FREE TIBET

11 aprile 2008
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[si consiglia (qui ed in senso lato) una visione binaria e simultanea]

 

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22 Responses to FREE TIBET

  1. dubbio il 11 aprile 2008 alle 13:36

    Monaci o popolo del Tibet

    di Enrica Collotti Pischel *

    Dall’Impero a Mao, un popolo in gioco tra “modernizzazioni” di Pechino e interessi occidentali in Asia. La fuga del “giovane Buddha” dalla storia all’immaginario
    La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.
    Quest’interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l’intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest’ultimo episodio – cioè la mancata condanna di Pechino – possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell’indipendenza tibetana si sia buttata sull’episodio, non rende certo facile un’intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che “straniero” per l’intera Asia orientale nell’ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.
    Il più povero
    Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico “Shangri-la”, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo “estremo”, dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un’affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
    Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 “schiavi”, nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso ad una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
    Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non stato “conquistato dalla Cina comunista nel 1950”: dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall’impero cinese, nella prima metà del secolo XVIII e da allora stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese “Stato del Centro”) è stato ed è uno stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di “pulizia etnica” bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
    E’ vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo “Stato del Centro” il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi all’apice del loro potere sull’India all’inizio del secolo XX intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza giungendo, nel 1913 a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all’India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.
    Il ruolo della Cia
    Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet; i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono, che all’inizio del 1959 essa si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l’appoggio del Dalai Lama. Ed infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di aver finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.
    Pechino: autonomia no
    Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e “liberò gli schiavi”, iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
    Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell’altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che – politico asiatico molto scaltro – non chiede l’indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all’estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un’indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India – segnali “terroristici” in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l’attacco alla Serbia motivato dalla difesa dei “diritti umani” in Kosovo fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?

    * da “Il Manifesto” del 9 Gennaio 2000

    N:B. Pratiche di violenza sessuale sulle donne e sui bambini nei monasteri è pratica corrente consolidata nella tradizione

  2. eccolilì il 11 aprile 2008 alle 15:33

    mi sembrava strano che non fosse colpa degli americani…

  3. Ren il 11 aprile 2008 alle 16:02

    sarà che non avevo gli occhialini appositi ma questa visione stereoscopica mi è sembrata mancare di profondità

  4. Giusè il 11 aprile 2008 alle 17:49

    Un articolo profetico. Un attacco alla Cina: da Marte?

  5. fem il 11 aprile 2008 alle 17:53

    “Una volta capito che gli uomini si uccidono l’un l’altro per stabilire una dominanza o per mantenerla, vien voglia di concludere che la malattia più pericolosa per la specie umana, non è né il cancro né le malattie cardiovascolari, come cercano di farci credere, ma il senso delle gerarchie, di tutte le gerarchie. Non c’è guerra in un organismo perché nessun organo cerca di dominare l’altro, di comandarlo, di essergli superiore. Tutti funzionano in modo da far sopravvivere l’organismo. Quando mai capiranno, i gruppi umani appartenente al grande organismo della specie umana, che il loro scopo è la sopravvivenza dell’insieme e non l’affermazione della loro dominanza sugli altri? Nessuno, da solo, rappresenta la specie e nessuno ha il monopolio della verità.”

    Henri Laborit “Elogio della fuga” (1976)

  6. dubbio il 11 aprile 2008 alle 19:46

    sulle ambiguità del “free tibet” in occidente guardate questa foto:

    http://lombardia.indymedia.org/?q=hidden/show/5014

  7. Alcor il 11 aprile 2008 alle 20:22

    @dubbio
    tu pensi che perchè i nazisti hanno usato la svastica quella svastica indichi che i monaci tibetani sono nazisti?

    L’articolo della Collotti mi lascia allibita, il fatto che il mito occidentale del Tibet sia stato usato dall’occidente per le sue manovre geopolitiche e che il Tibet “sia stato conquistato dall’impero cinese, nella prima metà del secolo XVIII e da allora stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang” impedirebbe di per sé al Tibet di voler essere autonomo?
    Parla cinese, il Tibet?
    E’ cinese il Tibet?
    La Cina è uno stato multietnico, ma le etnie hanno pari diritti?
    Ho appena letto L’ombra di Mao, di Federico Rampini, consiglio la lettura.

  8. Giusè il 11 aprile 2008 alle 20:44

    La Deutsche Ahnenerbe era una società scientifica nazi. Nel 1938 l’Ahnenerbe organizzò una spedizione in Tibet alla ricerca della mitica Agarthi, il regno sotterraneo in cui risiederebbe il demiurgo del pianeta con cui Hitler assicurava di essere in ottimi rapporti. La svastica è un simbolo asiatico indù e buddista di cui, come molti sanno, si appropriarono i nazisti. Al momento forse non esistono magliette in europa con la SVASTICA SPECULARE A QUELLA CHE SI VEDE nella foto (la scorretta geometria della svastica). Per dovere di cronaca: vi fu persino una singolare concentrazione di monaci tibetani nella germania nazista (1939): centinaia di monaci cui i nazi ricambiarono l’ospitalità.
    E allora? Non penso che esistano fra i monaci buddisti truppe scelte “S.S. Das Shaolin”. Non penso che la Cina sia meno colpevole.

