Studio drammaturgico sulla poesia italiana e i suoi rischi di contagio

14 aprile 2008
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dscf0963.JPG di Andrea Inglese

La poesia è italiana quando affronta i tre argomenti salubri: religione, contagio, famiglia.

La logica della poesia italiana è perimetrale. Al centro vige la pantomima sfrenata dei mille loa vudù.

La poesia italiana è un oggetto mobile a pochissime dimensioni, non più di venti o trenta.

La poesia italiana esige una rivelazione, una ustione monoteista della mente che dica in pochi versi chi è chi e come dal Grande Topo venne dio e da un’anca di dio, per una soglia asessuata, passarono molti loa: Damballah, lo psichismo oscuro, in forma di serpe, o il cugino Zacca con spirito contadino, a picchiare sulla Calbasse, o Guédé-Petro, dalla danza grave e sussieguosa, a cui si offre il capro nero ed un’aringa, o Erzulie-Freda, la Sirène, che nuota grave ed erotica intorno alla zattera, e a tutti gli ingressi del contagio.

La poesia italiana si riconosce dal portamento e dall’esitazione. E dalla velocità del contagio vocale. Chi parla entra, chi entra discende, e chi discende mette a ferro e a fuoco, e chi devasta non esce, si costruisce dentro, ha sogni di grandezza, e superbamente cresce, deviando ogni singolo pensiero.

Appena pronunciata; la poesia italiana entra violentemente nella sfera uditiva degli ascoltatori, graffia in modo quasi impercettibile la loro coscienza. Un graffio di niente. Eppure infetta, informa, frana a moltiplicazione lenta.

“Basta! Basta!” Gridano dal fondo. “Hanno introdotto nella poesia italiana la soperchieria, il frontone di polistirolo.” Volano versi pesanti, i critici con le pelli di foca sul corpo nudo fanno barriera. Le madri sconsolate sputano sul polistirolo. Si aspetta che torni la calma nella poesia italiana. Qualcuno toglie rime dal pavimento con il piede di porco.

L’endemica assenza di Cow Boys nella poesia italiana non sarà risolta con interventi puntuali, ma solo con riforme di sistema.

La presentazione immediata della poesia italiana avverrà senza impedimenti e nel nudo paesaggio: con la caratteristica chiesetta romanica, la pompa d’aspirazione, e le quattro querce di Tara, formanti, da Nord a Sud, un immaginario trapezio di due soli lati. E le Orecchie di Gomma di Clarke Gable sono solo un presagio dell’Orecchio Lirico. Il Grande Topo cinguetta sul ramo.

L’endemica assenza di arti marziali nella poesia italiana sarà risolta mediante la bastonatura di Baron Cimitière, il loa più pigro e androgino, con la parte femminile indossata davanti.

“Basta! Basta!” Gridano gli ultimi arrivati. “Manca la coerenza, il gioco delle mani, l’ortografia, la conoscenza delle regole del baseball, la bella figura, il pacchetto di misure, la prevenzione: è una voce canaglia.” “È vero, è una voce canaglia!” gridano anche i primi arrivati. I critici con le pelli di foca annuiscono, ben fermi sulle gambe nude. “Bisognerà nominarne uno, ma uno di quelli veri”, concludono.

La poesia italiana è onorata di presentarsi a tempo debito e nella sua forma poetica equestre: su cavalli convenzionali, pezzati, carnivori, accompagnata da gabbiani anch’essi carnivori. La poesia italiana di stormo e di galoppo, apostolica, che forma il contenuto italico dalla ciambella papale, dal pappagallo papale ripieno, tutto filtrando delle scorie, fino al sonettone senza odore. La poesia a pasta molle del pastore.

La poesia italiana è delicata come la mia famiglia, poiché io provengo da una famiglia di cani, tutto è più facile quando le persone sono come cani, perché la famiglia rende cani, figli di cani, padri di cani, sempre a smistare le zampe, a ficcare il muso nella merda di altri cani.

La poesia italiana è quando non c’è ritorno. È una poesia senza ritorno a casa. Perché la casa è occupata da una famiglia usurpatrice, maledetta, impestata. La propria.

“Guasta! Guasta!” Gridano dal loggione, additando la Musica. Entrano le infanzie puberali, con i bulli e i matricidi, e poi le pederastie, gli incesti, con i preti e i cari famigliari, entrano adolescenti e ballerine, con la coca, i soldi, le vetrine, entrano gli ultimi problemi sociali, con i senzatetto e i malati terminali. Ora che ci sono tutti e sono veri, chiedono solo qualche fotogramma, un filmino poetico, anche di cellulare, vogliono diventare lo spettacolo del reale.

La poesia italiana è tutta all’interno della vostra mente, ma nel contempo ostaggio dell’esterno, di gente che da fuori guarda dentro, fin dove andate a sognare o a pensare l’ultimo pensiero. La poesia italiana è un paravento di una setta strana che ci guarda il fondo.

La poesia italiana ruota intorno a storie di gambe di fresca cancrena, e di corridori amputati, e di milze e fegati sgusciati, storie che nessuno, per niente al mondo, in nessun buio, vorrebbe ascoltare.

La poesia italiana è quando il controllo si sfascia e gli eventi che con cura hanno i capitani pilotato si spargono al tappeto e battono sull’inguine, sul ventre, nelle tempie, come roteanti loa fertili, bussando a tutti i buchi, i sessi, le ferite, i fori.

La poesia italiana è nel piede che si scalza, nel piede che batte e sbatte, nella titubanza frenetica dell’anca, nel capogiro del culo. Nella danza del Gran Topo che ride evacuando feci al mirtillo dal suo trono.

