Provenza in primavera

24 aprile 2008
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di Marina Torossi Tevini

L’inconscio fa capolino tra gli scarti del pensiero dove le logiche muoiono. Sul terreno devastato la notte avanza. Giornata tremenda ieri: pianura padana e mal di denti. Il sonno però deve aver ricomposto qualche frammento scompaginato del mio inconscio, penso, passeggiando in una piovosa mattina ligure. Camminiamo lungo il mare, un mare scuro dal fondale subito alto; dall’altra parte della strada un bordo di terra e pietra in cui si radicano piante grasse frammiste a oleandri, pitosfori fioriti, tamerici che crescono selvatiche dappertutto. Anche le case si arrampicano e, come le piante, contendono gli spazi, si creano gli spazi, usando fantasia e violenza (e anche un po’ di amore per il rischio). “Tra le sciagure dell’Italia sono da annoverare la tangenziale di Mestre, il tratto autostradale Barberino di Mugello-Roncobilaccio e i campeggi liguri”, commenta mio marito che si sente come un elefante in un negozio di porcellane: la Liguria è tutta piccoli spazi… Penso: ogni cosa dobbiamo accettarla con tutti noi, non solo con la nostra parte razionale, quella è ben poca cosa, la mia parte razionale era più che convinta di questo viaggio, ma evidentemente non mio inconscio. Per fortuna qualcosa dev’essere successo stanotte nei miei sogni… e il mal di denti è scomparso. La luce appare dove non splende il sole. (Sono versi di Dylan Thomas che come una colonna sonora accompagneranno il mio viaggio). E luce è stata. Ripenso ai chilometri di ieri, seicento, più o meno, con uno strano senso di claustrofobia e il desiderio solo di arrivare prima possibile al mare, un altro mare, diverso dal mio, ma pur sempre un mare, un’intera giornata prigioniera di uno stretto abitacolo con pensieri che non prendevano il volo, ma si incapsulavano e s’avviticchiavano su se stessi, fino a sfociare in questo dolore. L’alba appare dietro gli occhi. Le raffiche di vento sono ancora forti. Guardo mio marito che guida e continuo a pensare: mio caro, tu che ti ritieni così razionale (e quale uomo non ritiene di esserlo?) solo perché comunemente riesci a zittire il tuo inconscio… credi di controllarlo, di avergli messo la museruola… vedrai che zampata ti può dare, se vuole, all’improvviso… è sempre bene stare in guardia… trattarlo con prudenza… fa i capricci come un bambino… è un bambino… Ma bisogna lasciargli spazio, non si può presumere di ignorarlo… Bisogna venire a patti (non servono le sberle). Dentro c’è la nostra ferocia, la nostra sconsideratezza, il nostro cupio dissolvi, dentro ci sono paure e incoscienza. Dentro ci sono oscure piante e intricati sentieri. Ogni tanto va disboscato… Ogni tanto vanno percorsi questi sentieri… Chi non lo fa, si porta dentro un’ignota foresta tropicale che da un momento all’altro può esplodere in un uragano di infernali farfalle e di belve inferocite. I think, almeno.

I paesi della Liguria arroccati nell’entroterra sono molto più belli del litorale, stretto tra strada autostrada e ferrovia. Si stendono morbidi nel loro esistere fuori dal tempo. La Liguria non è terra da tenere il broncio a lungo, e difatti il cielo si apre a larghe chiazze e il sereno si impone su di noi prima di avvistare il suolo francese.

La parte antica di Antibes si presenta circondata da vecchie mura, che corrono parallele al mare. Piccole case con balconi, minigiardini pensili e soprattutto agavi e piante grasse di ogni tipo che spuntano dalle rocce. Dal promontorio di Antibes, tra ville multimiliardarie affondate tra i pini, guardiamo le luci della città e le stelle. Una coppietta si è allestita tra gli scogli una cenetta a lume di candela.

Il museo oceanografico di Monaco ci strega coi suoi fondali variopinti ondeggianti di attinie. Ci passano vicino pesci variopinti, grandissimi, e anche degli squaletti. (Credo che quando Dio o la natura hanno fatto i pesci erano particolarmente di buon umore: è tutto uno svariare di colori, un giocare di linee, una fantasia sbrigliata e felicissima).

Nizza con i suoi viali pieni di palme e di alberghi inizio secolo è una città che, come Montecarlo o Monaco, racconta fasti d’altri tempi, ed evoca un turismo d’élite che ora non ha più senso. (Orde di turisti sciamano dappertutto, hanno imposto le loro esigenze di fast food e di shopping che rendono per qualche aspetto simili tutte le città d’Europa).

Città di contrasti, come possiamo apprezzare, Nizza: panfili plurimiliardari e gente di colore, alberghi iperlussuosi e mendicanti a terra, bande giovanili e giovani molto belli, signore eleganti sedute sul lungomare con un libro in mano e vecchie con troppe collane.

Tutte le cittadine dell’entroterra sono interessanti se depurate dal loro obbrobrio di periferie, marciapiedi sporchi, negozi per turisti. Attraverso ripide stradine si arriva al loro cuore antico (le case sono una festa per gli occhi, scale, fiori, rampicanti e balconi).

