni sono molto complesse e meriterebbero uno spazio specifico. Però sai benissimo che condivido nell’impostazione e nel merito gran parte della tua riflessione su critica e novecento. Quanto a me che non sono un critico, ho favorito la circolazione per quanto potevo, che non è molto, di testi a mio parere meritevoli. Certo nel romanzo il peso del mercato è stato decisivo nel determinare le tradizioni di lettura e anche la reperibilità concreta delle opere, basti pensare che non esistono edizioni recenti di Jahier, tanto per citare un nome storico che ha avuto peso nelle tradizioni novecentesche, ma proprio per questo si apre un grande spazio al lavoro critico di cui dicevo sopra ed è uno spazio nel quale la critica dà radicamento al proprio lavoro di scavo sui testi, testimoniando per quell’idea di letteratura che Rizzante rappresenta con profondità in questi 7 pensieri.

  7. max rizzante il 7 aprile 2008 alle 22:14

    @biagio e @giorgio.
    Ringrazio per le riflessioni che il mio pezzo ha suscitato.
    @giorgio
    Per come è costruito, il pezzo ha diversi nuclei. Uno è la proliferazione dei dati del nostro tempo che uniforma tutto, attualizza tutto, per cui la frontiera tra attualità e “presente storico” come quella tra attenzione e distrazione vengono abbattute (come giustamente diceva Biagio, la proliferazione è anche dentro di noi, nelle nostre teste piene di sensazioni e pensieri: certo, le difficoltà di discernimento interiore aumentano quando all’esterno siamo inondati da un flusso praticamente ininterrotto di dati da registrare e eventualmente discernere). Poi c’è il rapporto tra artista e critico: l’affermazione di Broch per me è esemplare: un critico deve essere onesto. Chi conosce Broch sa bene che nel XX secolo pochi autori come lui hanno vissuto sulla propria pelle il dramma etico. Si può addirittura dire che Broch, durante il suo esilio americano, è letteralmente morto per aver perorato instancabilemente la causa degli altri, per aver portato soccorso. Broch, ricordo, è stato quello che dopo la “Morte di Virgilio” – che è il romanzo di una rinuncia definitiva al romanzo – ha dedicato quasi tutto il suo tempo a costruire una teoria capace di frenare il relativismo etico di quella che lui chiamava “la disgregazione di tutti i valori” che contraddistingueva la sua epoca (e la nostra). Quando un artista come Broch, per il quale “la sola morale del romanzo è la conoscenza”, afferma che un artista può permettersi di non essere onesto, sa bene, credo, quello che dice. Egli intende sottolineare che lo “spiritus phantasticus” dell’artista fa tutt’uno con il suo spirito ludico, il quale fa tutt’uno con la sua morale conoscitiva. C’est tout. L’onestà intellettuale del critico, per quanto il critico si voglia personale, invece, non può permettersi la “non serietà” dell’artista, senza la quale l’artista onesto sarebbe un pensatore o un critico. La mia “boutade” sul pensiero desessualizzato del critico prende spunto da quanto Gombrowicz diceva. Da artista capace di usare l’intelletto contro le sue stesse nefande astrazioni, Gombrowicz lamenta il fatto che nella storia della filosofia occidentale, il pensiero non abbia quasi mai avuto la forza di “incarnarsi”. Ma è una pretesa da artista, da romanziere. E’ un paradosso che solo gli artisti e i romanzieri onesti possono permettersi! Poi c’è il “demone roditore” dell’oggettività scientifica, che io vedo all’opera ogni giorno. E’ un demone analitico che scompone tutto in “frammenti”, ci rende particelle elementari, ci isola, non prevede una ricomposizione né una rigenerazione dell’“umano”. Io sono per il “dettaglio”, che presuppone sintesi e totalità. Ogni uomo, per farla breve, è o dovrebbe sentirsi un dettaglio a partire dal quale poter comprendere il tutto. L’opera per quanto molteplice è una, così il mondo. In questo senso sono contro tutte le estetiche del frammento, le filosofie del frammento, le retoriche della pluralità che ci hanno propinato e ci propinano (ieri sotto autorevoli egide filosofiche, oggi sotto molto meno autorevoli armature ideologiche culturaliste) pensatori e critici.

  8. francesco forlani il 8 aprile 2008 alle 00:06

    Caro Massimo,rileggendo il tuo bellissimo testo oltre ad avere avuto due flashback precisi, ovvero istanti eterni di pura poesia e convivenza nella casa solaio che abbiamo condiviso in rue beaubourg a parigi, con genette da una parte e broch dall’altra, della libreria, o la straordinaria lettura che facesti sul critico – e nel testo che leggo qui ne sento l’eco- in via Gluck a Milano, con Biagio e andrea tra gli altri, un secolo fa, mi sono chiesto:
    ma di tutto questo, e voglio dire le riflessioni che porti, il fuoco che trasmetti, quanto sarà colto dalle patrie lettere, impegnate come sono a xxxxxxxxx in ginocchio il relativo vuoto della contemporaneità? Quali pagine culturali, alias, tuttolibri e compagnia, quale titolato e titolare critico delle nostre- loro – pagine culturali accoglierà il tuo invito?
    scusa l’enfasi ma mi è venuta così, forse perché ho bevuto troppo
    effeffe

  9. max rizzante il 8 aprile 2008 alle 10:38

    @ francesco
    caro Francesco, bisogna continuare a essere “attenti”, sebbene la frontiera tra attenzione e distrazione sia ormai ceduta. Bisogna vigilare in ogni caso sulla “distrazione” delle persone colte, che contribuisce in modo devastante – molto più devastante della distrazione delle masse di persone semplici – alla mistificazione dei valori, al relativismo dei valori, al nichilismo dei valori, e infine al tormento, alla noia, all’irritazione di fronte all’assenza di ciò che è grande.
    Quanto alla nostra vicenda individuale, ti cito una frase di Samuel Butler, che Saul Bellow ripeteva spesso (e che mi ripeté perfino quando andai a trovarlo a Boston tre anni prima che morisse) e che è diventato il mio emblema: “La vita è come un assolo di violino in pubblico mentre si sta imparando a suonare lo strumento”. E Bellow aggiungeva che “nella sala da concerti c’è una rissa tra ubriachi e a nessuno importa niente della musica”.
    Ciò non deve farci smettere di suonare. L’artista deve imporsi, deve essere qualcuno in cui nulla va perduto, non deve disertare nessun particolare (perché il dettaglio anche più infimo lo può ricondurre al tutto). Deve continuare a lottare al fine di far emergere dalla distrazione i suoi simili.

  10. orsola puecher il 9 aprile 2008 alle 08:33

    la parola scritta è un bambino che dorme e soltanto quando si entra in dialogo con lei, il bambino apre gli occhi.

    questo destarsi della parola Bella Addormentata in attesa di un bacio, questi dettagli verso il tutto di Massimo mi hanno profondamente e letteralmente commosso e confortato in molti momenti, per assonanza di temi e visioni e casuale, se caso esiste, concomitante ricerca su cedimento della nostra capacità mnemonica e volontà/tentativo di salvare «il legame vitale» con i morti di cui scriverò presto (spero).
    grazie di cuore e mente

    credo che l’articolo di Kundera su Terezin di cui si parla sia questo

    http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&file=article&sid=2617

    [e Schönberg, non lo abbiamo dimenticato]

    ,\\’



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