  9. Alcor il 12 aprile 2008 alle 10:58

    @Giusè, appunto, ma sembrerebbe che dubbio, vista la maglietta, abbia fatto un rapido due + tre =quattro.

  10. dubbio il 12 aprile 2008 alle 23:43

    La Cina il Tibet e il Dalai Lama

    di Domenico Losurdo

    Chi è, in verità, il Dalai Lama? Perché tanta parte della sinistra italiana tende ad accettarne la “santificazione” e non vederne l’essenza reazionaria?

    Celebrato e trasfigurato dalla cinematografia di Hollywood, il Dalai Lama continua indubbiamente a godere di una vasta popolarità: il suo ultimo viaggio in Italia si è concluso solennemente con una foto di gruppo coi dirigenti dei partiti di centro-sinistra, che hanno voluto così testimoniare la loro stima o la loro riverenza nei confronti del campione della lotta di “liberazione del popolo tibetano”.
    Ma chi è realmente costui? Tanto per cominciare, egli non è nato nel Tibet storico, ma in territorio incontestabilmente cinese, per l’esattezza nella provincia di Amdo che, nel 1935, l’anno della nascita, era amministrata dal Kuomintang. In famiglia si parlava un dialetto regionale cinese, sicché il nostro eroe impara il tibetano come una lingua straniera, ed è costretto a impararla a partire dall’età di tre anni, e cioè dal momento in cui, riconosciuto come l’incarnazione del 13° Dalai Lama, viene sottratto alla sua famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto all’influenza esclusiva dei monaci che gli insegnano a sentirsi, a pensare, a scrivere, a parlare e a comportarsi come il Dio-Re dei tibetani ovvero come Sua Santità.
    Desumo queste notizie da un libro (Heinrich Harrer, Sette anni nel Tibet, Mondadori, Oscar bestsellers, 1999), che pure ha un carattere di semi-ufficialità (si conclude con il “Messaggio” in cui il Dalai Lama esprime la sua gratitudine all’autore) e che ha contribuito moltissimo alla costruzione del mito hollywoodiano. Si tratta di un testo a suo modo straordinario, che riesce a trasformare in capitoli di storia sacra anche i particolari più inquietanti.

    1. Un “paradiso” raccapricciante
    Nel 1946, Harrer incontra a Lhasa i genitori del Dalai Lama, dove si sono trasferiti ormai da molti anni, abbandonando la natia Amdo. E, tuttavia, essi non sono ancora divenuti tibetani: bevono il tè alla cinese, continuano a parlare un dialetto cinese e, per intendersi con Harrer, che si esprime in tibetano, hanno bisogno dell’aiuto di un “interprete”. Certo, la loro vita è cambiata radicalmente: “Era un grosso salto quello dalla loro piccola casa di contadini in una lontana provincia al palazzo che ora abitavano e ai vasti poderi che erano adesso di loro proprietà”. Avevano ceduto ai monaci un bambino di tenerissima età, che poi riconosce nella sua autobiografia di aver molto sofferto per questa separazione. In cambio, i genitori avevano potuto godere di una prodigiosa ascesa sociale. Siamo in presenza di un comportamento discutibile? Non sia mai detto. Harrer si affretta subito a sottolineare la “nobiltà innata” di questa coppia (p. 133): come potrebbe essere diversamente, dato che si tratta del padre e della madre del Dio-Re?
    Ma che società è quella su cui il Dalai Lama è chiamato a governare? Sia pure a malincuore, l’autore del libro finisce col riconoscerlo: “La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (p. 76). Diamo ora uno sguardo ai rapporti sociali. Si direbbe che la merce più a buon mercato sia costituita dai servi (si tratta, in ultima analisi, di schiavi). Harrer descrive giulivo l’incontro con un alto funzionario: anche se non è un personaggio particolarmente importante, egli può comunque disporre di un “seguito di trenta servi e serve” (p. 56). Essi vengono sottoposti a fatiche non solo bestiali ma persino inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”; e, come sappiamo, contrastare o anche solo mettere in discussione il potere della casta dominante poteva essere assai pericoloso. Ma, secondo Harrer, non ha senso versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice” (pp. 159-160).
    Incolmabile era l’abisso che separava i servi dai padroni. Per la gente comune, al Dio-Re non era lecito rivolgere né la parola né lo sguardo. Ecco cosa avviene nel corso di una processione: “Le porte della cattedrale si aprirono e lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento. Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”.
    Finita la processione, il quadro cambia in modo radicale: “Come ridestata da un sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!” (pp. 157-8).
    Vale la pena di notare che questo spettacolo viene seguito dal nostro autore in modo ammirato e devoto. Non a caso, il tutto è contenuto in un paragrafo dal titolo eloquente: “Un dio alza, benedicendo, la mano”. L’unico momento in cui Harrer, assume un atteggiamento critico si verifica allorché egli descrive la condizione igienica e sanitaria del Tibet del tempo. Infuria la mortalità infantile, la durata media della vita è incredibilmente bassa, le medicine sono sconosciute, in compenso circolano farmaci assai singolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (p. 194). Qui si ritrae perplesso anche il nostro autore devoto e bacchettone: se pure dal “Dio-Ragazzo” è stato “persuaso a credere nella reincarnazione” (p. 248), egli tuttavia non riesce a “giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, e cioè del Dalai Lama. Solleva il problema con quest’ultimo, ma con scarsi risultati: il Dio-Re “da solo non poteva combattere tali usi e costumi, e in fondo non se ne preoccupava troppo”. Ciò nonostante il nostro autore, che si accontenta di poco, messe da parte le sue riserve, conclude imperturbabile: “In India, del resto, era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre” (p. 294).
    A questo punto, Harrer può procedere senza più impacci nella sua opera di trasfigurazione del Tibet pre-rivoluzionario. In realtà, esso è carico di violenza e non conosce neppure il principio della responsabilità individuale: le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (p. 79). Ma cosa avviene per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (p. 75). Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (pp. 153-3). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet pre-rivoluzionario (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (pp. 224-5). E, tuttavia, il nostro zelante convertito al lamaismo non si limita a dichiarare che “le punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla mentalità della popolazione” (p. 75). No, il Tibet pre-rivoluzionario è ai suoi occhi un’oasi incantata di non violenza: “Dopo un po’ che si è nel paese, a nessuno è più possibile uccidere una mosca senza pensarci. Io stesso, in presenza di un tibetano, non avrei mai osato schiacciare un insetto soltanto perché mi infastidiva” (p. 183). In conclusione, siamo in presenza di un “paradiso” (p. 77). Oltre che di Harrer, questa è l’opinione anche del Dalai Lama, che nel suo “Messaggio” finale si abbandona ad una struggente nostalgia degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo assieme in un paese felice” (happy) ovvero, secondo la traduzione italiana, in “un paese libero”.

