El boligrafo boliviano 15

15 aprile 2008
Pubblicato da

sapomouth1.jpg di Silvio Mignano

12 agosto e 7 ottobre 2007

La pallina rimbalza con uno schiocco secco, tac, ciottolo o dado d’osso, sbatte contro l’interno del palo, un toc sordo, ed entra in porta con un rimbombo gutturale, ingoiata dal rettangolo buio. I giocatori, incardinati sulle sbarre di metallo già tutto arrugginito, hanno divise a strisce gialle e nere o tutte celesti, dipinte alla meno peggio, uno sbaffo color tuorlo d’uovo si arrampica sulla nuca del centromediano metodista, tagliandogli in due la capigliatura scura aderente al cranio un po’ oblungo. Attorno, pubblicità della Coca-Cola o dei telefoni Entel, tracciate da una mano che a un certo punto, si vede, si è fatta più incerta, tradita dalla stanchezza, dalla ripetitività, o da un’imprevista emozione.
Le gambe di legno sono squadrate e gridano con i colori puri, giallo e celeste, verde e rosso, e magari sui fianchi del tavolino si leggono i nomi delle squadre: The Strongest, quelli a righe giallonere, altrimenti chiamati dai loro tifosi El Tigre; e il Bolívar, azzurro cielo, come questo qui in alto, nel quale rischio di precipitare a testa in su. È il derby de La Paz che si ripete due, tre, dieci, forse cinquanta volte in questa piazza circolare oggi occupata per metà da una distesa di calciobalilla artigianali che stanno già perdendo i pezzi, i pali delle porte fatti in fil di ferro verniciato di bianco si piegano sotto il peso del vuoto che soffia su El Alto, la città più giovane, il mercato più grande, un labirinto nel quale mi smarrisco a quattromila, quattromilacento metri.
(Dove ho già scritto che sono prigioniero in questo universo degli anni Cinquanta, al punto che mi sembra di ascoltare il rimbombo dei Platters e che non trovo nemmeno strano questo schema due-cinque-tre delle formazioni inchiavardate sul campo del calcetto?).