Grasse ci stordisce con i suoi profumi (e si fa perdonare la sua orribile periferia). Tra Vence e S. Paul la campagna è densamente popolata di ville e di casali. S. Paul ci gratifica con una miriade di colori e di atelier; alcuni quadri sono davvero splendidi. Molti artisti anonimi siedono ad aspettare. Non sono Mirò né Chagall (forse), e i loro quadri non finiranno mai (probabilmente) nel territorio privilegiato della fondazione Maegh. (Uno siede accanto a un rotolo di carta igienica e dipinge). I colori dei negozi dei quadri e delle stoffe mi regalano una piacevole euforia. Fa caldo. Camminiamo nel sole. Cammino nel fuoco gettando a terra un granchio d’ombra.

Arriviamo a S.Rémy de Provence in un giorno di mistral (visto che soffia quasi tutto l’anno non si poteva sperare…) S.Rémy ci accoglie con i suoi resti romani, le viti basse e l’ottima cucina provenzale. Attraversiamo la campagna, campagna amata da Van Gogh, l’attraversiamo tra campi di grano non ancora maturo, platani che si alzano al cielo con i loro rami spogli e sterminati campi di papaveri.

Che l’aria di Provenza fosse profumata lo sapevamo, ma che potesse esserlo anche l’acqua è una vera e propria sorpresa. Eppure è così. Non sappiamo se lavanda o rosmarino o timo, comunque è un profumo.

A Roussillon, tra le crete che svariano tra le diverse tonalità dell’ocra, vediamo rocce che sembrano grondare sangue. Andiamo verso la cittadina di Gordes che si erge su una roccia. È una città che ha una storia strana in cui si mescolano la peste e il conseguente spopolamento e poi un’improvvisa fama dovuta – sembra incredibile – alla venuta di un pittore cubista, tale André Lhote, che se ne innamorò, e poi di un altro, Vasarely. Curioso e inusuale all’interno del nostro mondo che dell’arte non sa che farsene, (e poi magari usa Mozart come attrazione, Picasso come marchio, il genio come affare rivalutabile…)

Un giro in Camargue si impone. Da Arles scendiamo verso Stes Maries de la mer. Paesaggisticamente parlando la Camargue è fenicotteri aironi cavalli bianchi bufali zanzare brughiera tramonti stupendi sugli stagni. Gastronomicamente parlando la Camargue è conquillages e toro (ovviamente per me le conquillages…)

Il cielo è limpido, anche se non soffia il mistral, e le dune di sabbia conferiscono un sapore vagamente da costa del nord al luogo. La prua scivolava sull’acqua e la costa / nera d’uccelli…

Avignone. Come sempre splendida. Splendida l’acustica della piazza dove si esibiscono giovani variopinti e tamburellanti che creano un’atmosfera da “suono Mozart nella giungla”, per nulla sgradevole. Purtroppo non è luglio (e festival) come altre volte ma, ciononostante, sono piacevoli gli spettacoli che si susseguono per le strade ad ogni svoltare d’angolo, con i ragazzi che si improvvisano giocolieri e si lanciano in ruote e in altri esercizi di abilità, oppure tamburellano su improvvisati strumenti che stranamente, nella disarmonia, creano un’eco che travolge e annienta il pensiero (mi lascio conquistare da quell’andante ciondolante con moto). L’atmosfera di musica improvvisata e stradaiola continua nei vicoli più o meno tortuosi, e dappertutto si percepisce una palpabile allegria. Avignone mi è sempre piaciuta (ci passerei la vita) ( forse).

Una deviazione per l’abbazia di Senanque si impone. Andiamo a riempirci gli occhi al Pont du Gard, ponte romano vicino a Nimes, di cui rimangono in ottimo stato di conservazione numerose arcate. Megaparcheggio e branchi di turisti (è domenica) che, muniti di grandi frigoriferi variopinti e di sacchetti da cui sbucano enormi baguette, avanzano e prendono possesso di un prato tra il fiume e la strada che serve ad attraversare, e improvvisano un déjeuner sur l’herbe dal vago sapore archeologico.

Dove l’ancora vola ferma come un gabbiano/miglia sopra il lunatico battello/un turbine d’uccelli precipitò mugghiando/ la gola di una nuvola soffiò pioggia come vento…

Ma l’Irlanda non c’entra: il tempo è splendido e noi arriviamo in un tratto di costa ampiamente umanizzato tra Hyeres e S. Tropez, e lì ci insediamo (la densità degli umani in questa stagione è sopportabile). Piante grasse con fiori gialli e rosa che sembrano di carta, agavi grandi come due persone e soprattutto pini, tantissimi pini e poi palme cornioli e querce e, in mezzo alla boscaglia, uccelli variopinti, e soprattutto cuculi, che ripetono all’infinito la loro colonna sonora. Una coppia di vecchietti sta facendo colazione davanti al loro camper. Mentre passo affondano un cucchiaio nella marmellata e, al mio ritorno, venti minuti dopo, ancora mangiano (per la sciagura dei conti pubblici sembra proprio che parecchi di questi vecchi godano ottima salute…)