    2. “Invasione” del Tibet e tentativo di smembramento della Cina
    Questo paese “felice” e “libero”, questo “paradiso” viene trasformato in un inferno dall’”invasione” cinese. Le mistificazioni non hanno mai fine. Ha realmente senso parlare di “invasione”? Quale paese aveva riconosciuto l’”indipendenza” del Tibet e intratteneva con esso relazioni diplomatiche? In realtà, ancora nel 1949, nel pubblicare un libro sulle relazioni Usa-Cina, il dipartimento di Stato americano accludeva una mappa di per sé eloquente: con tutta chiarezza sia il Tibet che Taiwan vi figuravano quali parti integranti del grande paese asiatico, impegnato a porre fine una volta per sempre alle amputazioni territoriali imposte da un secolo di aggressioni colonialiste e imperialiste. Naturalmente, con l’avvento dei comunisti al potere, cambia tutto, comprese le carte geografiche: ogni falsificazione storica e geografica è lecita se essa consente di ridare slancio alla politica a suo tempo iniziata con la guerra dell’oppio e di avanzare cioè in direzione dello smembramento della Cina comunista.
    È un obiettivo che sembra sul punto di realizzarsi nel 1959. Con un cambiamento radicale rispetto alla politica seguita sino a quel momento, che l’aveva visto collaborare col nuovo potere insediatosi a Pechino, il Dalai Lama sceglie la via dell’esilio e comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza del Tibet. Si tratta realmente di una rivendicazione nazionale? Abbiamo visto che il Dalai Lama stesso non è di origine tibetana ed è costretto ad imparare una lingua che non è la sua lingua materna. Ma concentriamo pure la nostra attenzione sulla casta dominante autoctona. Per un verso questa, nonostante la generale ed estrema miseria del popolo, può coltivare i suoi raffinati gusti cosmopoliti: ai suoi banchetti si scialacquano “squisitezze di tutte le parti del mondo” (pp. 174-5). A degustarle sono raffinati parassiti che, nell’ostentare il loro sfarzo, non danno certo prova di ristrettezza provinciale: “le volpi azzurre vengono da Amburgo, le perle coltivate dal Giappone, le turchesi via Bombay dalla Persia, i coralli dall’Italia e l’ambra da Berlino e Königsberg” (p. 166). Ma mentre si sente affine all’aristocrazia parassitaria di ogni angolo del mondo, la casta dominante tibetana guarda ai suoi servi come ad una razza diversa e inferiore; sì, “la nobiltà ha le sue leggi severe: è permesso sposare soltanto chi è dello stesso rango” (p. 191). Che senso ha allora parlare di lotta di indipendenza nazionale? Come possono esserci una nazione e una comunità nazionale se, per riconoscimento dello stesso candido cantore del Tibet pre-rivoluzionario, i “semidei” nobiliari, lungi dal considerare concittadini i loro servi, li bollano e li trattano quali “esseri inferiori” (pp. 170 e 168)?
    D’altro canto, a quale Tibet pensa il Dalai Lama allorché comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza? È il Grande Tibet, che avrebbe dovuto abbracciare vaste aree al di fuori del Tibet propriamente detto, annettendo anche le popolazioni di origine tibetana residenti in regioni come lo Yunnan e il Sichuan, da secoli parte integrante del territorio della Cina e talvolta culla storica di questa civiltà multisecolare e multinazionale. Chiaramente, il Grande Tibet costituiva e costituisce un elemento essenziale del progetto di smembramento di un paese che, a partire dalla sua rinascita nel 1949, non cessa di turbare i sogni di dominio mondiale accarezzati a Washington.
    Ma cosa sarebbe successo nel Tibet propriamente detto se le ambizioni del Dalai Lama si fossero realizzate? Lasciamo pure da parte i servi e gli “esseri inferiori” a cui chiaramente non prestano molta attenzione i seguaci e i devoti di Sua Santità. In ogni caso, il Tibet pre-rivoluzionario è una “teocrazia” (p. 169): “un europeo difficilmente è in grado di capire quale importanza si annetta al più piccolo capriccio del Dio-Re” (p. 270). Sì, “il potere della gerarchia era illimitato” (p. 148), ed esso si esercitava su qualunque aspetto dell’esistenza: “la vita delle persone è regolata dalla volontà divina, i cui unici interpreti sono i lama” (p. 182). Ovviamente, non c’è distinzione tra sfera religiosa e sfera politica: i monaci permettevano “alle tibetane le nozze con un mussulmano solo alla condizione di non abiurare” (p. 169); non era consentito convertirsi dal lamaismo all’Islam. Assieme ai rapporti matrimoniali anche la vita sessuale conosce una regolamentazione occhiuta: “per gli adulteri vigono pene molto drastiche, ad esempio il taglio del naso” (p. 191). È chiaro: pur di smembrare la Cina, Washington non esitava a montare in sella al cavallo fondamentalista del lamaismo integralista e del Dalai Lama.
    Ora, anche Sua Santità è costretto a prenderne atto: il progetto secessionista è sostanzialmente fallito. Ed ecco allora le dichiarazioni per cui ci si accontenterebbe dell’”autonomia”. In realtà, il Tibet è da un pezzo una regione autonoma. E non si tratta di parole. Già nel 1998, pur formulando critiche, Foreign Affairs, la rivista americana vicina al Dipartimento di Stato, con un articolo di Melvyn C. Goldstein si è lasciata sfuggire riconoscimenti importanti: nella Regione Autonoma Tibetana il 60-70% dei funzionari sono di etnia tibetana e vige la pratica del bilinguismo. Naturalmente c’è sempre spazio per miglioramenti; resta il fatto che, in seguito alla diffusione dell’istruzione, la lingua tibetana è oggi parlata e scritta da un numero di persone ben più elevato che nel Tibet pre-rivoluzionario. È da aggiungere che solo la distruzione dell’ordinamento castale e delle barriere che separavano i “semidei” dagli “esseri inferiori” ha reso possibile l’emergere su larga base di un’identità culturale e nazionale tibetana. La propaganda corrente è il rovesciamento della verità.
    Mentre gode di un’ampia autonomia, il Tibet, grazie anche agli sforzi massicci del governo centrale, conosce un periodo di straordinario sviluppo economico e sociale. Assieme al livello di istruzione, al tenore di vita, e alla durata media della vita cresce anche la coesione tra i diversi gruppi etnici, come è confermato fra l’altro dall’aumento dei matrimoni misti tra han (cinesi) e tibetani. Ma proprio ciò diventa il nuovo cavallo di battaglia della campagna anticinese. Ne è un esempio clamoroso l’articolo di Bernardo Valli su la Repubblica del 29 novembre. Mi limito qui a citare il sommario: “L’integrazione tra questi due popoli è l’ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo”. Chiaramente, il giornalista si è lasciato abbagliare dall’immagine di un Tibet all’insegna della purezza etnica e religiosa che è il sogno dei gruppi fondamentalisti e secessionisti. Per comprenderne il carattere regressivo, basta ridare la parola al cronista che ha ispirato Hollywood. Nel Tibet pre-rivoluzionario, oltre ai tibetani e ai cinesi “si possono incontrare anche lhadaki, bhutanesi, mongoli, sikkimesi, kazaki e via dicendo”. Sono ben presenti anche i nepalesi: “Le loro famiglie rimangono quasi sempre nel Nepal, dove anche loro ritornano di tanto in tanto. In questo differiscono dai cinesi, che sposano volentieri donne tibetane, conducendo una vita coniugale esemplare” (pp. 168-9). La maggiore “autonomia” che si rivendica, non si sa bene se per il Tibet propriamente detto ovvero per il Grande Tibet, dovrebbe comportare anche la possibilità per il governo regionale di vietare i matrimoni misti e di realizzare una purezza etnica e culturale che non esisteva neppure prima del 1949?