Arrivo dalla città in basso, avanzando sempre più a fatica man mano che mi avvicino al mercato 16 de Julio e la folla si infittisce, assediando alla fine la jeep, che galleggia accerchiata dalle ondate di teste, di cappelli e di mantelle a strisce colorate. Resto forse venti minuti immobile, prima di raggiungere un varco nello spartitraffico di cemento, ai piedi di una colossale pennellessa rossa, alta forse venti metri, che pubblicizza una marca di vernici. Faccio una svolta a U e parcheggio sotto il muro di cinta di una caserma. Due aviatori in divisa si sporgono da una specie di torretta medievale intonacata di giallo di Napoli, con tanto di merli a coda di rondine, e lanciano piropos alle ragazze che affrettano il passo verso la fiera.
Altre donne, meno giovani, popolano i primi metri della traversa centrale, perpendicolare alla strada che viene da La Paz, e vendono frutta, verdura, erbe e boccette di medicinali su enormi tovaglie o lenzuola bianche stese sull’asfalto o sui marciapiedi. Alle loro spalle una cholita gira spingendo un carretto con dei bicchieri ricolmi di una sostanza bianca spumosa, lacerata da macchie porpora brillante (i colori: questa di oggi, comincio a pensare, è una storia di colori). Gelati morbidi, semifreddi, yogurt, non so cosa siano e onestamente non me la sento di mettere alla prova il mio senso del gusto, perciò resto nel dubbio. Un uomo la incrocia spingendo un altro marchingegno montato su ruote, un perno conico di metallo su cui infilza le arance, la lascia girare toccandole appena con la punta di un coltello affilato e srotola come per magia un ricciolo di buccia, un tirabaci cadmio acceso, oplà, gli spicchi sono nudi e un attimo dopo non ci sono più, condensati nel liquido di una spremuta. Questa la provo ed è davvero buona, vorrei ripeterla ma il tizio è sparito, lo vedo ogni tanto spuntare come una trottola dietro gli angoli di bancarelle e chioschi, Marcel Marceau o Charlot indigeno, equilibrista di Magritte in perenne fuga.
Il mercato dovrebbe avere la forma di un castrum, con i suoi cardi e decumani, ma l’ortogonalità della ragione evapora sotto il soffio di un disordine caldo e magico, che rimescola le carte, nasconde i luoghi, gli oggetti e le persone e li ridistribuisce a caso. Insomma, mi perdo.
(Mi perdo come mi era successo solo un’altra volta, in quell’altro mercato di quell’altra mia vita, sui bordi della rotonda di Westlands, una normale rotatoria al centro di Nairobi, non lontano da un modernissimo centro commerciale. Lì, come sulle sponde di un lago incantato, si apriva un mercato fatto di vicoli angusti tracciati sulla terra, e man mano che mi addentravo le stradicciole e le bancarelle si moltiplicavano, vittime di una clonazione maligna, e la gemmazione di maschere congolesi, scudi angolani, sirene e leopardi di bronzo del Benin mi faceva ruotare come un involontario derviscio e mi trovavo smarrito negli stessi angoli, finché apparve come un trionfo dell’assurdo una cabina telefonica londinese, rossa con le finestrelle quadrate, e mi guidò, piantata in un’improvvisata piazzola, come ago di una bussola verso l’uscita).
Dovrebbe esserci una logica nella distribuzione dei settori, e almeno all’inizio regge. Qui a destra si aprono decine di viuzze di venditori di vestiti usati, made in China, made in Taiwan, made in Corea, misti a mantelli e maglioni di lama e alpaca, giacche di pelle conciate a El Alto con il cuoio di Santa Cruz, improbabili linee di alta moda di Giorgio Armoni e Gianni Veracce. La donna di questa bancarella ha tirato fuori uno specchio verticale e mi incoraggia a provare un bomber nero con i bottoni di metallo, manco fosse anche lei parte della congiura che mi vuole gettare nel tombino del tempo, convincendomi che sono proprio gli anni del rockabilly. Sorrido, lei sorride. Qui nessuno ti tira per un braccio, nessuno alza la voce, nessuno ti viene dietro per convincerti (spingerti) a comprare. Non ho mai visto un mercato così immenso, così denso di caos e così docilmente silenziosamente rispettoso. Voci basse, gesti e movimento delle labbra e dei muscoli mimici. Il trionfo del sottinteso, la quieta navigazione che attraversa la giornata.
Più avanti il cardo si apre a un’altra sequela di decumani: lucchetti, chiavi, chiavistelli, tubi cromati, bulloni grandi come il pugno di Mike Tyson, attrezzi per scavare, tagliare, segare, perforare, spirali serpentiformi o serpentine a spirale, giganteschi cappelli da cuoco di alluminio, alti fino a due metri: anemometri, o qualcosa del genere. Ne ho visti tanti, in cima agli edifici in mattone nudo di El Alto, ruotare assecondando il vento che passa attraverso le scanalature sinusoidali. Girasoli di latta per il giardino di un mago di Oz che, ne sono certo, prima o poi spunterà.
Dall’altra parte pile di copertoni, interi isolati di pneumatici di ogni dimensione disegnano una curva di autodromo. Bambini fanno capolino da dentro le ruote, padroni temporanei di un parco giochi che hanno appena inventato, almeno finché una delle venditrici non si alzerà lentamente dal suo guscio intessuto, attraverserà con maestosa lentezza i cinque metri che la separano dal marciapiedi e li allontanerà con lo scaccino fatto con un sorriso dolce o ironico. Proprio mentre sto passando, e lei allora muovendo appena le labbra – e un gioco di rughe e screpolature nere guizza mobile attorno alla bocca, disegnando arabeschi più eloquenti di una stele di Rosetta – mi chiede se voglio comprare una delle gomme. Per fare che, sto per dirle, ma mi accorgo che dei due sono io l’assurdo, e taccio, ringraziandola con un cenno.
Centinaia di biciclette pendono dai ganci, il sole che adesso brilla pizzica di barbagli e gibigiane i viola e i lilla delle carrozzerie, le cromature dei manubri e dei pedali, replicando il fiorone gotico delle raggiere mille volte sull’asfalto grigio, dove adesso i bambini – gli stessi? – giocano alla rayuela saltando a pie’ pari tra le ombre circolari.
Sono entrato nel regno dell’automobile, o in quel che resta della sua dispersione: file di fari, colonne di volanti, pile di balestre, ventagli di batterie, fascicoli di portiere e parabrezza, collane di maniglie, corolle di casse del cambio, foreste di alberi motore. Riconosco la carrozzeria di una Simca 2000 verde pisello, chi mai l’avrà portata sull’altopiano e quando è stata smembrata ed esposta come il carapace di una testuggine del Cambriano?
Le bancarelle sono sempre più fitte, piene adesso di tessuti, ricami semitrasparenti come quelli di Gand, tabelle didattiche di cartone con le parti anatomiche, il sistema solare o la geografia dell’America del Sud, libri squadernati, giornaletti ingialliti, trenini, orsi e aviogetti di plastica e di legno, congregazioni di Winx e Barbie, ingorghi di automobiline, pettini colorati, telefoni cellulari e pantaloni mimetici. I bambini si affacciano di nuovo, adesso che non stanno inventando nulla ma sono davvero al cospetto dei veri giocattoli sembrano aver perso il sorriso, una smorfia di malinconia attraversa le loro fronti come una pettinatura mossa dalla brezza. La banda che mi ha seguito da lontano, come guerrieri arawak nascosti oltre la boscaglia, si disperde adesso in una ritirata che fa male a me, l’ex assediato.