Scegliamo tra passeggiate lungo la spiaggia, con tentativi estemporanei da parte mia di balneazione, inerpicamenti lungo un sentiero e penzolamenti all’interno di una fitta boscaglia che percorriamo ampiamente. Poi ritorniamo all’ovile. Mi fa compagnia Lanchester con il suo Gola. Lanchester è un autore che mi è simpatico per le sue osservazioni amabilmente scorrette, e talvolta acute. Un esempio? Eccolo. “Tutti gli artisti sanno che quanto danno alla loro creazione e al mondo non è mai uguagliato dalla risposta del mondo, l’intimo solitario e mostruoso travaglio della creazione fa sì che l’artista si senta in credito dell’attenzione dell’universo, in credito del suo amore. Ma il mondo non se ne cura. È troppo occupato a fare il mondo per degnarlo di qualcosa di più di un barlume occasionale della sua approvazione, del suo interesse. L’adulazione di un gruppetto di ammiratori, il dono di un mecenate, le lodi e lo sguardo del pubblico, ciò non può mai avere l’effetto desiderato, non esaudisce mai la richiesta fondamentale dell’artista che è quella di una semplice universale incondizionata adorazione. L’artista dice al cosmo: tutto ciò che chiedo è un amore infinito, che male c’è? e il cosmo non si cura di rispondergli. Nessuno degli artisti vissuti nella storia del mondo si è mai sentito abbastanza onorato per la sua opera. Risultato finale: rabbia rancore amarezza”. Chiudo il libro e penso: in un certo senso è vero, almeno in parte. Certo che Lanchester, come sempre, ama inanellare paradossi spingendosi a un parallelo quanto meno discutibile tra artista e assassino, e sostenendo, per gusto di stupire, la naturalezza dell’assassinio contro l’innaturalità del lavoro dell’artista e ricordando che sotto il codice napoleonico uccidere una moglie bisbetica dopo che il mistral soffiava da sette giorni non era considerato delitto capitale, e altre amenità di questo genere.

In Provenza le ore della mattina sono le migliori. “La sensazione di aria leggermente mossa che qui non manca mai, preludio a venti più forti, il cielo cristallino e ceruleo che accompagnano le prime ore della giornata riempiono sempre di gioia. Sembra che i profumi siano più intensi, l’aria più aromatica”. Sono parole di Lanchester, ma è anche la mia impressione. Di solito. Oggi però è una giornata di cielo velato e anch’io non sono d’umore. Esco per la passeggiata mattutina durante la quale ho modo di constatare che i fiori che chiamavo di carta si sono chiusi con l’umidità della notte, la coppia dei vecchietti olandesi perseverano con tenaci affondi nel barattolo della marmellata, gli uccelli continuano la loro colonna sonora e dei ragazzini, muniti di tamburelli, ne improvvisano un’altra. Avrei voglia di rimettermi a dormire. Comincia a piovere e la nostra sosta sul mare perde significato. Allora addio mormorarono/ la sabbia affettuosa e i parapetti/neri d’uccelli… Io propongo un altro giro nel retroterra di Antibes dove potremmo vedere deliziosi paesini come Auribeau o Mongins. Attraversiamo nuovamente la periferia di Antibes tra cartelloni luminosi che ci minacciano con gli enormi panini di McDonald’s, cartelloni pubblicitari con enormi bocche fragole e seni, passiamo vicino a un intermarché e un bricomarché… nonché a un punto vendita di pneumatici Pirelli e di automobili usate (Achat immediat de touts vehicules… Promotion pneu… Affaires Renault). Piove, anzi diluvia… deviamo infine verso la zona collinare, in cerca di qualche affondo nella luce.

(Tratto da Viaggi a due nell’Europa di questi anni di Marina Torossi Tevini – Campanotto, 2008. Immagine: Nicolas De Stael – Marine au Cap, 1954.)

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4 Responses to Provenza in primavera

  1. véronique vergé il 24 aprile 2008 alle 12:17

    Magnifica quest’apertura alla mente viaggiatrice.
    Dà la voglia di aprire le ali per il sud, viene agitare la mia nostalgia.
    L’evocazione della Provenza è dolce all’anima.

  2. monom il 24 aprile 2008 alle 13:20

    Assunta era il golfo, era il sole, era il mare
    d’estate oltre gli orti sudava frumento

    Assunta ora è vento
    di lei non restano che nomi

    : abitanti ignoranti di abitarla

    Un giorno un amico mi disse:
    perchè non scrivi tu la storia di Assunta?

    Assunta non aveva storia

    come la Donna sconosciuta
    che talvolta appare nei sogni

    Sfiorate sfioriscono
    , risposi

    Assunta era porta

    entrare o uscire
    significava abbandonarla

  3. marco il 24 aprile 2008 alle 19:51

    secondo me buoni viaggi per giovani si possono trovare anche qui :)

  4. marina torossi il 29 aprile 2008 alle 21:58

    grazie, véronique. anzi, merci.



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