    3. La cooptazione del Dalai Lama nell’Occidente e nella razza bianca e la denuncia del pericolo giallo
    L’articolo di Repubblica è prezioso perché ci permette di cogliere la sottile vena razzista che attraversa la campagna anticinese in corso. Com’è noto, nel ricercare le origini della razza “ariana” o “nordica” o “bianca”, la mitologia razzista e il Terzo Reich hanno spesso guardato con interesse all’India e al Tibet: è di qui che avrebbe preso le mosse la marcia trionfale della razza superiore.
    Nel 1939, al seguito di una spedizione delle SS, l’austriaco Harrer giunge nell’India del nord (oggi Pakistan) e di qui poi penetra nel Tibet. Allorché incontra il Dalai Lama, subito lo riconosce e lo celebra come membro della superiore razza bianca: “La sua carnagione era molto più chiara di quella del tibetano medio, e in qualche sfumatura anche più bianca di quella dell’aristocrazia tibetana” (p. 280). Del tutto estranei alla razza bianca sono invece i cinesi. Ecco perché è un evento straordinario la prima conversazione che Sua Santità ha con Harrer: egli si trovava “per la prima volta solo con un uomo bianco” (p. 277). In quanto sostanzialmente bianco, il Dalai Lama non era certo inferiore agli “europei” ed era comunque “aperto a tutte le idee occidentali” (pp. 292 e 294). Ben diversamente si atteggiano i cinesi, nemici mortali dell’Occidente. Lo conferma ad Harrer un “ministro-monaco” del Tibet sacro: “nelle antiche scritture, ci disse, si leggeva una profezia: una grande potenza del Nord muoverà guerra al Tibet, distruggerà la religione e imporrà la sua egemonia al mondo” (p. 141). Non c’è dubbio: la denuncia del pericolo giallo è il filo conduttore del libro che ha ispirato la leggenda hollywoodiana del Dalai Lama.
    Torniamo alla foto di gruppo che ha concluso il suo recente viaggio: fisicamente assenti ma idealmente ben presenti si possono considerare Richard Gere e gli altri divi di Hollywood, inondati di dollari per celebrare la leggenda del Dio-Re venuto dall’Oriente misterioso.
    È doloroso ammetterlo, ma bisogna prenderne atto: è ormai da qualche tempo che, volte le spalle alla storia e alla geografia, una certa sinistra si rivela in grado di alimentarsi solo di miti teosofici e cinematografici, senza prendere le distanze neppure dai miti cinematografici più torbidi.