“Pesta! Pesta!” si sgolano i dottori “Pestategli la testa!” Si spande dai camici una dotta fuliggine, e anche un tanfo forte. “Non è l’erbetta questa. Non è un bel cielo tirato da badanti ai quattro punti cardinali.” Lo ripetono i Precisi, nei loro pensieri paralitici: “La poesia nostrana, leggibile e sociale, dovrà essere ben scritta, di bella ortografia, con le elle inclinate e l’occhiello a mandorla, le aste dritte e giuste, la lingua domata a tagliola trai denti.”

La poesia italiana vocifera, ben installata nell’oltretomba, con grammofoni inseriti nei toraci dei poeti morti, che si ravvivano allo sfrigolio del vinile, e cantano, cantano arie desuete, arie morte o morenti, finché il vinile gratta, ma anche altoparlanti autonomi, ben scollegati, e adagiati nelle trachee emettono segnali, come di elegia e idillio, senza lo sporco delle scariche, lo sfregio sonoro dei contatti, tutto limpido, quasi inaudibile, come d’uomo asmatico, o vampiro, o assiderato, o sepolto, ma la poesia italiana da morta, avanza su pattini come mummia semovente, portando avanti il torsolo petrarchesco, l’osso inesauribile, a cui migliaia di dentini sfilacciano infime fibre, mentre quello prosegue, fa le curve, piglia di filato nuovi tornanti, sale per le graziose colline, con la coorte dei banchettatori dietro, schiamazzanti, come all’inseguimento del morto nella bara, ma la bara manca, il morto è ormai un osso, una pertica di vertebre, da cui nessuna polpa può essere strappata, ma atomi, nuvole di atomi, come inalazioni, per i poeti dell’inseguimento, con le proboscidi tese, risucchiando tutto, nei tubercoli digerenti, nei torciglioni dell’ispirazione, o del freddo gognometro metrico.

“Frusta! Frusta!” Urlano i genitori dell’autore. “Non l’abbiamo frustato abbastanza!” Entra Fortebraccio trafelato. “Il popolo vuole forma non fumo, mio Sire.” Si alza Orazio: “Il popolo vuole sostanza, non vuote cornici, Sire”. “Alza l’asticella!” gridano i critici dalle pelli di foca. “Darò in dosi maggiori” lo sentirono dire.

Forse pochi sanno che la poesia italiana è stata scoperta, nel 1478, da un portoghese, chino sul sesso enigmatico di un’indigena e sprovvisto di attrezzature profilattiche e scientifiche. Finì per esultare, incastrato nel suo desiderio, non riuscendo a toccare, né a introdurre o fuoriuscire, in nessun modo e da nessuna parte, bloccato in quel neutro, i testicoli presi in una morsa mentale, gli spuntò l’Orecchio lirico, ed egli seppe ascoltare: le grandissime maledizioni che l’indigena indirizzava alla sua straputtana di madre, solo per l’intensità vocale, la fattura timbrica. E non la sgozzò come fece con tutte le altre. Compatendo, nacque il poetare.

* * *

(Questo testo è apparso sul numero 9 di SUD; è un testo da leggere indossando, dopo le prime due frasi, un cappello nero a falde ampie e molli. In genere, appena indossato il cappello, un paio di persone nel pubblico si alzano e se ne vanno. E’ una correlazione più volte constatata.)

(Foto dell’autore. Topografia delle correnti poetiche in Italia.)

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9 Responses to Studio drammaturgico sulla poesia italiana e i suoi rischi di contagio

  1. Alessandro Morgillo il 14 aprile 2008 alle 10:43

    Amen

  2. The O.C. il 14 aprile 2008 alle 11:21

    “La poesia è italiana quando affronta i tre argomenti salubri: religione, contagio, famiglia”. Magari a cristo.

  3. Marco Simonelli il 14 aprile 2008 alle 13:18

    Il Cow Boy della poesia italiana… se questa carenza verrà colmata, me lo presentate?
    Marco Brokeback

  4. Alcor il 14 aprile 2008 alle 14:43

    Foto dell’autore?

  5. Cappuccetto rosso il 14 aprile 2008 alle 15:48

    sembra una statuetta segnatempo….
    devo ancora leggere…
    a dopo!
    Ciao

  6. Cappuccetto il 14 aprile 2008 alle 18:38

    Inglese, le tue letture sono senzaltro, oltre che fantascientifiche, fantasmatiche!:-))
    sono felice di non aver conosciuto l’origine portoghese della poesia italiana…
    Ma dimmi..trattasi forse del cappello di Melquiades?;-)

  7. Cappuccetto il 14 aprile 2008 alle 20:50

    …volevo dire fantasmagoriche!
    :-)

  8. francesco pecoraro il 15 aprile 2008 alle 16:29

    io credo sia un barattolo di marmellata andata a male.
    una cosa alla burri prima maniera.
    la natura imita l’arte, ovviamente.
    non mi viene di parlare di poesia e manco di prosa.
    sono sotto botta, non so voi.

  9. Maalox Loulou il 16 aprile 2008 alle 21:20

    Forse ad alzarsi sono gli spettatori che stanno seduti dietro a quello col cappello a falda larga. :)
    Ma siamo sicuri che il popolo vuole sostanza, e non solo vuote cornici?
    Le vuote cornici dai complicati intagli riscuotono sempre un certo successo…

    … e se vi state chiedendo perchè il maalox, è per il mal di stomaco causato dalla marmellata andata a male.



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