Un brusio sale dalle bancarelle, misto a vampe di calore e suffumigi aromatici. Cucinano, apparecchiano tavole, mangiano e bevono, ridono e chiacchierano – adesso sì, le voci progressivamente si alzano. Alcune tende nascondono frammenti di Oktoberfest in corpo minore, tavolacci e banchi di legno con tovaglie a quadri, polli che girano allo spiedo, birra e refrescos gassati, cuochi rotondetti che passano scodellando piatti, pescando in pentoloni di riso, mais, quinua e patate.
In un altro vicolo, una donna mangia da sola in fondo al suo chiosco, accoccolata in un angolo tra scaffali precari ricolmi di CD e DVD clonati. Quando mi affaccio si ritrae infastidita. Ha ragione. Sto invadendo un’intimità esposta, ma pur sempre meritevole di essere protetta. Due bambini se ne stanno seduti a terra e guardano le immagini di un video di reggaeton scorrere su un piccolo schermo. Oltre la parete di stoffa, in un’altra bottega, una piccola folla osserva assorta gli sviluppi di una complessa trama hollywoodiana (Ocean’s Thirteen?). In mezzo si è formato un corridoio in fondo al quale, addossata a un muro, una bimba sta pettinando il fratellino, ridendo senza aprire la bocca, come se si trattenesse.

I passaggi che si insinuano tra le bancarelle seguono adesso percorsi tortuosi, binari paralleli, imbuti nei quali si precipita tra afrori e fiammate di luce, finché si sbocca nella piazza circolare, una rotonda che all’inizio scambio per quella di Nairobi, solo che qui la terra è più secca e non si stacca dal suolo per essere portata dal vento a chilometri di distanza.
Ed è lì che giace la distesa sterminata di calciobalilla, la macchina dei sogni inventata – come poteva essere altrimenti? – da un poeta, il gallego Alejandro Finisterre, il quale ebbe la geniale intuizione nell’ospedale dove giaceva immobile dopo un bombardamento franchista su Madrid, nel 1936. Ed è una poesia questa scena, il ripetersi verso per verso dei gialli neri azzurri rossi e verdi, i rettangoli uno dopo l’altro, Rothko o forse Donald Judd, adesso immobili, ma che se chiudo gli occhi si animano con centinaia di giocatori chiassosamente aggrappati alle maniglie che qui sono di ferro nudo o al massimo rivestite di plastica grezza. Sogno il concerto dei toc, tac, toc, le scale armoniche o le dissonanze sapide dei colpi e delle grida, il roteare dei pupazzetti attorno a un asse dal quale forse vorrebbero evadere (il mio amato Gianni Rodari e le sue Marionette in libertà!).

E le monete volano. Volano e finiscono inghiottite da un grande rospo.
Nella favola surreale di El Alto non poteva mancare il gioco del sapo: appunto, del rospo. Un tavolino di metallo pieghevole sul cui ripiano sono ricavate fessure sottili. I giocatori si dispongono a una certa distanza e lanciano le monete, cercando di farle entrare nei buchi. Quelli più lontani, ovviamente, garantiscono un punteggio più alto, ma se riuscite a imboccare il grande rospo accoccolato al centro il gioco è finito, avete sbancato e sconfitto tutti gli altri.
Lo compro, non posso farne a meno. È facile portarlo via, mi dice la signora, si piega e diventa una valigetta. Il marito la guarda e non parla. Lei con poche secche parole lo invita a darsi una mossa, smonta il sapo, José, e allora lui si gratta la pelata e comincia a dire che ci vorrebbe una chiave, ma quella che lui ha non corrisponde alle viti, e improvvisamente l’operazione non sembra più così facile. Poi tutto si risolve, o si fa per dire, perché le gambe del tavolino restano intere e sono costretto a mettermele sotto il braccio. Che cosa non si fa per un batrace.
È lo stesso rospo della fiera delle alasitas, un mostriciattolo seduto sulle zampe posteriori con questa boccaccia spalancata e gli occhi sbarrati che guardano verso di voi e vi promettono fortuna. Eppure sembra che voglia burlarsi di voi, che da quelle mascelle esca fuori la lingua viscosa per favi un sonoro sberleffo e rimandarvi a casa, dalle vostre certezze e dalle vostre convinzioni. Riportarvi dove avete i piedi per terra, mica quassù, con la testa tra le nuvole, nel mondo magico e nella poesia folle di El Alto, Bolivia, quattromila e passa.

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One Response to El boligrafo boliviano 15

  1. Chapucer il 15 aprile 2008 alle 18:10

    Rimaykullayki!:-)

    Mi sono addentrata volentieri lungo i mercati
    ho ascoltato i rumori soffusi,
    ho respirato il profumo delle arance,
    mi sono persa…



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