  11. Alcor il 13 aprile 2008 alle 00:16

    Ci mancava Losurdo.

  12. Alcor il 13 aprile 2008 alle 01:48

    Dice Losurdo:
    “A questo punto, Harrer può procedere senza più impacci nella sua opera di trasfigurazione del Tibet pre-rivoluzionario. In realtà, esso è carico di violenza e non conosce neppure il principio della responsabilità individuale: le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (p. 79). Ma cosa avviene per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmoconsiderato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio”

    Terribile, non c’è dubbio. ma qualche parola sullo spirito notoriamemte caritatevole e sui milioni di morti provocati dalle politiche maoiste, non ce la vuol dire, Losurdo?
    Trovo grottesco difendere la dittatura cinese, sia imperiale che maoista, per odio dell’imperialismo inglese e americano.
    Il Tibet non è mai stato democratico, è vero, la Cina lo è mai stata?
    E poi, un paese di un milione e trecentomila persone minacciato da sei milioni di tibetani che godono dell’appoggio di Harrer buonanima, di Richard Gere e della Cia, manovrati dal Dalai Lama?
    Abbi dubbi, Dubbio.

  13. dubbio il 13 aprile 2008 alle 08:33

    Hai ragione su tutto, Alcor. E, per quanto ti parrà strano, condivido il fondo di quel che scrivi e soprattutto questo: “Il Tibet non è mai stato democratico, è vero, la Cina lo è mai stata?”. Il problema è: perché nessuno, soprattutto nei media, lo dice? Anche tu lo hai detto solo in reazione a Losurdo. Ti costava tanto dirlo prima? Se poi uno parla della diossina nella mozzarella non è che per forza deve parlare, nello stesso articolo, del metanolo nel vino, ti pare? Se vorrai, in rete si trovano critiche al regime cinese di Losurdo e, soprattutto, analisi serissime su quel particolare paese della Collotti Pischel, la quale è sempre stata considerata una “autorità” in materia di conoscenza della Cina (e in quanto a profondità d’analisi anni luce più avanti d’un Rampini qualsiasi). Ma, davvero, basta un po’ di curiosità per uscire dai luoghi comuni …

  14. orsola puecher il 13 aprile 2008 alle 08:49

    @Dubbio
    se invece di queste lenzuolate invasive, visto che non sono ‘parole sue’, mettesse solo il link da cui le ha copiaincollate sarebbe cosa gradita.
    Personalmente non mi alimento di miti teosofici e/o ariani e men che meno cinematografici torbidi.
    Credo solo che debba finire il silenzio su genocidio, torture, violenze, violazione dei diritti umani in Tibet, che sono crimini contro l’umanità troppo a lungo taciuti. Per non parlare della situazione interna cinese.
    Direi di non dimenticare quelle vittime il cui conto totale ancora non è stato fatto e neppure i carrarmati di TIENANMEN e le più di 3000 condanne a morte annuali dichiarate, più quelle ignote, in seguito a processi sommari, quando in fila, rigidi e disciplinati come soldatini di piombo nella cerimonia di apertura delle prossime Olimpiadi i figuranti con lo sguardo fisso nel vuoto si produrranno nelle loro tipiche complicatre ed assai Kitsch coreografie faraoniche di draghi animati e piramidi di acrobati vestiti di stoffette sintetiche luccicanti.

    @alcor

    Ci mancava Losurdo.

    non ci si faccia allora mancare neppure Vattimo

    Trovo pittoresche le motivazioni di Lo Surdo&Company a difesa della Cina maoista, ma perfettamente rispondenti ad un vecchio modello di ideologia da zoccolo duro, per fortuna in estinzione più dei panda e del delfino del fiume Yangtze.
    Credo sia venuto il momento di non nascondersi più dietro le ideologie.

    Un giretto qui

    http://thereport.amnesty.org/eng/Regions/Asia-Pacific/China

    e buon (speriamo) voto…

    ,\\’

  15. dubbio il 13 aprile 2008 alle 09:27

    Ribadisco il concetto: Losurdo (e Vattimo e mille altri – ben più dei panda, mi creda Puecher), non nascondono le malefatte cinesi, semplicemente riportano al suo reale contesto tutto il can-can odierno pro-Tibet. Certo, l’appello è scritto male, con un linguaggio stantio, anche irritante; però alcune cose di quelle che dicono (ad esempio i pogrom anticinesi e l’assalto alla moschea) sono verificabili anche da fonti non interessate. Ne ha mai parlato, Puecher? Lei, che pure dice di non volersi nascondere dietro le ideologie, è davvero così convinta che così dicendo non stia ricorrendo ad un’altra ideologia, ben più pervasiva di quella di Losurdo & C? Ma immagino che anche Zizek per lei sia intriso da vecchi rancori ideologici quando definisce il Dalai Lama e il buddismo tibetano la vera e più efficace ideologia della “grande finanza internazionale”, colpevole – ahi, quanto colpevole! – di ben di peggio che le attuali (e deprecabili, sia chiaro!) malefatte del regime cinese … Comunque mi scuso dell’invasione, volevo solo mettere un po’ di diversità nella discussione. E mi scuso se ho irritato qualcuno, non era nelle mie intenzioni. Chiudo qui.

    PS: sulla versione anti-cinese dell’attuale politica americana si trovano tante informazioni, anche di analisti non pro-Cina. E chi lo vorrà potrà anche trovare, in rete, materiali sulla volontarietà dietro il bombardamento americano dell’ambasciata cinese durante la guerra contro la ex-Jugoslavia … Così, per definire chi è Marte …

  16. orsola puecher il 13 aprile 2008 alle 09:36

    “un Rampini qualsiasi”

    [quest’uso del qualsiasi lo trovo orribile]

    meno male ci sono alcuni “qualsiasi” ogni tanto e non solo i mostri sacri dell’opinionismo doc con la patente di legittimità ad esprimere giudizi da scolpire sulle scogliere

  17. Alcor il 13 aprile 2008 alle 13:06

    Non mi ero persa vattimo, no, ma non volevo allargare.

    Non l’ho detto prima, @dubbio (che il Tibet non è democratico, come non lo sono le caste in india e vorrei essere esentata dalla lista globale, che comprende sacche di democrazia solo formale persino qui da noi) perché il problema non è questo, adesso. Il problema è che se vuole diventare democratico lo deve diventare da sè, invece di essere costretto a NON esserlo in salsa cinese.
    E non vorrei che fosse costretto ad esserlo forzatamente neppure in salsa americana.
    Questa convinzione che i paesi grandi potenti e con una bocca vorace debbano decidere cosa sono e come devono essere i paesi più piccoli, meno sviluppati e meno abitati, è un crimine.
    la Cina è grande, potente e vorace.
    Anche gli Usa.
    Il Tibet al Tibet, è l’unica cosa che mi sento di dire.
    Forse un’altra: non vorrei che qualcuno arrivasse da fuori a dire a noi come e cosa dobbiamo essere.
    Quanto alla Collotti, che dice :
    “tra (le molteplici oppressioni) quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 “schiavi”, nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni.”
    mi viene da osservare che è ancora presa dall’incantesimo maoista. Io non vedo differenze, tra le due dominazioni, Mao, pace alla sua anima cinese, ha sul gobbo parecchi milioni di morti.
    E curioso che per criticare le critiche all’occupazione cinese del Tibet sia la Collotti che Losurdo facciano ricorso al mito di Shangri-la.
    Forse la Collotti e Losurdo pensano che siamo tutti mentalmente ingenui e infantili e guardiamo solo vecchi film alla tv.
    Vecchio pregiudizio delle elites intellettuali nei confronti del cittadino comune che non può pensare con la sua testa perchè è sempre strumentalizzato da qualche propaganda (in questo caso USA).
    Facessero un po’ di lavoro sul campo, come “un Rampini qualsiasi”.

  18. The O.C. il 13 aprile 2008 alle 16:08

    ‘Na volta che si gridasse Free Sauditi.

  19. dubbio il 13 aprile 2008 alle 16:15

    @ Alcor:
    intanto la storica Collotti Pischel il lavoro sul campo l’ha fatto ben prima di Rampini; solo due secondi di Google te lo potrebbe dimostrare. E ti farebbe anche scoprire che il suo lavoro di ricerca sulla Cina è stato interrotto da una grave malattia e dalla morte. Di fronte a ciò, i tuoi rilievi sono del tutto fuori luogo. In ogni caso, se vorrai informarti, qui un elenco dei suoi libri sull’argomento:

    http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_collotti+pischel+enrica-collotti+pischel+enrica.htm

    (e il rilievo di The OC è pertinente)

  20. Alcor il 13 aprile 2008 alle 19:45

    Hai ragione, è morta, adesso che lo hai detto me lo sono persino ricordato, ma ne sono morti tanti, e non sarà la sola di cui penso che sia ancora viva.
    Ma che sia morta una eccellente studiosa che il lavoro sul campo lo aveva fatto (ma lo aveva davvero fatto, con l’interprete-accompagnatore sempre a fianco? mica si era liberi di girare, e poco anche adesso, anche se molto di più) non cambia i miei rilievi, che non c’entrano con la morte della Collotti, ma con il fatto che nessun paese deve opprimerne un altro, né per portargli la democrazia nè per industrializzarlo, e il fatto che lo opprima da tre secoli e non da uno, non cambia le cose.
    Anzi, se lo aveva considerato proprietà privata sia in versione imperiale che maoista potrei essere tentata di pensare che sia l’etnia han ad avere in sé qualcosa di inquietante, ma non lo penso, cerco di non avere pregiudizi né imperialisti né antimperialisti né tanto meno etnici.

    Il rilievo di The O.C. mi sembra una battuta.

  21. Andrea il 2 maggio 2008 alle 22:03

    Come un cinese, do gran rispetto al Pro. Losurdo, che ha ricercato la storia tibetana, e ha un buon senso umano per tutta la Cina e per il mondo.
    Mentre qualcuno vuole Tibet a Tibet, come Sicilia a Sicilia, Venezia a Venezia, o io a io, come nord italia separata da sud italia, tutte queste idee possono causare grandissimo danno al paese e al mondo.
    C’è anche qualcuno che dichiara che i cinese o il governo cinese hanno ammazzato tanti popoli, hanno violato i diritti umani, ecce., quindi si deve punire i cinesi o il governo cinese. Non so da dove si ha l’informazione, come Dalai Lama dice sempre il genocidi culturale e razionale? Non posso dire niente se si ha odio puro alla Cina o al giallo, perché questo è suo sentimento, sebbene male, ma se si ha un animo umano, si deve verificare l’informazione quando vuole dichiarare crimine a un gran popolo.
    Per noi cinesi, è sempre complicato di dare giudizio al Mao, il creatore della Cina moderna, perché è stato lui che ha guidato i cinesi fino a fondare un repubblica popolare, democratica, e tutti i cinesi hanno i diritti uguali senza differenza di classe, così come i tibetani, che facevano un parte dei 56 nazioni cinesi.
    E dal Mao, tutte le nazioni hanno avuto uguaglianza di diritto che prima non avevano. Anzi, le minoranza hanno più privilegi di noi Hannesi, e hanno diritto di fare parte del governo centrale, per esempio, Dalai Lama è vice-presidente del Congresso popolare cinese.
    Quando si dice che Mao ammazza tante persone, mi dispiace che si deve andare alla storia e ai fatti. Mao ha fatto un gran errore nella linea politica, quindi ha causato la ‘rivoluzione culturale ‘, anche questo movimento non è una cosa di dittatura, invece è l’anarchia, o democrazia assoluta, e così avvenuta anche in Tibet, tante persone sono condannate dai popoli irrazionali e dai diversi partiti dentro Comunista Cinese. Anche noi cinesi dobbiamo tornare a questo periodo per evitare il gran errore. Ma se si vuole condannare tutto il governo o il popolo cinese, e quindi vuole separare il Tibet dalla Cina, tutti i cinesi (includono Hannesi, Mongoli, Musulmani, e altre nazioni cinesi) sono contro di lui, e la verità e la giustizia, e il senso umano sono contro di lui. Perché questa idea è l’origine di diavolo che può causare disastro alla Cina e al mondo.

  22. Roberto il 18 maggio 2008 alle 05:02

    Vorrei solo aggiungere alcune considerazioni. Io sono nato in una cittadina dell’Italia centrale, Narni, che nel XIII secolo era libero comune. Dopo è stata invasa e sottomessa dallo Stato della Chiesa che non ha mancato di reprimere nel sangue alcune rivolte. E poi è venuto lo stato italiano moderno. Adesso vorrei capire che senso potrebbe avere oggi rivendicare la sovranità e l’indipendenza di Narni al grido di “Narni ai Narnesi!”. E poi i narnesi del XIII secolo sono ancora quelli di oggi? Il movimento indipendentista rivendica la sovranità su un ampio territorio che è abitato in maggioranza da popolazioni appartenenti ad etnie diverse da quella tibetana “pura”. Cosa signifca allora realmente: il Tibet ai Tibetani”? Perché i cinesi di etnia Han nati in Tibet non devono essere considerati tibetani e devono vedersi sfasciati i negozi da parte di una reazione razzista sotto il plauso degli occidentali? A me sembra più verosimile pensare che abbiamo a che fare con una casta che sembrava respinta nelle nebbie del medioevo e che invece ha trovato alleati inaspettati grazie ai quali ha potuto riportare alla ribalta le proprie pretese di egemonia. D’altronde è lo stesso Dalai Lama ad aver affermato candidamente in un’intervista che gli Stati Uniti avevano finanziato la rivolta anticinese e avevano addestrato i nonviolenti monaci cinesi in campi paramilitari in Colorado (forse perché è una zona montuosa atta a simulare le condizioni di combattimento in Tibet). Ci troviamo cioè in un caso analogo a quello dell’Afghanistan in cui gli USA addestrarono i fondamentalisti islamici contro i Sovietici, fortificando i mezzi di un’intollerante casta fondamentalista e teocratica. Rispetto ai pretesi genocidi commessi dai cinesi mi sembra molto significativo il fatto che lo stesso Dalai Lama parli di “genocidio culturale” e non di genocidio fisico. Con ciò non si debbono negare gli eccidi commessi ai tempi della rivoluzione culturale, che però non hanno mai fatto milioni di morti come sostiene la propaganda indipendentista. Infatti un occidentale simpatizzante della causa tibetana, Patrick French, quando si recò sul posto per fare una stima delle vittime notò che gli elenchi erano fatti senza alcun criterio oggettivo e i nomi delle stesse persone vi ricorrevano più volte. Andandomi ad informare sul caso Tibet per formarmi un opinione personale ho riscontrato che in ogni caso la politica della Cina non è stata peggiore di quella di molti stati moderni che hanno fondato la propria nazione sull’occupazione territoriale di terre precedentemente abitate da altre popolazioni. Parliamo ad esempio di tutti gli stati delle Americhe (Stati Uniti, Messico e Perù in testa), dell’Australia (dove il genocidio culturale c’è stato davvero e alcune culture e alcuni linguaggi sono definitivamente spariti). Lo stesso stesso Giappone in cui vivo, ha occupato tutta la terra degli Ainu trasformandoli da pardroni di casa a sparuti ospiti. Il problema è che è difficile per gli italiani e gli occidentali in genere rassegnarsi al fatto che in casi come questi non ci sono i buoni da una parte contro i cattivi dall’altra. I fautori dell’indipendenza tibetana rivendicano un potere di tipo razziale, di casta e teocratico, cosa che è molto lontana dalle concezioni di un moderno stato democratico. La loro cultura è una cultura tradizionale e tradizionalista, che non passa per la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Dall’altra parte la grande nazione cinese, non ha storicamente una grande sensibilità per i diritti dell’individuo. Però lo stato cinese è oggi avviato in un grande progetto di confronto con la cultura occidentale che implica anche una nuova attenzione ai famosi diritti umani. Quindi, concludo dicendo semplicemente e ingenuamente come la penso. Secondo me oggi è molto più utile cercare un dialogo con la Cina sui temi dei diritti umani e civili, piuttosto che inseguire l’obbiettivo sconsiderato di un suo frazionamento territoriale nell’ottica di quella che si sta delineando come una nuova guerra fredda. Infine sono molto dispiaciuto dai toni denigratori e squalificanti con cui i sostenitori della causa tibetana si riferiscono anche in questa sede ai costumi e all’estetica cinese bollando come kitsch i dragoni cinesi o cose del genere al di là di ogni congruenza con il merito del discorso in oggetto. Questi atteggiamenti di disprezzo e talvolta di offesa mi fanno pensare che ci sia qualcosa di più in questa faccenda del Tibet che va oltre la preoccupazione per la difesa dei diritti umani in quella regione e cioè che ci sia sotto un pregiudizio anticinese, un’insofferenza dovuta forse all’invasività commerciale della Cina, come è emerso ad esempio nei blog di varie testate gionralistiche italiane (“Il Messaggero; La Repubblica”).



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